L’hybris di August Strindberg

Dario Lodi


August Strindberg (1849-1912) ci ha lasciato 58 drammi (per lo più “da camera”), svariati romanzi e racconti, qualche saggio. Alcuni lo fanno antagonista di Ibsen, norvegese, ma fra i due la differenza appare enorme. Per Ibsen la denuncia civile è molto seria, Strindberg prende le cose con una certa leggerezza e un certo distacco. La sua intelligenza viva gli fa sentire a pelle la grossolanità del sistema borghese e della mentalità relativa. Lo scrittore svedese è nemico delle riflessioni profonde perché le ritiene inadatte ad un modo di vivere superficiale: la mentalità borghese è indegna di eroismi intellettuali. Lui fa parte di questo mondo e dunque è lecito che non prende nulla sul serio, concessioni teatrali a parte. Nell’atto unico “La signorina Giulia” ad esempio, egli non esita ad inventare una relazione convenzionalmente tragica che fa terminare con il suicidio della protagonista, sollecitato e reso possibile dal vile amante (è un servitore, lei è una nobile; lui, a tresca scoperta, passa il rasoio all’amante perché si tagli la gola). Opere del genere e la raccolta di racconti “Sposarsi” causarono grane giudiziarie a Strindberg e gli fecero guadagnare l’appellativo di misogino.

Naturalisti esperti, uno per tutti Emile Zola, misero in serio dubbio la vocazione naturalista del Nostro, vedendo nei suoi scritti dei pretesti per colpire la morbosità degli spettatori.

Altri volumi in cui Strindberg trascriveva a modo suo storia e costume svedesi, consigliarono l’autore e lasciare la patria: in Svezia egli non era molto ben visto, per quanto fosse rispettato. D’altro canto, la sua personalità focosa, la sua voglia di vivere, lo spingevano verso altre esperienze. Strindberg sognava la celebrità e con essa la liberazione dai gravami borghesi. Voleva avere ragione sulla propria visione delle cose, una visione che non aveva niente a che fare con quelle tradizionali. Certo gli pesava la solitudine, l’incomprensione. Nel 1883 lo troviamo a Parigi, ci resterà parecchio, facendo la fame e incaponendosi con la fabbricazione dell’oro, in una misera stanza d’albergo, attaccato ad un crogiolo e preda di un’alterazione mentale che per taluni è pazzia. L’esperienza parigina è capitale per il personaggio Strindberg.

Di questa, e di altre, legate comunque ad essa, egli scriverà nel 1897, tornato in Svezia, a Lund, quello che può essere considerato il suo testo per eccellenza: “Inferno” (in Italia edito da Adelphi, con una post fazione di Luciano Codignola). “Inferno” è una sorta di diario al quale Strindberg affida quasi interamente se stesso. Lo scrittore ha una capacità affabulatoria fuori del comune. Inizi a leggere e non smetti più. Egli ti tira dentro la sua rete con abilità, costringendoti all’empatia nei suoi confronti. Strindberg ammalia perchè forse come nessuno sa giocare con l’ingenuità, con la fantasia, con le parole, allestendo un turbinio incessante di idee, di sensazioni, di emozioni, in un apparente disordine che è invece ordine dettato dal flusso di coscienza. E’ un flusso di coscienza che nel suo caso non si ammanta di problematiche, ma propone continue soluzioni, scappatoie, brevi tramonti e lunghe albe: nonostante tutto la materia magmatica è dominata, il sacro fuoco della vita arde lanciando fiamme sino al cielo, ed oltre, per poi ricadere sulla terra e finirci dentro.

Fuor di metafora, Strindberg è un alchimista sapiente e preoccupato di fare bella figura. Il vero oro è la sua personalità che si mostra in mille modi, ciascuna vogliosa di prevalere. Ma lo scrittore, allo stesso tempo, usa della sottile ironia, non si prende del tutto sul serio, si permette del distacco e un pizzico di scetticismo: da fuori, vuol vedere l’effetto che fa. Rimanendo, per così dire, fuori di se, Strindberg può fare delle analisi obiettive e affrontare temi d’un certo peso: quasi contemporaneamente si dichiara ateo, poi credente, poi nega il Cattolicesimo, poi afferma che tutti i guai moderni nascono dal Protestantesimo, che ha sbagliato dando all’uomo poteri uguali a quelli della Chiesa, basta vedere la morale borghese, diretta, dove è finita!

Quindi accarezza l’idea di ritornare in seno alla Chiesa Romana, maledicendo l’hybris provocata da Lutero e accettata incondizionatamente dal mondo materiale, ancora di più dalla seconda rivoluzione industriale periodo nel quale egli è costretto a vivere: altro che “Belle Epoque”, aridità di pensiero e di sentimento, semmai. Fine dei sogni. E fine di August Strindberg a pochi mesi dall’ecatombe della Prima guerra mondiale da lui confusamente prevista attraverso un sottile malessere esistenziale per l’etica perduta. Per la crisi irreversibile di un riferimento.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015