Le ossessioni di Giovanni Testori

Giovanni Testori

Dario Lodi


Giovanni Testori (1923-1993) conobbe la notorietà grazie ad un testo teatrale, “L’Arialda” particolarmente spinto per i tempi (la fine degli anni ’50). Era la dimostrazione, quel testo, difeso da Rina Morelli, da Paolo Stoppa ed altri, del successo della morbosità sessuale in un ambiente dove da sempre era proibito parlare di certe cose. Il successo di Testori sarà lo stesso di Pasolini, osannati non tanto per il contenuto delle loro opere, quanto per il coraggio e la disinvoltura con cui essi trattavano temi mai trattati esplicitamente.

Il caso di Testori è intellettualmente più complesso di quello di Pasolini. Il milanese, Testori appunto, veniva da una famiglia fortemente cattolica e lui stesso era cattolico convinto, quindi visse la propria omosessualità in modo drammatico. La reiterazione della diversità (allora fortemente combattuta) fu dovuta ad un desiderio di affermazione personale, un porsi all’attenzione altrui con le carte in regola di essere umano.

Nel suo intimo, il nostro scrittore e drammaturgo, non era sicurissimo della liceità del proprio comportamento. Tutto questo è dimostrato dalle pesanti sottolineature melodrammatiche, con vena finale tragica, contenute nelle sue numerose opere, dove tuttavia, in alcune casi (la trilogia “Conversazione con le morte”, “Interrogatorio a Maria”, “Factum est”) è palese la ricerca di pacificazione con gli insegnamenti ecclesiastici. La pausa è tuttavia presto turbata dalle ossessioni del Nostro, ossessioni dovute a pensieri ed azioni non ortodosse e ad un timore di scarsa efficacia della presenza ecclesiastica: la Chiesa gli sembra paralizzata da frasi fatte e da sostanziale disinteresse nei confronti del “gregge”. La Chiesa non incide più, se mai ha inciso.

Testori piange questa assenza concentrandosi sull’antico fascino ecclesiastico, intrigante ed incidente (per lo meno a livello formale, ma per il Nostro sostanziale) specialmente dopo il Concilio Tridentino. Testori si inventa critico d’arte, passando in rassegna soprattutto il ‘600 lombardo, sul quale poi si sofferma con passionalità estrema. Le sue osservazioni, sincere e sentite, s’ingarbugliano e si caratterizzano per articolazione sentimentale voluta ed inseguita con vistoso abbandono. Lo scrittore lombardo perde la testa dietro opere visive, quadri, di ottimi mestieranti (come Tanzio da Varallo e il Cerano, ad esempio) affibbiando ad esse le proprie turbe riguardanti la sacralità del fatto religioso, osannato, grazie al cielo, nonostante il “tradimento” luterano, da questi artisti. Il periodo cosiddetto manierista appare la quintessenza dei desiderata testoriani. In quelle opere pittoriche, la spiritualità è teatralizzata e questa teatralizzazione si apparenta bene con la sensibilità del Nostro.        

Testori voleva esternare il più possibile la propria ossessione e, convinto della propria efficacia di divulgatore, esternava con la massima liberalità, trasmettendo soprattutto il desiderio di dimostrare qualcosa di importante. Le sue espressioni erano personali, non miravano ad un’accettazione pubblica, sebbene, in fondo, la invocassero.

Testori era legato ad una forma di esibizionismo derivato da una certa, forse innocente, presunzione determinata dal suo sentire, chissà perché particolare (era stato colpito dalla grazia divina?), a cui aderiva irrazionalmente. Il sentimento pareva più forte della ragione e non era il caso di approfondire.

D’altro canto, la richiesta di approfondimento gli veniva quasi naturale: era una sorta di costrizione psicologica alla quale rispondeva disordinatamente, privilegiando l’aggettivo e il punto esclamativo e trascurando il sostantivo, la sostanza.

Il Nostro era troppo intelligente per cimentarsi con quest’ultima. La sostanza egli l’aveva in sé, anche se probabilmente essa soffriva di superficialità pur essendo votata alla profondità.

L’ossessione si materializzava nella ricerca di un equilibrio che tuttavia Testori respingeva, forse inconsciamente, in quanto era troppa la differenza fra l’ortodossia e il personalismo.

Testori soffre per questa differenza. E grida alto il suo dissenso per l’inascoltazione della sua voce. Così si vendica con un testo, “In exitu”, dove la degradazione dell’uomo raggiunge il culmine fra l’indifferenza generale.

E’ un’operazione a tavolino, tutta di pancia, che non va a segno per le esagerazioni contenute e perseguite. Testori con questo testo raggiunge il suo scopo: essere un autore maledetto perché se ne parli molto e a lungo. Si parli molto e a lungo di lui, delle sue ossessioni emarginate. La perfezione non c’è perché nessuno se ne cura. Ma il peggio non può evocarla come traguardo, specialmente se, vedi “In exitu”, tutto è sopra le righe, con lieve spirito sadico-masochista e con enorme, inutile, esibizionismo. La sgradevolezza del testo è palese, inquieta più che far riflettere. E questo non pone certo a suo favore.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015