La poetica di Tolkien. Un punto di vista materialista

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XEPEL


L’uscita dei film tratti da Il signore degli anelli, sta suscitando dibattiti e approfondimenti sulla poetica del suo autore. Cercheremo di dare un contributo a questa discussione dal punto di vista del materialismo storico, concezione molto distante da quella di Tolkien.

Partiamo subito dall’aspetto “tecnico”. La capacità di Tolkien di prendere storie, leggende, fiabe, mischiandole per creare con un dettaglio certosino un mondo complesso è davvero fenomenale. Con queste opere, l’autore ha creato il mondo forse più complesso della narrativa occidentale. Inoltre, l’uso della narrazione in parallelo è un colpo da maestro, così come l’invenzione di interi linguaggi e geneaologie. Allo stesso tempo, lo stile di Tolkien è volutamente retrò (come si conviene a un professore di letteratura), senza mai cedimenti all’umorismo o a modernismi di qualche sorta. Per tutto questo, si tratta ormai di testi classici, oltre che di un successo editoriale clamoroso. Certo, molti nomi e leggende sono appunto ripresi dalla cultura del nord Europa e non creati ex novo, ma il merito di Tolkien è comunque notevole.

Soffermiamoci ora un momento su Tolkien come persona, tratteggiando alcuni elementi importanti. John Ronald Reuel Tolkien (1892-1973), figlio di un impiegato di banca emigrato in Sudafrica, fu educato in una scuola cattolica con la sorella, dopo che, rimasti orfani, furono affidati ad un collegio. Nella vita di Tolkien ci furono poi la guerra e la trincea del primo conflitto mondiale e dopo di essa l’insegnamento. Dei suoi tre figli: uno si fece prete (John), due avieri nella RAF.

Da oscuro professore di letteratura a Oxford, Tolkien divenne famoso per i suoi libri, ambientati in una sorta di medioevo fantastico, e scritti tra il 1937 (The Hobbit) e il 1951-55 (The Lord of the Rings). Grazie ad essi, e con suo sommo stupore, alla fine degli anni ‘60 divenne ricco. Lo stupore nasceva soprattutto dal fatto che i testi erano del tutto malinterpretati dai movimenti giovanili. Tolkien credeva che un popolo senza un mito fosse perduto e si accingeva a fornire appunto questo mito alla Gran Bretagna spaesata degli anni ‘30-’50, come spiega in una famosa lettera a Milton Waldman (No. 131):

“I was from early days grieved by the poverty of my own beloved country: it had no stories of its own (bound up with its tongue and soil), not of the quality that I had sought, and found (as an ingredient) in legends of other lands.... I had a mind to make a body of more or less connected legend, .... which I could dedicate simply to: to England; to my country.”

Tolkien voleva insomma creare una saga in cui la nazione potesse riconoscersi, ma con l’accrescersi del progetto, si accrebbe anche il pubblico, e quando la trilogia del Signore degli Anelli venne completata, l’autore propose al mondo nientemeno che una riedizione del Sacro Romano Impero (con il principe Aragorn che torna sul trono della terra di mezzo, cioè l’Europa).

Contrariamente alle aspettative dell’autore invece, negli anni ‘60 qualcuno prese le sue opere per un’apologia della controcultura studentesca. Dopo tutto si parla di natura incontaminata, di potere che corrompe, senza contare che gli hobbit sono chiaramente dediti alle canne (l’erbapipa). Ma l’invito di Tolkien che di se stesso diceva “sono un hobbit” era del tutto diverso: era un invito a tornare alle radici precapitaliste d’Europa, al dominio della chiesa e degli imperatori, era sì una critica alla civiltà moderna, ma da posizioni radicalmente diverse da quelle delle frange anche più stravaganti della cultura hippie. Nelle sue storie si cerca un ritorno alle tradizioni contro la civiltà moderna che distruggeva l’amata Britannia rurale, dove Tolkien passò buona parte dell’infanzia.

The shire (la contea degli hobbit) è appunto un paesino edoardiano come se lo immaginava Tolkien. Da buon cattolico, nonché monarchico non costituzionale, Tolkien credeva che la civilizzazione avesse allontanato l’uomo dal suo originale stato di grazia e cercava pertanto di riportarcelo con i suoi libri. Logica conseguenza di questa posizione è l’odio viscerale per il socialismo e la pianificazione in ogni forma, compresa quella assai tenue del leader laburista Clement Attlee. Così scrisse:

“the saints living in the modern world were those who have for all their imperfections never finally bowed head and will to the world or the evil spirit (in modern but not universal terms: mechanism, ‘scientific’ materialism, Socialism in either of its factions now at war).”

Per questo negli anni ‘30 appoggiò la dittatura fascista di Franco contro la repubblica; per questo, alcuni anni dopo, attaccò il compromesso dell’occidente con Stalin. Ma il suo disprezzo per la “massificazione” andava oltre il socialismo. Secondo Tolkien, la stessa democrazia implicava spersonalizzazione, egualitarismo. Riecheggiando teorie ben note (risalenti ai critici della rivoluzione francese) Tolkien spiegava che la democrazia finisce sempre con la schiavitù, come nel Signore degli anelli, dove la debolezza dell’uomo perde la terra di mezzo.

Concludendo questo punto, possiamo chiederci se Tolkien fosse razzista. Se per razzista intendiamo un seguace del fascismo, senz’altro no. Tolkien ha combattuto il nazi-fascismo (seppure da una comoda poltrona), rifiutando di certificare la propria non ebraicità per compiacere un editore tedesco. Se per razzista invece intendiamo, etimologicamente, uno che crede all’esistenza di una scala di valori tra le etnie, la cosa è palese.

Ad ogni modo, il fatto che Tolkien fosse soggettivamente un ultraconservatore non è decisivo, né rilevante. A noi interessa valutare che società esce dalla sua arte. Perchè una cosa deve essere chiara: l’idea che il romanzo “fantasy” rappresenti un mondo “fantastico”, “senza tempo” ecc., è più che fantastica, è semplicemente stupida. Tolkien non è vissuto nella terra di mezzo (o nel Medioevo, che è lo stesso) e dunque non poteva sapere cosa significava viverci. È invece vissuto nella prima metà del XX secolo, cosa che, pur con modalità indirette e imprevedibili, emerge dai suoi testi. D’altra parte, basta dare un’occhiata alla mappa del Signore degli anelli per vedervi l’Inghilterra (la contea), l’Urss (il regno di Sauron), l’Europa occidentale (il regno degli uomini) e così via. Il fatto che Tolkien negasse ogni “allegoria” alle sue opere (come dichiara nella prefazione all’edizione inglese del libro) non è certo decisivo.

Scrive Tolkien: “As for any inner meaning or ‘message’ it has in the intentions of the author none” (p. 10, ediz. inglese). Il punto è che le “intentions” di un autore non ci dicono nulla sulla natura della sua opera. Al massimo possiamo concedere a Tolkien il beneficio dell’inconsapevolezza.

La società che esce dalle opere di Tolkien è una società in cui esistono razze del tutto distinte non solo per caratteristiche fisiche (le orecchie degli elfi, i piedi degli hobbit), ma per qualità morali, comportamento, lavori svolti ecc. I nani sono minatori, gli hobbit sono contadini che vivono in una società ancora gentilizia (Tolkien ci informa che non esiste uno Stato nella contea, anche se vi sono dei servi), gli uomini guerrieri, gli elfi nobili. Vi sono poi i maghi che rappresentano gli intellettuali. Queste razze, del tutto disgiunte, vivono abbastanza d’accordo anche se in passato si sono combattute per secoli. Vi è poi il male, assoluto, totale, che si forma per corruzione delle razze buone e che è guidato da un signore che si chiama Sauron (che vuol dire certo rettile, ma anche, senza molta fantasia, Stalin così come la sua terra è Mordor, cioè la morte). Orchi, troll e altre razze cattive mirano a sottomettere le razze buone. Il perché non è dato saperlo e questo è proprio il punto.

Il razzismo non sta solo né tanto nel descrivere differenze etniche (connotandole moralmente), ma nel non spiegare l’origine di queste differenze, rendendo dunque impossibile ogni avanzamento. Non c’è alcun motivo per cui gli elfi sono buoni e gli orchi sono cattivi. Dunque l’unica cosa che il lettore può fare è stare dalla parte degli elfi sperando che spazzino via il male. Sempre per questa ragione non può esservi alcuna dialettica tra individuo e gruppo (ad esempio, un elfo “mela marcia” o un orco che si “pente” e diventa un buono), al contrario, gli elfi sono tutti belli, eleganti, gli hobbit, rozzi ma simpatici, gli orchi tutti disgustosi e brutali. Visto un orco li si è visti tutti.

Il senso profondo del razzismo è proprio che gli uomini sono come sono senza ragione e dunque non possono cambiare. Perché Sauron vuole distruggere la terra di mezzo? Che ne guadagnerebbe? Nulla. Ma in che cosa Sauron, che è un re, si distingue da un re degli uomini o dei nani? Quali differenze sociali, economiche, politiche li dividono? Certo, tendenzialmente i buoni sono piccoli imprenditori indipendenti (gli hobbit, piccoli borghesi e dunque piccoli anche fisicamente), mentre il male è rappresentato da torme di persone che lavorano assieme (operai industriali), ma tutto ciò rimane sullo sfondo. L’unica cosa certa è che bontà e malvagità sono caratteristiche innate di una certa razza.

Inutile dire che c’è un enorme contraddizione tra questo totale appiattimento di ogni individuo sulla propria razza e l’estremo individualismo di Tolkien. Se davvero tutti gli elfi sono uguali (o gli orchi), perché criticare la democrazia, il socialismo o qualunque ideologia che, nella testa dell’autore, schiaccia l’individuo sulla classe? Non è per l’appunto quello che accade nella terra di mezzo? Il punto è però la coercizione. L’ideale di Tolkien è la contea, un posto dove tutti si conoscono e sono uguali e dunque non esiste una forza coercitiva, sono contadini felici. Gli hobbit sono un popolo pacifico di gente dolce e amichevole che si trova a dover combattere per le ragioni che ora diremo.

La trovata più geniale dell’opera di Tolkien è senz’altro il ruolo dell’anello degli anelli. Questo anello, creato dal male, fornisce il potere dell’invisibilità ma in cambio corrompe. Essendo stato creato allo scopo di sottomettere tutti gli altri anelli, e cioè razze, mira a tornare dal suo creatore. Ha un suo potere, non è un semplice strumento. In questo si scorge l’unica venatura di progressismo e di dialettica nella poetica dell’autore: uno strumento non è neutro. Non ci si può servire dell’arma del “cattivo”per fare qualcosa di buono. Un certo Stato non può essere buono per ogni razza, può solo essere spezzato; chi si serve degli strumenti del male finisce per rinforzarlo.

In Tolkien questo significa che l’anello, finché non è distrutto, potrebbe tornare al male con conseguenze devastanti per la terra di mezzo, cioè l’Europa nord-occidentale. Ecco che entrano in scena gli hobbit, che essendo innocui, possono custodire l’anello senza fare danni, giungendo poi a destinazione per distruggerlo.

Se il razzismo di questi libri è talmente esplicito da divenire parte fondante della storia, le razze possono anche essere lette, lo si è accennato, come le parti in lotta della guerra fredda. Le razze buone sono la Nato, l’occidente, il bene, la civiltà o comunque vogliamo definire la parte per cui Tolkien parteggiava. Il male è appunto Sauron-Stalin, gli orchi ecc.

Si potrebbe anche tentare una valutazione ancor più fine, con gli uomini nella parte dell’Europa continentale e particolarmente i tedeschi (questi sono infatti quasi allo stremo e a diretto contatto col nemico, come la Germania degli anni ‘50), gli hobbit sono gli inglesi, gli elfi gli americani (che gli europei pregano di non andarsene), gli orchi i russi ecc. Ora, appare chiaro quale messaggio emerga da questo quadro: non ci si può limitare ad aborrire il comunismo, perché il male trama e può riprendersi il potere.

Occorre agire attivamente finché il male non è distrutto, possibilmente invadendo il territorio nemico per sterminarlo. Non solo, ma gli intellettuali accecati dal potere si mettono anche loro al servizio del male (vedi Saruman che fabbrica un esercito di orchi). In definitiva, solo il piccolo hobbit (la piccola borghesia occidentale) può salvare l’umanità dalla barbarie.

Detto ciò, se si è in grado di cogliere e neutralizzare questi aspetti sinceramente repellenti di tale letteratura, di cui Tolkien rappresenta di gran lunga l’apice, se ne può trarre persino diletto, purché non ci si dimentichi che per fortuna il medioevo (e con esso la credenza negli orchi e nei maghi) è terminato da un pezzo.

Vi sarebbe infine un aspetto da esplorare. Come ogni conservatore Tolkien concepisce la sessualità come qualcosa che va nascosto, qualcosa di oscuro che perseguita l’umanità come un retaggio del suo periodo selvaggio. Questo lo si vede nella riproduzione delle razze. Gli elfi sono immortali, eppure sono pochissimi. Sono casti, eterei. Ogni traccia di sessualizzazione negli elfi è scomparsa. Ad esempio, Arwen, principessa elfica, è l’innamorata di Aragorn. Ora, Arwen nasce nel 241 della terza era, Aragorn nel 2931. In questi quasi 27 secoli Arwen avrebbe potuto avere alcune migliaia di figli. Ma a quanto pare, quando si innamora di Aragorn non ha progenie. All’estremo opposto gli orchi non hanno nemmeno bisogno della riproduzione sessuata, nascono dagli alberi, dalla terra, come la muffa, come gli insetti. Anche in questo campo si può scorgere quali idee avesse Tolkien delle classi che compongono la civiltà contemporanea.

Un breve commento lo merita l’introduzione all’edizione italiana del Signore degli anelli, scritta da Elémire Zolla. Vi si accentuano i caratteri cattolici della storia. Sauron, signore degli anelli, non sarebbe altro che il diavolo, l’unico essere cattivo e malvagio tout court, senza bisogno di ulteriori indagini. L’intento di Tolkien sarebbe stato quello di ribadire che il male esiste, è incarnato nel diavolo (non a caso Sauron è il serpente, essere diabolico nell’iconografia cattolica) e tanto basti. Domandarsi perché è cattivo è di per sé segno di cedimento di fronte al male. Chi ha un atteggiamento critico verso le cose dimostra che il maligno si sta facendo strada nel suo cuore.

Spiega Elèmire Zolla: “Esiste una fiaba suprema, che non è una sottocreazione, come altre, ma il compimento della Creazione…egli (Tolkien) non cerca la mediazione fra male e bene, ma soltanto la vittoria sul male” (p. 6-7, ediz. italiana). Perché Sauron ci vuole schiavi?, chiede l’hobbit Frodo allo stregone Gandalf e questo risponde “per mera malizia e oscura vendetta”, una risposta che non può condurre che a una sola conclusione: il nemico non ha né cuore né cervello ma solo odio. Distruggerlo è la cosa migliore che possiamo fare per noi e persino per lui.

Un appendice sui film

Ora che sono usciti due film della trilogia su tre possiamo esprimere un’opinione anche su di essi. Nel complesso, si tratta senza dubbio di una trasposizione fedele. Anche chi non ha mai letto Tolkien ne comprende a grandi linee le intenzioni poetiche e ideologiche. I personaggi, ad esempio, sono privi di un qualsivoglia spessore psicologico (ad eccezione di Gollum-Smeagol, schizofrenico), proprio come avrebbe voluto l’autore. D’altra parte tutti gli uomini sono manifestamente di un ben determinato ceppo etnico. Non solo, infatti, sono assenti asiatici e neri (cioè tre quarti e passa dell’umanità), ma anche tra i bianchi, si è correttamente deciso di escludere i casi dubbi (latini ecc.). Proprio come emerge dalla lettura del libro, gli eroi di Tolkien sono anglosassoni, europei del nord; sono i cowboys, il settimo cavalleria, i marines, la cara vecchia Europa dove “Britannia rules” (e oggi dovremmo dire “US rule”).

C’è un punto su cui il film è addirittura più chiaro del libro: la funzione delle attività produttive. Lo sviluppo sociale della terra di mezzo è paragonabile all’alto medioevo (hanno spade, archi e frecce, ecc.). Ora, in quell’epoca la stragrande maggioranza della popolazione era dedita a coltivare la terra. Eppure nel film si vedono guerrieri, re, maghi, orchi, elfi…ma mai una persona che lavora la terra. Questo significa che implicitamente la storia esclude la quasi totalità della popolazione dal suo racconto. Quanto poi alla produzione industriale, questa è esclusiva dei cattivi (che hanno impiantato un’industria abbastanza sviluppata e che hanno le armi più moderne, come scale da assedio, balestre, ecc.), ad ennesima dimostrazione che per Tolkien ciò che è moderno (l’industria e il suo figlio, la classe lavoratrice) è malvagio e va distrutto (cosa di cui si incaricano niente meno che gli alberi, e cosa c’è di più “naturale” e incontaminato degli alberi?).

Fonte: www.xepel.altervista.org

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015