Lev Nikolaevič Tolstoj (1828-1910)

I - II

Tolstoj MAESTRO DI VITA


E' noto che la grande popolarità maturata da Tolstoj in Europa occidentale fu dovuta al fatto che Turgenev parlò dei suoi capolavori a Flaubert e a Maupassant, che si preoccuparono di farli tradurre quanto prima.

Tuttavia il pubblico francese, che leggerà Anna Karenina nel 1886, aveva già letto, un anno prima, il manifesto intitolato In cosa consiste la mia fede, già uscita in Germania nel 1884, anche qui prima di Anna Karenina e prima dell'edizione integrale di Guerra e pace, pubblicata l'anno dopo.

La vera celebrità universale Tolstoj la conobbe solo negli Novanta, quando la sua grandezza letteraria fu associata a quella d'essere un maître à penser, il fondatore di una nuova filosofia di vita. In realtà il mondo non conosceva affatto il Tolstoj anteriore agli anni 1879-81, quelli in cui aveva maturato una profonda crisi esistenziale. I romanzi e i manifesti furono letti in occidente quasi simultaneamente. In Russia invece il suo genio artistico era già stato apprezzato due o tre decenni prima.

Quando, a partire dal 1890, i giornali tedeschi cominciarono a definire Tolstoj come un "apostolo" (cosa che si verificò anche negli Usa, a Filadelfia), i molti giornalisti che s'erano recati nella sua tenuta di Jasnaja Poljana, alla fine degli anni Ottanta, l'avevano intervistato non solo sulle sue opere letterarie ma anche sulla sua filosofia di vita.

Le edizioni illustrate lo rappresentavano in abiti contadini, con una cintura attorno alla sua lunga camicia, intento a fare lavori manuali. Si veniva colpiti dal fascino di questo "strano" personaggio che pretendeva di mettere in pratica la propria filosofia, rinunciando ai privilegi della classe nobiliare cui apparteneva, e persino ai diritti d'autore sulla sua produzione letteraria, accettando altresì la scomunica ecclesiastica come prezzo della sua "eresia".

Spesso la filosofia di vita di questo ultraottuagenario veniva associata alla filosofia indiana e cinese, al quietismo, alla passività e alla contemplazione delle correnti buddiste e confuciane. Tolstoj non ha mai negato questi nessi, ma, poiché non viveva con lo sguardo rivolto al passato, guardava con particolare favore gli scrittori americani favorevoli all'abolizione della schiavitù nel loro paese: W. Harrison, H. Thoreau, E. Emerson, W. Channing, T. Parker. P.es. H. George era il suo principale punto di riferimento per la questione agraria, in quanto riteneva vi fossero numerose analogie tra la situazione del suo paese, dopo l'abolizione del servaggio, e quella americana, che aveva rinunciato allo schiavismo dopo la guerra di Secessione. Entrambi i paesi dovevano risolvere il problema di come gestire l'industrializzazione su immensi territori ancora vergini.

Tuttavia le soluzioni che prospettava Tolstoj apparivano ai giornalisti alquanto ingenue. Così p.es. scrive Ugo Arlotta sul "Giornale d'Italia" l'8 dicembre 1907: "le sue idee sono così belle, o meglio così nobili che possono realizzarsi solo in un mondo popolato di santi: è un ideale 'sovrumano' inapplicabile alla vita. Diceva Tolstoj con fare scherzoso: Cosa sarebbe la vita senza ideali? e quale ideale si può raggiungere stendendo semplicemente le braccia? Non basta riconoscere la giustezza d'una idea e la bellezza d'un ideale, bisogna anche avvicinarsi il più possibile a queste cose. Io credo nell'avvenire dell'umanità e nella vittoria finale del mio ideale di pace, d'amore e di verità tra gli uomini. Certamente né io né voi lo vedremo realizzato: è troppo lontano. Tuttavia l'umanità - ne sono persuaso - progredisce verso questo ideale, attraverso tutti gli errori e le tragedie del presente".

Il pellegrino ungherese Gustav Serenyi riportò nella "Budapesti Hirlap" dell'agosto 1905 alcune importanti dichiarazioni di Tolstoj in merito al patriottismo e alle frontiere tra paesi: "Isolare un territorio solo perché altre persone parlano una lingua diversa è una stupidaggine. I concetti di Patria e di Stato appartengono all'oscurantismo del passato. Il patriottismo statale fa soltanto gli interessi dei ceti benestanti, che se ne servono per opprimere i deboli. L'amore universale del prossimo: ecco ciò che mi fa vivere. Lasciate che i popoli si comprendano a vicenda e vedrete come si considereranno fratelli".

Tolstoj poteva essere considerato un utopista solo in questo senso, che il campo d'azione delle sue idee si riferiva ai lunghi periodi del tempo storico e agli spazi immensi dell'intero pianeta. Ma non si trattava di un utopismo astratto e sprovveduto. Quand'egli lottava contro la nascita delle grandi città, contro le ferrovie e il telegrafo, contro la grande industria e altri frutti della moderna civiltà, veniva visto come un reazionario. Eppure fu il primo ecologista russo in grado di comprendere che lo sviluppo industriale avrebbe devastato la campagna e l'ambiente in generale, creando un'assurda competizione tra uomo e natura.

Verso la metà degli anni Sessanta del secolo scorso, quando sembrava che la destalinizzazione avrebbe creato un futuro radioso in Russia, la situazione ambientale del paese era già diventata drammatica. L'uso indiscriminato delle terre vergini, delle foreste, dei fiumi e dei laghi, in nome della inesauribilità delle risorse naturali, sull'altare del progresso tecno-scientifico, aveva procurato danni incalcolabili e persino irreversibili, i cui esempi più evidenti oggi sono noti anche in occidente: i laghi Baikal e Ladoga, la foresta di Kostroma, il mare di Aral, che nel 2007 era ridotto al 10 per cento della sua dimensione originaria. Anche la proprietà di Tolstoj andò in rovina a causa dell'inquinamento.

Questo profeta dell'umanità, la cui lungimiranza in materia di tutela ambientale appare oggi stupefacente, aveva anche detto che le conquiste scientifiche messe in mano a individui avidi di potere avrebbero portato a risultati catastrofici. "Chi avrebbe potuto resistere a un Gengis Khan col telegrafo?", diceva.

Più che puntare sul benessere materiale, Tolstoj si appellava al perfezionamento morale dell'individuo, apparendo decisamente ingenuo e utopico. Eppure lui non aveva dubbi nel ritenere del tutto inutile persino qualunque rivolgimento sociale a favore della giustizia e dell'uguaglianza che non fosse accompagnato da un lavoro di rieducazione morale dell'individuo. In campo morale - diceva - la qualità si ottiene dalla qualità, e lo diceva avendo presente le pretese della dialettica hegeliana, ereditata dal marxismo, relative al passaggio automatico dalla quantità alla qualità.

Ma forse ciò che più faceva avvertire il tolstoismo lontano dall'ideologia comunista era il suo principio della non resistenza al male per mezzo della violenza, attorno a cui s'è spesso equivocato. Tolstoj infatti non predicava assolutamente la rassegnazione, bensì la resistenza risoluta e pacifica. "La guerra - spiegava al giornalista nipponico Konishi Matsutaro - non è che una gigantesca querelle provocata dal desiderio immorale degli uomini di appropriarsi di terre altrui. E per ottenerle si è disposti a compiere tutti i crimini possibili e immaginabili".

Non è stato un caso che nel momento di redigere, tra la Russia di Gorbaciov e l'India di Rajiv Gandhi, la Dichiarazione di Nuova Delhi (1986), entrambi gli Stati si trovassero d'accordo nel ritenere come "valore umano universale" proprio la regolamentazione pacifica dei conflitti. Anche perché se c'era stata una nazione che più di ogni altra aveva messo in pratica con successo il principio della non-violenza (o della disobbedienza civile), era stata proprio l'India, che, guidata dal Mahatma Gandhi, s'era liberata del colonialismo inglese.

A un giornalista finlandese Tolstoj, qualche mese prima di morire, disse che le sofferenze che stavano subendo i finlandesi, i polacchi, i lituani e gli ebrei, a causa della politica zarista, erano le sue stesse sofferenze, proprio perché bisognava abituarsi a credere che il mondo fosse una cosa sola, in cui se non si fa niente per impedire il male nel proprio paese si finisce per diventare complici del male nei paesi altrui.

Quando Jules Huret, corrispondente del "Figaro", nel 1901, gli chiese se il perfezionamento morale dell'uomo se lo immaginava come un processo lungo molti secoli, Tolstoj gli rispose che se un'idea è in grado di conquistare gli uomini, diviene una forza così grande che non si può più arrestare. E dicendo questo mostrava d'aver letto Marx, pur non essendo egli un marxista.

Lenin, tuttavia, temendo che il tolstoismo, uscito sconfitto dalla rivoluzione russa del 1905, potesse intralciare quella bolscevica del 1917, lo criticò duramente in alcuni famosi articoli del 1908 e 1910 (qui il commento). Ciò che più temeva Lenin era che la sconfitta della prima rivoluzione russa venisse presa dai contadini come un segno della loro impotenza, dell'invincibilità dell'autocrazia. Quello infatti era in periodo in cui si cercava di liquidare il partito bolscevico, e molti intellettuali di spicco invitavano a non partecipare alla lotta politica (cfr la raccolta Vekhi).

Per Lenin invece quella rivoluzione era stata soltanto la prova generale di quella decisiva che si doveva ancora compiere, cioè la dimostrazione più evidente che i tempi erano maturi per abbattere lo zarismo e per impedire che al feudalesimo si sostituisse il capitalismo.

A rivoluzione compiuta però Lenin non ebbe esitazione a rivalutare quello che per lui restava il più grande romanziere della Russia e uno dei maggiori del mondo. Durante una discussione con V. Bonch-Bruevich nel 1918 e con V. Chertov nel 1920 egli chiese espressamente di pubblicare integralmente, senza tagli, tutte le opere di Tolstoj, poiché sapeva bene che se il socialismo non avesse saputo ereditare quanto di meglio era stato prodotto prima, non sarebbe durato a lungo.

Guardando oggi l'implosione del cosiddetto "socialismo reale", si fa fatica a credere che Lenin non avesse ragione e può darsi che in futuro, recuperando quanto di meglio aveva detto Tolstoj, il socialismo acquisterà finalmente quel volto umano che finora non ha mai avuto.

it.wikipedia.org/wiki/Lev_Tolstoj

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015