La durezza di Federigo Tozzi

Federigo Tozzi

Dario Lodi


Federigo Tozzi (1883-1920) è considerato generalmente più uno scrittore realista che uno scrittore verista.

Sicuramente egli è un autore assai inconsueto nel panorama letterario italiano, e non solo italiano.

L’originalità gli viene da una determinazione incontenibile, dovuta ad un malessere interiore, piuttosto ingestibile, per la vita borghese che è costretto a vivere. Questa determinazione porta lo scrittore senese a denunciare con precisione i comportamenti di una umanità legata alla “roba”, ossessionata dal denaro, prigioniera dell’interesse minuto.

Nel romanzo “Tre croci” tutto questo esplode e provoca tragedie che agli occhi di Tozzi erano inevitabili. Ma il nostro scrittore non costruisce le vicende per farle finire male, animato magari da un livore romantico e tremebondo verso il materialismo, bensì le costruisce con tristezza in quanto partecipa alla tragedia con tutto se stesso. Ne esce un’opera gravata di un fato sinistro che rende gli uomini vittime delle loro stesse azioni, dei loro poveri e squallidi pensieri.

Il fenomeno caratterizza anche gli altri suoi due romanzi più famosi: il confuso e difficile “Con gli occhi chiusi” (ma la confusione è causata dalla scrittura immediata, rapida e rabbiosa, anche se mirabilmente e quasi sempre contenuta) e “Il podere” (romanzo cupo, angoscioso, amarissimo).

Tozzi ha una prosa contorta, ma incisiva, una prosa icastica, sempre sincera e diretta, toccata da una preoccupazione di chiarezza del pensiero, dell’espressione che non ha uguali. Il nostro scrittore teme continuamente di non essere abbastanza esplicito e ha paura di non riuscire a scuotere le coscienze nella maniera giusta e dovuta.

La sua espressione si affida ad una sensibilità al calor bianco. Questa sensibilità lo isola dal suo mondo abituale in modo doloroso: è per questo che lo scrittore non è sicuro della validità del proprio linguaggio. Il distacco fra i due mondi è eccessivo, le parole del romanziere potrebbero andare al di là della comprensione del primo mondo, quello in cui vive, le cui sorti, tuttavia, stanno molto a cuore al nostro “eroe” suo malgrado.

Verso il, primo mondo, Tozzi ha un’avversione accesa e precisa, derivata da esperienze dirette: suo padre era un abile mercante, era molto sicuro di sé ed era particolarmente severo con lui.

A Federigo il padre rimproverava il tempo perso a leggere, esprimendo verso la cultura freddezza, se non disprezzo.

E’ anche per questo che lo scrittore senese usa una prosa disadorna, di getto, apparentemente fredda e distaccata, quasi da cronista da “nera” ed è per questo che i concetti presenti nelle sue opere sono semplici e lapidari, tagliati quasi con l’accetta.

Ma ciò che c’è sotto, ciò che dà consistenza alla sua prosa, è una passione sviscerata per la figura umana, per l’intelligenza e la sensibilità che vengono sacrificate nel nome di volgarità inenarrabili. Di fronte alla brutalità del vivere quotidiano, Tozzi perde a suo modo le staffe e si sacrifica a narrare la decadenza dell’uomo con sgomento simile ad una ferita fisica.

“Ecco, guardate la ferita come sanguina”. Sembra dire il nostro scrittore ad ogni riga. La ferita è altrui, ma lui la sente come propria. La carica su di sé e ci mette dentro le dita, l’allarga per mostrarla meglio.

Faticosa e sofferta, ma suggestiva come poche, è la lettura degli scritti di Federigo Tozzi. E’ una letteratura scritta con il sangue, con l’angoscia, con il risentimento, con una rassegnazione che, per così dire, non è mai rassegnata. Con una speranza che viene offesa in ogni istante dalla realtà, ma che segretamente non demorde.

Dello stesso autore:

Testi di Federigo Tozzi


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015