Il mondo di Boris Vian

Dario Lodi


Ho un po’ paura” disse Colin “perché un attimo fa ti è venuta una nota stonata. Fortunatamente rientrava nelle leggi dell’armonia”.“Perché, questo coso rispetta le regole dell’armonia?” “Non in tutti i casi” disse Colin “sarebbe troppo complicato. Ci sono soltanto alcuni vincoli. Dai, finisci di bere e vieni a tavola”.

Il brano riportato sopra appartiene al primo capitolo de “La schiuma dei giorni”, il libro più noto di Boris Vian (1920-1959, la morte prematura si deve a una malformazione cardiaca). Amico di Raymond Queneau e quindi inserito nella sperimentazione linguistica dell’Oulipo, Vian fu un fenomeno espressivo fuori del comune. Egli non fu soltanto uno scrittore, non solo scrisse canzoni (molte), ma fu anche un apprezzato jazzista e appartenne alla “Patafisica”.

Jazz e Patafisica influirono certamente sulla sua scrittura, che è una scrittura caratterizzata da un flusso di coscienza esasperato, quasi imprendibile. Il brano riportato spiega bene lo scopo comunicativo di Vian: sdoganare le impressioni dell’inconscio e armonizzarle secondo la legge armonica classica. È una questione di riconoscimento del valore del non detto abitualmente, del recupero e del dispiegamento dei motivi di quel valore in potenza. Siamo nel Surrealismo, che il nostro scrittore adopera con grande disinvoltura, a volte troppa, nel senso che Vian si lascia prendere dal ritmo della creazione liberata.

C’è, nella “Schiuma dei giorni” (inutile inseguire la storia), una chiara critica al mondo tradizionale, prigioniero, secondo l’autore, della superficialità, dell’utilitarismo volgare. Dunque, evviva la fantasia, nel cui cuore esiste (esisterebbe) la soluzione del problema della conoscenza: tutto è possibile nel suo nome e tutto deve avere udienza e voce. Vian demolisce, con ingenuità sincera, spontanea, e al tempo stesso sottile, i codici di pensiero e di comportamento che formano il vivere tradizionale.

Del testo, la Patafisica è una pseudo-scienza a favore, indirettamente, della scienza stessa. La Patafisica parla di una scienza aperta, dove ogni spunto può, e anzi deve, essere preso in considerazione, altrimenti sarà lui a farlo. Il fenomeno è una creazione di Alfred Jarry, ma fu per così dire regolato (infatti non vi sono regolamenti abituali) dai suoi amici, dopo la morte, anche qui prematura, del bizzarro personaggio (famoso per l”Ubu re”), nel 1907 a soli trentaquattro anni.

Boris Vian scrisse anche pezzi teatrali e ovviamente altri romanzi oltre a quello citato, sempre con lo stesso spirito sulfureo e con lo stesso disordine, per come siamo abituati a concepire un’opera, ma probabilmente nessuno con le piroette verbali e la stranezza delle situazioni come ne “La schiuma dei giorni”. Per campare, il nostro scrittore realizzò anche romanzi gialli, con lo pseudonimo di Vernon Sullivan. In particolare, un “hard boiled” alla Tarantino (il famoso regista cinematografico) intitolato “Sputerò sulle vostre tombe”: violenza e sesso a go-go, un divertissement senza pretese.

Il suo romanzo giallo per eccellenza incontrò censure durissime e ancora di più, se possibile, quando si venne a scoprire che dietro lo pseudonimo si celava lui, Boris Vian, il quale in Francia perse ogni simpatia. Vian si mantenne con le canzoni, riprese poi da molti noti chansonnier: fra gli altri, Yves Montand, Ivano Fossati, Luigi Tenco, Juliette Grèco, Nana Mouskouri. In Europa, egli, per quanto riguarda il jazz, fu il riferimento di Miles Davis, Duke Ellington. E, come traduttore, di Raymond Chandler, forse il principe dei giallisti americani. Per ragioni alimentari divenne anche direttore discografico di una nota multinazionale.

La singolarità della sua espressione si trova soprattutto nel libro citato in apertura. Daniel Pennac (Daniel Pennacchioni, 1944, l’inventore del personaggio Malaussène) raccomanda di leggerlo più volte: vi si scoprirà, dice Pennac, un mondo spietato, perso in una tragica presunzione e in qualche modo salvato dalla surrealtà, dall’abbraccio onirico, dall’abbandono nella finzione di vivere anche l’invivibile. La prosa di Vian appare determinante per quella di Pennac, ma il secondo è decisamente più pessimista e nello stesso tempo non esita a ergersi, si direbbe involontariamente, a moralista.

A dirla tutta, Vian non appare però proprio pessimista: la sua forza sta nel non preoccuparsi minimamente del dilemma annoso che divide il mondo in pessimisti, ottimisti e realisti. Lui si autoproclama possibilista, pur sapendo benissimo che è un autoinganno, ma poi non se ne cura. Sembra divertirsi tanto a smarrirsi nei labirinti creati da un’immaginazione che non conosce limiti. Allora, l’immaginazione monta in cattedra e impartisce lezioni di vita, senza pretendere di possedere maestria. Vale il divertimento nell’inseguire un’idea, una sensazione, un sentimento e pazienza se lo scopo sfugge. Non sfugge il momento in cui tutto ciò avviene come per magia, ed è una magia condivisa senza troppi ragionamenti. La vera sconfitta, secondo Vian, è voler dare un senso a se stessi. Meglio la possibilità di sognare a occhi aperti: non si vedranno neppure gli orrori, afferma senza preoccuparsi di dirlo.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015