PERCHE' VIRGILIO?

Pier Paolo Vaccari

VirgilioVirgilio

Non per mettermi a fare traduzioni. Ho solo voluto metter le mani su questa, che avevo trovato su un libro di testo e che mi aveva lasciato più che insoddisfatto, irritato (basti dire che “torva leena” vi era tradotta “la feroce leonessa”). Né ho voluto darne una lettura più libera, tutt’altro; come si può verificare, essa è volutamente e puntigliosamente letterale, nella convinzione di salvaguardarne così maggiormente i valori poetici.

L’eco di questi versi non mi ha lasciato ed il ritorno alla loro lettura è diventata una piacevole consuetudine. Vorrei inoltre dare alla cosa un significato preciso, come di una celebrazione tutta personale e privata di questo poeta simbolo, al terzo millennio dalla sua venuta.

Nonché un particolare omaggio alla sua sensibilità paesaggistica, così vicina alla nostra…  e sì che di tempo ne è passato! Per poco che ci si abbandoni al gioco delle allusioni e dei rimandi è suggestivo riconoscere scorci e sensazioni.

Già quello sguardo che si attarda, sul finire della prima egloga, a osservare il fumo che comincia la sera a levarsi dai camini delle case sparse nella campagna, non può non evocare, con quel suo carattere intimista, tanta pittura e poesia otto e novecentesca. In questa seconda egloga poi è tutto un apparire di notazioni anche tattili, olfattive e musicali, che trovano un’eco in suggestioni tipiche di altre epoche successive molto vicine a noi.

Solo per gioco, beninteso, ma come non ricordare ad esempio il Carducci di S. Miniato al Tedesco di fronte alla rappresentazione di quella calura che coglie i mietitori all’improvviso, induce perfino le lucertole a nascondersi sotto i roseti, e accompagna lo stordito protagonista col canto rauco delle cicale?

E quando questi si specchia nell’acqua del mare e pensando al desiderato fanciullo si lascia andare ad ardenti lamenti culminanti nell’appassionata invocazione: "Oh, soltanto ti piacesse abitare con me la sordida campagna e le umili dimore!", non pare di cogliervi echi pasoliniani?

Cosa pensare poi di quella sinfonia di bianchi che comincia con: "..ecco le Ninfe ti recano cesti pieni di gigli, una candida Naiade, per te cogliendo pallide viole.."? se non cogliervi echi ante-litteram della stagione romantica più incantata, quella dei “preraffaelliti”, Dante Gabriele Rossetti ecc. ?

E’ infine sicuramente Giovanni Fattori quando: "Guarda: gli aratri al giogo sospesi riportano i giovenchi, e il sole cadente infittisce l’ombra che si espande.."

Furtivi cortocircuiti emotivi che emergono dai giacimenti di un mondo tanto lontano ma più vicino al nostro di quanto non si creda, in particolare per quanto concerne la sensibilità artistica nelle sue manifestazioni meno rituali e celebrative.

Ecco l’apparizione improvvisa su un muro di Ercolano,  sollevata una misera copertura di tela, di un piatto di vivacissime alici, dipinte con sicura tecnica impressionista.

Gli esempi sono del resto numerosi; basti pensare a tutta la ritrattistica del Fayyum, per la quale c’è chi si è divertito a stabilire accostamenti stilistici fra le singole opere e quelle di artisti a noi vicini, come Campigli e Modigliani. 

Il clima mutò poi rapidamente e progressivamente, come per un forte vento venuto da lontano.

Quel gusto, quel modo di apprezzare le cose si confusero, si dispersero, si alterarono e svanirono.

In aggiunta a quella vera, una sorta di metaforica cenere vesuviana ricoprì tutto, per più di mille anni.

it.wikipedia.org/wiki/Publio_Virgilio_Marone

CORYDONE

Publio Virgilio Marone

Ardeva Corydone il pastore per lo splendido Alexis,
gioia del suo signore, né aveva di che sperare;
fra i vertici ombrosi dei faggi più folti assiduo
veniva, e solitario, con vana passione, ai monti
volgeva e alle selve rustici lamenti:
O crudele Alexis, nulla curi il mio canto, nessuna
compassione hai di me; mi farai alla fine morire.
Anche i greggi cercano luoghi freschi e ombrosi,
anche le verdi lucertole occultano i roseti,
e Thestili pei mietitori stremati dall’improvvisa
calura pesta aglio e sermollino odorosi, mentre
me, che inseguo le tue tracce sotto il sole rovente,
accompagna dagli arbusti il canto rauco delle cicale.
Non era meglio sopportare le tristi sfuriate
di Amarilli e la sua infastidita superbia?
Meglio non era Menalca, per quanto lui scuro di pelle
e tu candido? Avvenente figliolo, non fidar troppo
nel colore; cascano i bianchi ligustri, ma si colgono
gli scuri giacinti. Io ti reco molestia, Alexis,
né t’interessa ch’io sia, quante le mie pecore,
quanto il mio candido latte; sai, mille agnelle
ho al pascolo sui monti della Sicilia, per me
il fresco latte non manca sia estate che inverno.
Canto come soleva Anfione Dirceo quando chiamava
gli armenti in Attica, sull’Aracinto. Né sono
tanto deforme, mi vidi poc’anzi sul lido (quieto
era il mare dai venti): col tuo giudizio, Dafni
non temo, se ingannevole non era il riflesso.
O soltanto ti piacesse abitare con me
la sordida campagna e le umili dimore;
trafiggere i cervi, sospingere i capretti
del gregge sui prati verdi d’ibisco!
Unito a me imitare Pan cantando nelle selve!
Pan, che per primo stabilì di congiungere
più canne con la cera; Pan, che tutela il gregge
e i guardiani del gregge! Né ti dispiaccia
con la canna sfregare le dolci labbra!
Per imparare quest’arte, cosa non fece Aminta?
Presso di me c’è una siringa compatta
di sette dispari cannule, che Damoeta
una volta mi dette in dono e disse morendo:
“Ora ha te per secondo!” disse Damoeta;
provò invidia lo stolto Aminta.
Inoltre due capretti, ritrovati in una valle scoscesa,
di bianco ancora sparsa la pelle (due mammelle di pecora
prosciugano al giorno) a te li serbo! Thestili agogna da tempo
di portarmeli via; e lo farà, poiché sprezzi i miei doni.
Ora vieni grazioso fanciullo, ecco le Ninfe
ti recano cesti pieni di gigli, una candida Naiade,
per te cogliendo pallide viole e alti papaveri,
vi congiunge il narciso e il fiore fragrante dell’aneto,
poi, intrecciando lo spigo e altre erbe odorose,
aggiunge ai teneri giacinti il giallo del fiorrancio.
Io stesso staccherò le mele canute di tenera lanugine
e i frutti, che Amarillis amava, del castagno;
aggiungerò le ceree prugne (onore anche a quel frutto)
e voi, allori, prenderò, e te, limitrofo mirto,
così disposti perché soavi mescoliate i profumi.
Ingenuo sei Corydone: né Alexis apprezza i tuoi doni
né, se gareggi in regali, ti cederà Iolla.
Ai, ai, che cosa ho voluto, me sventurato?
Ho cacciato l’Austro impazzito fra i fiori
e i cinghiali nelle limpide fonti.
Chi fuggi, demente? Abitarono gli Dèi
anche le selve, e il Dardanio Paride.
Pallade che costruì le rocche, vi abiti
pure, a noi piacciano anzitutto le selve.
La torva leona insegue il lupo, il lupo stesso
la capretta, il citiso fiorito insegue
l’irrequieta capretta, te, Alexis, Corydone
insegue; ognuno è tratto dal suo desiderio. 
Guarda: gli aratri al giogo sospesi riportano
i giovenchi e il sole cadente infittisce l’ombra
che si espande; me nondimeno brucia l’amore,
in qual modo alfine si conterrà l’amore?
Corydone, Corydone, quale demenza ti ha preso?
Mezza potata hai lasciata la vite sull’olmo frondoso;
perché non cerchi piuttosto d’intrecciare qualcosa di
occorrente al bisogno coi vimini e il docile giunco?
Troverai, se questo ti spregia, un altro Alexis.

Ibridismo, ermafroditismo e poetica manierista in Corydon di
Radu Stanca
(pdf-zip)


Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
 - Stampa pagina
Aggiornamento: 25-04-2015