Il mondo fatato di Robert Walser

Dario Lodi


Ci sono scritti poco conosciuti per colpa del sistema editoriale che, intellettualmente, non sa più fare il suo mestiere e che non gli interessa di saperlo fare. Questo sistema riversa sulla pochezza speculativa del pubblico la scelta, spesso miserrima, delle pubblicazioni.

Ma la pochezza speculativa del grande pubblico è un nonsenso che denuncia la pochezza reale degli operatori culturali. Quest’ultima priva il lettore della conoscenza di autori notevoli, meritevoli di grandi attenzioni. Per fortuna resiste un minimo di dignità intellettuale che consente, ogni tanto, recuperi letterari di qualità autentica.

Doveroso, e molto piacevole, ad esempio, è leggere Robert Walser (1878-1956), scrittore svizzero di lingua tedesca. Walser era romanziere e poeta, ma si direbbe soprattutto poeta.

I suoi romanzi “I fratelli Tanner”, “L’assistente”, “Jakob von Gunter” sono piccoli gioielli di narrativa in qualche modo fantastica, in modo certo poetica.

La poesia di Walser (a parte le poesie vere e proprie da lui scritte) sta in una sorta di consapevolezza stupita per la realtà del mondo e ancora di più per la  “caduta” in esso del protagonista. Questo protagonista è un corpo estraneo che amerebbe rimanere ai margini della realtà. Walser amava passeggiare ed anche per i lunghi viaggi si muoveva preferibilmente a piedi. Fece diversi mestieri e non intrecciò grandi amicizie, tranne che con una stiratrice, di cui ammirava l’umanità e lo spirito materno: fra i due ci fu una lunga corrispondenza, forse nient’altro (ed anche se accadde altro, si trattò di una specie di incidente).

Nel passeggiare instancabilmente, lo scrittore svizzero probabilmente non meditava, ma rimuginava idee e sensazioni legate al mistero dell’esistenza e della sua in particolare. Si difendeva da considerazioni estenuanti, inventando storie bizzarre, scrivendo racconti originali, brevi fulminanti ed illuminanti, raccolti in volumi quali “Storie”, “La passeggiata”, “La rosa”, “Prose”, “Vita di poeta” ed altri (quasi certamente le sue cose migliori, essenziali, vere, immediate, dichiaratamente e felicemente “lunari”) .

Robert Walser scrisse moltissimo e pubblicò pochissimo in vita, pur potendo vantare amicizie di una certa nobiltà intellettuale (Kafka ad esempio), e di un certo potere (era conosciuto e apprezzato da più editori). Certo, lui era schivo, era un solitario, non dava  confidenza, era un asociale). Per la scienza (nel 1933 lo scrittore finì in un sanatorio e lì rimase sino alla fine dei suoi giorni senza più scrivere una riga, benché esortato da sinceri ammiratori) egli non era sano di mente e veniva curato con i soliti metodi sbrigativi, incuranti della sensibilità del “malato”.

Si può invece pensare ad una personalità disturbata proprio dalla sensibilità, smisurata, eccessiva e resa tale da un contatto estremamente difficile con il mondo esteriore. Spirito contro materia: lo spirito esasperato dalla freddezza della materia, la reazione solitaria, la ricerca di una bellezza sotto la brutta realtà dell’homo faber come impazzito, prigioniero del possedimento volgare, freddo.

Dunque, la propria emarginazione come scelta istintiva, seguendo un’intelligenza naturale e provando a comunicare con essa. Questo provare, Walser, non lo lasciò mai, neppure nel suo ultimo giorno di vita. Era Natale ed un quasi ottantenne vagò per tutto il giorno in un giardino, sotto la neve. Pare un racconto di Dickens, ma è la verità. Walser, nel tardo pomeriggio, si accasciò su se stesso senza un lamento, morì riverso su un cespuglio innevato, come un affidarsi estremo alla Natura: la sua ultima poesia. Quanto mai commovente, questa volta.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015