La denuncia di Peter Weiss

Dario Lodi


"Al fronte/ avrebbero avuto la vita in pericolo/ Così rimasero/ dove avevano solo nemici inermi”.

Sopra è riportato un intervento del procuratore al processo di Francoforte (20 dicembre 1963-20 agosto 1965), il primo promosso dalla Repubblica Federale Tedesca sulla questione della responsabilità individuale dei crimini di Auschwitz. Centottantatre udienze, quattrocentonove testimoni, di cui duecentoquarantotto su millecinquecento sopravvissuti; sei ergastoli, undici pene minori, tre assoluzioni, un dolore infinito, una speranza remota.

Peter Weiss (1916-1983) vi assistette e alla fine realizzò “L’istruttoria”, un oratorio di undici canti nel quale i passi del processo sono trasformati in una prosa poetica, secca, laconica, incalzante, terribilmente incisiva e coinvolgente. Il coinvolgimento pieno era lo scopo di Weiss, scrittore e drammaturgo di grande impegno civile, fautore del teatro-documento. Medesima aspirazione e realizzazione fu in Bertolt Brecht e in Erwin Piscator. In Weiss la realizzazione è meno dirompente, più meditata, più sofferta: una vera e propria questione personale, un problema di coscienza.

Alla scrittura, Weiss arrivò nel 1964 (prima aveva fatto il pittore, arrivando a collaborare con Herman Hesse) licenziando un testo che ebbe subito successo, il “Marat-Sade” ovvero “La persecuzione e l’assassinio di Marat”. Weiss immagina che il marchese de Sade, rinchiuso nel manicomio di Charenton, allestisca una rappresentazione teatrale sull’assassinio di Jean-Paul Marat. Gli attori sono gli stessi pazienti. De Sade è contro la rivoluzione di Marat. Ne nascono battibecchi. Nella migliore delle quattro versioni, avviene un disastro finale, i pazienti distruggono tutto. Weiss fu accusato di nichilismo. Certo qui non c’è molta fiducia nel genere umano. La piéce fu volta in film (non memorabile) da Peter Brook nel 1966.

La sfiducia, quasi totale, verso l’umanità da parte del nostro drammaturgo diventa palese nel suo capolavoro “L’istruttoria”. Gli undici canti denunciano un calvario inimmaginabile, quello degli ebrei deportati ad Auschwitz: canto della banchina (l’arrivo e la selezione), canto del lager (descrizione delle installazioni), canto dell’altalena (le punizioni, le torture, la crudeltà), canto della sopravvivenza (come cercare di assicurarsela), il canto della fine di Lili Tofler (personaggio elevato a emblema per eccellenza), canto del sottufficiale Stark (uno spietato aguzzino, insensibile di fronte all’evidenza delle sue azioni), canto della parete nera (luogo di fucilazioni), canto del fenolo (le uccisioni con questa sostanza), canto del bunkerblok (i canili usati come luogo di detenzione), canto dello Zyklon B (descrizione delle camere a gas), il canto dei forni.

Weiss è legato a doppio filo con quest’opera. C’è in essa una via d’uscita? E’ possibile trovarvi una seria promessa di abbandono della brutalità nella società umana? Weiss non la nega, la cela dietro una condanna perentoria del sistema che produsse la brutalità di Auschwitz. Il drammaturgo denuncia senza mezzi termini la perversità di certo capitalismo, coinvolgendo, nella foga e nel risentimento, l’intera mentalità capitalistica, non dimenticando che essa affonda le radici nella notte dei tempi, nelle caratteristiche irrazionali umane. Il capitalismo come continuazione fisica primordiale.

Dunque, la razionalità ancora perdente. Per quanto, sembra chiedersi Weiss preoccupato? A mente fredda egli crede nella ragione: ecco perché insiste con le descrizioni che la squalificano. Ci si renderà conto della squalifica e si reagirà, finalmente! “L’Istruttoria” gode di infinite repliche: forse è ancora per un fatto emotivo, forse è ancora qualcosa di morboso, ma non bisogna desistere né demordere. Weiss, come la Arendt (“La banalità del male”), ha indicato la via. L’ha fatto con sudore e sangue, senza risparmiarsi.

Peter Weiss s’interessò molto alle cause civili. Simpatizzò per Bertrand Russell, fu in prima fila nelle sue crociate, e denunciò il neocolonialismo citando l’Angola portoghese (l’Angola divenne indipendente nel 1975) e soprattutto il Vietnam, denunciando il soffocamento di ogni forma di progresso civile da parte degli Stati Uniti. Weiss non fu un fanatico né un semplicista: era persuaso dei diritti di affermazione della civiltà, quella autentica, quella dove il rispetto reciproco è la chiave insostituibile della convivenza per il bene incommensurabile della dignità umana.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015