La voce di William Carlos Williams

Dario Lodi


Numerose le opere letterarie di William Carlos Williams (1883-1963): due, in particolare, lo hanno fatto conoscere ed apprezzare. Si tratta del poema “Paterson” e del saggio “Nelle vene dell’America”. Williams era medico ed esercitò nel posto dove nacque, Rutheford nell’area metropolitana di New York, per 42 anni, sino alla morte. Nel 1951 aveva avuto gravi problemi circolatori, ma non li fece mai pesare. Octavio Paz, messicano, Nobel per la letteratura nel 1990, che scrisse una bella introduzione al poema, era andato a trovarlo alcune volte trovandolo sempre lucido ed appassionato.

Quella di Williams non è una scrittura abituale. La sua originalità, pressoché assoluta (egli è debitore al Simbolismo), si riverbera in una prosa complessa, ma semplice nei suoi snodi, che offre una varietà infinita di suggestioni. Lo scrittore interagisce con la realtà che lo circonda e di cui si circonda. Williams ama la natura, con la stessa comunica come si trattasse di un oggetto pensante, della stessa cerca di cogliere le vibrazioni più intime. Non si pone al disopra di essa, cerca di conviverci da pari a pari. Lui, di padre inglese e madre portoricana, dell’America ama le grandi distese, le storie edificanti, il coraggio dell’uomo, il suo senso di giustizia e di responsabilità nei confronti del mondo intero. Vede l’America come un grande laboratorio di novità,di possibilità, di successo dell’uomo e dell’ambiente: una grande terra vergine, pura, in attesa di una valorizzazione assoluta, una valorizzazione possibile con l’impegno etico, altrettanto puro, dell’umanità.

Il saggio passa in rassegna momenti storici della storia americana, ma Williams non descrive, Williams esprime ciò che pensa di raccogliere come testimonianza delle cose che proviene, per così dire, dalle cose stesse. I personaggi medesimi sono cose, nel senso che appartengono alla natura, sia degli oggetti che delle idee. Infine, per Williams, tutto è idea: la realtà è un divenire intelligente, sensibile, commosso.

Il fenomeno della commozione generale, inventato e perseguito dallo scrittore, si apprezza bene nel poema citato. Williams, qui, sembra andare e ruota libera, qui il Simbolismo trova momenti di grande intensità, rivelando la sua vocazione sintetica e significativa, esaltandosi in arabeschi di parole e di concetti che seguono un filo rosso, o cercano di farlo con una certa disperazione di non riuscirci. La commozione si fa più forte nel soffermarsi, lo scritto, sulla storia passata, sulla forza della natura, sulla vita fuggevole della gente. Paterson è una cittadina poco sopra New York, è in una posizione idilliaca, è un luogo industrioso, è stato un centro importante della seta, s’è fatta da sé, come è nel mito americano. Williams insegue i sentimenti, i sogni, le azioni dei suoi abitanti, traccia una mappa precisa della cronaca umana, dal vivere spavaldamente al morire senza rendersene conto, o con sofferenza, scoprendo il mistero del male e della morte e non riuscendo a sopportarlo. Un piccolo universo che rappresenta il destino del mondo intero, senza per questo vi sia, nelle pagine di Williams, alcun cedimento fatalistico. Questa tenuta, per la verità, è più un voto di speranza che la certezza di cambiamenti epocali. L’uomo è una grande cosa nella mente di Williams, ma tende a buttarsi via, maltratta la natura secondo lo scrittore: per questo lui, medico di anime e di coscienze, insiste nell’incantesimo di una parola buona per tutti e per tutto. Una parola che gli viene spontanea e sincera dal cuore.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015