L'irruenza di Tennessee Williams

Tennessee Williams

Dario Lodi


La grande fortuna di Tennessee Williams (al secolo Thomas Lanier Williams, statunitense, 1914-1983) sta nella trasposizione di molte sue opere nel cinema spettacolare. Questo impianto aveva soprattutto caratteristiche commerciali e quindi proponeva opere di robusto schematismo. Nel caso di Williams, la proposta richiese assai scarsa manipolazione dei testi originali (“Un tram che si chiama desiderio”, “Lo zoo di vetro”, “La rosa tatuata”, “Il gatto sul tetto che scotta”, “Improvvisamente l’estate scorsa”, “La dolce ala della giovinezza” ecc.) in quanto già di per sé grondanti melodramma.

Il drammaturgo americano s’inserisce molto più nel filone dei narratori popolari a stelle a strisce di grana grossa (a Theodore Dreiser, ad esempio, e alla sua “Una tragedia americana”, anche se Dreiser per lo meno coltivò una pietà genuina per ciò che narrava) che agli osservatori più attenti al degrado civile di Washington: un artista su tutti, il pittore Edward Hopper).

Si pensi a quanta strada in discesa, e senza freni, abbia compiuto la letteratura americana da Scott Fitzgerald (“Il grande Gatsby”, discutibile, ingenuo, ma genuino e partecipato) a Jack Kerouac (“Sulla strada”, straordinario per lo meno nella sua immediatezza e sincerità) a Hemingway (“Il vecchio e il mare”, l’unica cosa veramente degna che abbia scritto: un testo assai lontano dalla mentalità americana, più europeo insomma, più universale) e quindi a Tennessee Williams (grossolano e ossessivo, monocorde, con qualche punto d’involontario sadismo). Impossibile non finire con Thomas Pynchon (un improvvisatore superfetato).

Intendiamoci, c’è di peggio nella letteratura americana, una letteratura che non ha saputo ancora darsi una dimensione personale, pencolando fra entusiasmi da Far West a censure feroci mai seriamente approfondite. Il meglio di questa letteratura è rappresentato dallo svecchiamento della parola scritta, uno svecchiamento per cui, tuttavia, dover pagare il pesante pegno di un’espressione letteraria stretta, obbligata da virtuosismi giornalistici.

All’evoluzione del linguaggio non è seguita l’emancipazione significativa del nuovo modo di comunicare. Non è seguita per mancanza di genio. Ne risulta un piattume generale (dunque anche europeo, a ruota, commercialmente parlando, di quello statunitense) che prevalica sulle poche idee interessanti, sulle poche personalità di peso, inaridendo le une e soffocando le altre prezzolandole. La borghesia non ha ancora una propria identificazione intellettuale, brancola nel buio e si attacca a vecchi modelli espressivi che sottolinea con superficialità, in modo sanguigno e primitivo.

Tennessee Williams è un campione, apparentemente in buona fede, di questo modo di pensare e di fare. Soprattutto di fare. Perché è il fare in fretta che ossessiona il borghese intellettualizzato a forza. Le sue storie sono sostanzialmente una storia sola, di precisa sapore granguignolesco caro al romanzo d’appendice: una realtà perfida e cinica se la prende con le anime belle e le deride, le umilia, distruggendo, con questa umiliazione, il mondo intero.

La formula è usurata e sta in piedi, in qualche modo, grazie ad una determinazione insolita nel mettere in chiaro le cose: insomma, poca ipocrisia, tanta disinvoltura e sfacciataggine, invece, per sostenere una tesi anch’essa usurata: la civiltà americana è la testimonianza dell’altra faccia della civiltà, quella autentica, quella che non accetta i deboli.

Tutto si riduce ad una prova muscolare dove indovinate un po’ chi sarà a vincere? Ma questo non è bene e io autore, io Tennessee Williams, sono tanto sensibile e gravo da mettere il dito nella piaga nel modo migliore possibile. Ne verranno suggestioni per cui il male verrà rimosso. Perché, intendiamoci, la civiltà americana, e per estensione la civiltà in genere, non è affatto una cosa buona. Però certa visione americana è la più coraggiosa ed in fondo anche la meglio documentata e quindi la famosa rimozione può avvenire davvero. Si vede altrove in modo così chiaro lo squallore dei comportamenti sociali?

Naturalmente manca un’analisi accurata e i personaggi sono marionette azionate da un filo grossolano. Le vicende sono poverissime e ovviamente prevedibilissime. In un lettore attento, pur di media esperienza, sorge un’antipatia per il drammaturgo che infine sfocia in una velata simpatia per la sua ingenuità di fondo, per le sue pretese eccessive e per le sue soluzioni rimediate quanto scontate. Peggio può avvenire assistendo ai suoi drammi. Peggio ancora cinematografati, pur se la regia è di peso (Elia Kazan ad esempio). Sono storie francamente insostenibili, sul livello di quelle di Arthur Miller. Danno fastidio l’approssimazione, le caricature, mentre il preziosismo tematico è appiccicato alla bell’e meglio: sostanzialmente non c’è, è inventato. Finito quel cinema, è finito anche Tennessee Williams. Di lui rimane lo spunto buonista sotterraneo contro la cattiveria del mondo, uno spunto meritevole di migliore sviluppo. Qua e là rispunta genuino e promettente, per perdersi, poi, nel facile modulo prefissato e barricadiero che fa intellettualmente piuttosto male.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015