CONTRO LA GRAMMATICA ITALIANA


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PREMESSA

Perché bisogna imparare tutte le possibili varianti di una regola grammaticale, quando poi le parole che si usano, soprattutto nel parlato, sono relativamente poche?

Che senso ha usare delle parole che la maggioranza delle persone "parlanti" ritiene da tempo superate?

Se dunque molte parole non vengono più usate, perché costruire attorno ad esse delle regole grammaticali?

P.es. l'aggettivo "ciascuno" si usa sempre meno, in quanto sostituito da "ognuno" o da "ogni". Son pochi che dicono: "ciascuno di voi" o "ciascuna bambina riceverà un regalo".

La nostra grammatica si concentra sulle singole parole, cercando di prevederle tutte, cioè si preoccupa di attribuire un qualche significato grammaticale a ogni singola parola, anche a quelle desuete. Come se il senso di una frase fosse la risultante del significato delle singole parole.

La nostra è una grammatica analitica, pedante, astrusa, per molti versi incomprensibile.

Prendiamo questo esempio, che per uno straniero che dovesse o volesse imparare la nostra lingua, sarebbe come risolvere un rebus impossibile.

"Luca ha vari problemi". Quel "vari", siccome è posto prima del sostantivo, è un aggettivo indefinito; ma se lo mettiamo dopo diventa un aggettivo qualificativo.

Questo perché nel primo caso vorrebbe dire "alcuni, molti, parecchi", mentre nel secondo vorrebbe dire: "variati, differenti".

Ora, davvero si può pensare che un alunno di scuola media possa capire una differenza del genere?

La grammatica dovrebbe servire per semplificare il modo di parlare e di scrivere, lasciando che la complessità delle parole stia in realtà nella profondità del pensiero ch'esse vogliono esprimere.

Questa profondità non è data dalle singole parole, altrimenti dovremmo considerare i vangeli i testi più insignificanti della letteratura religiosa.

Lo studio della grammatica italiana porta a utilizzare un linguaggio asettico, burocratico, molto vicino a quello della matematica. Non aiuta sicuramente a scrivere testi poetici.

Dovrebbero essere le immagini a parlare: si fissano molto di più nella mente. La poesia, in tal senso, è un esercizio insostituibile.

Ma non è finita qui. Sono tante altre le domande da porsi.

P.es. esistono parole che possiamo definire "chiarissime"? Cioè esistono parole, frasi, espressioni linguistiche il cui significato s'imponga da sé, a prescindere dalla facoltà interpretativa di chi le ascolta o le legge? e quindi parole espressioni frasi la cui interpretazione non possa non essere che oggettiva, univoca, immodificabile?

Si può pretendere che nell'applicare determinate parole frasi espressioni, lo si faccia "alla lettera", senza impegnarsi in un'interpretazione soggettiva? Quali sono le condizioni in cui un'interpretazione del genere va considerata "sbagliata"? Che cosa significa essere "ambasciatori"?

Si può pretendere un'applicazione "alla lettera" delle proprie parole, quando è proprio lo scorrere del tempo, ovvero il mutare delle circostanze di luogo e di tempo, che le rende relative? L'oggettività delle parole non è forse tale solo quando le consideriamo "relative" a determinate circostanze di riferimento?

E se col passare del tempo un'interpretazione soggettiva apparisse più vera di quella oggettiva che si pretendeva al momento in cui quelle parole erano state dette? Cioè il fatto che determinate parole appaiano, nel momento in cui vengono formulate, più oggettive di altre, è di per sé sufficiente a garantire della loro oggettività in assoluto?

Qui si vuole dimostrare che non esistono parole oggettive che esulano da una possibile interpretazione soggettiva. Questo tuttavia non vuol dire che ogni parola non possa pretendere un'interpretazione oggettiva e quindi un'applicazione "alla lettera". Nessuno può pretendere che determinate parole vengano applicate alla lettera a prescindere dall'interpretazione che se ne può dare.

Anche perché può capitare che l'interpretazione di chi ascolta o legge determinate parole, sia essa soggettiva o oggettiva, possa risultare più significativa di quella che s'era data chi per primo le aveva pronunciate.

- Non posso dirvi tutto perché non sareste in grado di reggerlo.
- Sì però dacci la chiave con cui potremo farlo.


Le immagini sono prese dal sito "Foto Mulazzani"

Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Linguaggi
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Aggiornamento: 27/08/2015