LINGUAGGIO E COMUNICAZIONE


LE INFO VECCHIE E NUOVE

Le informazioni che vengono date dai media (specie la tv) relativamente ai fatti del mondo, quando non sono manipolate per scopi eversivi, sono in genere fini a se stesse, cioè del tutto inutili.

I media fanno a gara a chi offre più news nella forma migliore, ma il risultato è che l'utilizzo di queste informazioni risulta inversamente proporzionale alla loro quantità.

Un'informazione ha senso solo quando permette una qualche forma d'interazione. Se si descrive un problema bisogna anche proporre un modo per risolverlo, altrimenti si induce assuefazione e l'utente diventa indifferente alle cose, anche a quelle più tragiche.

Troppa informazione rischia di schiacciare la responsabilità dell'individuo. I media, infatti, pur rivolgendosi a milioni di utenti, in realtà producono informazione solo per i singoli individui, poiché là dove manca una qualsivoglia forma di compartecipazione alla gestione della news, lì sicuramente c'è isolamento e quindi senso d'impotenza.

Il web, in tal senso, sembra costituire, al momento, una valida alternativa alla televisione e ai media unidirezionali classici.

Il web permette alcune cose molto importanti:

  1. la possibilità di ottenere informazioni personalizzate, utili alla propria attività e ai propri interessi;
  2. sulle informazioni ottenute è possibile una qualche forma d'interazione, al punto che le informazioni inizialmente ricevute possono subire sostanziali modifiche;
  3. il ricevente può a sua volta diventare emittente, creando una sorta di circolo virtuoso dell'informazione virtuale;
  4. più utenti destinatari di analoghe informazioni possono decidere di organizzarsi e di fare qualcosa attorno alle informazioni ricevute;
  5. la qualità, la veridicità, il riscontro delle news può essere verificato in tempo reale.

Naturalmente bisogna fare attenzione a non ricadere negli stessi errori dei media classici. Il web infatti, più ancora della tv, si presta a offrire una quantità incredibile di informazioni, difficilmente gestibili.

Quando si comincia ad archiviare le news ricevute, senza neppure leggerle, convinti di poterlo fare in un secondo momento, si sta già trasformando il web in uno strumento inutile.

La comunicazione offerta dal web è al momento molto più democratica di quella offerta dai media gestiti dal capitale (radio, tv, giornali ecc.), per la semplice ragione che la sua nascita è stata spontanea e la sua gestione non ha ancora dei centri direzionali univoci, in quanto la grande impresa solo da tempi relativamente recenti si sta interessando a questa forma di interazione-utente.

La comunicazione dei media tradizionali è oggi tanto più universale quanto più vuota e standardizzata. E' un'informazione uniforme, omogenea agli standard comunicativi voluti dal grande capitale. Come tale, essa è quasi totalmente priva di contenuti utili ad affrontare e risolvere i problemi tipici delle società borghesi avanzate.

Il valore di questa informazione è pari a quello delle preghiere per le mummie egiziane. Non solo infatti è un'informazione-chiacchiera - direbbe Heidegger -, ma è anche un'informazione il cui contenuto prevalente, più o meno mascherato, è sempre di tipo commerciale. Anche quando l'informazione non vende nulla di specifico, essa vende come minimo se stessa.

I media tradizionali ci hanno dato un'enorme conoscenza di situazioni e realtà lontanissime dal nostro quotidiano e ci hanno indotti a credere che, pur non potendo noi risolvere nessuno dei grandi problemi che affliggono l'umanità, avrebbero tuttavia potuto farlo i nostri rappresentanti politici, che sicuramente dispongono di mezzi di molto superiori a quelli del comune cittadino.

Il crollo di questa illusione ha certamente contribuito alla veloce diffusione della rete, che è la possibilità d'interagire direttamente con qualunque persona del mondo. Tuttavia ora non dobbiamo rischiare di non aver niente d'importante da dirci.

* * *

Gli utenti web pretendono di sentirsi parte del villaggio globale solo perché la navigazione ha virtualmente ridotto a zero le distanze. In realtà le ha accentuate. E per una serie di ragioni:

  1. i fruitori della rete sono prevalentemente concentrati nelle aree più sviluppate del pianeta e con la rete hanno aumentato le loro possibilità, aumentando nel contempo le distanze nei confronti di chi vive nelle aree meno sviluppate;
  2. una sicura integrazione delle differenze, dovute a culture, religioni, etnie..., implica un processo reale di confronto diretto, reciproco, che di virtuale ha ben poco, e in ogni caso o il virtuale si pone al servizio di questo processo o non serve che a confermare l'esistente;
  3. le grandi holding finanziarie e le multinazionali hanno un concetto di "globalità" finalizzato unicamente alla valorizzazione dei capitali, per cui l'antiglobalismo è forse la strada migliore per realizzare il concetto di "villaggio globale";
  4. gli uomini possono sentirsi cosmopoliti in virtù di una filosofia di vita o anche solo per una semplice predisposizione interiore (indotta p. es. da un'esistenza vissuta secondo natura), senza per questo aver bisogno di conferme supplementari sul piano dei mezzi telematici.

* * *

La fatica che si fa per impadronirsi della tecnologia relativa all'uso del computer è sempre sproporzionata rispetto ai risultati che si ottengono, poiché questi riguardano prevalentemente la sfera intellettuale, non l'interezza dell'essere umano.

L'attività di tipo informatico lega l'uomo alla macchina in un rapporto piuttosto esclusivo, unilaterale, individualistico. L'uomo si sforza mentalmente di apprendere determinate azioni, che a loro volta rimandano ad altre azioni correlate per analogia.

In altre parole l'attività informatica rischia di presentarsi come una sorta di circolo vizioso, in quanto non riesce a far sviluppare l'uomo nella sua complessità interiore. Le capacità relazionali di un informatico sono in sostanza non più sviluppate di quelle di un drogato continuamente alla ricerca della propria dose. Il drogato vuole essere amico di tutti se tutti sono disposti a giustificarlo nella sua dipendenza.

L'informatica sviluppa la ragione ma atrofizza i sentimenti. Sviluppa la mente ma riduce lo spirito. Questo limite può essere pericoloso, poiché la notevole potenza dei mezzi informatici rischia di essere gestita da persone con scarso senso del bene comune.

Con l'informatica e ancora più con la telematica, la scienza diventa autoreferenziale e in nome del progresso scientifico, delle conoscenze quantitative, gerarchicamente organizzate, finisce col produrre solo disastri, in quanto inibisce lo sviluppo di altre forme di creatività e di socializzazione, che sono specifiche dell'uomo.

L'informatica offre la possibilità di un controllo razionale della realtà, ma la realtà non può essere tenuta sotto controllo solo in modo razionale. Ci sono altri aspetti non meno importanti, preposti alla vivibilità del reale: l'amore, l'amicizia, l'altruismo, l'emotività... fino alle espressioni artistiche e poetiche.

L'informatica rischia di produrre dei soggetti amorfi sul piano dei sentimenti umani e della morale privata e pubblica, delle persone scarsamente impegnate sul piano sociale e politico, e sostanzialmente degli individui capaci solo di prendere decisioni di tipo tecnico.

Affidare a persone così "precarie" sul piano umano la gestione di mezzi così potenti, può risultare pericoloso. La scarsa dimestichezza con le contraddizioni della vita reale può portare a compiere delle scelte assolutamente arbitrarie, che ovviamente il potere politico ed economico giustificherà in nome della complessità delle cose.

In nome di una complessità astratta si possono arrivare a fraintendere totalmente le esigenze, anche minime, della vita reale, la quale è sempre caratterizzata da contraddizioni che sono frutto della libertà umana e che quindi sfuggono inevitabilmente a interpretazioni di tipo informatico, che per quanto complesse siano, sono sempre schematiche.

Insomma, se l'individuo ha dei problemi personali nel modo di rapportarsi agli altri, può anche sublimare tale handicap attraverso l'informatica, ma se le soddisfazioni che trova non hanno un feedback positivo a livello di rapporti sociali, cioè se non si evita con cura di confondere i "fini" coi "mezzi", il risultato del processo sarà inevitabilmente molto illusorio.

L'INFORMAZIONE ENCICLOPEDICA

Ormai l'informazione è così vasta e completa che per verificare le capacità di apprendimento di un individuo è preferibile sottoporlo a dei test di tipo maieutico. L'individuo (p.es. un candidato a qualcosa, ma anche un semplice studente delle Superiori o dell'Università) dovrebbe tirar fuori dalla propria esperienza o sensibilità, e non dalle proprie conoscenze pregresse, la risposta a un determinato quesito.

Cioè, di fronte a un determinato problema o enunciato o ipotesi di soluzione, di cui il candidato può facilmente avere a disposizione in tempi relativamente brevi una quantità notevole di informazioni, quali considerazioni personali riesce a fare?

Non si dovrebbe fare uno sforzo di memoria nozionistica, ma una sorta di rielaborazione personale sulla base di materiali informativi facilmente reperibili, di testimonianze inerenti a quel problema, di esempi dal contenuto analogo ecc.

Dal punto di vista del contenuto noi abbiamo già tutto: quello che ci serve è l'abilità a ottenerlo e, fatto questo, la capacità a rielaborarlo in maniera utile, praticabile: il che non significa che la rielaborazione dev'essere per forza originale o inedita. Non ci viene chiesto di essere dei geni ma solo delle persone concrete che ragionano con la loro testa.

Il sapere, con il web e la multimedialità, è diventato patrimonio di tutti, almeno in occidente: non ha più senso tenere in piedi un rapporto asimmetrico tra chi sa e chi non sa basato sulla scarsa diffusione del sapere, sulla riservatezza della conoscenza, sulla inaccessibilità delle fonti...

Il problema più difficile da risolvere è quello di come mettere a frutto questa mole sterminata di dati conoscitivi.

Insomma, è assai meglio simulare una sorta di situazione particolare e vedere come il candidato se la cava, piuttosto che chiedergli di ripetere cose standardizzate.

Se vogliamo esercitarlo alla memoria è sufficiente fargli fare cose in cui la memoria è d'obbligo: p.es. imparare il copione di una rappresentazione teatrale o recitare dei versi o cantare una canzone. Il tutto in maniera molto creativa. La ripetizione mnemonica può far parte solo di un eserciziario specifico, non può più essere la regola con cui verificare l'apprendimento.

PAROLE E FATTI

Le parole che non corrispondono ai fatti sono destinate a invecchiare precocemente, ma quelle che vi corrispondono, se non invecchiano, sono pericolose. Meglio l'inutilità alla follia: fa meno danni. Meglio un filosofo che cammina sollevato da terra che un politico intenzionato a trasformare il mondo secondo la propria ideologia.

Quando nei vangeli si diceva che il sabato è fatto per l'uomo e non viceversa, si predicava la fine di un primato ideologico, di un'astrazione in virtù della quale si pretendeva di stabilire la differenza tra bene e male.

Se occorre concedere il primato all'essere umano, è evidente che di questo essere non si può dare alcuna definizione. L'essere umano è infatti caratterizzato da bisogni che cambiano di continuo, e dalla libertà di coscienza, che è inafferrabile.

L'essere umano è l'insieme dei rapporti sociali che vive, la risultanza, sempre mutevole, di questi rapporti. E in questi rapporto la cosa più importante di tutte è la coscienza, cioè la possibilità di scegliere liberamente la soluzione migliore ai problemi che si affrontano.

Ecco, la differenza tra una posizione ideologica e una umanistica sta appunto nel fatto che la prima non agisce finché non trova la soluzione migliore, oppure agisce senza tener conto della realtà (come p.es. in tutti i casi di terrorismo).

Una posizione umanistica o democratica è invece flessibile, in quanto prende in considerazione non solo i bisogni ma anche i condizionamenti che limitano la possibilità di risolverli.

Spesso politicamente i filosofi non valgono nulla, poiché ai piccoli passi preferiscono quelli grandi, sicché o non s'impegnano affatto in politica, oppure lo fanno da fanatici, non avendo il polso della situazione.

Solo i popoli fanno le rivoluzioni che cambiano la storia: i rivoluzionari devono soltanto preparare il momento in cui la miccia andrà accesa.


RIFLESSIONI TRATTE DA UNA DISCUSSIONE IN UNA MAILING LIST DI DOCENTI NEL 1997

Caro Paolo Manzelli,
devo ammettere che le tue risposte sono particolarmente stimolanti e ringrazio il sito "lascuola@" per avermi dato l'opportunità di discutere con un docente del tuo livello.

>Paolo: I nuovi strumenti di scrittura e comunicazione non rendono necessariamente vecchi i precedenti.
Comunque l'ipertesto rispetto al libro permette di essere strutturato a vari livelli cognitivi dal semplice al complesso e molte strategie di lettura trasversali .... L' ipertesto quindi permette potenzialmente una maggior libertà e di lettura e di realizzazione d una interazione tra autore, lettore ed editore...

Certo, se consideriamo la rete come un megaipertesto è esattamente come dici tu. Ma gli ipertesti didattici lo sono veramente? e fino a che punto?
Eco dice (non in quella Conferenza) che "gli ipertesti rendono obsoleti manuali ed enciclopedie in quanto consentono l'accesso non lineare all'informazione, e il vero e proprio miracolo è rappresentato dai riferimenti incrociati".
L'ipertesto serve sicuramente a chi lo produce, essendo un modo diverso di apprendere e sistemare le nozioni, ma serve davvero all'utenza?
I suoi limiti essenziali mi paiono i seguenti e vorrei che tu ti esprimessi:
1. non può assolutamente essere usato per presentare un argomento in maniera approfondita;
2. il fatto di permettere di andare alla "fine" senza aver svolto tutti i passaggi, non è pedagogicamente valido per uno studente;
3. leggere un ipertesto con gli attuali monitor è praticamente impossibile.
Dopo pochi minuti cedi (lo facciamo persino con gli help dei vari programmi).
L'ipertesto può dunque essere usato solo in momenti occasionali, come quando si consultano Dizionari, Enciclopedie...
Nei confronti dei monitor i progressi sono stati irrilevanti rispetto ad altre componenti hardware. Anzi, con l'introduzione del colore, rispetto alle 16 definizioni di grigio, la situazione, in un certo senso, è peggiorata, poiché ci si stanca molto più di prima.
Tu che sei uno scienziato e che t'interessi del nostro brain perché non ci parli delle malattie indotte dall'uso (smodato o anche solo normale) del pc?
E questo senza considerare (qui sto già aprendo un altro discorso) che il tempo che si passa davanti al pc è tutto tempo sottratto alla lettura dei libri e alla riflessione critica sugli stessi, nonché ovviamente alla necessità di avere rapporti "reali" con le persone e, se vogliamo, anche con noi stessi.

>Paolo Manzelli: L'informazione di per se stessa non diviene apprendimento; il passaggio tra memoria a breve ed a lungo termine che determina l'apprendimento, non è istantaneo e presuppone l'integrazione delle funzioni cerebrali.

“L'integrazione delle funzioni cerebrali” è davvero una bella espressione scientifica. Ma come potrà avvenire ciò senza rischiare di cadere nella tentazione di trasformare la telematica in una nuova sostanza stupefacente?
Tu dici:

>L' informazione e la memoria a breve conducono il sistema cerebrale a processi di saturazione.

Ti rendi conto che a questi livelli i TG, prima o poi (nei giovani è già così), indurranno un atteggiamento del tutto analogo a quello indotto dagli SPOT, cioè quello di cambiare canale!
Noi occidentali purtroppo, come il re Mida, tutto quello che tocchiamo lo trasformiamo in un eccesso, in un'occasione per esagerare, sia l'oggetto di questo estremo il denaro, il potere o altre forme di libido.
Ora, con la telematica, siamo agli inizi e per il momento ci sembra tutto ok, ma quanto durerà? E quanto senso di responsabilità dovremo avere quando cominceranno a farsi sentire gli effetti negativi di questa incredibile transizione tecnologica? (La vogliamo paragonare a quella dell'auto rispetto al cavallo?).
Mancandoci il senso della misura, incapaci come siamo di usare ogni cosa senza privilegiare alcunché (pensa solo al primato assoluto concesso al petrolio; e domandi al plutonio?), cosa ci potrà accadere se improvvisamente dovessimo trovarci senza la nostra "dose quotidiana"? Chi di noi s'è mai imposto di non toccare il pc per tre mesi (facciamo uno?), tanto per vedere se, volendo, potremmo sentirci noi stessi anche in sua assenza... (sempre che il concetto di "noi stessi" sia facilmente definibile...: la vita s'è talmente frantumata che diventano opinabili persino delle parole molto semplici).

Mi piace sentirti dire...

>la scienza ha accettato la separazione tra osservato ed osservatore, non domandandosi quale fosse né come funzionasse il sistema di elaborazione della informazione che il cervello realizza nel costruire le immagini che vediamo, i suoni che sentiamo...

Infatti la scienza stessa s'è concepita come separata dalla natura e dalla realtà sociale: la scienza galileiana e baconiana è nata ponendosi il problema di come dominare la natura e i rapporti umani. Mi chiedo se il concetto di "dominio" doveva per forza essere strettamente correlato con la nascita della scienza o non ci poteva essere un'alternativa.

L'alternativa attuale secondo te è quella di iniziare

> una metodologia scientifica di attenzione quantitativa al mondo esterno, che ha reso ancor più un mistero l'uomo stesso e quindi le modalità di pensiero e di espressione, l'evoluzione della sua mente, così come il funzionamento del suo cervello. Quanto sopra è un inizio.

... e perché invece non prestare maggiore attenzione qualitativa al mondo interno dell'uomo? E' forse scientifico solo ciò che è sperimentabile? L'umanità dell'essere umano è sperimentabile? Se sì, i mezzi tecnologici che stiamo usando e che stanno diventando sempre più sofisticati, siamo sicuri che siano i più idonei? O il nostro profondo coinvolgimento col loro sviluppo alla fine ci porterà soltanto alla conclusione che si potevano scegliere mezzi migliori?
Purtroppo la scienza occidentale, essendo nata in antagonismo nei confronti della natura, ci permette di accorgerci dei suoi propri limiti solo dopo che li ha oltrepassati. Anche Ulisse pagò la sua curiosità varcando le colonne d'Ercole, ma nella mitologia lo fece solo lui, per fortuna; normalmente i limiti si vedevano e venivano rispettati. Anche se proprio per volerli varcare abbiamo scoperto e, guarda caso, conquistato l’America.
Il bello è che più andiamo avanti col progresso tecno-scientifico, più diventa difficile porre un riparo agli effetti negativi che tale processo determina.
Noi ci illudiamo di poter risolvere la crisi di un certo livello tecnologico realizzandone uno ancora più elevato, convinti che questo processo sia infinito. E non riusciamo mai a porci la domanda se non sia più scientifico essere più naturali. Ormai non siamo neanche più capaci di stabilire una differenza tra "culturale" e "naturale": preferiamo dire che questo era un falso problema di Rousseau.
Tutto è diventato incredibilmente artificiale. E' forse naturale il fatto che attraverso la rete ci sentiamo così vicini noi che siamo così lontani, quando sentiamo così lontani i nostri vicini di casa?
Solo quando vediamo gli Indios dell'Amazzonia ci prende un vago sentore di quali rapporti umani naturali abbiamo col tempo perduto. Ti ricordi quella bellissima descrizione che Colombo fece appena approdato in quell'isola che ribattezzò subito San Salvador, allorché gli si pararono di fronte gli indiani Lucayo? "E' un popolo affettuoso, privo di avidità e duttile, e assicuro le Vostre Altezze che al mondo non c'è gente o terra migliore di queste. Amano il prossimo come se stessi e hanno le voci più dolci e delicate del mondo, e sono sempre sorridenti...nei contatti con gli altri hanno ottimi costumi".
Eppure dopo poche settimane aveva già intenzione di derubarli e schiavizzarli, e proprio in nome del progresso scientifico, culturale e religioso!
Dimmi te se non hanno ragione i latinamericani più consapevoli quando dicevano nel 1992: "500 anni bastano"? Chi avrà il coraggio di dir loro che le civiltà sono millenarie?

[...]

Uno dei problemi che Eco secondo me non si pone è il seguente: la memoria che un tempo veniva coltivata con la parola scritta e oggi coi CD-Rom ha la stessa funzione della memoria che millenni fa si coltivava con la trasmissione orale?
In altre parole: oggi abbiamo bisogno di mezzi potentissimi per memorizzare l'immane conoscenza accumulata nel corso dei secoli, ma è davvero questa la memoria di cui abbiamo bisogno per sentirci "vivi"?
Quando la trasmissione della memoria era solo orale, c'erano poche nozioni oppure ce n'erano a sufficienza per essere "vitali"?
La realizzazione di sé dipende veramente dalla possibilità di accedere in poco tempo a una quantità infinita di conoscenze?
Non stiamo forse rischiando un neo-illuminismo cibernetico?
Se le conoscenze di cui disponiamo non hanno virtualmente limiti, come potremo sapere con sicurezza quando avremo trovato quelle indispensabili per l'autorealizzazione?
Una volta gli esseri umani conoscevano di meno ed erano più felici perché ingenui? E' veramente così?
Noi invece siamo più felici perché possiamo sapere subito ciò che ci serve? E' davvero cosi?
E soprattutto: siamo davvero sicuri che le conoscenze di cui possiamo disporre siano di per sé sufficienti a garantire una loro applicazione e, in particolare, una loro applicazione positiva?
Non rischiamo forse di veder aumentare lo stress quando di fronte a tante possibilità cognitive (virtuali), l'esperienza pratica rimane priva di risorse adeguate, cioè senza un reale potere di gestione della conoscenza?
In una parola, la memoria è una facoltà meramente tecnica o è una qualità dello spirito? E' un fenomeno che riguarda il mero apprendimento individuale o è il principale deposito delle esperienze vitali di una collettività?
Possono l'informatica, la cibernetica, la telematica... aiutarci a recuperare, in maniera reale e non virtuale, il senso di una collettività perduta?

>Paolo Manzelli - Certo non è automatico sapere quanto sopra ed avere a disposizione Netscape per risolvere il problema che tu, caro Enrico poni. Certo è che deve essere eliminata quanto prima la passività di un sistema di informazione privo di dialogo che ci priva tra l'altro di una reale democrazia culturale.
Le reti, almeno spero, possono servire a cambiare il sistema verticistico della informazione dei mass-media tradizionali e della educazione illuminista o cattedratica e possano aiutarci a generare un sistema orizzontale ed interattivo di informazione che riporti in termini moderni l'umanità alla forma del dialogo e di partecipazione attiva e di ricerca e sviluppo.
Certo possono viceversa aumentare la torre di Babele della informazione occasionale e nozionistica od un sistema forzato di reclamizzazione. Ciò si può evitare se la scuola e la società tutta vorrà agire per modificare il sistema informativo e renderlo interattivo. Qualcuno comunque bisogna che cominci.

Caro Paolo, secondo me ti sei fatto capire benissimo, al punto che condivido le tue osservazioni non al 100 ma al 1000% !
Ora però, sempre a proposito della conferenza di Eco, voglio proporti altre riflessioni cui spero vorrai rispondere in maniera altrettanto stimolante.
Eco non si preoccupa di vedere i libri surclassati dagli ipertesti. Egli è anzi convinto che i libri dureranno in eterno, in quanto hanno qualità tecniche che nessun ipertesto potrà mai possedere. Con tutto ciò egli non è affatto contrario allo sviluppo degli ipertesti, anzi ne è entusiasta (il suo sul Seicento non è niente male).
Tuttavia io mi chiedo: il crescente analfabetismo culturale cui stiamo andando incontro potrà davvero trovare un ostacolo nello sviluppo degli ipertesti?
Come può un semplice mutamento di forma nell'acquisizione di conoscenze comportare un'inversione di tendenza così importante?
Oggi abbiamo a che fare con tantissime persone che pur sapendo leggere e scrivere, si trovano, al cospetto della complessità della nostra società, sullo stesso piano degli analfabeti nel Medioevo.
Anzi, mentre quelli, nonostante il loro analfabetismo, avevano un background culturale abbastanza omogeneo in cui potevano, bene o male, riconoscersi, oggi invece i moderni analfabeti hanno come retroterra culturale il primato incontrastato del dio quattrino e una vita incredibilmente frantumata sia nell'esperienza quotidiana che nell'acquisizione stessa del sapere.
Un telegiornale che mette continuamente sullo stesso piano notizie del tutto futili con altre di una gravità eccezionale, come minimo produce:
1. relativismo dei valori
2. disinteresse per la vita reale
3. curiosità da salotto
4. assuefazione a qualunque notizia.
Se a una qualunque persona di cultura media, che si limiti ad ascoltare solo il TG per avere delle informazioni sul mondo, avessimo chiesto, durante quel martellamento di notizie che abbiamo avuto durante la guerra nella ex-Jugoslavia, di che religione sono i serbi o dove è situata la Slovenia o qual è la città più importante della Bosnia - siamo sicuri che ci avrebbero risposto correttamente?
Cioè siamo sicuri che l'informazione veicolata dalle immagini faccia più presa sul nostro cervello?
O non è forse vero che sono soltanto le immagini che fanno presa? E che l'informazione in realtà è tutta e sempre finalizzata a una determinata interpretazione delle immagini?
Allora mi chiedo: in una situazione del genere la cultura multimediale e ipertestuale che valore può avere? Non stiamo rischiando di perdere del tempo prezioso? Non dobbiamo forse rimettere in discussione, in via preliminare, le modalità con cui un'esperienza si fa cultura?
In una parola: Eco non sta facendo una gran confusione tra "Cultura" e "Nozioni"? Un aumento incredibile di nozioni ipertestuali e multimediali (come oggi accade, grazie anche alle reti) comporterà necessariamente uno sviluppo della "Cultura"?


Le immagini sono state prese dal sito Foto Mulazzani

Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Linguaggi
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Aggiornamento: 22/04/2015