LE INFO VECCHIE E NUOVE

Le informazioni che vengono date dai media (specie la tv) relativamente ai fatti del mondo, quando non sono manipolate per scopi eversivi, sono in genere fini a se stesse, cioè del tutto inutili.

I media fanno a gara a chi offre più news nella forma migliore, ma il risultato è che l'utilizzo di queste informazioni risulta inversamente proporzionale alla loro quantità.

Un'informazione ha senso solo quando permette una qualche forma d'interazione. Se si descrive un problema bisogna anche proporre un modo per risolverlo, altrimenti si induce assuefazione e l'utente diventa indifferente alle cose, anche a quelle più tragiche.

Troppa informazione rischia di schiacciare la responsabilità dell'individuo. I media, infatti, pur rivolgendosi a milioni di utenti, in realtà producono informazione solo per i singoli individui, poiché là dove manca una qualsivoglia forma di compartecipazione alla gestione della news, lì sicuramente c'è isolamento e quindi senso d'impotenza.

Il web, in tal senso, sembra costituire, al momento, una valida alternativa alla televisione e ai media unidirezionali classici.

Il web permette alcune cose molto importanti:

1. la possibilità di ottenere informazioni personalizzate, utili alla propria attività e ai propri interessi;

2. sulle informazioni ottenute è possibile una qualche forma d'interazione, al punto che le informazioni inizialmente ricevute possono subire sostanziali modifiche;

3. il ricevente può a sua volta diventare emittente, creando una sorta di circolo virtuoso dell'informazione virtuale;

4. più utenti destinatari di analoghe informazioni possono decidere di organizzarsi e di fare qualcosa attorno alle informazioni ricevute;

5. la qualità, la veridicità, il riscontro delle news può essere verificato in tempo reale.

Naturalmente bisogna fare attenzione a non ricadere negli stessi errori dei media classici. Il web infatti, più ancora della tv, si presta a offrire una quantità incredibile di informazioni, difficilmente gestibili.

Quando si comincia ad archiviare le news ricevute, senza neppure leggerle, convinti di poterlo fare in un secondo momento, si sta già trasformando il web in uno strumento inutile.

La comunicazione offerta dal web è al momento molto più democratica di quella offerta dai media gestiti dal capitale (radio, tv, giornali ecc.), per la semplice ragione che la sua nascita è stata spontanea e la sua gestione non ha ancora dei centri direzionali univoci, in quanto la grande impresa solo da tempi relativamente recenti si sta interessando a questa forma di interazione-utente.

La comunicazione dei media tradizionali è oggi tanto più universale quanto più vuota e standardizzata. E' un'informazione uniforme, omogenea agli standard comunicativi voluti dal grande capitale. Come tale, essa è quasi totalmente priva di contenuti utili ad affrontare e risolvere i problemi tipici delle società borghesi avanzate.

Il valore di questa informazione è pari a quello delle preghiere per le mummie egiziane. Non solo infatti è un'informazione-chiacchiera -direbbe Heidegger-, ma è anche un'informazione il cui contenuto prevalente, più o meno mascherato, è sempre di tipo commerciale. Anche quando l'informazione non vende nulla di specifico, essa vende come minimo se stessa.

I media tradizionali ci hanno dato un'enorme conoscenza di situazioni e realtà lontanissime dal nostro quotidiano e ci hanno indotti a credere che, pur non potendo noi risolvere nessuno dei grandi problemi che affliggono l'umanità, avrebbero tuttavia potuto farlo i nostri rappresentanti politici, che sicuramente dispongono di mezzi di molto superiori a quelli del comune cittadino.

Il crollo di questa illusione ha certamente contribuito alla veloce diffusione della rete, che è la possibilità d'interagire direttamente con qualunque persona del mondo. Tuttavia ora non dobbiamo rischiare di non aver niente d'importante da dirci.

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Gli utenti web pretendono di sentirsi parte del villaggio globale solo perché la navigazione ha virtualmente ridotto a zero le distanze. In realtà le ha accentuate. E per una serie di ragioni:

1. i fruitori della rete sono prevalentemente concentrati nelle aree più sviluppate del pianeta e con la rete hanno aumentato le loro possibilità, aumentando nel contempo le distanze nei confronti di chi vive nelle aree meno sviluppate;

2. una sicura integrazione delle differenze, dovute a culture, religioni, etnie..., implica un processo reale di confronto diretto, reciproco, che di virtuale ha ben poco, e in ogni caso o il virtuale si pone al servizio di questo processo o non serve che a confermare l'esistente;

3. le grandi holding finanziarie e le multinazionali hanno un concetto di "globalità" finalizzato unicamente alla valorizzazione dei capitali, per cui l'antiglobalismo è forse la strada migliore per realizzare il concetto di "villaggio globale";

4. gli uomini possono sentirsi cosmopoliti in virtù di una filosofia di vita o anche solo per una semplice predisposizione interiore (indotta p. es. da un'esistenza vissuta secondo natura), senza per questo aver bisogno di conferme supplementari sul piano dei mezzi telematici.

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La fatica che si fa per impadronirsi della tecnologia relativa all'uso del computer è sempre sproporzionata rispetto ai risultati che si ottengono, poiché questi riguardano prevalentemente la sfera intellettuale, non l'interezza dell'essere umano.

L'attività di tipo informatico lega l'uomo alla macchina in un rapporto piuttosto esclusivo, unilaterale, individualistico. L'uomo si sforza mentalmente di apprendere determinate azioni, che a loro volta rimandano ad altre azioni correlate per analogia.

In altre parole l'attività informatica rischia di presentarsi come una sorta di circolo vizioso, in quanto non riesce a far sviluppare l'uomo nella sua complessità interiore. Le capacità relazionali di un informatico sono in sostanza non più sviluppate di quelle di un drogato continuamente alla ricerca della propria dose. Il drogato vuole essere amico di tutti se tutti sono disposti a giustificarlo nella sua dipendenza.

L'informatica sviluppa la ragione ma atrofizza i sentimenti. Sviluppa la mente ma riduce lo spirito. Questo limite può essere pericoloso, poiché la notevole potenza dei mezzi informatici rischia di essere gestita da persone con scarso senso del bene comune.

Con l'informatica e ancora più con la telematica, la scienza diventa autoreferenziale e in nome del progresso scientifico, delle conoscenze quantitative, gerarchicamente organizzate, finisce col produrre solo disastri, in quanto inibisce lo sviluppo di altre forme di creatività e di socializzazione, che sono specifiche dell'uomo.

L'informatica offre la possibilità di un controllo razionale della realtà, ma la realtà non può essere tenuta sotto controllo solo in modo razionale. Ci sono altri aspetti non meno importanti, preposti alla vivibilità del reale: l'amore, l'amicizia, l'altruismo, l'emotività... fino alle espressioni artistiche e poetiche.

L'informatica rischia di produrre dei soggetti amorfi sul piano dei sentimenti umani e della morale privata e pubblica, delle persone scarsamente impegnate sul piano sociale e politico, e sostanzialmente degli individui capaci solo di prendere decisioni di tipo tecnico.

Affidare a persone così "precarie" sul piano umano la gestione di mezzi così potenti, può risultare pericoloso. La scarsa dimestichezza con le contraddizioni della vita reale può portare a compiere delle scelte assolutamente arbitrarie, che ovviamente il potere politico ed economico giustificherà in nome della complessità delle cose.

In nome di una complessità astratta si possono arrivare a fraintendere totalmente le esigenze, anche minime, della vita reale, la quale è sempre caratterizzata da contraddizioni che sono frutto della libertà umana e che quindi sfuggono inevitabilmente a interpretazioni di tipo informatico, che per quanto complesse siano, sono sempre schematiche.

Insomma, se l'individuo ha dei problemi personali nel modo di rapportarsi agli altri, può anche sublimare tale handicap attraverso l'informatica, ma se le soddisfazioni che trova non hanno un feedback positivo a livello di rapporti sociali, cioè se non si evita con cura di confondere i "fini" coi "mezzi", il risultato del processo sarà inevitabilmente molto illusorio.

L'INFORMAZIONE ENCICLOPEDICA

Ormai l'informazione è così vasta e completa che per verificare le capacità di apprendimento di un individuo è preferibile sottoporlo a dei test di tipo maieutico. L'individuo (p.es. un candidato a qualcosa, ma anche un semplice studente delle Superiori o dell'Università) dovrebbe tirar fuori dalla propria esperienza o sensibilità, e non dalle proprie conoscenze pregresse, la risposta a un determinato quesito.

Cioè, di fronte a un determinato problema o enunciato o ipotesi di soluzione, di cui il candidato può facilmente avere a disposizione in tempi relativamente brevi una quantità notevole di informazioni, quali considerazioni personali riesce a fare?

Non si dovrebbe fare uno sforzo di memoria nozionistica, ma una sorta di rielaborazione personale sulla base di materiali informativi facilmente reperibili, di testimonianze inerenti a quel problema, di esempi dal contenuto analogo ecc.

Dal punto di vista del contenuto noi abbiamo già tutto: quello che ci serve è l'abilità a ottenerlo e, fatto questo, la capacità a rielaborarlo in maniera utile, praticabile: il che non significa che la rielaborazione dev'essere per forza originale o inedita. Non ci viene chiesto di essere dei geni ma solo delle persone concrete che ragionano con la loro testa.

Il sapere, con il web e la multimedialità, è diventato patrimonio di tutti, almeno in occidente: non ha più senso tenere in piedi un rapporto asimmetrico tra chi sa e chi non sa basato sulla scarsa diffusione del sapere, sulla riservatezza della conoscenza, sulla inaccessibilità delle fonti...

Il problema più difficile da risolvere è quello di come mettere a frutto questa mole sterminata di dati conoscitivi.

Insomma, è assai meglio simulare una sorta di situazione particolare e vedere come il candidato se la cava, piuttosto che chiedergli di ripetere cose standardizzate.

Se vogliamo esercitarlo alla memoria è sufficiente fargli fare cose in cui la memoria è d'obbligo: p.es. imparare il copione di una rappresentazione teatrale o recitare dei versi o cantare una canzone. Il tutto in maniera molto creativa. La ripetizione mnemonica può far parte solo di un eserciziario specifico, non può più essere la regola con cui verificare l'apprendimento.

PAROLE E FATTI

Le parole che non corrispondono ai fatti sono destinate a invecchiare precocemente, ma quelle che vi corrispondono, se non invecchiano, sono pericolose. Meglio l'inutilità alla follia: fa meno danni. Meglio un filosofo che cammina sollevato da terra che un politico intenzionato a trasformare il mondo secondo la propria ideologia.

Quando nei vangeli si diceva che il sabato è fatto per l'uomo e non viceversa, si predicava la fine di un primato ideologico, di un'astrazione in virtù della quale si pretendeva di stabilire la differenza tra bene e male.

Se occorre concedere il primato all'essere umano, è evidente che di questo essere non si può dare alcuna definizione. L'essere umano è infatti caratterizzato da bisogni che cambiano di continuo, e dalla libertà di coscienza, che è inafferrabile.

L'essere umano è l'insieme dei rapporti sociali che vive, la risultanza, sempre mutevole, di questi rapporti. E in questi rapporto la cosa più importante di tutte è la coscienza, cioè la possibilità di scegliere liberamente la soluzione migliore ai problemi che si affrontano.

Ecco, la differenza tra una posizione ideologica e una umanistica sta appunto nel fatto che la prima non agisce finché non trova la soluzione migliore, oppure agisce senza tener conto della realtà (come p.es. in tutti i casi di terrorismo).

Una posizione umanistica o democratica è invece flessibile, in quanto prende in considerazione non solo i bisogni ma anche i condizionamenti che limitano la possibilità di risolverli.

Spesso politicamente i filosofi non valgono nulla, poiché ai piccoli passi preferiscono quelli grandi, sicché o non s'impegnano affatto in politica, oppure lo fanno da fanatici, non avendo il polso della situazione.

Solo i popoli fanno le rivoluzioni che cambiano la storia: i rivoluzionari devono soltanto preparare il momento in cui la miccia andrà accesa.


Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Linguaggi
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Aggiornamento: 31-07-2007