LINGUAGGIO E COMUNICAZIONE


SUL LINGUAGGIO E SULLA LINGUISTICA

L'importanza attribuita al linguaggio è avvenuta in Occidente quando, nell'ambito della filosofia idealistica post-hegeliana, si è pensato di poter uscire dalla crisi dell'idealismo non superandone i limiti con la prassi politico-sociale, bensì riducendone la pretesa di offrire un "senso" all'esistenza, ovvero affermando che ogni "senso" trova la sua ragion d'essere se messo in rapporto al modo linguistico in cui è stato espresso.

La linguistica, nel tentativo di storicizzare il "senso" (operazione in sé giusta), è caduta nel relativismo ontologico, in quanto ha identificato il linguaggio coll'essere a partire dal linguaggio. L'essere cioè avrebbe un "senso" solo nella misura in cui il suo linguaggio è "logico-razionale" (secondo una propria coerenza interna, non in rapporto a una verità oggettiva delle cose). Non c'è più "storia dell'essere" o "evoluzione del senso", ma solo strutturazione del linguaggio fine a se stessa.

In realtà, se è vero che nel linguaggio si manifesta l'essere, è anche vero che l'essere non coincide completamente col linguaggio. Nel collettivismo primitivo l'uomo era "libero", eppure noi non conosciamo le sue "parole". Dunque, per quale ragione non dobbiamo considerare questa grande importanza attribuita al linguaggio come anzitutto il frutto di un'alienazione dell'esistenza sociale, pratica, concreta? Per quale ragione dobbiamo considerare il linguaggio come la forma espressiva più significativa dell'essere umano?

La diversità tra essere e linguaggio esiste affinché si possa dire che non ogni linguaggio rappresenta adeguatamente l'essere. La diversità permette all'essere di salvaguardarsi dalla pretese del linguaggio e permette allo stesso linguaggio di non fossilizzarsi in definizioni astratte e dogmatiche, cioè prive di storicità.

Nel linguaggio permane sempre, a prescindere dal soggetto, un'ambiguità di fondo, proprio perché la sua piena identificazione coll'essere, sul piano storico, è impossibile. Ciò significa che è possibile leggere in un qualunque linguaggio dei significati a cui il suo autore non aveva dato particolare importanza, o addirittura non aveva previsto.

Nel linguaggio c'è sempre uno scarto fra ciò che appare e il suo rimando concreto, effettivo. Se non fosse così, non sarebbe possibile interpretare in maniera opposta una stessa proposizione, un identico concetto. Persino gli stessi fatti possono essere visti in maniera completamente diversa, proprio perché chi li osserva proietta inevitabilmente su di essi il proprio "essere particolare" (con i suoi pregiudizi, le sue pre-comprensioni, ecc.). La verità è sempre l'esito a posteriori di un libero confronto tra posizioni diverse. Persino quando si è stabilita una verità scientifica dei fatti, taluni si ostinano a non vederla, ed è impossibile convincerli con la forza, poiché così si sentirebbero ancora più giustificati.

Il vero essere dunque è rappresentabile solo dal "silenzio" e noi abbiamo bisogno di parlare finché esso non è diventato chiaro per tutti. Il linguaggio più vero è la contemplazione dell'essere: non la meraviglia inconsapevole dell'ingenuo, ma quella consapevole di chi conosce il senso vero delle cose.

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Il linguaggio dunque non può essere solo quello verbale-astratto-teorico. L'essere è infinitamente più complesso del linguaggio. Dunque il linguaggio è anche "gesto". Per essere capito un gesto non deve per forza formalizzarsi in un linguaggio orale o scritto. Il linguaggio più significativo è quello "segnico", cioè quello "gestuale significativo", ma perché il segno sia significativo occorre che il suo rimando sia vero, positivo, profondamente umano.

Il linguaggio deve essere il più possibile adeguato all'essere, cioè alla verità delle cose, ma se l'essere coincide con la libertà, il linguaggio deve manifestarsi liberamente: la verità non può essere imposta, può solo essere progressivamente interiorizzata. La scrittura, in questo senso, ha la presunzione di definire "che cos'è la libertà". La scrittura più vera è quella che rimanda al gesto e il gesto più vero è quello che rimanda al senso più vero delle cose, cioè all'umanità profonda.

A questo punto però la questione diventa politica, poiché non sempre il linguaggio serve per comunicare: a volte esso può essere usato per impedire la comunicazione (poiché anche il linguaggio è legato all'interesse). Come impedire la censura o la strumentalizzazione? Certo è che la soluzione dei problemi del linguaggio (il diritto alla libertà di parola) non determina di per sé la soluzione del problema dell'essere. Si può avere il diritto di parlare e non sapere cosa dire, oppure dire cose banali che non servono al senso dell'essere. La possibilità di un linguaggio diverso è inerente alla possibilità di una diversa esperienza dell'essere (in cui il linguaggio possa esprimersi liberamente).

IL VALORE DEL LINGUAGGIO

Il linguaggio più naturale, più completo, più espressivo, più profondo non è quello verbale ma quello gestuale.

"In principio era il Logos", cioè il Verbo, la Parola - recita il prologo di Giovanni. Ma questo è un indizio di forma intellettualistica. E' vero, la parola autentica è l'espressione carica di significato. Ma il significato ultimo dell'esistenza umana è il "fuoco" - ha ragione Eraclito.

Più profonda è la passione, la greca energheia, e meno la parola ha bisogno di essere evocativa. L'ambiguità più remota, quella in cui si misura la profondità più vera della libertà, sta nella capacità che il fuoco ha, in sé, di attrarre e respingere. Bisogna credere che il fuoco sia "amore primordiale" a prescindere dalle parole. "Se mi ami veramente, vieni con me nel fuoco" - disse Francesco d'Assisi alla donna tentatrice mandatagli da Federico II, e lei rifiutò.

Più il linguaggio è evoluto e più possibilità ci sono di usarlo in maniera strumentale, ma le possibilità di scoprire queste manipolazioni aumentano non con la conoscenza ma con l'esperienza del "fuoco".

Le maggiori possibilità di persuasione o d'inganno le offre il linguaggio verbale solo perché in questa civiltà noi diamo alle parole (soprattutto a quelle scritte) un'importanza superiore a quelle che dovrebbero avere. In realtà gli inganni più sofisticati e quindi più dolorosi sono quelli che partono dai sentimenti.

E' bene dunque sfatare un mito: il linguaggio non è tanto più potente quanto più è capace di astrazione.

La potenza persuasiva di un linguaggio la si misura sulla base del grado di corrispondenza che manifesta rispetto all'esperienza da cui proviene. Ecco perché il linguaggio peggiore è quello che si ammanta di espressioni umane per perseguire scopi disumani.

Se le parole che si comunicano riflettono adeguatamente (il che è possibile solo fino a un certo punto) l'esperienza ad esse sottesa, la loro carica persuasiva non si porrà affatto in relazione con il livello di astrazione. Anzi esse possono essere semplici ed essenziali, e non per questo meno efficaci.

Sotto questo aspetto è assurdo sostenere che gli uomini primitivi parlassero un linguaggio simile a quello degli animali.

Dovremmo anzi chiederci se un linguaggio così astratto come quello occidentale (si pensi p.es. alla filosofia, alla matematica, alla psicanalisi…) non sia un linguaggio del tutto inutile, che va troppo al di là di una umana comprensione, di una normale fruibilità…

Che cos'è più importante: elaborare un linguaggio molto sofisticato, per pochi adepti, utile per risolvere problemi puramente teorici, oppure un linguaggio semplice, la cui profondità dipenda dalla capacità di esprimere situazioni reali?

La profondità di un linguaggio sta nell'esperienza che esprime.

Scopo fondamentale del linguaggio dovrebbe essere quello di permettere un confronto reciproco, libero, delle diverse opinioni, per affrontare e risolvere problemi comuni.

Se uno pensa che un'esperienza possa coincidere con le astratte speculazioni che su di essa si possono fare, s'inganna. Il valore di una persona non va mai messo in rapporto alle sue capacità di astrazione mentale.

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Il concetto di "significante" equivale, in un certo senso, a quello di "essere", solo che con esso la linguistica pretende un'assoluta autonomia dall'essere, facendo del "significante" una nozione metafisica, idealistica, priva di contenuto storico concreto, che solo dall'essere può essere offerto. Il "significante" è diventato l'idolo di quei filosofi che non credono nella realtà dell'essere, che riducono l'essere a una questione nominalistica. Questi idolatri del nome delle cose ritengono che le cose si giustifichino da sé dopo averne contestualizzato il nome, non l'essere che dà loro significato.

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Le singole frasi o espressioni verbali e gestuali possono essere equivocate perché gli interessi non sono uguali in tutti i soggetti. L'essere umano è più complesso del linguaggio in cui cerca di esprimersi. Questo significa che le parole o i gesti usati non sono di per sé evidenti, non indicano in maniera inconfutabile il significato che ad essi ha voluto dare un determinato soggetto (o che attraverso essi ha voluto comunicare).

Questo però non è solo un limite, ma anche un incentivo alla maturazione dell'uomo. La possibilità dell'equivoco permette di discernere i "buoni" dai "cattivi" esegeti del significato delle parole o dei gesti.

Di un uomo possono essere censurate, strumentalizzate, tradite le opere, i gesti, le parole, ma se quello che ha detto e soprattutto fatto era vero, le sue opere, i gesti e le parole torneranno in vita sotto altre forme e modi. Il percorso della verità, infatti, può sì essere arrestato o deviato, ma solo temporaneamente. Noi possiamo risalire alla verità delle cose anche partendo dagli abusi che su di esse sono stati compiuti.

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Nel mito creazionistico Adamo avverte, ad un certo punto, il bisogno di dare un nome agli animali. Perché? Perché si sentiva solo. Cioè il bisogno di dare un nome (un significato alle cose) partiva da una perdita d'identità. Le cose, per lui, non erano più significative come prima. Il linguaggio è stato dunque il frutto di una debolezza ontologica (vissuta anzitutto a livello individuale). E l'uomo ne era consapevole, poiché il rapporto con gli animali non è appagante. Solo il rapporto con Eva libera, temporaneamente, Adamo dall'angoscia esistenziale e dall'illusione di aver trovato il senso nelle cose mediante il linguaggio.

IL VALORE DELLA SCRITTURA

I popoli senza scrittura non possono essere considerati senza civiltà, né di una civiltà inferiore a quelli con la scrittura. Là dove sono mancate le guerre, le ingiustizie, le oppressioni, lì è sicuramente esistita la civiltà, anche se non vi sono documenti scritti che lo dimostrano.

D'altra parte la fonte scritta non può essere considerata più autorevole di altre fonti. E' uno stereotipo occidentale quello di attribuire alla parola scritta un potere magico, un riscontro veramente significativo dei fatti. Tutti sanno che le parole possono essere soggette a varie alterazioni (per eccesso, per difetto, omissione ecc.). Praticamente non c'è parola che non possa essere strumentalizzata o fraintesa, non c'è fatto che non possa essere travisato o addirittura censurato.

Ciò significa che la critica storica deve cominciare a valorizzare meglio le fonti non-scritte. Forse un giorno arriveremo a fidarci di più di queste fonti, anche se la loro interpretazione continuerà a restare aperta in eterno, per chi non ama la scienza ma il dubbio.

Forse un giorno arriveremo alla decisione consapevole di non scrivere, esattamente come l'uomo primitivo faceva in modo spontaneo e naturale. Arriveremo a questa decisione allorché avremo maturato la consapevolezza che la scrittura non ha alcun valore ai fini dei riscontro effettivo della prassi.

La prassi coincide con la prassi, e la teoria non fa che impoverirla o mistificarla. "Dà più gusto fare la rivoluzione che scriverci sopra", disse Lenin. Chi privilegia la teoria alla prassi non è affidabile, non è credibile, anche laddove sembra dire la verità. La vera coerenza non può essere fra teoria e prassi (che di per sé, peraltro, è impossibile, poiché non c'è nessuna teoria che possa riflettere adeguatamente una prassi, né una prassi che possa rispecchiare fedelmente una teoria), ma dovrà essere fra prassi e verità. La discriminante cioè dovrà passare fra prassi vera e prassi falsa.

La prassi falsa non sarà solo quella di chi si serve della scrittura per giustificarsi, ma anche quella che non è fondata sull'umanesimo. Solo una prassi vera (e non una teoria vera) può smascherare, in ultima istanza, una prassi falsa. E la verità di una prassi può essere dimostrata solo di volta in volta, in itinere e in maniera contestuale, sulla base di precise coordinate spazio-temporali.

Una teoria è tanto più vera quanto più riflette un'esperienza vera, e un'esperienza è tanto più vera quanto più è conforme ai bisogni della realtà. Si deve inoltre avere la consapevolezza che una teoria messa per iscritto non rispecchia mai la totale complessità della realtà che si vive, meno che mai quella della natura umana.

Una teoria critica sganciata dalla prassi non esiste, non può esistere. Solo la prassi può essere critica. Una teoria che ne presumesse di rivelarne la presenza sarebbe di per sé falsa, poiché la prassi se è vera di rivela da sé. La prassi è critica quando è vera ed è vera quando lo dimostra nei fatti. La teoria viene dopo. E una prassi è vera nella misura in cui chi la osserva la giudica in alternativa reale all'oppressione esistente. Nessuno può dire della propria prassi che è vera.

Solo dal confronto delle esperienze si potrà capire quale prassi merita maggiore considerazione. Una prassi non è vera solo perché ci si rifiuta di teorizzarla. Non basta tacere né rinunciare consapevolmente alla scrittura: occorre che tale silenzio e tale rinuncia partano dalla vita, e se c'è vita non c'è silenzio, poiché l'antagonismo va combattuto con tutti i mezzi, incluso quello della parola.

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La scrittura formalizza, pietrifica l'individuo, il gruppo cui appartiene, o l'evento storico di cui è stato protagonista, cioè non è mai in grado di vedere le cose in tutta la loro complessità.

Ciò che si scrive è, eo ipso, vecchio e superato, proprio perché viene scritto, a meno che non venga usato come strumento di lavoro per modificare una situazione contingente, del presente.

D'altra parte il presente non può essere vissuto scrivendo, va vissuto vivendolo. E se il presente non può essere vissuto che così, nulla si può dire neppure del passato.

Cioè si può dire "qualcosa", non si può dire tutto. Anche perché, per poterlo dire, bisognerebbe avere una consapevolezza storica assolutamente eccezionale: il che, in sostanza, equivale ad avere una profonda conoscenza dell'essere umano.

Ora, per poter avere una tale conoscenza, occorre che l'uomo viva intensamente i rapporti umani nel presente. Ma se fa questo, quale tempo gli può restare per leggere il passato?

L'essere umano può comprendere solo le scelte che si compiono nel presente, e può farlo, in realtà, solo fino al punto in cui glielo permette la libertà degli altri, in quanto nelle questioni di coscienza nessuno può farsi giudice.

Ma allora -ci si può chiedere- a che scopo studiare la storia? In effetti, non c'è alcun motivo di studiare il passato in quanto passato. Il passato va studiato solo nella misura in cui il presente ha delle domande da porgli.

Il presente ha sempre una determinata configurazione e può chiedersene la ragione; ponendo delle domande al passato, può venire a sapere le radici storiche che l'hanno lentamente generato. Ma in nessun modo può sperare che il passato offra le soluzioni adeguate ai suoi problemi: il presente deve cercarle da solo.

LA VANITA' DELLE PAROLE

Anche la scrittura è un'illusione, poiché con essa si ha la pretesa di fermare il tempo, di dire cose essenziali, che rispecchiano fedelmente la realtà. Ma la vera realtà è il rapporto umano vissuto con giustizia (nell'accezione russa, ovvero con libertà e verità insieme). Soltanto da se stesso il rapporto può essere adeguatamente riflesso.

La verità del rapporto umano ci convince della sua stessa profondità: ogni altro tentativo dobbiamo guardarlo con sospetto, considerarlo con relatività e approssimazione. Le parole hanno valore solo nella misura in cui parlano di un'esperienza reale, esistente, verificabile, e hanno significato solo nel momento in cui si dicono, poiché la loro permanenza (nello scritto) non implica mai di per sé la permanenza del rapporto cui esse si riferiscono. Ecco perché nella storia del pensiero umano spesso si verificano dei regressi, dei tradimenti, rispetto alle altezze e profondità di un determinato pensiero.

Gli uomini devono fare di tutto perché resti salvaguardato il rapporto umano, la possibilità di viverlo, il metodo per poterlo vivere. Il resto può anche andare perduto, se ci è di ostacolo alla realizzazione di tale scopo.

Un giorno finirà la pretesa delle parole (scritte soprattutto) di fissare qualcosa (una verità, una virtù, un'interpretazione...): le parole non possono mai sostituire i fatti. La pretesa inoltre non regge il fluire del tempo, anzi quando essa aspira all'immortalità, si rivela anche profondamente falsa e mistificante, poiché il senso più vero delle parole è relativo al contesto in cui sono state formulate, e la realtà di questo contesto non è mai esattamente riproducibile (nemmeno una fotografia o una ripresa cinematografica sono in grado di riprodurre fedelmente la realtà) e comunque il significato di una specifica realtà sfugge alla comprensione di chi non è in grado di immedesimarsi con la sua struttura e le sue dinamiche (il che in maniera esaustiva non può mai avvenire).

Le parole valgono come segno di qualcos'altro, cioè come rimando di qualcosa che è più profondo di ciò ch'esse possono indicare. Non è il sapere che rende liberi. L'espressione giovannea: "La verità vi farà liberi", pecca d'intellettualismo (o di gnosticismo), poiché solo la libertà rende liberi, e la libertà non è frutto di un'acquisizione del pensiero (come vuole l'idealismo). E' la pienezza della vita, la soddisfazione di sapere che nella vita sociale non vi sono persone sottoposte a umiliazioni e sfruttamenti, che rende liberi. Nessuno ha il diritto di sentirsi libero quando attorno a lui vi sono mille modi d'essere schiavi.

Sul piano del pensiero la forma suprema della verità dell'uomo è la tautologia: "L'uomo è ciò che è", e nessuna parola potrà nascondere la realtà dell'uomo, nessuna potrà modificarla senza l'intervento della volontà. La tautologia non è la fine del pensiero, ma la sua perfetta conformità alla prassi. La tautologia, infatti, può essere vissuta solo nel presente, secondo le leggi, i valori, le consuetudini del presente, poiché la contraddizione antagonistica può essere superata solo nel presente.

Le parole dunque vanno sempre "pesate", poiché esse, molto facilmente, possono costituire un inganno, una finzione, uno strumento utile per nascondere il vuoto della propria vita. Le parole sono utili quando rimandano, come l'onda di un'eco, a una fonte precisa, individuabile, a un'esperienza in atto, che è praticabile da chi ascolta. Le parole hanno efficacia solo nella misura in cui vengono applicate: questo criterio dovrebbe facilmente discriminare i discorsi aventi un metodo operativo da quelli fini a se stessi. Senza tale praticabilità le parole non servono a nulla, sono mere opinioni e non pongono gli uomini di fronte alle loro responsabilità. L'uomo dovrebbe arrivare a vivere un'esperienza la cui credibilità fosse così evidente e immediata da rendere inutile qualunque esemplificazione teorica.

PAROLE E GESTI

Il bene che uno può fare con le parole è relativamente indipendente dal bene che può fare coi gesti. Nel senso che si può indurre qualcuno al bene con le parole, anche se coi gesti non si è coerenti con quel che si dice. "Fate quello che vi dicono, ma non fate come loro", si legge nei vangeli.

Questo naturalmente è vero anche al contrario, e cioè che non si può misurare la capacità di bene di una persona dalle parole che dice. Saper mettere in rapporto adeguato il proprio dire al proprio sentire non per nulla facile.

Questa relativa indipendenza delle parole dalle cose ci impedisce di formulare dei giudizi categorici. Il giudizio, in qualche modo, dev'essere sospensivo, almeno sino a quando non si ha un minimo di certezza.

E anche quando si ha una certezza, non si deve mai dimenticare che l'essere umano (di chi giudica e di chi viene giudicato) è debole e che le incoerenze sono sempre possibili. Senza considerare che se le parole e i gesti devono costantemente mettersi in rapporto alla realtà e questa alle istanze di autenticità e rinnovamento espresse dagli uomini, la coerenza non è solo impossibile ma persino dannosa. La pretesa di una coerenza la volevano i farisei quando ponevano l'uomo al servizio della legge.

Hjelmslev, I fondamenti della teoria del linguaggio, e Il linguaggio, Einaudi

UN LINGUAGGIO UNIVERSALE

Ci può essere un linguaggio che sia sensato a prescindere dalle condizioni di spazio e tempo? Una frase come questa: "Se lascio questa penna, cadrà per terra", può certamente avere un senso per me, ma non ne ha alcuno per un astronauta nel cosmo.

Il punto da chiarire è proprio questo: tutto quanto noi ci diciamo su questo pianeta avrà un senso nell'universo? Là dove manca la gravità e si viaggia alla velocità della luce, là dove energia e materia sono sempre intercambiabili, dove essere e non-essere sussistono tranquillamente, dove il tempo è eterno e lo spazio è infinito, dove la principale legge dell'universo è la perenne trasformazione della materia, dove la vastità dell'universo è pari alla profondità della nostra coscienza, come può il significato delle parole essere lo stesso che attribuiamo ad esse su questo pianeta? Ci possono essere delle parole che abbiano almeno un significato equivalente da utilizzarsi a prescindere da tutto? Che senso ha cercare una definizione esatta delle parole quando il loro significato, in realtà, dipende dalle condizioni di spazio e tempo in cui si usano?

Noi non riusciamo a dare una definizione univoca della "verità" neppure su questa terra: come possiamo sperare di farlo nell'universo? Tutto quanto ci diciamo nel nostro orizzonte storico, può essere soggetto a opposte interpretazioni: dunque che senso ha sostenere che nell'universo le cose si chiariranno?

Noi non possiamo pensare a un universo in maniera "logica". Neppure adesso dovremmo provare a definire in maniera "sensata" delle proposizioni attinenti alla verità; o, quanto meno, dovremmo limitarci a dire, in via preliminare, che si tratta di semplici interpretazioni, assolutamente non vincolanti. La pretesa di "definire" qualcosa è fuorviante. Al massimo potremmo definire qualcosa al negativo, come facevano i teologi apofatici.

Cos'è dunque che ci permette d'essere noi stessi cambiando radicalmente le nostre condizioni di esistenza? Non possiamo neanche dire che è "l'impossibilità di non dire la verità", poiché ciò violerebbe il nostro bene più prezioso, che è la libertà di coscienza.

D'altra parte non avrebbe alcun senso sostenere che, siccome la vita nell'universo sarà completamente diversa da quella terrena, non val la pena preoccuparsi d'essere se stessi su questo pianeta. Ci deve essere per forza qualcosa di omogeneo e di fondamentale per il nostro esserci che si trasmette da un luogo all'altro in maniera naturale. Deve essere qualcosa che va al di la della logica, qualcosa di sensibile, alla portata di tutti, qualcosa di emotivo o di spirituale, che tocchi corde energetiche, passionali, vibranti.

Tuttavia è da escludere che la verità coincida soltanto con la soggettività: sarebbe una cosa arbitraria e la comunicazione diverrebbe difficoltosa. Deve esserci anche qualcosa di condiviso, una sorta di intelligenza comune, a cui ognuno possa accedere liberamente, confrontandosi con sicurezza, senza che qualcosa o qualcuno possa impedirglielo. Ci deve essere la possibilità di vivere un'esperienza in cui ognuno si senta se stesso, padrone della propria vita, consapevole di far parte di una comunità di vita, cui aderire liberamente e da cui, se necessario, andarsene altrettanto liberamente. Perché non è possibile prepararsi sin da adesso a questa esperienza di libertà?

REALTA' E LINGUAGGIO

Il linguaggio è sacro: non abbiamo il diritto d'incastrare tra loro le parole come se fosse un gioco intellettualistico. Suscitare emozioni in virtù di questi giochi fa parte di quella oziosità tipica delle classi dominanti, che hanno tempo da perdere proprio perché vivono di rendita e possono non preoccuparsi dei problemi altrui.

Il linguaggio deve servire per comprendere la realtà, e il modo migliore per farlo è quello di risolvere problemi, di soddisfare desideri, di superare gli antagonismi. Qualunque parola detta in più è solo uno spreco di risorse, umane e materiali.

Se non siamo in grado di renderci utili agli altri, è meglio tacere. Non possiamo avere la pretesa d'essere ascoltati solo perché possiamo dimostrare di avere un linguaggio evoluto, raffinato.

Considerando che la complessità della realtà e della stessa essenza umana va al di là di qualunque possibile sua descrizione linguistica (o anche rappresentazione simbolica), sarebbe meglio attenersi a un linguaggio semplice ed efficace, privo di retorica.

È la realtà che deve parlare: il linguaggio deve porsi al suo servizio. È la realtà che deve colpire l'immaginazione, suscitare emozioni, indurre a prendere decisioni. Il linguaggio è tanto più efficace quanto più è aderente alla realtà.

A volte, anzi, è preferibile alle spiegazioni verbose, analitiche una semplice rappresentazione simbolica dei fatti, la cui profondità non sta in sé, ma proprio in ciò che viene rappresentato.

È la vita, con le sue passioni, i suoi contrasti, i sentimenti che la caratterizzano, che deve comunicarci qualcosa, lasciandoci il tempo di riflettere, di prendere delle decisioni.

Noi dobbiamo assolutamente avere la convinzione di poter fare qualcosa di autonomo, proprio perché la vita va al di la di qualunque parola o gesto che la possa esprimere. Se tutto quello che possiamo fare a favore della vita fosse descritto in un testo o rappresentato in un simbolo, noi non saremmo esseri umani, ma macchine.

Il linguaggio deve servire soltanto per suggerire un'azione, non per delimitarne i confini in cui muoversi. Le scelte vanno compiute sul momento, mettendo alla prova la propria libertà, la propria intelligenza. L'importante è avere una sufficiente consapevolezza del problema da risolvere.

Pretendere di avere una conoscenza esaustiva delle cose, è illusorio, è innaturale, è pericoloso, poiché si tende a trasformare un essere pensante in un semplice esecutore. Non si può mai obbedire ciecamente a un ordine perentorio; non ci si può mai fidare passivamente di un'intelligenza del tutto esterna alla nostra, altrimenti si creano mostri, si diventa irresponsabili.

Dateci un problema da risolvere e, con esso, la possibilità di farlo in ma chi. Non vogliamo direttive assolute, ma relative. Se mi dici che quello che devo fare, lo devo fare subito, devo sapere che potrei anche non farlo e che, se decido di farlo, è perché sono convinto della sua giustezza, non semplicemente perché mi è stato chiesto. E accetterò di eseguire l'ordine proprio perché l'ho fatto consapevolmente. E non metterò a repentaglio la sicurezza di chi me l'ha dato, evitando di eseguirlo all'ultimo momento.

Un qualunque ordine deve sempre essere basato su delle motivazioni, altrimenti siamo soltanto macchine, e se ci vogliono soltanto così, conviene ribellarsi, perché sicuramente si avranno meno probabilità di sbagliare. Conviene rischiare qualcosa, persino la vita, evitando di eseguire un ordine immotivato, che non rischiare nulla soltanto per fare un favore alla coerenza che ci viene imposta.


Le immagini sono state prese dal sito Foto Mulazzani

Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Linguaggi
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Aggiornamento: 22/04/2015