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COMMENTO ALL'APOCALISSE DI GIOVANNIPremessa generale -
Premessa politica - I destinatari -
La
canonicità - Il genere apocalittico -
I DESTINATARI DELL'APOCALISSE Buona parte dell'Apocalisse venne scritta nell'imminenza della guerra giudaica, scoppiata nel 66 d.C., e chiunque può facilmente rendersi conto ch'essa è un esplicito invito a tenersi pronti per potervi partecipare attivamente. Noi non sappiamo quanto l'appello sia stato effettivamente ascoltato. Sappiamo soltanto - perché è lui stesso a dirlo - che Giovanni si trovava nell'isola di Patmos, o in domicilio coatto o perché qui si era provvisoriamente rifugiato per sfuggire a un mandato di cattura, e che probabilmente il suo quartier generale si trovava ad Efeso. Il fatto ch'egli accetti di firmarsi può far pensare che la sua prigionia fosse di dominio pubblico e che la sua autorità in quel momento, in quei territori, fosse incontestabile tra i cristiani di origine giudaica. Viceversa nel IV vangelo il suo nome non appare mai, proprio in quanto la sua linea politica era risultata perdente e le comunità paoline trionfanti non potevano permettersi che qualcuno tra i discepoli più vicini al Cristo potesse avere una versione dei fatti, riguardanti la vicenda della rivoluzione fallita dei nazareni, diversa da quella ufficialmente ammessa nei Sinottici. L'autore si rivolge a sette comunità dell'Asia Minore, cioè dell'odierna Turchia (allora provincia proconsolare di Roma), situate sulla costa orientale del Mare Egeo, sulla via della posta imperiale, in un percorso circolare che occupa una distanza di circa 500 km. Di quelle citate: Efeso, Smirne (capoluogo della Licia, fedele a Roma), Pergamo (capitale degli Attalidi, un importante centro studi), Tiatira (un notevole centro di artigianato e di industria, il cui santuario era dedicato alla Sibilla di Samo), Sardi (antica città reale sede del potentissimo e ricchissimo re Creso, poi conquistata da Ciro e da Antioco), Filadelfia (piccola città della Lidia, con un tempio dedicato a Giano) e Laodicea (centro commerciale notissimo per i bagni termali, nel 60 fu distrutto da un terremoto), sicuramente Efeso è la maggiore, essendo la più grande città dell'Asia Minore, sede del più importante tempio della dea pagana Artemide. Sono tutte comunità che hanno già subito, come lui, varie "tribolazioni"(1,9), presumibilmente causate dal fatto che a quel tempo gli imperatori romani cominciavano a pretendere d'essere considerati "divini": si parlava già del divus Augustus e lo stesso Cesare era stato proclamato divus dal senato romano. Verso la fine del I secolo proprio nelle province romane dell'Asia Minore occidentale il culto degli imperatori veniva imposto con mezzi particolarmente duri e oppressivi (p.es. imprimendo a fuoco sulla mano destra o sulla fronte il marchio imperiale, come segno di sottomissione, di cui peraltro si parla nella stessa Apocalisse). Domiziano fu proprio uno dei primi imperatori che si autoproclamò "Signore e Dio". Sappiamo anche dal Nuovo Testamento che alla comunità di Laodicea era stata mandata una lettera, andata perduta, da parte di Paolo di Tarso, e che Efeso fu un punto di riferimento privilegiato per i viaggi missionari dello stesso Paolo, nonché destinataria di una delle sue lettere. Delle altre quattro città non abbiamo notizie nel resto del N.T. Poiché Paolo, nella sua lettera agli Efesini, scritta alla fine della sua vita, mentre era incarcerato a Roma, non cita Giovanni, è da presumere che i destinatari efesini di una lettera dell'Apocalisse non fossero di origine pagana, come quelli di Paolo, ma di origine giudaica. Per tutta la sua lettera infatti Paolo continuamente ribadisce di non essere un apostolo degli ebrei ma dei gentili. Anche Paolo dice di aver avuto una "rivelazione" (Ef 3,3), riguardante un "progetto segreto di Dio": quello di realizzare una piena uguaglianza tra ebrei e gentili. E in tale uguaglianza - precisa Paolo - Cristo non andava considerato un liberatore politico bensì un redentore morale, che non aveva agito per liberare la Palestina dai romani e dai collaborazionisti ebrei, ma che era venuto (dall'aldilà) per sconfiggere il peccato originale e quindi la morte, sua principale conseguenza, ovvero per riappacificare l'umanità col dio che l'aveva cacciata dall'eden proprio in seguito a quella colpa fatale. L'attesa della parusia imminente è decisamente scomparsa in questa sua lettera, peraltro pesantemente manomessa dai suoi discepoli. E' quindi da escludere che la lettera di Paolo sia precedente a quella inviata da Giovanni nell'Apocalisse, e nonostante Efeso appaia, nel N.T., come una delle comunità fondate da Paolo, possiamo tranquillamente sostenere che le sette comunità citate nell'Apocalisse hanno conosciuto per la prima volta il nome di Gesù Cristo grazie a Giovanni. D'altra parte non avrebbe avuto alcun senso rivolgersi a delle comunità cristiane di origine pagana usando toni, simbologie e riferimenti escatologici così marcatamente semitici come quelli che vediamo nell'Apocalisse, la quale è un pressante invito, scritto da un esiliato, a tenersi pronti per la rivoluzione. Non ci sono intenti polemici nei confronti di queste comunità, anche se non vengono risparmiate le critiche. Si può quindi presumere che inizialmente le sette lettere siano state spedite separatamente e fatte circolare in gran segreto e che solo successivamente (probabilmente dopo la morte dello stesso apostolo) siano state accorpate in un unico testo, ovviamente previa manipolazione redazionale in senso spiritualistico (cosa che ha fatto p.es. pensare ad alcuni esegeti che il numero sette indichi in realtà l'universalità delle comunità cristiane, proprio perché in tutto il testo l'unico nome citato, oltre a Cristo, è quello stesso di Giovanni: i capi delle varie comunità sono stati fatti diventare degli "angeli"). Giovanni tuttavia non sembra affatto avercela solo con le pretese idolatriche imposte dagli imperatori romani ("la bestia che viene dal mare"), ma anche con quel sincretismo religioso propagandato da certi ambienti giudaico-gnostici ("la bestia che viene dal retroterra"), che risultava alquanto nocivo agli interessi della causa rivoluzionaria. E qui è difficile non pensare ch'egli avesse in mente la predicazione paolina. |
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