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COMMENTO ALL'APOCALISSE DI GIOVANNI
Premessa generale -
Premessa politica - I destinatari -
La
canonicità - Il genere apocalittico -
Le tesi dell'Apocalisse -
I quattro cavalieri -
Fonti

IL GENERE APOCALITTICO
Indubbiamente l'Apocalisse ha molti elementi spiritualistici di derivazione
essenica (non dimentichiamo che, prima di abbracciare la causa del Cristo,
Giovanni aveva abbracciato quella del Battista), nondimeno quelli che non sono
stati aggiunti o manipolati successivamente alla stesura del testo, non fanno
riferimento a forme di divinità astratte, superiori allo stesso Cristo: l'unico
dio di cui nel testo si parla è il "Figlio dell'uomo".
Anzi, sulla stessa influenza essenica bisognerebbe fare alcune precisazioni,
in quanto, stando agli studi critici dei manoscritti di Qumran, il carattere
drammatico della visione cosmico-escatologica che si ritrova in alcuni rotoli
(p.es. la Regola della Guerra) e che va considerato abbastanza inusuale per
l'ambiente giudaico (anche se quello tardo giudaico post-esilico in effetti è
spesso caratterizzato da un accentuato dualismo: p.es. i "figli della luce"
contro i "figli delle tenebre"), risente a sua volta di un marcato influsso di
idee provenienti dal mondo iranico-mazdeo.
L'apocalittica come genere letterario è tipico, se vogliamo, di culture
babilonesi, anche se la si ritrova nel libro di Daniele, nell'Enoch etiopico,
nell'Enoch slavo e in altri testi chiaramente influenzati da una sorta di
gnosticismo manicheo-giudaico di derivazione iranica. Praticamente
l'apocalittica è stato un genere letterario di moda nell'ambiente giudaico dal
II sec. a.C. al II-III sec. d.C.
E' sufficiente fare alcuni esempi per convincersene (e per una visione
generale del problema si rimanda all'art. di Ezio Albrile, Enoch e l'Iran:
un'ipotesi sulle origini dell'apocalittica, in "Nicolaus", n. 2/1995).
Espressioni come quelle che andremo a citare sono state prese dalla
letterature mandaica o zurvanita:
- Antico o Capo dei Giorni o degli Eoni o del divenire del tempo (passato,
presente e futuro);
- la veste e i capelli bianchi di questa divinità, i suoi occhi lucenti
come il sole;
- la luce o lo spirito posti in alto, la tenebra o la materia posti in
basso;
- dio come essere cosmico il cui corpo coincide con la creazione;
- la luce in forma di fuoco all'origine della creazione, destinata a
riapparire alla fine dei tempi nelle sembianze di un cavaliere sopra un
destriero infuocato;
- l'opposizione di dio a una folta schiera di angeli decaduti (demoni),
che influenzano gli esseri umani insegnando loro i segreti per mutare le
cose del mondo;
- lo scontro tra due principi, del bene e del male, in cui quest'ultimo
non è subito annientato, ma incatenato sino alla fine dei tempi, dopodiché
verrà sciolto per essere definitivamente sconfitto;
- il mondo (o il tempo) futuro (o infinito) contrapposto al mondo presente
(finito);
- la morte e la malvagità introdotti nella creazione positiva di dio a
causa della gelosia o invidia da parte del demone;
- nella grande guerra tra bene e male la sofferenza purifica, i morti
risorgono, il cosmo viene trasfigurato;
- le epoche della grande guerra sono quaternarie, divise in quattro
periodi, contrassegnate da quattro elementi simbolici;
- al ritorno escatologico del signore dell'universo vi sarà il giudizio
finale, seguito dalla redenzione definitiva dei peccati dell'umanità e la
distruzione delle potenze malvagie;
- la riconciliazione tra uomo e dio passa attraverso l'immolazione di un
uomo-dio, che muore e risorge;
- l'uomo riconciliato alla fine dei tempi recupera col proprio corpo un
nuovo rapporto: il corpo diventa "spirituale".
Questi e altri elementi ancora sono ampiamente documentati nella letteratura
indo-iranica e nelle apocalissi cosiddette "zurvanite", che precedono di molto
il tardo giudaismo e che lo influenzano attraverso lo gnosticismo.
Si può addirittura sostenere che lo sviluppo di questa apocalittica in ambito
giudaico ha trovato il suo prosieguo più incisivo proprio nell'apocalittica
cristiana, con la differenza che qui tutti gli avvenimenti ruotano attorno alla
figura di Gesù Cristo.
Ma su questo bisogna spendere ancora alcune parole, proprio perché è
difficile sostenere che la parte migliore dell'escatologia dell'Apocalisse di
Giovanni sia in tutto debitrice di quella di origine babilonese o che non vi
siano differenze sostanziali con le apocalissi giudaiche vere e proprie o con
tutte le altre piccole apocalissi cristiane sparse nel Nuovo Testamento
(presenti p.es. nei vangeli: Mc 13,1ss.; Mt 24,1ss.; Lc 21,5ss., nelle lettere
di Paolo: 2Ts 2,1-12; 2Cor 12,1-9; 1Ts 4,13-17; e in quelle di Pietro: 1Pt
3,19ss.; 2Pt 3,10-13).
- Anzitutto il rapporto tra profezia e apocalittica è controverso nel
testo di Giovanni, in quanto il termine greco apokalypsis vuole dire
una cosa: rivelare, scoprire, togliere il velo, che è tipica delle
profezie. In questo l'autore, che viene chiamato "profeta" dall'angelo che
gli impedisce di prostrarsi ai suoi piedi (22,9) e che definisce questo
testo come una
"profezia" (22,10), si differenzia dalle apocalissi classiche del
giudaismo, in cui era netta la differenza dal profetismo. Si può anzi dire
che nell'ebraismo l'apocalittica è un surrogato e una prosecuzione
fantastica di quel profetismo
i cui ideali politici non si erano realizzati: il profeta si poneva il compito di
cambiare la realtà qui ed ora; l'apocalittico invece rimanda i cambiamenti,
preceduti da immani catastrofi, ad epoche future.
- Nel valutare i rapporti tra bene e male, gli apocalittici giudaici sono
decisamente dualisti, opponendo in maniera radicale due principi che
non hanno nulla in comune. Nell'Apocalisse di Giovanni invece, pur
presentando la storia dell'umanità come un grande scontro armato tra forze
opposte, all'origine del male vi è una scelta umana, che non è tanto
"imposta" quanto "condizionata" dagli eventi. E la soluzione alla sofferenza
non ha bisogno d'essere ricercata in qualcosa che non esiste nel presente:
Giovanni reputa se stesso come l'interprete più fedele del messaggio di
Cristo (lui solo è in grado di "mangiarsi" il libro della verità che gli
offre l'angelo).
- Anche nelle piccole apocalissi riportate nel Nuovo Testamento si
riscontra, in un certo senso, lo stesso pessimismo dell'escatologia
giudaica, che differiva a un tempo non meglio precisato (conosciuto solo a
dio) la soluzione delle contraddizioni antagonistiche, con la differenza che
in quelle cristiane la vittoria è certa essendo certa sin da adesso, avendo
il Cristo risorto vinto la morte. Viceversa Giovanni inserisce il riscatto
del suo popolo nell'ottimismo di un'escatologia che vuole inaugurarsi
nell'immediato presente.
- Nel testo di Giovanni si riprendono e si sviluppano le grandi immagini
della tradizione profetica che va da Isaia ad Ezechiele, da Zaccaria a
Daniele, ma ci si innesta anche nella tradizione biblica che nel II sec.
a.C. aveva prodotto il genere apocalittico. Il libro di Daniele si può dire
costituisca lo spartiacque tra il passato profetismo e la nuova
apocalittica. E' tuttavia sbagliato considerare il testo dell'apostolo
Giovanni come un'apocalissi vera e propria, ed è stato sbagliato mettergli
un titolo che rimanda più alle apocalissi giudaiche che non a quei messaggi
tipicamente politici ch'erano le profezie. Questo perché mentre Giovanni,
come i profeti in genere, ha di mira un cambiamento nel presente storico,
gli apocalittici pongono il mutamento epocale solo al termine della storia.
Si può pertanto considerare del tutto fuorviante l'idea, che i redattori
cristiani hanno avuto, di aggiungere
elementi della letteratura apocalittica in un testo che voleva porsi solo in
maniera profetica.
- Ma vi sono altre differenze tecniche rispetto all'apocalittica del tardo
giudaismo, prevalentemente extra-biblica (Apocalissi di Baruch, di Mosè, di
Elia, di Esdra, di Enoch ecc.):
- Giovanni, sin dall'inizio del testo, rivela la propria identità e non fa
uso della pseudonimia, che era quella finzione letteraria con cui
l'autore, per dare maggiore rilievo e autorità al proprio testo, lo
attribuiva a un illustre personaggio del passato (Adamo, Mosè, Noé...);
- Giovanni dice di aver ricevuto l'ordine di "non sigillare le parole della
profezia" del suo libro (22,10), per cui evita di usare quell'esoterismo
con cui le apocalissi giudaiche sostenevano che le "rivelazioni" dovevano
restare segrete sino alla fine dei tempi;
- il simbolismo usato nella prima sezione dell'Apocalisse è molto
sobrio rispetto a quello usato dall'apocalittica giudaica;
- il carattere compilatorio delle apocalissi ebraiche (che si servono
di vari materiali giustapposti tra loro, senza preoccupazioni di coerenza)
si riscontra soprattutto nella seconda parte dell'Apocalisse giovannea.
Alla luce di quanto detto, possiamo infine chiederci in che maniera Giovanni,
indirizzando le sue lettere, eminentemente politiche, alle sette comunità da lui fondate,
riuscisse a
interpretare il fallimento del tentativo insurrezionale del Cristo. Egli
infatti, essendo sicuro della vittoria finale, non poteva esimersi dallo
spiegare il motivo per cui Cristo non fosse riuscito nell'impresa di liberare la
Palestina. Era solo questione di "tradimento" all'interno dei Dodici?
Ebbene, leggendo l'Apocalisse si ha l'impressione che l'unica spiegazione possibile possa essere soltanto la seguente: il tentativo
del Nazareno fallì
a causa dell'immaturità politica delle masse palestinesi, e tuttavia, nonostante
questo, i fattori che rendevano necessaria l'insurrezione non erano affatto
diminuiti ma anzi aumentati. Il Cristo aveva tentato un'insurrezione nel momento
in cui le forze romane erano sicuramente più deboli, ma proprio in seguito a
quella repressione esse erano enormemente cresciute, rendendo così ancora più
evidente la necessità della rivoluzione. L'Apocalisse voleva dunque offrire
un'ulteriore speranza a quella generazione che non s'era macchiata di quel
vergognoso crimine e che soprattutto aveva evitato di tradirlo mistificandone il
messaggio.
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