STUDI SUL NUOVO TESTAMENTO


COMMENTO ALL'APOCALISSE DI GIOVANNI

Premessa generale - Premessa politica - I destinatari - La canonicità - Il genere apocalittico -
Le tesi dell'Apocalisse - I quattro cavalieri - Fonti

Arcangelo San Michele (Museo bizantino di Atene)

LE TESI DELL'APOCALISSE

Colpisce il fatto che in questo testo non si parla di rivelazione "su" ma "di" Gesù Cristo, cioè Giovanni non dice di voler scrivere qualcosa di inedito sulle parole e sulle opere del messia, ma dice che il Cristo gli ha comunicato qualcosa di decisivo attraverso un proprio angelo. Quasi lo stesso escamotage viene usato da Paolo per indicare la propria conversione sulla via di Damasco, ma in questo caso possiamo capirla: Paolo doveva dimostrare che la sua vita da fariseo militante anticristiano era finita. Giovanni invece che bisogno aveva di dire che la rivelazione non era sua ma di Cristo in persona?

Il motivo è molto semplice: Giovanni non aveva ancora dato per scontato che non ci sarebbe stata alcuna parusia del Cristo, anzi, vedendo l'approssimarsi di una grande e imminente guerra contro Roma, la giudicava assolutamente inevitabile, per cui gli sembrava più facile convincere i propri discepoli a tenersi pronti usando la finzione letteraria della testimonianza diretta di colui che avrebbe dovuto esserne il principale protagonista.

Giovanni si sente come un profeta disarmato ma non vuole che le sue lettere passino come l'ultimo canto del cigno. Le tesi da lui sostenute nell'Apocalisse si possono ridurre a sette:

  1. Gesù è vero uomo e vero dio, in forza della resurrezione;
  2. il dio ebraico è insussistente, non c'è nessun altro dio che Cristo (tanto meno possono essere qualificati "dèi" gli imperatori romani);
  3. ogni uomo partecipa in qualche modo alla realtà di questa divinità, che quindi non può essere esclusiva del Cristo: salvezza o dannazione dipendono unicamente dalla volontà umana;
  4. essendo risorto, il Cristo non può essere sconfitto da nessuno e il suo destino è quello di ritornare sulla terra in maniera vittoriosa;
  5. i suoi discepoli non conoscono il momento della parusia, ma sanno con certezza ch'essa avverrà presto: devono solo pazientare e tenersi pronti alla chiamata decisiva (lo squillo delle trombe), cercando di leggere sapientemente i segni dei tempi;
  6. i nemici principali che i cristiani devono fronteggiare sono la bestia che viene dal mare (i romani), la bestia che sale dall'abisso (giudei collaborazionisti) e il falso profeta (falso cristiano);
  7. la liberazione umana e politica sarà mondiale, non solo nazionale.

Vediamoli in dettaglio.

Nel testo non s'intravedono le influenze gnostico-ellenistiche così ben visibili nel IV vangelo: l'Apocalisse è stata manomessa da ambienti cristiani di origine giudaico-essenica. L'unica idea mistica presente è quella relativa al fatto che i cristiani sono stati salvati dal sacrificio di Cristo, agnello sgozzato. Non vi è alcuna traccia del peccato originale, della trinità, dello spirito santo, della circoncisione nello spirito, dei sacramenti, anzi lo stesso dio è strettamente equiparato al Cristo, nel senso che non esiste alcun dio che non sia lo stesso messia crocifisso.

Quando Giovanni parla di dio usa categorie veterotestamentarie (dio è "onnipotente" non "misericordioso"), ma lo fa per poi attribuire le stesse categorie al Cristo, il quale comanda il corso degli avvenimenti storici come se fosse Jahvé. Il messia è in grado di utilizzare il male da padrone, per mettere alla prova gli eletti, i quali devono tenersi pronti per il suo ritorno glorioso.

E' come se si volesse sostenere che, se esiste un dio, il Cristo non gli è da meno. Questo, per la mentalità giudaica di allora, equivaleva a fare professione di ateismo, in quanto il fatto di elevare un uomo a dio comportava, come conseguenza inevitabile, la riduzione di dio a un essere umano (1).

Giovanni infatti nega di svolgere una qualunque funzione religiosa: egli si considera "servo di dio", cioè umile cristiano, al massimo "profeta", anche se è ben consapevole di possedere un'interpretazione dei fatti più oggettiva di quella di qualunque altro apostolo: infatti lui solo è in grado di mangiare il libro che gli consegna l'angelo, un libro dal sapore dolce in bocca ma amaro nello stomaco, proprio perché la rivoluzione del Cristo è stata tradita.

Nell'Apocalisse, quando si parla del messia, non vi è alcuna vera differenza tra uomo e dio. L'unica vera differenza è tra Cristo e i suoi "servi": gli angeli e gli uomini, che devono sentirsi "fratelli" tra loro. In questo l'antitesi all'ideologia petro-paolina è netta. Alla comunità di Efeso egli scriverà che il Cristo, a chi vince la guerra contro le forze del male, darà da mangiare dell'albero della vita (2,7), lasciando così credere che all'origine della creazione non vi era altro dio che lo stesso Cristo.

Non a caso più volte, nel testo, gli angeli dicono a Giovanni che non deve mai prostrarsi davanti a loro, a testimonianza che non esiste alcun dio oltre a Cristo, qui descritto come "Figlio d'uomo"(1,13; 12,5; 14,14), in maniera analoga alla visione del profeta Daniele (7,13.26), o come "Re dei Re, Signore dei Signori"(6,16; 17,14), in chiave politico-terrena, anzi cosmica. "Il regno del mondo è passato al Signore nostro, ed egli regnerà per i secoli dei secoli"(11,15).

Gesù è descritto con lineamenti che nella tradizione profetica e apocalittica del classico giudaismo venivano attribuiti soltanto a dio: "alfa e omega", "primo e ultimo", "il principio e la fine", "il vivente per i secoli dei secoli", ecc. All'Agnello viene riservata la stessa identica adorazione, in quanto siede su un trono regale e divino insieme. Egli è in grado di dare la vita eterna, di comandare gli angeli, di rendere beato chi vuole. Nessun testo della Bibbia paragona un uomo a dio in maniera così stringente: il Cristo appare non come mediatore tra dio e gli uomini, ma come una sorta di prototipo ancestrale, divino-umano, dell'intera umanità. Cioè gli uomini sono essi stessi dèi, simili agli angeli, per cui non possono materialmente morire, poiché ad ogni morte segue inevitabilmente una resurrezione, personale e generale, provvisoria e definitiva: possono soltanto salvarsi o dannarsi (la cosiddetta "morte seconda" non è "fisica" ma "spirituale", è quella di chi, di fronte all'evidenza, si ostina a non volerla ammettere).

Quello che Giovanni chiede a quest'uomo-dio è un'affermazione di giustizia contro i nemici romani e giudei collaborazionisti che l'hanno crocifisso e contro quanti, tra i cristiani, l'hanno di nuovo tradito rinunciando a proseguire il suo messaggio rivoluzionario: i "falsi profeti" sono probabilmente un riferimento a Pietro e Paolo, che molti esegeti considerano già morti al momento della stesura del testo.

(1) Quando i cristiani di origine gnostica manipoleranno il suo vangelo, non potranno non tener conto di questa tesi giovannea. Infatti già nel Prologo arriveranno a dire che "nessuno ha mai visto Dio"(1,18) e che solo il Cristo l'ha "rivelato". Il che però, svolto in maniera conseguente, poteva anche portare a credere che tra Dio e Cristo non ci fosse in realtà alcuna differenza. D'altra parte nello stesso vangelo esiste un punto che i redattori cristiani non hanno voluto o saputo manipolare, nella convinzione ch'esso fosse già favorevole alla tesi della "divinità" del Cristo. In realtà il v. 10,34 è favorevole alla tesi dell'ateismo, poiché, all'obiezione che i giudei muovono a Gesù di volersi fare come Dio, egli risponde che tutti gli uomini dovrebbero considerarsi degli "dèi", cioè autonomi da qualunque influenza di tipo religioso. Un'affermazione del genere, per i giudei integralisti, era pari a una bestemmia, e infatti cercarono subito di arrestarlo.


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Religioni - Nuovo Testamento
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Aggiornamento: 15/07/2008