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LA PICCOLA APOCALISSE SINOTTICA(I-II)
COMMENTO Ufficialmente il capitolo 13 del vangelo di Marco, fonte di Matteo e Luca, porta il titolo di "Discorso sul monte degli Ulivi", ma ha tutte le caratteristiche del genere letterario escatologico, per cui può tranquillamente essere definita una "piccola apocalisse", almeno rispetto a quella di Giovanni. Il discorso viene collocato da Marco subito prima dell'ingresso messianico; lo spazio scenico è quello del Tempio di Gerusalemme e successivamente quello del monte degli Olivi (Getsemani), un giardino collocato sul limitare della valle del Cedron, lungo l'odierna strada da Gerusalemme a Betania. (1) Il capitolo di Marco, che corrisponde al 24 di Matteo e al 21 di Luca, si pone molto probabilmente come mistificazione di un discorso politico relativo all'imminenza dell'insurrezione armata, che difficilmente può essere stato fatto presso il Tempio, alla presenza delle autorità giudaiche e romane, per cui potrebbe anche risultare attendibile il riferimento al Getsemani. Sul piano redazionale il racconto è indubbiamente nato come "apocalisse" post-eventum, cioè successiva al crollo di Gerusalemme del 70, e da allora non deve aver subìto particolari rimaneggiamenti, tant'è che le versioni di Matteo e di Luca non contengono significative varianti. In fondo si trattava soltanto di riferire al Cristo delle profezie relative a fatti già accaduti. Non solo i fatti non potevano essere smentiti, per quanto i sinottici siano reticenti nell'attribuirne la causa ai romani, ma neppure l'attribuzione delle profezie al Cristo, in quanto la comunità cristiana di Gerusalemme era scomparsa dopo il 70 e quella sopravvissuta al di fuori della Palestina aveva un odio così grande nei confronti dei giudei che non avrebbe avuto scrupoli nel fare carte false per indicare unicamente in loro i principali responsabili della morte del Cristo e della distruzione del loro paese. Gli apostoli citati da Marco sono quattro e in quest'ordine: Pietro, perché fu lui a dirigere la comunità post-pasquale subito dopo la morte del Cristo; Giacomo, che dovrebbe essere il fratello di Giovanni ma che forse qui è il fratello di Gesù, quello che sostituì Pietro quando questi fu fatto evadere dal carcere, per non tornare mai più a Gerusalemme; Giovanni, che fu ben presto emarginato dalla comunità di Pietro e che qui risulta presente solo perché non si poteva escluderlo, e Andrea, fratello di Pietro, anche lui misteriosamente scomparso negli Atti degli apostoli. L'occasione del discorso è un'espressione di meraviglia manifestata dai discepoli per la robustezza delle mura del Tempio e dell'intera città (cosa che sarebbe stata particolarmente utile per difendersi dalla controffensiva romana successiva all'insurrezione). Ovviamente Gesù avrà confermato, sul piano tecnico, il valore strategico della città e delle sue imponenti fortificazioni (a quel tempo in fondo gli ebrei erano gli unici a resistere con coraggio al dilagare dell'imperialismo romano). Qui però doveva apparire il contrario, essendo tutto il discorso finalizzato a mostrare la debolezza di quelle costruzioni, che di fatto non riuscirono a reggere l'impatto dell'assalto delle legioni. Se è esistito, ed è facile che lo sia stato, in quanto l'insurrezione anti-romana nei piani del Cristo doveva partire per forza dalla capitale di Israele, un discorso politico-militare su un argomento logistico come questo, deve essersi svolto sulla base di considerazioni che qui non potevano essere presenti, avendo Marco in mente di propagandare l'immagine di un messia redentore e non liberatore. Il discorso originario, com'è facile immaginare, doveva aver posto sulla bilancia questioni di natura tecnica e questioni di natura umana. Sarebbe stato infatti illusorio pensare di poter resistere a un grande impero come quello romano, che fino a quel momento aveva incontrato ben poche resistenze, facendo leva esclusivamente sull'imponenza delle mura della città, che peraltro erano già state varcate dalle legioni di Pompeo. Occorreva una direzione strategica delle operazioni belliche ben organizzata, che permettesse non solo di resistere agli assedi delle legioni romane, ma anche di cacciarle definitivamente dalla Palestina. E una direzione del genere doveva poter contare, più che sull'imponenza delle mura (come invece pensarono di fare gli zeloti nel corso della guerra giudaica), sulla collaborazione del popolo, che, a vario titolo, avrebbe dovuto sostenere le truppe regolari e irregolari, fiancheggiare le operazioni militari vere e proprie e quelle di guerriglia. Nessun esercito riesce a vincere una guerra se non ha l'appoggio della popolazione in grado di nutrirlo, assisterlo, proteggerlo nei momenti più critici. La resistenza doveva essere nazionale e non concentrata soltanto nella capitale. Indubbiamente il segno per farla scoppiare poteva essere offerto dall'insurrezione armata a Gerusalemme, in virtù della quale si poteva facilmente disarmare la guarnigione romana lì presente. Dopodiché si sarebbe occupata la città nei suoi gangli vitali, estromettendo l'aristocrazia sacerdotale da qualunque gestione politica del tempio e della città. Ma il vero obiettivo restava la liberazione dell'intera Palestina. P.es. il quartier generale di Pilato, stanziato a Cesarea, andava immediatamente bloccato, onde impedire qualunque comunicazione con Roma. Qual è la principale contraddizione del racconto di Marco, che vuole conciliare aspetti umani con aspetti religiosi? E' il fatto che da un lato Gesù, qui presentato come un dio, spiega per filo e per segno cosa dovrà accadere nell'imminenza della fine non solo della Palestina ma del mondo intero; dall'altro non è assolutamente in grado di prevedere il momento in cui tutto ciò avverrà, in quanto - a suo giudizio - solo dio può saperlo. Qui è evidentissima la dipendenza di Marco dall'ideologia petro-paolina, che all'inizio cercò d'imporsi parlando di "morte necessaria" del messia, di sua "resurrezione" e di sua "imminente parusia trionfale" e che poi, vedendo i suoi inspiegabili ritardi, fu costretta a ridimensionare le proprie sicurezze, posticipando a data da destinarsi il momento epocale del riscatto definitivo (i cui segni anticipatori non sarebbero stati solo di tipo "storico" ma anche di tipo "naturale", mettendo così un'ipoteca su un mix di eventi contestuali di ben difficile apparizione). Ecco perché lo stesso Gesù che viene reso profeta della catastrofe finale di Israele, la cui causa viene qui addebitata ai giudei, che non hanno creduto in lui, non può profetizzare nulla sulla catastrofe del mondo intero, in quanto la sua attesa trionfale è andata delusa. Un Cristo risorto, che invece di tornare per vendicarsi dei romani e dei giudei collaborazionisti, se ne ascende in cielo, non può certo essere considerato un messia liberatore, anzi rende illusoria qualunque aspettativa politica (non a caso nel vangelo di Marco, che è quello del "segreto messianico" per eccellenza, Gesù rifiuta sempre di qualificarsi come "messia"). Ma se non era un liberatore - fa capire Marco - è inutile prendersela coi romani. Se i giudei non l'hanno riconosciuto, la principale responsabilità è la loro. Se l'avessero accettato come messia politico, la Palestina si sarebbe liberata dei romani; non avendolo fatto, non ha più senso continuare a parlare di "messia liberatore": tutta la Palestina è stata occupata dai romani e i cristiani emigrati devono continuare a vivere sotto le grinfie dell'impero. Una liberazione politica, agli occhi degli ebrei e degli stessi primi cristiani, avrebbe avuto senso se fosse stata "nazionale". Ma dopo il 70 ogni tentativo di continuare a parlare di un "Cristo politico" andava decisamente censurato. Dopo il tragico momento della croce Pietro volle comandare il movimento nazareno, ponendosi in alternativa alla posizione giovannea, che invece chiedeva di proseguire la strada dell'insurrezione armata. Fu lui, con la sua idea opportunista di "parusia", che obbligava a starsene passivamente in attesa, il principale responsabile della disfatta del movimento nazareno, in questo seguito a ruota dall'ex fariseo Saulo di Tarso. E fu sempre lui che ideò la trovata geniale di attribuire al Cristo un vaticinio catastrofico non tanto o non solo per la Palestina ma anche e soprattutto per l'intero pianeta, facendo in modo così di salvaguardare le proprie idee di "morte necessaria", di "resurrezione" e della stessa "parusia", che avrebbero continuato ad avere un valore non sul piano storico ma su quello metastorico, essendo proiettate verso un tempo indefinito. Anche noi oggi sappiamo che il sole ha una vita di circa tredici miliardi di anni e che ne sono già trascorsi cinque dalla sua nascita e che tra altri cinque inizierà la sua agonia, non essendovi più idrogeno nel suo nucleo: che cosa ci costa dire che tra sei-sette miliardi di anni vi sarà la parusia del Cristo? Chi potrà smentirci? Ma soprattutto: a chi interesserà un evento del genere? Anche Paolo, che pur aveva creduto imminente la parusia, dopo vent'anni di folle predicazione, sarà costretto a inventarsi degli impossibili segni premonitori, che ne avrebbero anticipato la venuta, tra cui, niente di meno, che la conversione generalizzata degli ebrei al cristianesimo! Tutta questa "piccola apocalisse" sottostà a una precisa filosofia deterministica, essendo dominata dalla categoria della necessità storica. Gli eventi storici e naturali appaiono come ineluttabili, inevitabili, predestinati da dio-padre, cui neppure il figlio può opporsi. I sopravvissuti alla generale apostasia saranno quelli predestinati alla salvezza. I giorni della catastrofe cosmica verranno abbreviati solo per fare un favore agli eletti, i quali non avranno il potere di impedire alcunché. Loro compito principale sarà soltanto quello di resistere il più possibile. Non ci sarà infatti possibilità di realizzare alcuna rivoluzione politica o insurrezione armata sulla terra, proprio perché la liberazione dalla schiavitù non potrà essere "umana" ma solo "divina", fatta direttamente dal figlio dell'uomo, che scenderà dall'alto dei cieli. Nell'Apocalisse di Giovanni gli eletti devono tenersi pronti a un decisivo scontro armato (non a caso essa fu scritta nell'imminenza della guerra giudaica): qui invece devono soltanto attendere passivamente il trionfo del Cristo redivivo. Pietro ha mentito alla sua generazione, al suo movimento e ha continuato a mentire alle generazioni future, quelle che per credere nella "divinità" del messia hanno rinunciato a lottare per migliorare le loro condizioni di vita. Va infatti considerato come del tutto riprovevole l'aver attribuito al Cristo l'affermazione secondo cui non sarebbe passata la propria "generazione" prima che tutte queste disgrazie fossero avvenute (Mc 13,30). Che bisogno aveva Marco di dire una cosa del genere quando quella generazione sapeva benissimo che la parusia non c'era mai stata? Il motivo è semplice: Pietro ha voluto far credere che quando predicava la parusia imminente lo faceva solo perché gli era stato comunicato dal Cristo. "Morte necessaria", "resurrezione", "parusia": sono tutti concetti che nel vangelo di Marco vengono fatti propri direttamente dal messia, tutti concetti che sono serviti per mettere a tacere un movimento che chiedeva perché di fronte all'avanzata romana in Palestina le indicazioni dall'alto erano quelle di non fare nulla. Dunque chi poteva smentire Pietro dopo il 70, quando non solo molti apostoli della prima ora non esistevano più nell'ambito del cristianesimo petrino e quando persino quella stessa generazione, testimone delle azioni del Cristo, si era ormai ridotta all'osso? Solo Giovanni poteva farlo, e infatti lo farà in un racconto di resurrezione del suo vangelo (cap. 21), che per passare al setaccio del canone i suoi seguaci dovettero ambientare in un contesto saturo di misticismo: lì viene detto che mentre il discepolo prediletto poteva essere esonerato dal ricominciare la sequela al Cristo, in quanto non l'aveva mai tradito, per Pietro invece era un'altra storia. Nel vangelo di Marco, come in tutti i documenti del Nuovo Testamento, noi abbiamo a che fare con una comunità politicamente sconfitta, che cerca di sopravvivere arrampicandosi sugli specchi, inventandosi cose assurde, anche perché non vuole rassegnarsi a non poter svolgere alcun ruolo politico. E, per quanto dal punto di vista ateistico possa apparire una cosa irrilevante, le va comunque attribuito il merito d'aver cercato d'opporsi, con l'idea di un Cristo "divinoumano", alle pretese teocratiche degli imperatori romani. Là dove nel discorso si parla di "abominio della desolazione" si deve appunto intendere la trasformazione del Tempio ebraico in un Tempio pagano, votato a Zeus. Tuttavia, se può apparire comprensibile l'esigenza di rimandare a un futuro non precisato la possibilità di una rivincita politica e militare, per quale ragione non si incontra mai nel Nuovo Testamento neanche la più piccola espressione di autocritica nei confronti di quanto la leadership del movimento nazareno fece dopo la morte del Cristo? Il Nuovo Testamento appare come una colossale opera di falsificazione, una sorta di revisione redazionale di tutto quanto era stato pubblicato sull'argomento della rivoluzione, analoga a quella che viene raccontata da G. Orwell in 1984 e molto simile a quanto fece lo stalinismo dopo la morte di Lenin. Il Nuovo Testamento è l'espressione di una dittatura ideologica e politica che, partendo dalle posizioni petrine, s'è conclusa con quelle paoline, trovando soltanto in quelle giovannee una debole resistenza. (1) Infinite sono le polemiche sull'effettiva ubicazione del Tempio (cfr www.laportadeltempo.com) |
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