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L'ARRESTO DI GESU'

Gv 18,1-18 (sinossi)
[1]Detto questo, Gesù uscì con i suoi discepoli e andò di là
dal torrente Cèdron, dove c'era un giardino nel quale entrò con i suoi
discepoli.
[2]Anche Giuda, il traditore, conosceva quel posto, perché Gesù vi si ritirava
spesso con i suoi discepoli.
[3]Giuda dunque, preso un distaccamento di soldati e delle guardie fornite dai
sommi sacerdoti e dai farisei, si recò là con lanterne, torce e armi.
[4]Gesù allora, conoscendo tutto quello che gli doveva accadere, si fece innanzi
e disse loro: «Chi cercate?».
[5]Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era là
con loro anche Giuda, il traditore.
[6]Appena disse «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra.
[7]Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno».
[8]Gesù replicò: «Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che
questi se ne vadano».
[9]Perché s'adempisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno
di quelli che mi hai dato».
[10]Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori e colpì il servo
del sommo sacerdote e gli tagliò l'orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco.
[11]Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la tua spada nel fodero; non devo forse
bere il calice che il Padre mi ha dato?».
[12]Allora il distaccamento con il comandante e le guardie dei Giudei
afferrarono Gesù, lo legarono
[13]e lo condussero prima da Anna: egli era infatti suocero di Caifa, che era
sommo sacerdote in quell'anno.
[14]Caifa poi era quello che aveva consigliato ai Giudei: «È meglio che un uomo
solo muoia per il popolo».
[15]Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme con un altro discepolo. Questo
discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote e perciò entrò con Gesù nel cortile
del sommo sacerdote;
[16]Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta. Allora quell'altro
discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece
entrare anche Pietro.
[17]E la giovane portinaia disse a Pietro: «Forse anche tu sei dei discepoli di
quest'uomo?». Egli rispose: «Non lo sono».
[18]Intanto i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo,
e si scaldavano; anche Pietro stava con loro e si scaldava.
Commento
Durante l'ultima cena Gesù aveva incaricato Giuda di svolgere una mansione in
tempi brevi ("Quello che devi fare, fallo presto", Gv 13,27), di cui possiamo soltanto
vagamente immaginarci la natura, essendo quella cena l'ultima prima
dell'insurrezione armata, che forse doveva avvenire in quella stessa notte.
Il fatto che Gesù avesse incaricato Giuda, in un momento così delicato, e non
un qualunque altro apostolo che fino a quel momento era stato sicuramente molto
più protagonista di lui, ci fa pensare che quell'incarico poteva svolgerlo solo
lui, o che comunque lui fosse in quel momento la persona più indicata
(probabilmente a motivo delle sue origini giudaiche, cioè non galilaiche, oppure
a motivo delle sue conoscenze o del suo passato politico in Giudea).
Sappiamo che alcuni apostoli provenivano dall'ambiente battista, altri dal
quello zelota: Giuda forse proveniva dal fariseismo progressista (quello
di Nicodemo, Giuseppe di Arimatea...). Se è così, allora è possibile ipotizzare
che Giuda dovesse avvisare i farisei e i gruppi politici che avevano organizzato
l'ingresso trionfale del messia nella capitale, che l'insurrezione era
imminente, per cui dovevano tenersi pronti a intervenire in maniera costruttiva,
cercando di renderla meno cruenta possibile.
Dal momento che Giuda tardava a tornare Gesù e gli apostoli rimasti
cominciarono a preoccuparsi: forse non pensarono subito a un tradimento, ma a un
incidente, a una qualche fatalità che aveva impedito a Giuda di tornare
indietro. Fatto sta che ad un certo punto decisero di abbandonare il cenacolo e di
rifugiarsi al di fuori delle mura, in un bosco sopra un monte: il Getsemani,
detto Orto degli Ulivi.
Poiché non possiamo credere che Gesù avesse scelto di affidare l'incarico a
Giuda proprio perché lo sospettava di tradimento, né perché volesse metterlo
alla prova in un momento così cruciale per la riuscita della rivoluzione,
dobbiamo anzi pensare il contrario, e cioè che Gesù desse per scontato che Giuda
avrebbe eseguito il compito senza discutere.
Durante l'ultima cena Gesù s'era raccomandato di stare uniti, di rispettare
alla lettera le disposizioni comuni, di non prendere iniziative personali: Giuda
in quel momento era stato incaricato di eseguire un compito decisivo ai fini
della riuscita della rivoluzione. Se qualcosa andò storto, non fu perché lui
aveva da tempo preventivato di tradire (come in genere i vangeli vogliono farci
credere), ma proprio perché lo fece a insaputa di
tutti. Partì dal cenacolo con un'intenzione e vi ritornò con tutt'altra
intenzione.
Dobbiamo anzi dare per scontato che Giuda non sospettasse affatto che Gesù
stava subodorando un tradimento, per cui, in prima battuta, mentre guidava le
guardie per catturarlo, si sarà recato al cenacolo, convinto di trovarli ancora
tutti lì. Soltanto quando vide che non c'era nessuno, pensò che si fossero
nascosti nel solito nascondiglio: il Getsemani, dove la cattura, a motivo anche
del buio, sarebbe stata sicuramente più difficoltosa.
Probabilmente fino al cenacolo si pensò che le guardie del tempio potessero
essere sufficienti, ma sicuramente per entrare nel Getsemani si aveva bisogno di
un rinforzo militare munito di torce, che venne offerto da Pilato.
Perché Giuda tradì? Se voleva la Palestina libera e non credeva nella
rivoluzione, perché non era uscito prima dal movimento nazareno? Ha forse fatto
il doppio gioco sin dall'inizio? Era forse un infiltrato di Caifa o dei farisei?
Com'è possibile che ad un uomo così poco affidabile il Cristo avesse dato in
quella notte una missione così delicata da compiere?
Se invece militava nei nazareni convinto di poter
liberare il suo paese, perché decise di tradire? Se a questa domanda dessimo
questa risposta: Giuda era un moderato che tradì in buona fede, convinto di fare
gli interessi del suo paese, saremmo andati molto lontani dalla realtà?
Quando Gesù entrò trionfante a Gerusalemme, in groppa a un asino, in segno di
umiltà ma facendo chiaramente capire che i tempi erano maturi per l'insurrezione, i farisei erano molto indecisi sul da farsi: da un lato avrebbero voluto
fermarlo, dall'altro si chiedevano se non fosse il caso di appoggiarlo. E'
contro quest'ultimi che si scaglia Caifa, chiedendo che il messia venga
catturato prima che i romani reagiscano con violenza.
Dopo la vicenda di Lazzaro di Betania (in cui la sua "resurrezione" va letta
come metafora della ripresa della battaglia rivoluzionaria) il Cristo avrebbe
voluto entrare subito a Gerusalemme, ma vi fu impedito da una riunione del Sinedrio,
in cui si decise ufficialmente la sua morte, o comunque che bisognava
assolutamente arrestarlo e consegnarlo ai romani: era la prima volta che i
farisei accettavano una risoluzione del genere. Per questo motivo gli apostoli
con lui resteranno nella clandestinità presso Efraim (Gv 11,54) almeno sino
all'imminenza della pasqua.
A Betania doveva essere successo qualcosa di politicamente molto
significativo, poiché Giovanni scrive che, al vedere Gesù uscire dalla
clandestinità coll'intenzione di entrare nella capitale, "molti credevano in
lui"(Gv 11,45) e i partiti politici di Gerusalemme s'erano divisi
sull'atteggiamento da tenere.
I farisei progressisti erano dell'avviso che bisognasse appoggiare
l'iniziativa dell'insurrezione, anche se temevano le conseguenze da parte non
tanto della guarnigione romana stanziata nella capitale, che in fondo era ben
poca cosa, quanto piuttosto delle legioni imperiali che sicuramente sarebbero
intervenute col peso di tutta la loro forza. Essi volevano la liberazione della Palestina, ma
temevano di prendere decisioni risolute in senso rivoluzionario, preferivano
temporeggiare, nella speranza di poter logorare il potere romano con la politica
dei "piccoli passi", che però fino a quel momento non aveva dato alcun frutto
tangibile.
Fu Caifa che, nel corso della riunione parlamentare, fece una proposta che
lasciò tutti spiazzati. Disse che se avessero lasciato fare i nazareni, Israele
sarebbe stata perduta, poiché essi non avevano l'appoggio popolare e
istituzionale sufficiente; se invece
avessero arrestato il Cristo facendo in modo che l'esecuzione ricadesse sulla
responsabilità dei romani, avrebbero ottenuto due risultati: da un lato Roma li
avrebbe considerati più affidabili a livello istituzionale, dall'altro la popolazione ebraica si sarebbe
ribellata in massa, poiché avrebbe visto che un'altra speranza di liberazione
era andata infranta. E solo a quel punto le istituzioni giudaiche avrebbero
dovuto guidare la rivolta antiromana.
Caifa insomma quando affermò, rivolto ai farisei, quella frase che appariva
come una sentenza di morte: "Voi non capite! Non vi rendete conto che è meglio
per voi la morte di un solo uomo piuttosto che la rovina di tutta la nazione"(Gv
11,50),
aveva dato sfoggio di tutta la sua abilità di consumato politico, abituato a
guardare la realtà dalle finestre del suo palazzo.
Il vangelo poi qui si diverte a equivocare sul significato delle parole. Il
fatto che si volesse "Gesù morto per la nazione e anche per unire i figli di
Dio dispersi"(Gv 11,51 s.), non stava a significare ch'era meglio collaborare
con Pilato a sacrificare un leader ebraico, evitando così la ritorsione
dell'occupante e salvare il paese, né, tanto meno, come invece vuole
l'interpretazione cristiana, che grazie alla morte del Cristo s'è posto fine al
primato politico-nazionale d'Israele, aprendo le porte alla salvezza spirituale
di tutto il genere umano, ma stava piuttosto a significare (altrimenti le forze
progressiste giudaiche non avrebbero accettato quella risoluzione) che di fronte
allo scandalo di una nuova esecuzione capitale da parte dei romani l'intera
popolazione d'Israele (e non solo quindi quella Giudea) sarebbe insorta in
massa. Il Cristo andava quindi "sacrificato" per il bene della nazione e degli
ebrei della diaspora.
E' dunque assodato che la stragrande maggioranza dei gruppi, movimenti e
partiti politici dell'intero paese volesse la
liberazione nazionale, ma sui metodi da usare per realizzare questo
obiettivo non ci si trovava mai d'accordo. E' molto probabile, in quel momento,
che, vedendo la decisione dell'ala conservatrice del Sinedrio di catturare Gesù
per consegnarlo ai romani, l'ala progressista dei
farisei fosse ancora intenzionata ad appoggiare una qualche iniziativa
rivoluzionaria, seppur senza impegnarsi in prima fila.
Giuda era forse stato incaricato di chiedere definitivamente ai farisei
progressisti da che parte stessero, e dalla risposta che poteva ottenere, Gesù avrebbe deciso
la conseguente tattica: non è da escludere che si accontentasse di una
dichiarata neutralità da parte dei farisei. Doveva soltanto saperlo presto, anche perché,
in caso contrario, non gli restava che nascondersi nel Getsemani, un oliveto che
forse lo stesso Giuda gli aveva indicato come rifugio.
E' probabile, a questo punto, che lo stesso Giuda sia stato convinto a
comportarsi come non avrebbe voluto, cioè è probabile che gli siano state fatte
delle promesse, delle assicurazioni, traendolo in inganno. Giuda fu traditore
suo malgrado, tradì per debolezza, superficialità, errato senso del dovere,
protagonismo fuori luogo... di certo non tradì per denaro.
* * *
Qui tuttavia, mettendo a confronto la versione di Giovanni con quella dei
Sinottici, vien spontaneo chiedersi il motivo per cui egli abbia avvertito
il bisogno di riscrivere la cattura di Gesù quando l'episodio era già stato
abbondantemente trattato prima. Perché ripetere cose già dette quando
risultavano assodate almeno quattro cose:
- che Giuda fosse il traditore;
- che fosse lui la guida del manipolo nel Getsemani;
- che Gesù non oppose resistenza al suo arresto;
- che qualcuno tra i discepoli reagì cercando di uccidere un servo del sommo sacerdote.
Rispetto a queste cose, condivise dai Sinottici, che cosa si poteva dire in
più o di diverso? In realtà sono almeno sette le differenze sostanziali tra
Giovanni e gli altri vangeli che l'hanno preceduto. E ora bisogna vederle
estesamente.
- Il trasferimento dal cenacolo al Getsemani avvenne per motivi di
sicurezza. Anche Luca sa che "di notte il Cristo - dopo aver insegnato di
giorno presso il tempio - usciva dalla città di Gerusalemme e se ne stava
all'aperto, sul monte degli Ulivi"(21,37). Ogni tanto Luca sorprende per
certe informazioni cripto-politiche che rilascia autonomamente, come quando
ad es. dice che Gesù raccomandò ai discepoli di vendere il mantello per
procurarsi una spada (22,36), e tuttavia qui egli non s'accorge che il
trasferimento dal cenacolo al Getsemani era avvenuto proprio per motivi di
sicurezza.
I Sinottici, in effetti, su questo trasferimento forzato sono piuttosto reticenti, in quanto non possono
far vedere che il Cristo "non voleva" morire. La loro tesi è che al Getsemani, accompagnato
dai discepoli, Gesù andò non tanto per
nascondersi quanto per "pregare" dio di aiutarlo ad affrontare con coraggio
l'ultima prova della sua vita, e questo mentre tutti, inclusi i tre
prediletti, dormivano
della grossa, o perché stanchi, o perché l'ora era tarda, in ogni caso del
tutto ignari del pericolo incombente.
Giovanni invece capovolge la situazione e dice che tutti erano ben svegli e
preoccupati.
- Gesù si era deciso per il trasferimento dal cenacolo al Getsemani solo
dopo aver visto che Giuda tardava a compiere l'incarico che gli era stato
affidato. Invece di scegliere la soluzione della fuga precipitosa in ordine
sparso, preferì la soluzione più rischiosa, ma che offriva maggiori
chances nel caso si fosse stati costretti a patteggiare qualcosa.
Cioè se il Cristo si fosse nascosto da solo nel Getsemani e avesse lasciato
gli Undici nel cenacolo, liberi di fare quello che volevano, probabilmente
avrebbero preso tutti. Viceversa, stando tutti uniti, egli poté usare se
stesso come merce di scambio per la liberazione dei discepoli.
Quindi è da escludere ch'egli abbia detto loro che dove andava lui loro non
avrebbero potuto seguirlo (Gv 13,31-38). Al massimo possono aver discusso su
che cosa fare nell'eventualità che avessero catturato Giuda o che questi
avesse tradito. Forse possono aver pensato a una fuga in ordine sparso, poi,
vedendo Pietro che insisteva nel volersi nascondere col Cristo nel
Getsemani, in quanto temeva che se l'avessero lasciato solo sicuramente
l'avrebbero catturato, tutti gli altri si saranno adeguati. E' poi probabile
la spacconata di Pietro quando dice che se anche avesse dovuto morire non
l'avrebbe mai tradito, ma è del tutto inverosimile la profezia del Cristo
relativa alla coincidenza di terzo rinnegamento e canto del gallo.
Peraltro qui gli esegeti hanno sempre pensato che nell'ultima cena fossero presenti
soltanto i dodici apostoli, ma, trattandosi di una riunione clandestina, è
impensabile immaginare che non vi fossero altre persone a garantire un certo
servizio d'ordine: la richiesta di vendere il mantello per comprare una
spada non può essere fatta agli apostoli, che dal periodo della
clandestinità erano sempre stati armati.
Se al Getsemani vi fosse stato uno scontro cruento tra ebrei, le conseguenze
sarebbero state imprevedibili. Il fatto stesso che le guardie guidate da
Giuda chiedano soltanto di catturare Gesù è indicativo. Giovanni dice
esplicitamente che "quando si avvicinò la pasqua, molti dalle campagne
salirono a Gerusalemme per purificarsi prima della festa. Là cercavano
Gesù..."(11,55 s.). Non lo cercavano tanto per salutarlo o incoraggiarlo,
quanto per mettersi a sua disposizione. Solo un irresponsabile infatti
avrebbe potuto fare un'insurrezione nella capitale presidiata dai romani,
senza avere un sicuro riscontro popolare.
- Giovanni fa capire due cose: che Gesù non voleva essere catturato e che
veniva data a Giuda una seconda possibilità per non tradire, quella di non
rivelare il nascondiglio segreto. Giuda avrebbe potuto portare le guardie al
cenacolo, costatare che non vi era più nessuno, sostenere che non conosceva
nessun altro posto ove avrebbero potuto nascondersi e tutti se ne sarebbero
tornati a casa. L'unico a rimetterci della figuraccia sarebbe stato Giuda,
che peraltro non avrebbe potuto trovare parole adeguate per giustificarsi di
fronte al collegio apostolico.
Nei Sinottici appare esattamente il contrario, e cioè che Gesù avesse scelto
quel luogo proprio perché Giuda lo conosceva bene, per cui poteva tradirlo
in tutta tranquillità, come se tra i due vi fosse stata una preliminare
intesa, un accordo "in nome di dio".
- Tra la polizia giunta per arrestarli non c'era solo quella giudaica ma
anche quella romana. Questa precisazione di Giovanni è stata oggetto di
moltissime controversie, in quanto faceva chiaramente capire come sin
dall'inizio il movimento nazareno risultasse inviso alle autorità di Roma.
Pilato doveva necessariamente sapere che Gesù era un leader che stava
preparando un'insurrezione armata.
Nessuno dei Sinottici dice questa cosa: Marco parla di "molti uomini armati
di spade e bastoni mandati dai capi dei sacerdoti, dai maestri della legge e
dalle altre autorità"(14,43). Matteo e Luca, che in questo copiano da Marco,
dicono la stessa cosa. Chi siano le "altre autorità" non è dato sapere:
certamente dai Sinottici, costantemente preoccupati a dimostrare
l'affidabilità politica dei cristiani, non si potrà mai scoprire ch'erano
quelle romane.
Giovanni non parla solo di "coorte romana" ma anche di guardie messe a
disposizione dai farisei (18,3): quindi è da escludere che i farisei
progressisti non sapessero di questa iniziativa.
Il termine tecnico usato da Giovanni per indicare i romani è stato preso dal
linguaggio militare di quel tempo: la cohors era un decimo della
legione, quindi circa 600 uomini. Un numero che agli esegeti è parso subito
eccessivo per un'operazione del genere. Va detto però che a volte il termine
in questione veniva usato per indicare anche solo un terzo della coorte, per
cui in tal caso può essersi trattato di un manipolo di 200 soldati. Sarebbe
stato d'altra parte insensato lasciare totalmente sguarnita la fortezza Antonia, ove
appunto era acquartierata una coorte di circa 600 militari.
La presenza massiccia di queste forze militari giudaico-romane, guidate da
un tribuno (Gv 18,12), fu probabilmente richiesta dalle stesse autorità
giudaiche, che non volevano rischiare, essendo molto favorevole l'occasione
insperata del tradimento di Giuda, né che il messia riuscisse a sfuggire, né
che a causa del suo arresto scoppiasse un tumulto popolare in città. Con una
scorta così numerosa e ben armata sarebbe stato difficile ai nazareni
organizzare in fretta una controffensiva.
- Non fu Giuda a indicare con un bacio Gesù alle guardie, affinché lo
individuassero con sicurezza nel buio e lo catturassero, ma fu lo stesso Gesù che si fece
riconoscere e arrestare. Sono versioni molto differenti delle cose. In
quella Sinottica si ha l'impressione che Cristo sia stato colto di sorpresa
e che senza quel bacio forse non sarebbero stati in grado di catturarlo: il
che contraddice l'intera impostazione sinottica che nella cattura di Gesù
vede qualcosa di inevitabile, utile alla tesi della "morte necessaria"
del messia.
Tale contraddizione ha fatto pensare che il bacio in realtà fosse stato
inserito non tanto secondo la motivazione che ne dà Giuda, cioè come gesto
di riconoscimento certo dell'identità della persona da arrestare, quanto
allo scopo di mostrare il traditore nella veste più abietta e spregevole
possibile. E' impensabile infatti che le autorità non sapessero chi fosse
Gesù, dopo anni di predicazione pubblica, anche nella capitale. Il gesto del
bacio è stato descritto sulla scorta di precedenti veterotestamentari più o
meno analoghi (Gen 27,26 ss.; 2Sam 15,5; 20,9; Prov 7,13; 27,6 ecc.). A meno
che qui non si voglia sostenere che le prime guardie incontrate dal Cristo
fossero esclusivamente quelle romane, che forse lo conoscevano più di fama
che di persona.
Resta comunque singolare, in tal senso, che gli stessi Sinottici facciano
dire al Cristo una frase, al momento della cattura, in netto contrasto col
significato del bacio di Giuda: "Siete venuti a prendermi con spade e
bastoni, come se fossi un delinquente! Tutti i giorni ero in mezzo a voi,
insegnavo nel tempio, e non mi avete mai arrestato"(Mc 14,48 s.). Una frase,
questa, storicamente priva di senso, in quanto da tempo - stando a Giovanni
- Gesù viveva nella clandestinità, e che è stata messa soltanto per indurre
a credere ch'egli non era un messia politico, per cui alla sua cattura furono
totalmente estranei i romani.
I Sinottici inoltre si sono sentiti in dovere di giustificare l'anomala
presenza di tutta quella polizia armata di "spade e bastoni": per non far
vedere che gli apostoli erano armati, sono stati costretti a far dire a Gesù
ch'era un pacifista assoluto, contrario persino alla legittima difesa,
facilmente catturabile in qualunque momento. Poi quando non potranno tacere
che Pietro aveva una spada con cui cercò di ammazzare una di quelle guardie,
presenteranno la cosa mostrando tutta l'ingenua impulsività dell'apostolo,
che non sapeva quel che stava facendo e che in fondo girava armato
all'insaputa del messia o addirittura contro la sua volontà. In realtà il
nome di Pietro non viene neppure fatto: i Sinottici si limitano a dire "uno
di loro", avendo troppo scrupolo nel presentare uno dei futuri capi della
chiesa cristiana armato di tutto punto.
Al gesto inconsulto di Pietro i Sinottici cercheranno di rimediare con
giustificazioni al limite del ridicolo, quando non patetiche come quella di
Luca, che induce il Cristo a riattaccare l'orecchio alla testa del servo Malco.
Matteo addirittura farà dire a Gesù che se volesse potrebbe chiamare "dodici
migliaia di angeli"(26,53) con cui sterminare tutti!
L'importante insomma per i Sinottici è far apparire il Cristo un pacifista
ad oltranza, assolutamente contrario ad ogni forma di violenza: "Tutti
quelli che usano la spada moriranno colpiti dalla spada"(Mt 26,52),
profetizza al bellicista Pietro.
Da notare, en passant, che solo Giovanni cita il nome di Malco
(17,10). Ciò ha dell'incredibile: Giovanni conosceva di persona uno dei
servi principali del sommo sacerdote (che poi si scoprirà non trattarsi di
Caifa ma di suo suocero Anna, che in quella carica l'aveva preceduto e che
evidentemente aveva conservata il titolo onorifico).
- La spontanea consegna del messia fu in realtà l'esito di una trattativa,
accettata dalle guardie: Gesù si offriva volontariamente, a condizione che
lasciassero liberi gli apostoli, altrimenti questi si sarebbero difesi. In
tal modo non vi sarebbero stati morti o feriti e l'arresto sarebbe potuto
avvenire in tutta tranquillità, senza rischio di svegliare l'intera città.
Il fatto che fossero andati con armi e bastoni lasciava capire che
ritenessero il movimento nazareno non solo politicamente ma anche
militarmente pericoloso. Lo stesso Giuda doveva averli avvisati che non
avrebbero avuto a che fare con gente che si sarebbe lasciata prendere senza
difendersi. Infatti se si fosse stati convinti che il movimento era
disarmato, non si sarebbe andati con spade e bastoni: era sufficiente andare in massa.
Nella versione di Giovanni le guardie, una volta giunte all'interno
dell'oliveto, stentano a credere, di primo acchito, che Gesù parli per
primo, rischiando così di lasciarsi facilmente individuare e catturare. Temono una
trappola. Gesù ha bisogno di porre due volte la stessa domanda: "Chi
cercate?".
Doveva essersi in qualche modo accorto della enorme sproporzione delle forze
in campo, a differenza di Pietro, che invece volle intervenire colpendo di
spada una delle guardie. Sicché Gesù, vista la situazione disperata, pensò subito a intavolare una trattativa:
"Sono io! Se cercate me, lasciate che gli altri se ne vadano"(Gv 18,8).
S'egli non avesse fermato in tempo Pietro, in quel bosco si sarebbe
compiuta una strage. Gli apostoli erano del tutto impreparati ad affrontare
quell'emergenza: i Sinottici addirittura, per dimostrare che il
trasferimento nel Getsemani non aveva alcun carattere politico-militare ma
soltanto religioso, in quanto vi fanno "pregare" il messia, affermano
unanimi che i discepoli stavano tutti dormendo. L'aspetto comico di questa
versione è che poi sono proprio i Sinottici a descrivere con dovizia di
particolari tutto quello che di "mistico" fece Gesù in quel frangente, come
se tutti fossero lì a osservarlo.
Il fatto che dormissero ha indotto i Sinottici a sostenere la versione che i
discepoli non si aspettavano assolutamente che il tradimento si sarebbe
verificato in quel modo, in quel momento, in quel luogo, sicché, al momento
del risveglio, paiono come terrorizzati e sono indotti ad abbandonarlo e a
fuggire. Pietro, nei Sinottici, appare sì impulsivo, ma come un eroe
disperato, che non sa esattamente cosa fare.
In Giovanni la situazione è del tutto capovolta: invece di tacere, Gesù si fa
avanti; invece di aspettare che vengano scoperti, si fa scoprire; vuol
dominare il più possibile gli avvenimenti prima che questi prevalgano da
soli; vuole scongiurare inutili e irresponsabili estremismi. E' lui che si
fa catturare, non per adempiere alla volontà di dio, ma per evitare una
sicura sconfitta, forse nella speranza che s'illudessero, catturando
soltanto il
leader di un movimento, di aver distrutto tutto il movimento.
- Giovanni conclude dicendo che due apostoli tornarono indietro per vedere
dove conducevano Gesù: erano Pietro e Giovanni (18,15). Nei Sinottici invece
fuggono tutti, ad eccezione di un giovanetto (forse lo stesso Marco), che
provò a seguirli, ma invano: dovette anche lui fuggire, dopo aver lasciato
il lenzuolo con cui era vestito nelle mani degli inseguitori (Mc 14,51 s.).
Ma la cosa più stupefacente che a questo punto dice Giovanni è che i due
apostoli poterono entrare nel palazzo del sommo sacerdote Anna e ascoltare il
primo processo davanti alle autorità giudaiche, proprio perché Giovanni era
conosciuto dallo stesso Anna. Dunque - ci si può chiedere - se Giovanni
aveva aderenze del genere a Gerusalemme, perché incaricare Giuda di compiere
quella missione così delicata? Forse perché la missione era rivolta proprio
a quei farisei progressisti che non avrebbero visto di buon occhio un
ambasciatore come Giovanni, i cui trascorsi, ai tempi del discepolato presso
il Battista, avevano riguardato anche gli ambienti di Anna? Quando il Cristo
cacciò i mercanti dal tempio Giovanni era un seguace del Battista e decise
di lasciare quest'ultimo proprio in seguito a quella energica
"purificazione", cui il Battista non volle partecipare. Anche il fariseo
Nicodemo era sul punto di farsi seguace del Cristo, ma all'ultimo momento
declinò l'offerta. Può darsi che in quell'occasione fu proprio Giuda a
staccarsi dal fariseismo progressista.
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