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LA GUARIGIONE DEL CIECO NATO(Gv 9,1-41)
[1]Passando vide un uomo cieco dalla nascita Premessa La storia dell'esegesi di questo racconto mostra ch'esso è stato riferito, allegoricamente, alla pratica del battesimo cristiano sin dai primissimi Padri della Chiesa, poiché esiste l'azione del "lavarsi" da parte di un malato, che poi guarisce. In realtà la guarigione che vi è descritta vuole rappresentare, in origine e più laicamente, la risposta del movimento nazareno al problema etico-politico della sofferenza umana, anche se questa risposta lascia alquanto a desiderare. Purtroppo infatti il racconto vuole ribadire, sin dalle prime battute, che Cristo era un taumaturgo miracoloso proprio in quanto "figlio di dio", ovvero la straordinarietà delle sue performances medicali (nella fattispecie si trattava di un non vedente dalla nascita) attestava in maniera lapalissiana la sua origine divina. Le "opere" di cui egli parla e che vuole, anzi deve, compiere, per adempiere a un mandato "celeste", sarebbero proprio quelle che meglio possono aiutare a comprendere la sua natura sovrumana. Su questo, prima di iniziare a fare il commento, bisogna spendere alcune parole. Anzitutto proviamo a metterci nei panni dei manipolatori del vangelo di Giovanni e chiediamoci: "per quale motivo hanno adottato un'ermeneutica della vicenda di Gesù che risulta del tutto assente nelle lettere di Paolo e che non è così marcatamente esplicitata nei Sinottici?". Questo sembra un vangelo della disperazione, ove i redattori vogliono giocarsi, con le guarigioni miracolose (che, a dispetto della loro esiguità, come numero, paiono tra le più inverosimili di tutto il Nuovo Testamento) l'ultima carta per dimostrare che le loro interpretazioni dell'evento-Gesù e delle conseguenze ch'esso ha generato dopo la sua morte, è l'unica giusta, l'unica possibile. In effetti è impressionante il tentativo operato in questo vangelo di far vedere al popolo giudaico e ai suoi leader politici, culturali e religiosi che i cristiani avevano tutte le ragioni di predicare il Cristo risorto attraverso l'eccezionalità dei suoi miracoli compiuti quand'era in vita. Usano una falsità minore per sostenerne un'altra maggiore. Tuttavia il target di questi racconti fantastici non può essere stato il giudeo, poiché su di lui una favola del genere non avrebbe potuto far presa. Quando, prima con Pietro e poi con Paolo, i cristiani iniziarono a mentire alle popolazioni giudaiche, usarono anzitutto e soprattutto la tesi della resurrezione, non il fatto che Gesù avesse compiuto segni prodigiosi, anche perché questi "segni" non li aveva visti nessuno, tant'è che l'uso di questa parola, nei primi discorsi di Pietro riportati negli Atti (2,22), poteva benissimo riferirsi alle azioni compiute da Gesù per organizzare il movimento nazareno, non certo per guarire i malati. I giudei erano diventati troppo smaliziati, troppo materialisti, troppo "atei" per poter credere nelle sciocchezze dei miracoli, meno ancora nell'assurdità di potersene servire per dimostrare la divinità o la messianicità del Cristo. Dunque il target di riferimento di questi racconti di fantasy, al pari degli altri neotestamentari ove si parla di "segni e prodigi miracolosi", doveva per forza essere il pagano neoconvertito, per il quale le differenze tra scriba, fariseo, sadduceo ecc. risultavano assai poco significative. Per lui i responsabili principali della morte di Gesù, quelli che non avevano capito una parola del suo messaggio e che si opponevano a qualunque cosa lui avesse fatto, erano semplicemente i "giudei": di qui il lato fortemente antisemitico di questo vangelo. Non solo, ma mentre con queste guarigioni si voleva guadagnare il consenso dei credenti pagani intellettualmente meno dotati, per l'altra categoria di credenti, quella più sofisticata, il vangelo è in grado di proporre un'altra mistificazione, che apparirà soltanto al momento dell'ultima cena, allorché il Cristo inizierà a predicare il concetto di sacrificio della vita da parte di chi ama i propri amici. Si badi, anche il vangelo di Marco è "anti-giudaico", ma lo è in quanto "filo-galilaico": si resta cioè nell'ambito dell'ebraismo, facendo del cristianesimo una sua corrente eretica, che pretende d'inverare, proponendo la tesi mistica della resurrezione, quanto di meglio aveva prodotto l'ebraismo, avendo però l'accortezza di non fare del vangelo un testo per i soli ebrei, quanto piuttosto per i pagani, evitando quindi di fare troppi paralleli con le tradizioni ebraiche (come invece p.es. fa il vangelo matteano). In Marco viene operata una soluzione di compromesso, quella formulata da Pietro e fatta propria da Paolo. Tutto il primo vangelo ruota attorno alla tesi della resurrezione, e i riferimenti all'ebraismo vengono usati soltanto per dimostrare una diversa interpretazione dei fatti (e anche delle Scritture) che la comunità post-pasquale offre alla luce della tesi della resurrezione. Non c'è un esplicito anti-semitismo come nel quarto vangelo (che non è - si badi - opera di Giovanni più di quanto non lo sia dei suoi manipolatori). Commento Tutto il capitolo 9, esattamente come il precedente, è privo di un preciso contesto spazio-temporale: non c'è neppure un riferimento formale al Tempio, luogo privilegiato per le discussioni, che i redattori spesso paragonano all'agorà greca. L'unico riferimento è quello relativo alla piscina o fontana di Siloe, tradizionalmente collocata dagli esegeti fuori delle mura di Gerusalemme, adiacente al fiume Cedron. Il capitolo è abbastanza lungo, come spesso succede nel quarto vangelo: 41 versetti, segno di un'intensa elaborazione, che, per essere messa all'interno di un vangelo destinato a diventare ufficiale, deve per forza essere stata sapientemente concordata, anche se non è escluso l'intervento di più mani redazionali. Dell'evangelista Giovanni probabilmente non vi è neppure una parola. Il racconto infatti è impostato, sin dalle prime righe, in maniera falsificante. Tuttavia, per non rischiare di dire le stesse cose di racconti precedenti di guarigione miracolosa, il testo doveva per forza contenere qualcosa di inedito, che ora dovremo andare a scoprire. Ciò che immediatamente distingue questo racconto dagli altri analoghi è che qui si è in presenza di un individuo che non si è ammalato per colpa sua, ma di uno che è nato malato. In casi del genere gli ebrei tendevano ad associare malattia e colpa in riferimento ai parenti stretti del malato: se lui era nato cieco, qualcuno doveva aver sbagliato nel metterlo al mondo. Alla domanda dei discepoli, se quell'uomo fosse cieco dalla nascita per un suo peccato personale o per colpa dei genitori, cioè per un peccato ereditato, Gesù dà una risposta che aveva lo scopo di mettere in crisi l'identità rabbinica di malattia (o sofferenza) e colpa, esattamente come aveva già fatto nel racconto marciano del paralitico (2,1 ss.). Se i redattori ci avessero presentato un Cristo laico, il significato della sua risposta ai discepoli sarebbe stato facilmente comprensibile: la sofferenza, specie per chi milita in un movimento rivoluzionario, non va mai giustificata ma tolta, e la malattia è una prova non da sopportare con rassegnato stoicismo (come nel caso di Giobbe) ma da superare, cioè un'occasione di crescita umana, in cui occorre far leva su proprie risorse per tentare di risolvere casi apparentemente insolubili. Detto questo, che poi la guarigione sia o non sia avvenuta (o non sia avvenuta nel modo come è stata descritta), non farebbe molta differenza. Il problema sta sempre nell'interpretazione. Infatti, se con questo racconto l'autore del quarto vangelo voleva indicare che solo il Cristo, in virtù dei suoi straordinari poteri taumaturgici desunti dalla sua origine divina, era in grado di poter risolvere un caso del genere, non si farebbe che avvalorare l'equazione rabbinica di malattia e colpa, il cui background culturale era dominato da un pessimismo latente. Viceversa, se con questa guarigione si è voluto semplicemente far capire ch'essa poteva rappresentare una sorta di testimonianza simbolica di un progetto molto più complesso, riguardante l'intera collettività, allora risulta del tutto secondaria la specifica tipologia terapica. Nella pericope, mostrando un supereroe in grado di compiere una guarigione all'istante, si offre una conclusione sbagliata a una giusta premessa. Invece di fare un discorso relativo all'assistenza (il cieco era anche mendicante) se ne propone uno relativo al miracolo; invece di fare un discorso etico, con cui evidenziare che anche un cieco può essere saggio (come p.es. Appio il Vecchio, Diodoto, Democrito, senza dimenticare il grande Omero), se ne fa uno teologico, mostrando che l'unico in grado di guarirlo era il "figlio di dio". Certo è che se la comunità primitiva ha voluto costruire un racconto in cui in luogo di una liberazione sociale degli oppressi (e quindi dei malati e degli indigenti) ci si doveva limitare a credere in una liberazione miracolosa di singoli malati gravi, il discorso finirebbe col ricadere nell'equazione rabbinica di cui sopra. Se l'esegeta accettasse un tale riduzionismo, arriverebbe prima o poi a condividere l'idea confessionale secondo cui questo racconto non è che una rappresentazione simbolica dell'efficacia del battesimo cristiano: un'efficacia ovviamente solo "religiosa". In tal senso si dovrebbe considerare del tutto naturale l'espediente redazionale di aggravare il più possibile i sintomi del male. Paradossalmente proprio le "opere di dio" invocate per compiere un'azione meritevole, finirebbero col condannare tutti i disabili, che come questo diventeranno cristiani, non solo all'emarginazione di sempre (in quanto nessuno, oltre il figlio di dio, potrà mai guarirli), ma li si esporrà anche alla beffa (in quanto, dopo aver spiegato loro l'assurdità rabbinica di equiparare malattia e colpa, li si illuderà di poter guarire in nome della nuova fede religiosa). Ma se nessuno potrà mai sostituirsi al Cristo nel compiere prodigi del genere, il senso di questo racconto stava semplicemente nel voler far credere che Gesù era un dio? La mistificazione della lunga pericope, in effetti, sta proprio in questo, che si è usata la malattia grave non per allargare il discorso alle questioni sociali e politiche, ma per restringerlo a quelle meramente religiose. I malati gravi vengono strumentalizzati per far credere che Gesù era più che un uomo e che i giudei erano degli anticristi. Il testo quindi è particolarmente antisemita. Quanto alla tipologia della guarigione, è evidente che se è bastato un po' di fango e un po' di saliva, il caso non doveva essere particolarmente grave, o comunque la serietà di questo caso era data da motivazioni più sociali (p.es. l'emarginazione) che fisiche o genetiche, sicché la malattia probabilmente rientrava nel campo della psicopatologia, come spesso succede nei racconti evangelici di guarigione, quando questi non hanno valore esclusivamente simbolico. E comunque la procedura della guarigione è analoga a quella già riportata nel vangelo di Marco (8,23), per cui i redattori non hanno neanche avuto bisogno d'inventarla: hanno solo aggiunto che invece di spalmare direttamente la saliva sugli occhi, Gesù sputò per terra, dopodiché fece un impiastro che mise sugli occhi di quel disgraziato, che andò a lavarsi in una fontana, guarendo perfettamente. Oltre a questo si può azzardare che un racconto così ricco di particolari può anche essere stato ispirato da un episodio effettivamente accaduto. Ridurlo solo a una prefigurazione simbolica del battesimo ci pare semplicistico. Davvero ben scritto il dialogo tra il risanato e i passanti che lo incontrano, alcuni dei quali lo riconoscono, altri no. Vi è addirittura un aspetto ironico, là dove c'è chi fa fatica ad ammettere che il guarito sia proprio l'ex-cieco quando è lui stesso a confermare la propria identità. In realtà è un po' paradossale che non si riconosca una persona solo perché da cieca è diventata vedente. Qui però i redattori han voluto esagerare per dare l'impressione che i giudei fossero sospettosi di natura, malfidati. I testimoni della guarigione inaspettata erano state poche persone: il cieco, Gesù e alcuni suoi discepoli. Il cieco mostra di conoscere Gesù di nome e forse anche di fama; non sapendo tuttavia della sua presenza in quei paraggi, non gli aveva chiesto di guarirlo, e Gesù agisce dando per scontato che volesse esserlo. Nel racconto Gesù evita di addossare a qualcuno in particolare (del passato o del presente) la responsabilità di determinati mali sociali o individuali, però lascia intendere che chi non fa nulla per risolverli si rende responsabile della loro persistenza e ovviamente delle loro conseguenze. Un insegnamento del genere può essere universalmente accettato. E' singolare che proprio attorno a un messaggio di carattere così generale l'opinione pubblica degli astanti si sia immediatamente divisa. L'autore del testo lo dice esplicitamente: alcuni dei farisei dicevano che Gesù non era credibile proprio perché faceva queste guarigioni violando il sabato. Altri invece sostenevano che per fare guarigioni del genere si doveva beneficiare di una sorta di "protezione divina". Sembra che la popolarità dei farisei tra la folla diminuisca man mano che cresceva quella di Gesù. I redattori comunque devono aver goduto nel far vedere che i giudei (in questo caso i farisei) più che stupirsi o rallegrarsi di questa guarigione, s'indignano per il fatto ch'era stata compiuta di sabato. Non solo, ma, temendo d'esser tratti in inganno dal miracolato, negano l'evidenza, pretendendo d'interpellare i genitori di lui, come se questi fosse stato non solo un cieco ma anche un minorato mentale. I dialoghi son così realistici che si fa fatica a non crederci, anche perché i redattori sottolineano come tra la folla vi fossero parere discordanti. "Come può un peccatore [che non rispetta il sabato] fare tali miracoli?"(v. 16). E anche il risanato ha il coraggio di dire che Gesù è un "profeta"(v. 17), cioè un "grande", benché non necessariamente "messia". Nessuno di fronte ai farisei aveva il coraggio di riconoscergli il diritto alla messianicità, poiché avevano paura di essere espulsi dalla sinagoga (v. 22). Anche i genitori dell'anonimo cieco si comportano così. Solo che i farisei avrebbero voluto ascoltare una versione diversa dei fatti: p.es. che il nome del guaritore non fosse proprio quello di Gesù. Se insistono così tanto a pretendere chiarimenti è perché avevano capito due cose: che quell'uomo, nel momento in cui era cieco, non poteva aver visto chi effettivamente lo stava guarendo, e che, una volta guarito, egli non l'aveva più rivisto. Vi era dunque un margine di dubbio che poteva indurli a credere che quell'uomo stesse mentendo per fare un favore a un candidato al trono d'Israele. Per questo lo invitano a dire la verità, poiché danno per scontato che Gesù sia un "peccatore" (in quanto, p.es., non rispetta il sabato). Qui vi è una sorta di minaccia. E' come se gli avessero detto: "se insisti nell'attribuire a lui la tua guarigione, lo fai a tuo rischio e pericolo". Insomma, questo era un invito a mentire davanti a tutti, a ritrattare la precedente dichiarazione, ammettendo di non possedere più l'assoluta certezza di prima. Da notare che qui vengono usati, in maniera intercambiabile, i termini "farisei" e "giudei" nell'unico senso di "nemici del Cristo". In realtà il termine "giudei" nel quarto vangelo, il più delle volte, in senso lato, sta a significare soltanto le autorità giudaiche, inclusi i farisei, e tra queste Giovanni distingue l'atteggiamento di Nicodemo e di Giuseppe di Arimatea; in senso proprio sta invece a indicare che una parte di popolazione ebraica (autorità e cittadini) era sì ostile al Cristo, ma un'altra parte gli era favorevole (8,31; 11,45.56; 12,9). In entrambi i modi il termine "giudei" viene usato nell'accezione politica, solo che nel primo modo, a differenza del secondo, il lettore ha l'impressione di una contrapposizione più ideologica che politica, quella tra "cristiani" e "giudei" (e forse anche tra "giudei" e "galilei" o tra "giudei" e tutte le altre etnie della Palestina). Qui il termine viene usato prevalentemente nella prima accezione, poiché la guarigione era stata fatta di sabato, giorno di riposo assoluto, in cui la stragrande maggioranza dei giudei credeva. Tuttavia, dice Giovanni, intorno all'operato di Gesù non tutti la pensavano alla stessa maniera e vi era "dissenso". In effetti il racconto non narra soltanto di una guarigione portentosa, ma anche della volontà intenzionale del Cristo di trasgredire pubblicamente il precetto del sabato, o comunque l'interpretazione ufficiale che se ne dava, e di farlo all'interno della stessa capitale. In particolare alcuni esegeti hanno notato che questa guarigione potrebbe collocarsi durante la festa autunnale dei tabernacoli o delle capanne (Gv 7,2), che durava otto giorni e durante la quale il sommo sacerdote scendeva in processione nella piscina di Siloe per attingere con una bottiglia l'acqua lustrale da effondere sull'altare. Siloe era l'unica sorgente di un certo rilievo nell'antica Gerusalemme. Le grandi festività ebraiche erano l'occasione più favorevole per attirare l'attenzione delle masse e poter discutere di questioni inerenti l'emancipazione umana (come nel caso di questo episodio) o la liberazione nazionale. Qui non vi è alcun dibattito tra il Cristo e le autorità costituite probabilmente perché quest'ultime conoscevano già il suo programma politico, tant'è che avevano già emanato una sentenza di colpevolezza a suo carico (Gv 8,22). Il dialogo del Cristo, in queste feste, era soprattutto con la folla. In tal senso la violazione del sabato, che si può dire concluda la sezione iniziata col cap. 7, quella in cui Gesù afferma il proprio umanesimo integrale, è servita per dimostrare la coerenza di teoria e prassi e soprattutto il coraggio politico di tale coerenza. Il superamento dell'ideologia del sabato era consequenziale all'affermata autonomia di giudizio dell'uomo, ovvero alla rivendicazione di una indipendenza dalle interpretazioni del potere dominante. Va detto che in occasione di tale festa lo scontro tra il Cristo e i giudei più conservatori è molto forte e nella fattispecie di questo racconto appare chiaramente che molti stentano a riconoscerlo come messia soltanto perché hanno timore di essere espulsi dalle sinagoghe da parte di scribi e farisei, il che equivaleva a essere scomunicati. Gli stessi genitori del mendicante cieco, interpellati perché non si voleva credere alla testimonianza di quest'ultimo, sono terrorizzati e non hanno intenzione di rischiare qualcosa prendendo le difese del figlio risanato. Le autorità, dal canto loro, non vogliono convincersi che quello fosse davvero cieco dalla nascita e cominciano a chiedergli di giurare e di confermare la versione ufficiale sulla colpevolezza etica e giuridica del Cristo. Sembra qui di assistere alle persecuzioni anticristiane condotte dai tribunali romani. I dettagli sono talmente tanti che l'episodio meriterebbe d'essere rappresentato in una versione teatrale o cinematografica. E' singolare come il mendicante faccia professione di onestà e sincerità con l'espressione: "Se sia un peccatore non lo so; una cosa so: prima ero cieco e ora ci vedo"(v. 25), ma anche di avvedutezza: da un lato infatti non vuol cedere su un fatto così evidente, che lo riguarda in maniera personale, dall'altro però preferisce non interferire con l'opinione che le autorità si sono fatte di Gesù e si limita a riconoscerlo come "profeta"(v. 17). Ora che è guarito non vuole rischiare una nuova emarginazione. Tuttavia i giudei insistono (e qui occorre vedere soprattutto le autorità rappresentate dai farisei), sperando di cogliere il risanato in aperta contraddizione, per indurlo a confessare diversamente la dinamica dei fatti. A questo punto il mendicante replica con una battuta di spirito: "Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?"(v. 27). Cioè egli interpreta ironicamente l'eccessivo interesse per il suo caso non come una manifestazione dell'odio che i farisei covavano nei confronti del Cristo, ma, al contrario, come malcelata speranza (mista a invidia e gelosia) di poter diventare suoi discepoli. La reazione delle autorità è dura: per loro esiste una netta contrapposizione tra il Cristo e Mosè: "Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia"(vv. 28-29). Gesù insomma veniva rifiutato proprio perché non era un uomo appartenente agli ambienti del potere giudaico istituzionale, cioè non era un sacerdote, un sadduceo, un anziano, uno scriba, un fariseo, un levita... né era mai sceso a compromessi con almeno una delle componenti di tale potere. Il quarto vangelo sostiene che al movimento nazareno aderirono, nella fase iniziale, rappresentanti del movimento battista, ed è altresì certo che vi siano confluiti rappresentanti del movimento zelota, ma i vangeli, nel complesso, sono molto parchi nel descrivere alleanze di tipo politico. Qui infatti ci si limita ad affermare che l'impossibilità di incasellarlo in una categoria politica ortodossa era sufficiente per bollare negativamente l'operato del Cristo, di qualunque natura esso fosse. In tal senso la filosofia del neovedente, essendo slegata da interessi conservatori di potere, risulta molto più obiettiva. Egli sa rispondere in modo argomentato ai suoi inquirenti, tradendo una cultura insospettata per un povero mendicante. Non vuole colpevolizzare i farisei ma semplicemente ridimensionare le loro pretese di giudizio, riconducendole entro i binari del buon senso: di fronte a un favore così grande elargito in maniera gratuita sarebbe stato meglio porsi in un atteggiamento di dialogo e non di preconcetto rifiuto. Agli occhi dei farisei quest'uomo deve essere apparso quanto meno un ingenuo: egli infatti non ha minimamente pensato che uno sciamano dotato di ampi poteri taumaturgici potrebbe anche rivendicare un potere personale di tipo politico. E comunque non vogliono prendere lezioni di comportamento da chi, a loro giudizio, "è nato tutto nei peccati"(v. 34). Sicché decidono di scomunicarlo. Non potevano essere messi in discussione né l'identità di malattia e colpa, né il primato del sabato sull'uomo, né il sospetto di eresia e di minaccia eversiva a carico del Cristo. Qui si può rilevare che il risanato non ha mai avallato l'idea della messianicità di Gesù al cospetto dei farisei: infatti l'aveva soltanto definito "profeta" e, nella seconda interrogazione, aveva usato il termine "pio", cioè "devoto a dio". Questo perché temeva spiacevoli conseguenze, anche se egli non può nascondere né che l'equazione rabbinica di malattia e colpa non fosse di suo gradimento, né che Gesù aspirasse a diventare messia d'Israele. In tal senso ci sembra, ad un certo punto, quando la tensione tra lui e i farisei sale notevolmente, che gli importi poco il rischio d'essere espulso dalla sinagoga. Se escludessimo il miracolo e ci limitassimo a questa interessante e per certi versi divertente discussione, non violeremmo alcun principio di sana laicità. Il finale della pericope tuttavia andrebbe riscritto. Gesù e il risanato s'incontrano di nuovo. Quand'era ancora cieco, qualcuno (forse un discepolo di Gesù) gli aveva svelato l'identità del suo guaritore, ma egli non l'aveva potuto vedere di faccia, neppure dopo essersi tolto il fango nella piscina. Ora può finalmente rincontrarlo ma non può ovviamente riconoscerlo. Davanti a lui potrebbe anche esserci uno che, avendo ascoltato i suoi discorsi coi farisei, sarebbe potuto andarlo a trovare per complimentarsi della sua franchezza. Gesù gli chiede se crede nel "figlio dell'uomo"(v. 35): un appellativo che in sostanza voleva dire "messia", solo che i redattori cristiani han sempre ritegno a usare titoli dal sapore chiaramente politico. Il neovedente si convinca che il Cristo era grande non perché "timorato di dio" (come prima aveva detto), ma perché "vero figlio d'uomo"(v. 35). Significativo che Gesù stesso gli faccia capire che i suoi poteri gli provenivano non dal fatto di compiere "la volontà di dio", ma piuttosto dal fatto d'essere "integralmente uomo", e quindi capace, proprio per questo, di giudicare in maniera autonoma, "affinché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi"(v. 39). Il finale è però poco convincente per almeno tre ragioni:
Resta però interessante il parallelo semantico tra vedere fisicamente e non vedere spiritualmente, e viceversa, che in un racconto come questo è molto indovinato. Si potrebbe anzi dire che se l'insegnamento di questo capitolo si riducesse a questo parallelo, non vi sarebbe difficoltà ad accettare l'ipotesi di una guarigione usata come segno per indicare simbolicamente il significato di un valore umano. Ma questo solo a condizione di non poter inferire, in maniera "logica", una qualsivoglia caratteristica sovrumana del Cristo. Se egli ha davvero fatto una guarigione del genere, l'ha compiuta entro i limiti della ragione. |
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