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CRISTO ATEO O FOLLE?
Commento al capitolo V del vangelo di Giovanni
I - II

1Vi fu poi una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme.
2V'è a Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, una piscina, chiamata in
ebraico Betzaetà, con cinque portici, 3sotto i quali giaceva un gran numero di
infermi, ciechi, zoppi e paralitici. 4Un angelo infatti in certi momenti
discendeva nella piscina e agitava l'acqua; il primo ad entrarvi dopo
l'agitazione dell'acqua guariva da qualsiasi malattia fosse affetto. 5Si trovava
là un uomo che da trentotto anni era malato. 6Gesù vedendolo disteso e, sapendo
che da molto tempo stava così, gli disse: "Vuoi guarire?". 7Gli rispose il
malato: "Signore, io non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l'acqua
si agita. Mentre infatti sto per andarvi, qualche altro scende prima di me".
8Gesù gli disse: "Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina". 9E sull'istante
quell'uomo guarì e, preso il suo lettuccio, cominciò a camminare.
Quel giorno però era un sabato. 10Dissero dunque i Giudei all'uomo guarito:
"È sabato e non ti è lecito prender su il tuo lettuccio". 11Ma egli rispose
loro: "Colui che mi ha guarito mi ha detto: Prendi il tuo lettuccio e cammina".
12Gli chiesero allora: "Chi è stato a dirti: Prendi il tuo lettuccio e
cammina?". 13Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti
si era allontanato, essendoci folla in quel luogo. 14Poco dopo Gesù lo trovò nel
tempio e gli disse: "Ecco che sei guarito; non peccare più, perché non ti abbia
ad accadere qualcosa di peggio". 15Quell'uomo se ne andò e disse ai Giudei che
era stato Gesù a guarirlo. 16Per questo i Giudei cominciarono a perseguitare
Gesù, perché faceva tali cose di sabato. 17Ma Gesù rispose loro: "Il Padre mio
opera sempre e anch'io opero". 18Proprio per questo i Giudei cercavano ancor più
di ucciderlo: perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre,
facendosi uguale a Dio.
19Gesù riprese a parlare e disse: "In verità, in verità vi dico, il Figlio da
sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa,
anche il Figlio lo fa. 20Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto
quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, e voi ne
resterete meravigliati. 21Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così
anche il Figlio dà la vita a chi vuole; 22il Padre infatti non giudica nessuno
ma ha rimesso ogni giudizio al Figlio, 23perché tutti onorino il Figlio come
onorano il Padre. Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che lo ha mandato.
24In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi
ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla
morte alla vita. 25In verità, in verità vi dico: è venuto il momento, ed è
questo, in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio, e quelli che l'avranno
ascoltata, vivranno. 26Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha
concesso al Figlio di avere la vita in se stesso; 27e gli ha dato il potere di
giudicare, perché è Figlio dell'uomo. 28Non vi meravigliate di questo, poiché
verrà l'ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne
usciranno: 29quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero
il male per una risurrezione di condanna. 30Io non posso far nulla da me stesso;
giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco
la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
31Se fossi io a render testimonianza a me stesso, la mia testimonianza non
sarebbe vera; 32ma c'è un altro che mi rende testimonianza, e so che la
testimonianza che egli mi rende è verace. 33Voi avete inviato messaggeri da
Giovanni ed egli ha reso testimonianza alla verità. 34Io non ricevo
testimonianza da un uomo; ma vi dico queste cose perché possiate salvarvi.
35Egli era una lampada che arde e risplende, e voi avete voluto solo per un
momento rallegrarvi alla sua luce.
36Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che
il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo,
testimoniano di me che il Padre mi ha mandato. 37E anche il Padre, che mi ha
mandato, ha reso testimonianza di me. Ma voi non avete mai udito la sua voce, né
avete visto il suo volto, 38e non avete la sua parola che dimora in voi, perché
non credete a colui che egli ha mandato. 39Voi scrutate le Scritture credendo di
avere in esse la vita eterna; ebbene, sono proprio esse che mi rendono
testimonianza. 40Ma voi non volete venire a me per avere la vita.
41Io non ricevo gloria dagli uomini. 42Ma io vi conosco e so che non avete in
voi l'amore di Dio. 43Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi
ricevete; se un altro venisse nel proprio nome, lo ricevereste. 44E come potete
credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria
che viene da Dio solo? 45Non crediate che sia io ad accusarvi davanti al Padre;
c'è già chi vi accusa, Mosè, nel quale avete riposto la vostra speranza. 46Se
credeste infatti a Mosè, credereste anche a me; perché di me egli ha scritto.
47Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole?".
Commento
I
La domanda che sorge spontanea, alla lettura di questo capitolo, è: davvero
il Cristo può aver usato un linguaggio del genere? Alla luce della moderna
esegesi critica oggi possiamo tranquillamente rispondere di no: in nessun modo
può aver parlato in termini così mistici. Tuttavia se un approccio laico al
testo dovesse limitarsi a questa banale constatazione, traendo la conclusione
ch'esso, a prescindere dal suo contenuto semantico, è retto da un impianto
linguistico che lo rende del tutto inutile a una comprensione
dell'evento-Cristo, noi avremmo fatto un regalo all'esegesi confessionale, anche
nei confronti di quella che nega un realismo storico all'episodio ivi narrato.
Se esaminassimo il testo da un'angolazione strettamente religiosa e volessimo
evitare di considerare l'uomo-Gesù un esaltato che si equipara a dio, dovremmo
far nostro il punto di vista dei redattori cristiani, per i quali la natura
divino-umana rendeva titolato il Cristo, in senso unico nell'orizzonte
storico, a far valere quella identificazione. Ma questo punto di vista -
come noto - è tautologico, in quanto dà per scontato ciò che non può dimostrare.
L'evento della tomba vuota inteso come "resurrezione" fu semplicemente
un'interpretazione, non un fatto incontrovertibile.
Se invece esaminiamo il testo sul piano laico-umanistico, avvalorando la tesi
della improponibilità storica di un linguaggio così marcatamente teologico, quello che
dobbiamo cercare di capire è se l'identificazione con dio serviva all'uomo-Gesù
per sostenere delle opinioni religiose non convenzionali rispetto alle
certezze di fede dominanti, ovvero se aveva intenzione di affermare una
diversa concezione della realtà duale (uomo-dio), in cui l'identità di dio
andava considerata "prossima" a quella umana e non "totalmente altra", alla
maniera ebraica, oppure se quello era l'unico modo, in quel contesto
socioculturale, caratterizzato da una forte religiosità, per negare alla
divinità qualunque esistenza in vita, mostrando che l'unico dio esistente è lo
stesso essere umano.
In altre parole ci si può chiedere se l'identificazione con dio sia un trucco della mistificazione
redazionale, che l'ha usata per stravolgere un discorso esplicito in direzione
dell'ateismo, oppure se va considerata come un escamotage intelligente
dello stesso Gesù, attraverso cui, riducendo dio a un uomo si faceva dell'uomo
un dio di se stesso.
Vien detto nei vangeli e nel quarto in particolare che gli ebrei han sempre ritenuto che Gesù bestemmiasse proprio perché si "faceva
uguale a dio", cioè uguale a un dio del tutto inaccessibile: una stretta identificazione del genere, anche facendo salva la
diversità parentale di padre e figlio, inevitabilmente portava a formulare
l'accusa di ateismo, anzi di folle e indegno ateismo, di vergognosa blasfemia.
Sotto questo aspetto bisognerebbe chiedersi quante possibilità avrebbe potuto
avere Gesù d'essere capito, usando la suddetta identificazione: per un ebreo
poteva aver senso la nozione di "figli di dio" solo in maniera traslata,
esattamente come quella di "figli di Abramo". Tutto il popolo si sentiva
compartecipe della divinità. Ma farsi "uguali" a dio voleva dire un'altra cosa:
difficilmente un ebreo avrebbe potuto interpretarla in un senso favorevole
all'esistenza di dio.
Nei termini in cui il discorso appare nel testo,
Gesù non avrebbe avuto alcuna possibilità d'essere capito non solo da un
avversario politico
ma neppure da un proprio seguace. Cioè il fatto ch'egli si facesse uguale a dio
non tanto in senso metaforico, per negargli un'esistenza indipendente
dall'uomo, quanto in senso letterale, per affermare quella che poi verrà
definita col temine tecnico di "consustanzialità", sarebbe apparso
un'insopportabile assurdità anche a chi
s'attendeva, peraltro in maniera inspiegabile, un messia "figlio di dio", poiché
anche un'attesa del genere non sarebbe potuta andare oltre un certo livello
umano di immaginazione, a meno che il Cristo non avesse cercato di dimostrarlo
pubblicamente con prodigi assolutamente impensabili per qualunque mente umana.
In verità i redattori cristiani di questo vangelo più volte hanno cercato di servirsi del genere
letterario delle guarigioni miracolose o dei prodigi spettacolari per dimostrare
agli ebrei che il Cristo era davvero il figlio di dio, ma più che altro lo
hanno fatto con intenti antisemiti, cioè per addossare ai giudei tutta la
responsabilità del fraintendimento delle parole del Cristo, del misconoscimento
della sua natura divino-umana, mostrando ch'essi non avrebbero creduto neppure
s'egli avesse resuscitato dei morti sotto i loro occhi.
Quindi in questo racconto c'è qualcosa di più complesso. La matassa è stata
volutamente ingarbugliata e ora dobbiamo trovarne il bandolo.
Al cospetto di un giudeo il Cristo sarebbe apparso ateo sia se avesse negato
l'esistenza di dio (come p.es. facevano il naturalismo milesio, Empedocle,
Anassagora, l'atomismo, Leucippo, Democrito, i cirenaici, Epicuro, Lucrezio e
tanti altri filosofi e scienziati dell'antichità), sia se avesse affermato
d'essergli uguale. Con la differenza che nel primo caso l'avrebbe accusato
semplicemente d'ateismo, nel secondo invece si sarebbe aggiunto ch'era folle e
bestemmiatore e quindi meritevole di morte. Un ebreo non avrebbe accettato
un'uguaglianza "esclusiva" con dio neppure se fosse stato un suo discepolo,
perché l'avrebbe comunque considerata un ingiustificato abuso.
Ma se questa dichiarazione d'uguaglianza è stata scritta per essere letta da
un cristiano, cioè da uno che già crede nella "resurrezione", che valore
persuasivo potrebbe mai avere? Un qualunque cristiano sarebbe stato indotto a
interpretarla, in maniera molto naturale, come una professione esplicita di
teismo, espressa da un soggetto che, essendo il figlio unigenito del dio-padre,
sapeva quello che diceva. L'inevitabilità di questa interpretazione sta appunto
nel fatto che il cristiano non ha bisogno che qualcuno gli dimostri la verità di
una cosa trascendente in cui lui già crede. Non dimentichiamo che la stesura
definitiva di questo vangelo viene fatta risalire dagli esegeti a ben oltre
mezzo secolo dalla crocifissione, quando la predicazione petro-paolina s'era già
abbondantemente imposta su tutte le altre.
Dunque, come si può notare, qui siamo in presenza della possibilità di dare
una lettura esegetica del tutto opposta a quella confessionale: sia perché
quella identificazione non può essere stata formulata per convincere un ebreo a
credere in una diversa interpretazione della divinità, sia perché essa non può
essere stata formulata neppure per convincere un cristiano, poiché, per essere
ritenuta vera, essa presume una fede che il cristiano ha già.
Ma allora che senso quella identificazione di uomo-dio? A chi era rivolta?
Può davvero essere stata espressa nei termini evangelici che conosciamo? E in
ogni caso è ancora possibile risalire alla sua versione originaria?
Qui si ha l'impressione che i redattori abbiano usato un'originaria
professione di ateismo in cui Gesù poneva un'identificazione con dio non per
essere interpretata come una sua appartenenza esclusiva alla divinità, ma
come un invito rivolto a tutti gli uomini a concepirsi come divinità di loro
stessi. Si è usata una egualitaria professione di ateismo, aperta a tutti
gli uomini, per rovesciarla in una privilegiata professione di teismo,
riservata a uno solo.
Tale mistificazione non può essere stata operata in ambiente esclusivamente
pagani, benché abbia risentito di influssi di tipo ellenistico. I redattori
avevano probabilmente sotto mano un testo semitico (l'originale giovanneo), che
hanno manipolato offrendo del Cristo un'immagine mitologica, assolutamente
antitetica a qualunque influenza giudaica sul cristianesimo. Per poter compiere
un'operazione falsificante così raffinata i redattori non potevano certo essere
degli sprovveduti in materia di "mentalità ebraica".
II
Nel vangelo di Giovanni, in maniera esplicita, Gesù dichiara la sua
uguaglianza con dio quando decide pubblicamente che non avrebbe rispettato il
precetto del sabato se avesse incontrato una situazione di bisogno. E l'esempio
di bisogno che propone di considerare è sempre uno di quelli molto gravi, in
quanto il malato risulta ufficialmente inguaribile.
Col che i redattori credono di potergli evitare di cadere nella trappola che avrebbe
potuto porgli un fariseo, secondo cui non poteva certo essere un privato
cittadino a decidere quando la soddisfazione di un bisogno, per quanto grave
fosse, andasse considerata prioritaria nei confronti del rispetto della legge.
Il punctum dolens della controversia sta proprio in questo, che i
redattori cristiani, affrontando la questione sociale e politica in termini
meramente religiosi, dopo aver attribuito al Cristo dei superpoteri
terapici, correlati alla sua natura divina, erano convinti che questo fosse
sufficiente per assicurargli il diritto di violare il sabato, in quanto egli era
assolutamente titolato a dare l'interpretazione più corretta della natura del
bisogno, della sua gravità e dell'urgenza a soddisfarlo.
Ma se era sbagliata la posizione farisaica che anteponeva sempre alla
soddisfazione del bisogno, in giorno di sabato, il rispetto rigoroso del
precetto festivo, era non meno sbagliata quella cristiana, che non sapeva
associare bisogno individuale a bisogno sociale e collettivo. Cioè anche nel
caso in cui il Cristo fosse stato quell'incredibile guaritore che i vangeli
descrivono, i redattori cristiani, pur arrivando a capire che la guarigione di
un singolo caso non aveva come scopo la mera guarigione della singola malattia
(altrimenti il Cristo avrebbe dovuto fare solo questo, come generalmente fanno i
guaritori), credono di trovare in quelle terapie straordinarie la prova inconfutabile dell'origine
divina del Cristo e quindi il privilegio alla trasgressione di qualunque divieto
giudaico, senza rendersi conto che, al massimo, le guarigioni (ammesso e
sicuramente non concesso che siano state fatte nel modo in cui vengono
descritte) venivano poste come simbolo evocativo di una liberazione ben
più grande, di tipo politico-nazionale, ovvero era un modo di attirare
l'attenzione delle masse per realizzare un progetto di tutt'altra natura.
Togliendo alle guarigioni il nesso simbolico con la politica, i
redattori le hanno deliberatamente trasformate in una prova della divinità di un
messia impolitico. Una prova però che non solo sul piano razionale ha un
valore prossimo allo zero, ma che anche su quello giuridico non rende
meno arbitraria la violazione del sabato, che non può certo essere
giustificata solo perché un guaritore è dotato di superpoteri. E questo non solo
da un punto di vista ebraico, ma anche da un qualunque punto di vista laico, che
consideri la legge come una forma di regolamentazione della vita pubblica.
L'origine dell'autorità con cui egli decide di non rispettare la legge viene
fatta risalire a una pretesa uguaglianza con dio e non al fatto che il rispetto
farisaico della legge mosaica e di tutte le altre leggi ch'essi si erano dati
non portava in definitiva alcun vantaggio sociale e politico alla popolazione
ebraica oppressa da Roma. I redattori cristiani evitano accuratamente
d'impostare il problema in questi termini, poiché in tal caso sarebbero stati
costretti a ripensare il loro rifiuto dell'attività eversiva antiromana.
Se la controversia sul sabato fosse avvenuta sul terreno della laicità (cosa
possibile in quanto il sabato rappresenta in realtà il primato della legge sul
bisogno sociale), noi saremmo dovuti arrivare alla conclusione che chiunque ha
il diritto di sentirsi libero di non rispettare la legge o di interpretarla come
meglio crede, se è in grado di dimostrare che non lo sta facendo per un
interesse personale ma per il bene di una collettività, le cui necessità vengono
legittimate da valori e principi che la legge e le istituzioni non tutelano a
sufficienza.
Ma se i redattori avessero presentato un Cristo capace di comportarsi così,
l'impianto dei vangeli sarebbe stato completamente diverso. Avremmo avuto a che
fare con un leader politico che decide di violare la legge ogniqualvolta il
rispetto di essa non favorisce l'emancipazione delle masse e la liberazione del
paese dall'oppressione dello straniero. E questo a prescindere dai casi di gravi
malattie.
III
Se il testo in oggetto fosse esaminato sul piano psico-linguistico, dovremmo
dire che qui si è in presenza di un esaltato che chiama dio "suo padre" e si fa
uguale a lui.
Cioè si dovrebbe arrivare a questa conclusione prescindendo
dall'atteggiamento che si ha nei confronti della religione. Qui infatti anche un
credente convinto dell'esistenza di un dio onnipotente, indipendente dall'uomo, quale era di regola l'ebreo di duemila anni fa, se avesse ascoltato un
messaggio del genere, la conseguenza che avrebbe potuto trarre sarebbe stata
delle più negative, nel senso che non avrebbe quasi fatto differenza tra
"eresia" e "follia".
Gli sarebbe stato relativamente facile arrivare alla conclusione che nel
discorso tenuto dal Cristo la pretesa religiosa o teologica era umanamente così
elevata che veniva direttamente a sconfinare con l'irrazionalismo, proprio
perché si doveva dare per scontato, in via preliminare, che nessun uomo può
paragonarsi a dio. (Oggi l'irrazionalismo lo constatiamo, in ambito religioso,
ogni volta che i credenti cercano a tutti i costi il martirio o si equiparano a
Gesù Cristo).
Dunque perché i redattori lo fanno parlare in termini così poco credibili?
Per quale motivo vogliono indurre il lettore ad accettare l'idea che il Cristo
di questa pericope non stava parlando come un uomo ma come una divinità? Una
cosa infatti è violare il sabato di fronte ai casi di bisogno, un'altra è
sostenere che si ha il diritto di farlo in quanto si pretende d'avere con dio un
rapporto personale esclusivo.
Il motivo di queste esagerazioni ampiamente volute sta nel fatto che il
Cristo del quarto vangelo, almeno là nelle parti visibilmente manipolate da
redattori senza scrupoli, non si rivolge affatto ai giudei ortodossi ma ai pagani o, al
massimo, agli ebrei già divenuti cristiani. I giudei sono soltanto un
interlocutore fittizio, del tutto incapace d'intendere e di volere rettamente,
che rappresenta, in fieri, varie tipologie di "eresia cristiana" rispetto
all'ideologia dominante del petro-paolinismo. Si tratta pertanto di un
regolamento di conti tutto interno al cristianesimo primitivo.
Infatti i termini della discussione vertono esclusivamente sul modo
d'intendere l'identità del Cristo dandone per scontata la "resurrezione", cioè
la teoria interpretativa elaborata da Pietro e fatta propria, con sviluppi
ulteriori, da Paolo.
In tal senso il quarto vangelo si situa, chiudendola, in quella linea
mistificatoria dell'operato del Nazareno partita dal vangelo di Marco, il
quale non a caso non era ancora arrivato a trarre delle conclusioni così
categoriche circa la divinità del messia. In Marco p.es. si attende ancora la
venuta trionfale del Cristo contro i suoi nemici terreni, in Giovanni invece si
dà per scontato ch'essa avverrà alla fine dei tempi, nei confronti dell'intera
umanità, così come Paolo aveva delineato nelle sue lettere.
Quando, nel vangelo di Marco, vi sono attestazioni esplicite circa la
divinità del Cristo, esse non avvengono in concomitanza di guarigioni
miracolose: è dio che afferma la figliolanza di Gesù (durante il battesimo o
nella trasfigurazione), non è Gesù che la sostiene e anzi quando qualcuno
l'afferma (un demone esorcizzato o lo stesso Pietro), lui intima di non
rivelarlo a nessuno. Questo a testimonianza che al tempo della stesura del
vangelo di Marco non si era ancora sicuri di dover far coincidere esplicitamente "resurrezione"
con "divinità": sarà Paolo a compiere questo passo decisivo, ma potrà farlo solo
a prezzo di allontanarsi definitivamente dall'ebraismo.
Ebraismo e cristianesimo sono due forme di "ateismo religioso", in cui il primo
tutela l'immagine di dio impedendo all'uomo di rappresentarla, mentre il secondo
permette di rappresentarla solo a un uomo fatto passare per suo "figlio
unigenito". La divinità viene trasformata dal cristianesimo in una realtà
che si può personalizzare: dio scende al livello dell'uomo per
permettere all'uomo di salire al livello di dio.
Viene così colmata una distanza che pareva eccessiva, insormontabile, non
rigorosamente interpretabile: dio diventa una realtà interiorizzabile,
addirittura familiarizzabile, in quanto elemento del rapporto primordiale che
lega un genitore al proprio figlio. Il cristianesimo ha rinunciato al rapporto
politico tra dio e popolo, che nell'ebraismo implicava il possesso di un territorio,
per trasformarlo in un rapporto personale di tipo mistico, tra credente e
divinità, valido in ogni contesto di spazio-tempo. In tal senso il cristianesimo
assomiglia di più a una religione pagana, con la differenza fondamentale però
ch'esso obbliga a credere in certi dogmi, in quanto il rapporto personale col
sacro viene mediato da una presenza istituzionale, la chiesa, che impone
un'interpretazione oggettiva della fede, ritenendosi unica erede del movimento
nazareno.
La chiesa cristiana nasce da un evento politico tradito, non nasce dalla
riflessione religiosa o di filosofia religiosa di qualche illuminato pensatore.
Vuole restare un'esperienza di popolo ma senza confini territoriali, senza
riferimenti specifici a tradizioni locali. Una volta rotti i ponti con
l'ebraismo, il cristianesimo ha posto in essere la pretesa all'universalità,
superando, in questo, anche i particolarismi locali del paganesimo.
Ogniqualvolta la chiesa ostenta una veste politica (come p.es. nel
caso della chiesa romana), lì vi è un ulteriore tradimento dello spirito
cristiano originario, tradizionalmente impostato su termini più mistici ed
escatologici (come generalmente è nella chiesa ortodossa).
Un ebreo fondamentalista non avrebbe mai potuto sopportare questa visione teologica delle
cose, sia perché essa negava il lato politico della fede (anche se questo
aspetto la chiesa cristiana lo assumerà con la svolta teodosiana), sia perché, non
credendo egli nella possibilità di elevare l'uomo a dio, riteneva sommamente
eretica l'idea di abbassare dio all'uomo.
La battaglia era tra due forme di "ateismo religioso". L'operazione
mistificante dei redattori cristiani s'è risolta appunto in questo, nel voler
far passare l'ateismo umanistico del Cristo in un'alternativa all'ateismo
religioso ebraico, in cui la realtà divina non viene negata ma soltanto
reinterpretata. Nel vangelo di Giovanni non siamo in presenza di un uomo che
nega a dio una qualunque sussistenza, facendo dell'uomo il dio di se stesso, ma
siamo in presenza di un uomo che, in via esclusiva, pretende d'essere dio, in
quanto figlio unigenito di una divinità onnipotente.
Cioè quello che per gli ebrei sarebbe parso come una forma di ateismo
conclamato, per i cristiani invece diventa il fondamento su cui erigere un
edificio del tutto religioso. In questa maniera i redattori cristiani ottengono
un duplice risultato: dopo aver trasformato il Cristo da politico rivoluzionario
nazionale a redentore morale universale, hanno anche trasformato il suo ateismo
umanistico in una professione di fede religiosa.
D'altra parte non potevano revisionare una cosa senza toccare anche l'altra.
Finché era esistita una tensione rivoluzionaria che portava a credere in un
rivolgimento politico-istituzionale del proprio paese, i nazareni potevano anche
accettare la pretesa della totale umanizzazione del rapporto uomo/universo, che
metteva dio nel dimenticatoio. Ma dopo la crocifissione, dopo la catastrofe del
70 e dopo la tragedia del 135, se si voleva continuare a parlare di "Cristo" non
lo si poteva certo fare negli stessi termini del 30-35, con gli stessi argomenti
che lui aveva usato. Tutto doveva ruotare attorno al tema della politica
dualistica, in virtù della quale si ammetteva la legittimità dell'operato di
Cesare e l'esistenza di una realtà separata dalla chiesa, lo Stato, che
obbligava i credenti a sperare in una loro liberazione umana e materiale solo
nell'aldilà.
IV
Non ci sono motivazioni particolari per negare a questo racconto la
collocazione spazio-temporale decisa dai suoi redattori, per quanto esso sia
stato pesantemente interpolato.
Dopo aver tentato, invano, di epurare il Tempio, invitando la popolazione,
rappresentata dal partito farisaico, a cacciarne il clero corrotto, Gesù e i
suoi primi discepoli, staccatisi dal movimento battista, s'erano rifugiati in
Galilea. Già in Samaria avevano fatto capire che per loro le questioni religiose
dovevano assumere un valore alquanto secondario, essendo il compito della
liberazione nazionale quello principale.
L'ateismo del Cristo era già una realtà assodata durante la sua permanenza in
Galilea. Non lo si vede neanche una volta compiere un qualsivoglia rito di tipo
religioso: sin dall'inizio del capitolo 3 del vangelo di Marco, i farisei e gli
erodiani han già intenzione di eliminarlo, proprio perché non rispettava il
sabato e si arrogava il diritto di decidere autonomamente come interpretare le
leggi. Il capitolo V del vangelo di Giovanni mette in evidenza il fatto ch'egli, senza grandi
successi, cercava di estendere questa sua nuova visione laica della vita anche
alla Giudea.
Le diatribe sul sabato e sull'identità del messia-taumaturgo sono state
introdotte, in questa lunga pericope, da un miracolo stupefacente, proprio perché i redattori non volevano
mettere in chiaro i termini esatti della controversia. Ogni miracolo evangelico,
anche il più banale, è sempre una forma di criptazione di qualcosa di
sconveniente per l'interesse della fede religiosa. Nella fattispecie in oggetto
la strategia redazionale adottata è stata molto semplice: s'è voluto far credere
che il Cristo poteva sentirsi autorizzato a violare il precetto del riposo
assoluto del sabato, in quanto era in grado di compiere, essendo "divinoumana"
la sua persona, prodigi assolutamente impossibili per chiunque.
S'è quindi usato un evento miracoloso proprio per negare all'uomo la
possibilità d'identificarsi col Cristo. Ciò è paradossale, ma neanche più di
tanto, se si pensa che un'operazione del genere, squisitamente religiosa,
serviva appunto per indurre il credente a sentirsi una nullità al cospetto di
dio. Se Cristo, stando ai vangeli, non ha mai sostenuto d'essere un semplice
essere umano, è giocoforza che nessun uomo possa mai rivendicare piena autonomia
nei confronti di dio. E' il concetto di "dio" o di "divinità" che tiene l'uomo
dipendente, sottomesso, strumentalizzabile da parte dei poteri costituiti.
Invece di far dire al Cristo che la violazione del sabato era lecita proprio
in quanto, al cospetto di un'istanza di bene oggettivo, espressa nella forma di
un bisogno radicale e urgente, prima di tutto vengono
questi interessi e non quelli di un astratto rispetto della lettera della legge;
invece di far dire al Cristo che si può discutere sulle modalità di
soddisfazione del bisogno, evitando però di negarne l'evidenza o di considerare
l'importanza dei bisogni come secondaria rispetto al valore della legge; invece
di fargli dire che il rispetto formale della legge non solo impediva la
soddisfazione di un grave bisogno individuale, ma non era neppure di alcun aiuto
per l'interesse collettivo di una liberazione nazionale, in quanto si finiva col
discriminare quei ceti o quelle persone le cui sofferenze esigevano interventi
di assistenza e condivisione di ben altro livello rispetto a quelli legalmente
permessi; invece di presentare il Cristo come un semplice essere umano dotato di
buon senso, apertamente contrario a queste forme di ipocrisia giuridica, s'è
preferito far vedere che un dio può interpretare la legge come gli pare, tanto
più se il fine di questa facoltà è quello di far del bene a qualcuno.
Non solo, ma così facendo s'è voluto finalizzare la violazione del sabato
alla soddisfazione di un'esigenza particolare di guarigione (in Giovanni anche a
un'esplicita attestazione di divinoumanità), togliendo a tale violazione
quella carica eversiva, anti-istituzionale, che doveva avere sul piano politico.
Violando il sabato, il Cristo non aveva tanto di mira la semplice guarigione dei
malati gravi né la dimostrazione di una potenza superiore, quanto lo scopo di
dimostrare che il rispetto formale della legge, ai fini della liberazione
nazionale, era semplicemente inutile. Non ci si sarebbe mai liberati dei romani,
limitandosi a stare tenacemente attaccati alle proprie tradizioni: quello che
mancava ai farisei era la capacità di organizzare un movimento di massa
insurrezionale, del tutto indipendente dalle interpretazioni ufficiali della
legge.
Nonostante l'apparenza dica il contrario, non c'è vero dialogo tra Gesù e i
giudei, non si discute sull'opportunità di guarire proprio quel malato e non
altri, proprio quel tipo di malattia e non altre; non si discute neppure sulle
priorità degli interventi risanatori. Un uomo in grado di fare cose del genere,
per giunta nella più assoluta gratuità, avrebbe facilmente trovato ampi
consensi, anche da parte delle autorità, attraverso i quali si sarebbe potuta
stabilire un'adeguata strategia riabilitativa per la collettività, partendo
democraticamente dai casi più gravi.
Niente di tutto questo. Anzi qui abbiamo a che fare con un terapeuta che si
serve dei propri poteri paranormali per asserire che gli provengono direttamente
dalla sua natura divina, e che chiede di credere in questa natura proprio in
virtù delle sue straordinarie guarigioni, ovvero, se proprio non si vuol credere
nella sua divinoumanità, di fidarsi comunque di lui, della sua nuova
"religione", in considerazione del fatto che ogni guarigione è compiuta per un
fine di bene e che egli non ha intenzione di servirsene per rivendicare un
potere autoritario.
Insomma tutto il capitolo è una mistificazione dell'ateismo umanistico del
Cristo, volta a negare che il principale scopo ch'egli s'era prefisso era
eminentemente politico: liberare Israele dall'occupazione del nemico
esterno, appoggiato dai collaborazionisti interni. Di fronte a questo obiettivo, che
certamente Gesù non avrebbe potuto realizzare da solo, qualunque guarigione,
anche la più straordinaria possibile, avrebbe assunto un significato molto
secondario.
V
Dopo la cacciata dei mercanti dal Tempio, la guarigione del paralitico di
Betesda viene considerata nel vangelo di Giovanni la seconda manifestazione
pubblica di Gesù a Gerusalemme. Entrambe erano state di tipo laico, con
la differenza che mentre quella poneva in questione gli assetti
politico-istituzionali del giudaismo, questa invece ne mina i fondamenti
ideologico-normativi (qui rappresentati dal precetto festivo).
E' stato come se il Cristo avesse voluto precisare che un rovesciamento del
potere clericale avrebbe dovuto comportare, necessariamente, una revisione dei
principi teorici che il sacerdozio e gli altri partiti fondamentalisti avevano
col tempo consolidato. I vv. 16 e 18 lo dicono chiaramente: "i giudei
perseguitavano Gesù e cercavano di ucciderlo perché non soltanto violava il
sabato, ma anche perché chiamava dio suo padre, facendosi uguale a dio".
Violare il sabato, di fronte a una semplice questione di bisogno e non perché
qualcuno era in pericolo di vita, né perché si doveva adempiere a un dovere
superiore, o farsi uguali a dio, erano in sostanza la stessa cosa, poiché il
precetto del sabato era stato dato, secondo gli ebrei, dallo stesso Jahvè, era
un precetto sacro per definizione, quello che appunto indicava la dipendenza
dell'ebreo dal Creatore.
Il sabato non era e ancora non è un semplice giorno di riposo, ma una sorta
di imitazione del ritmo della creazione divina, in quanto dio "riposò nel
settimo giorno" (Es 20,11). E' ancora oggi proibito all'ebreo non solo lavorare,
ma anche far lavorare gli altri, sia pure il servo o lo straniero o il bestiame:
tutti hanno diritto al riposo. Persino accendere la luce o farsi da mangiare o
mettere una firma su un contratto costituiscono lavori che il giudaismo proibisce di eseguire in
questo giorno, dato che hanno per fine una "creazione".
Osservare il sabato significa anche "santificarlo", cioè "tenerlo separato",
lontano dai rapporti sociali che implicano antagonismo, interesse, rivalità...,
nella convinzione che, non facendo nulla, si siano più probabilità di
comportarsi meglio che non facendo qualcosa negli altri giorni profani.
Il sabato dunque non era affatto una questione banale. Se la
circoncisione indicava l'appartenenza simbolica a un popolo eletto, scelto da Jahvè, che aveva stabilito un patto d'alleanza, sancito dalla legge, il rispetto
del sabato indicava il contenuto religioso di questa alleanza, espresso sempre
in chiave simbolica ma con un simbolo assolutamente più ancestrale di tutti
quelli che si usavano per ricordare l'epopea di Mosè. Non riconoscere la fatica
della creazione dell'universo e quindi la necessità del riposo divino, la
sacralità di questo riposo assoluto, non dedicare l'astensione da qualunque
attività al culto della volontà divina, mai soggetta a imperfezioni e cadute,
equivaleva in sostanza (e ancora oggi è così) a fare esplicita professione di ateismo. Ecco perché
diciamo che mentre con l'epurazione del Tempio si poteva pensare a un intervento
contro la corruzione del clero, al fine di ripristinare una purezza originaria
nei rapporti umani, qui invece vengono messi in discussione i pilastri su cui si regge
la stessa fede ebraica.
E' la prima volta in questo vangelo che viene detto qualcosa contro i
principi teorici dell'ebraismo all'interno del territorio giudaico. Analoga
critica radicale era stata espressa infatti in Samaria, contro il primato del
Tempio. Il che lascia presupporre che non fosse la prima volta che Gesù negava
la dipendenza dell'uomo dal precetto del sabato. Nel vangelo di Marco,
ambientato in Galilea, la violazione del riposo assoluto - se vogliamo - era
data per acquisita non solo da parte del Cristo ma anche da parte degli stessi
apostoli, che p.es. lo trasgrediscono per soddisfare il bisogno di mangiare (Mc
2,23 ss.).
Il precetto era già stato ribaltato: "il sabato è stato fatto per l'uomo e
non l'uomo per il sabato", che in sostanza voleva dire di tenere costantemente
soggetta alla volontà umana qualunque disposizione legale, da
reinterpretarsi ogniqualvolta lo richiedevano le esigenze vitali della
collettività. Fissare una volta per tutte una qualsivoglia interpretazione
significava, in ultima istanza, negare valore e persino esistenza ai bisogni
umani, ovvero fare dei propri principi teorici degli idoli da adorare.
Tuttavia i vangeli di Marco e di Giovanni hanno affrontato la questione del
sabato in modo abbastanza diverso: per il primo sarebbe stato sufficiente
applicare sino in fondo il principio talmudico secondo cui "il sabato è stato
messo nelle vostre mani e non voi nelle mani del sabato" (5 Yoma 85 b), per il
secondo invece l'abolizione del sabato era una diretta conseguenza della
divinità del Cristo. Marco (o meglio Pietro) si sarebbe accontentato di un po' di buon senso da
parte dei farisei, che facevano del rispetto del sabato il criterio della
perfezione morale. Giovanni invece (o meglio i suoi manipolatori) ritiene che l'attaccamento morboso che gli
ebrei avevano nei confronti del sabato fosse sufficiente per rompere con loro
qualunque rapporto.
VI
La cosa che appare strana, in questo racconto del vangelo di Giovanni, è che
si associa esplicitamente la negazione del sabato con l'affermazione
della divinità del Cristo. Marco non avrebbe avuto il coraggio di farlo, benché
fosse anche nelle sue intenzioni dimostrare che Gesù era più che un uomo.
Il motivo di questa riluttanza probabilmente sta nel fatto che la
mistificazione del vangelo di Giovanni è di livello più elevato, ponendosi come
fase conclusiva di un processo revisionistico iniziato molti decenni prima.
Di fronte all'ateismo esplicito di Gesù i due vangeli si sono comportati in
maniera differente: Marco ha fatto finta di nulla, considerandolo un aspetto del
tutto irrilevante della sua predicazione, e ha preferito concentrarsi su quale
falsificazione operare circa gli aspetti politici della crocifissione: nel senso
che in Marco il Cristo appare nei panni di un essere eccezionale, in quanto la
sua morte viene interpretata come "necessaria", come "voluta da dio". La
divinità del Cristo non è ancora ben definita: per dimostrarla non vengono
neppure usati i racconti di resurrezione, che invece negli altri vangeli sono
fondamentali.
E anche gli episodi in cui viene palesata espressamente la divinità del
Cristo (battesimo, trasfigurazione) rientrano in un genere di tipo mitologico,
ad uso popolare, cronologicamente successivo all'idea mistificante di fondo
relativa alla morte necessaria.
Nel vangelo di Giovanni invece si compie un'operazione più sofisticata, più
teologica, mediante cui i redattori si pongono un duplice obiettivo: trovare
ulteriori e definitive giustificazioni alla tesi petrina originaria, sviluppata
da Paolo; rovesciare ideologicamente il contenuto di quegli aspetti della
predicazione del Cristo che il vangelo di Marco aveva trascurato o
sottovalutato.
Di qui l'idea, che da un punto di vista cristiano può essere considerata
geniale, di trasformare l'ateismo professo del Cristo in una sua personale
dichiarazione di figliolanza divina: cosa che nel vangelo di Marco, dominato
dalla tesi del "segreto messianico", sarebbe stata impensabile.
Nel quarto vangelo non siamo in presenza di una semplice "censura" di aspetti
ritenuti scomodi per la teologia, ma di un loro radicale rovesciamento
interpretativo. Se Marco ha alterato il significato della morte del Cristo,
facendo dipendere da questa tutto il resto, persino la tesi della resurrezione;
Giovanni invece (o meglio, i suoi manipolatori) mistifica tutta la vita del
Cristo e considera la sua morte come una inevitabile "gloriosa" conseguenza. La
follia di questo revisionismo teologico è pari alla sua lucidità.
Il motivo per cui nel quarto vangelo si sia avvertita la necessità di
falsificare tutta la vita del Cristo, quando un apostolo come Paolo aveva
semplicemente preferito partire dalla mistificazione di Pietro, portandola alle
sue più radicali conseguenze operative, senza aver alcun bisogno di riscrivere
una biografia del Cristo, sta nel fatto che la tradizione giovannea era in
origine del tutto opposta a quella petrina, sicché i successivi redattori,
dovendo tener conto di una narrazione che contraddiceva i Sinottici nel loro
insieme e negli aspetti più fondamentali, si sono accinti, al fine di ricondurre
questa tradizione entro i limiti di quella petro-paolina, a una manipolazione
generale molto più evoluta, in grado peraltro di tener conto anche di quelle
prime eresie formatesi all'interno del cristianesimo primitivo, le quali, pur
non mettendo in discussione le tesi fondamentali della morte necessaria e della
resurrezione, cominciavano a formulare delle interpretazioni sulla natura del
Cristo non esattamente conformi a quella dominante. Tracce di queste eresie
s'intravvedono già nell'Apocalisse.
Ecco perché l'ateismo di Cristo, che in Marco viene vanificato in maniera
trasversale con la tesi della "morte necessaria", fatta sostenere dal Cristo
stesso coi
tre annunci della passione, relativi a quello che gli sarebbe accaduto entrando in Giudea (8,31; 9,31;
10,33), e reso del tutto impossibile alla fine del vangelo, in quanto si conferma la tesi
della "morte necessaria" con quella della "resurrezione" dalla tomba vuota, in
Giovanni doveva essere mistificato sin dall'inizio, facendo credere che in
realtà Cristo voleva soprattutto affermare la propria uguaglianza con dio, definito come
"padre", e dunque la propria esclusiva appartenenza filiale. Questo per dire che
se nel vangelo di Giovanni c'è del "marcio" in quantità superiore che nei
Sinottici, il motivo è dipeso da cause di forza maggiore.
VII
Se questo testo venisse esaminato anche solo da un punto di vista cristiano,
sarebbe impossibile non sostenere ch'esso è stato scritto col senno del poi, e
non tanto perché al Cristo si attribuiscono delle qualità sovrumane (già
riscontrabili nei Sinottici), quanto perché egli le usa con una consapevolezza
della propria origine divina assolutamente straordinaria (inedita rispetto ai
Sinottici). Se Gesù fosse davvero stato quel "dio" che i cristiani ritengono, si
sarebbe come minimo dovuto porre un dubbio sul fatto che nei quattro vangeli
canonici la consapevolezza della propria origine divina si presenta in lui in
una forma evolutiva, come un'acquisizione che matura progressivamente nel tempo.
E' così apodittica la maniera in cui si fanno derivare le qualità
terapeutiche dalla consapevolezza d'essere il figlio unigenito di un dio-padre
onnipotente, che non sarebbe stato sufficiente interpretare la tomba vuota come
"resurrezione": infatti anche Marco la interpreta così, ma non per questo arriva
alle conclusioni di Giovanni. In questo racconto deve per forza essere
intervenuta la mano di una tradizione paolina (ebreo-ellenistica), che fu la
prima ad avere l'ardire di rompere definitivamente col giudaismo affermando la
figliolanza esclusiva del Cristo.
Il Gesù giovanneo è completamente smaterializzato, è una sorta di ologramma
teologico che parla di sé e da sé, nella più totale indifferenza della storia e
delle macroscopiche e inevitabili incongruenze dei suoi discorsi coi fatti
reali. E' un Cristo, se vogliamo, solipsistico.
L'identificazione di dio-padre e dio-figlio è così stretta che praticamente
viene data per scontata, come se la verità di questa tesi potesse essere colta
solo in maniera tautologica. Questo presupposto metodologico deriva dal fatto
che nella comunità cristiana avevano finito per prevalere in maniera decisiva le
tesi petrine della "morte necessaria" e della "resurrezione", nonché la tesi
paolina della "figliolanza divina" del Cristo. Qui in sostanza siamo in presenza
di una tautologia linguistica che si basa su delle tesi teologiche (quelle
petro-paoline) del tutto indimostrabili. Uno psichiatra direbbe che siamo in
presenza non di una nevrosi ma di una psicosi.
Supponiamo infatti che sia attendibile una guarigione eccezionale, e quindi
"miracolosa" per la mentalità dell'epoca e forse anche per la nostra; supponiamo
anche che questa guarigione non dipenda dall'autosuggestione o dalla forza di
volontà del malato ma da un effettivo potere del terapeuta. Ebbene, potremmo
considerarla sufficiente per attribuire al terapeuta delle qualità sovrumane?
Certamente no. Allora per quale motivo i redattori di questo vangelo pretendono che i giudei
accettino l'idea che il Cristo terapeuta andava considerato come "unigenito
figlio di dio"? La prova che per loro andava considerata inconfutabile, non avrebbe potuto essere
convincente per nessuno, sia perché avrebbero potuto avvalersene anche altri
guaritori-imbonitori (negli Atti si assiste al forte diverbio tra Pietro e Simon
Mago), sia perché la fede in generale (e, a detta di Paolo, quella cristiana
in particolare) non ha bisogno di miracoli per credere, salvo ovviamente l'unico
che importa e che oscura tutti gli altri, quella della resurrezione.
Quindi in questo vangelo non è confluita solo una tradizione paolina ma anche
un'altra tradizione, ancora più ellenistica, che ha visto nell'accettazione
delle "opere miracolose" una sorta di discrimen tra l'ortodosso e
l'eretico. Che questa sia una caratteristica pagana, ereditata dal
cristianesimo, lo lascia capire lo stesso Cristo che nel racconto precedente,
rivolgendosi a Cuza, il funzionario reale, dice: "Se non vedete segni e prodigi,
voi non credete"(4,48).
Questo per dire che nel capitolo V i due racconti, quello della guarigione e
quello dell'autoproclamazione divina, possono anche essere stati scritti da mani
diverse, di cui solo le ultime hanno ritenuto opportuno servirsi del primo come
segno inconfutabile dell'attendibilità del discorso pronunciato da Gesù.
C'è un punto infatti che potrebbe anche mettere in crisi il rapporto organico
tra i due elementi del capitolo: il versetto 18, in cui il redattore afferma che
il Cristo veniva perseguitato perché violava il sabato e perché si faceva come
dio. Il fatto che venisse perseguitato per entrambe le cose non sta di per sé a
significare ch'egli si servisse delle guarigioni per dimostrare la propria
divinità. Questa cosa non appare mai nel vangelo di Marco; anzi, l'unica volta
che un ossesso afferma che il Cristo è figlio di dio, viene messo a tacere.
Marco riflette una posizione galilaica contro una giudaica, ma Giovanni riflette
una posizione ellenistica contro una ebraica (persino contro l'ebraismo presente
nel vangelo che gli viene attribuito e che lui effettivamente in origine deve
aver scritto per contestare quello marciano).
Il redattore del lungo discorso di Gesù deve avere unito le due parti,
utilizzando sì la guarigione come premessa per credere nella divinità del
Cristo, ma lasciando al lettore la facoltà di non credervi come prova
inconfutabile della sua
divinità. Quello che a lui premeva dire a chiare lettere era che al Cristo non
gli si poteva in alcun modo rimproverare di violare il sabato, proprio in quanto era figlio di
dio. Uno può anche non credere nella divinità di Gesù, limitandosi a osservare i suoi
prodigi, ma se lo si perseguita per aver violato il sabato (simbolo della
legislazione ebraica) è come se non si credesse nella sua divinità, per cui si
dovrebbe essere
scomunicati. Questo avviso perentorio è tutto interno a una comunità di tipo
"cristiano", poiché non avrebbe avuto alcun senso in un contesto
giudaico. Si parla a suocera perché nuora intenda e qui la "nuora eretica"
può anche essere stata la setta dei nazarei, il cui vangelo, andato perduto,
considerava Gesù un profeta taumaturgo ma non di natura divina, tant'è che veniva
rifiutata completamente la predicazione paolina.
Qui non si è in alcun modo in presenza di un racconto con cui si vuol
dimostrare la fondatezza di un ragionamento logico. La procedura redazionale è
stata esattamente inversa: utilizzare un racconto di guarigione per far credere
nella necessità di un dogma, cioè di una tesi che non può essere oggetto di
discussione. Il Cristo che qui parla ha già le sembianze di una chiesa
autoritaria, che affronta in maniera paternalistica l'eresia in ambito cristiano
e che però minaccia i più severi castighi se si persiste nell'errore. "Io non
condanno nessuno a morte - sembra dire Gesù -, ma questo non m'impedirà dal
giudicarvi molto severamente".
I giudei in senso stretto difficilmente possono essere considerati come i
destinatari di questo ultimatum, anche perché i redattori non vanno a cercare dei pretesti per
giustificare il loro antisemitismo: questo anzi è già così ben radicato che
dobbiamo darlo
per scontato. Gli ebrei fondamentalisti vengono ritenuti dal cristianesimo una
causa persa. Essi, in questo racconto, rappresentano soltanto una controfigura,
la maschera che copre il volto di quegli intellettuali già cristianizzati che,
pur partendo da basi ideologiche condivise (morte necessaria, resurrezione
ecc.), cominciano a fare riflessioni troppo personali, che non collimano con
quelle istituzionali. Il quarto vangelo ha reso improrogabile la necessità di
stabilire un canone definitivo del Nuovo Testamento.
VIII
Sarebbe alquanto facile dimostrare, tecnicamente, che la guarigione del
paralitico è un racconto completamente inventato. Basterebbe infatti sostenere
che in teoria può anche esserci stata un'acqua salutare, ma non fino al punto in
cui potesse guarire ciechi, storpi o paralitici, a meno che qui non si vogliano
chiamare in causa quei fenomeni di autosuggestione che associano una guarigione
di tipo psichico a mezzi e strumenti usati in maniera magica, fantascientifica.
In tal caso però un giudeo avrebbe dovuto escludere ancora di più la pretesa
cristiana di associare la natura divina del Cristo con le terapie miracolose.
Infatti se per guarire basta un po' d'acqua miracolosa, a che pro credere nel
terapeuta che si autoproclama figlio di dio? Qui si ha l'impressione che i
redattori abbiano voluto porre in essere una gara di "potenza" tra eresia e
ortodossia.
Non meno assurdo è il fatto che quell'acqua guarisse da qualunque tipo di
malattia soltanto il primo che riuscisse a bagnarvisi. Anche questo aspetto è
stato usato dai redattori in chiaro senso provocatorio, per far vedere
all'interlocutore che i suoi tentativi di opposizione alla "forza cristiana"
sono inesorabilmente destinati a fallire.
Decisamente incomprensibile è la domanda che Gesù (tutto solo, senza neanche
un discepolo con sé) rivolge al paralitico che da ben 38 anni era in quella
penosa condizione: "Vuoi guarire?"(v. 6). Sembra quasi una presa in giro. Uno
psicanalista avrebbe detto che quella domanda voleva in realtà mettere in dubbio
il vero desiderio di guarigione dell'infermo, come se questi cioè avesse fatto della
propria malattia un alibi per restare ai margini della società, per non
assumersi alcuna responsabilità. Era forse un vittimista? Se dicessimo
"rassegnato" non riusciremmo a spiegarci il motivo della sua presenza in quel
luogo.
Si ha insomma la sensazione che questo malato rappresenti quel cristiano di
origine ebraica ancora troppo legato alle tradizioni ebraiche. Infatti il metodo
della guarigione operata dal Cristo vuole apparire assolutamente antitetico a
quello ebraico.
Il redattore non mette in dubbio l'efficacia terapeutica dell'acqua, ma vuole
mostrare due cose: che pur in presenza di quel dono eccezionale, i più deboli,
tra i malati, ne restavano esclusi; che un uomo come Gesù, essendo un dio, non
solo non ha bisogno di nulla per guarire, ma si preoccupa anche di non fare
differenze tra malato e malato. La democrazia delle guarigioni viene realizzata mediante l'onnipotenza della
volontà taumaturgica.
Tuttavia, anche solo per questa fondamentale ragione, il racconto andrebbe
considerato del tutto inventato. Qui il miracolo mistifica un'interpretazione del sabato
che in origine doveva essere strettamente collegata a una nuova visione della
vita, più laica, il cui obiettivo principale, in quel momento, era la
liberazione non dalle malattie ma dalla presenza romana.
I redattori hanno trasformato Gesù in un supereroe della medicina, dopo
avergli negato qualunque legittimità come leader rivoluzionario. Chi lo ascolta
sono soltanto i malati bisognosi di guarigione: tutti gli altri lo perseguitano
e cercano continuamente di linciarlo. Nel racconto, anzi, è lo stesso paralitico
risanato che, appena viene a saperlo, rivela alle autorità il nome di Gesù.
Il finale è del tutto sorprendente. Gesù lo va a trovare nel Tempio (e già
questo stava ad indicare che l'ex-paralitico non aveva saputo approfittare
dell'episodio fortunato per ripensare il suo tradizionale rapporto col
giudaismo, quel giudaismo che nel corso del dibattito con Gesù, qualificarlo
come fanatico e integrista sarebbe stato poco). Non gli chiede di seguirlo, pur
avendo saputo che al cospetto dei farisei l'aveva difeso, ma di non peccare più,
associando così alla maniera ebraica colpa e malattia, e lasciando peraltro
stupefatto il lettore, che non può certo immaginare quale incredibile peccato
possa aver compiuto uno che da 38 anni giace paralizzato su un lettino (non
dimentichiamo però che nei vangeli i numeri possono anche essere usati in
maniera figurata, per indicare un tempo storico o una simbologia di tipo
religioso).
Qui Gesù non ha e non vuole avere alcun rapporto col giudaismo. Si ha anzi
l'impressione che il redattore abbia voluto sottolineare la condizione
peccaminosa dell'infermo solo allo scopo di giustificare meglio il fatto che
alla fine sarà proprio lui a rivelare alle autorità il nome del guaritore.
Questo redattore non ha scrupoli nel considerare negativamente i giudei in
quanto tali, siano essi sani o malati, siano essi credenti o increduli.
L'ultimo aspetto incongruente del racconto è che Gesù guarisce il paralitico
in mezzo alla gente (sana e malata) e nessuno sembra essersi accorto di nulla.
Qualcuno ha sentore di un'anomalia soltanto quando vede il paralitico camminare,
portandosi sottobraccio il lettuccio. E il redattore antisemita sembra
addirittura compiacersi nel mostrare che, di fronte a quella spettacolare
guarigione, ai giudei non viene in mente di congratularsi col neorisanato, ma di
accusarlo di fare qualcosa di proibito in giorno festivo.
E che strana personalità doveva avere questo malato, che dopo essere stato
emarginato per ben 38 anni, senza poter accedere per primo all'acqua della
fontana di Siloe, dopo essere stato guarito da uno che per lui era
soltanto un illustre sconosciuto, dopo aver rischiato, una volta ottenuta la
guarigione, d'essere denunciato per aver violato la legge sul sabato, dopo aver
sostenuto con vigore le sue tesi davanti ai farisei ed essere stato espulso, per
questo,
dalla sinagoga, se ne va come se nulla fosse al
Tempio a ringraziare Jahvè e i suoi portavoce!
IX
Il v. 17 fa da collante tra la guarigione e l'autoproclamazione divino-umana.
Nei Sinottici sarebbe stata impensabile una cosa del genere, e non perché non si
propagandi in essi un medesimo messia teologico, quanto perché le guarigioni
miracolose erano state messe semplicemente per mistificare eventi di tipo
politico.
Nel vangelo di Giovanni non solo si fa questo, ma, all'interno di tale
mistificazione, si ha addirittura l'ardire di sostenere che il Cristo guariva
per dimostrare la propria divinità. E' un passaggio ulteriore, che implica anche
una modifica nella scelta del destinatario da parte dei redattori cristiani: non
più i giudeo-ortodossi ma i cristiani di origine ebraica o pagana. Possiamo anzi
sostenere che le prime eresie cristiane (quelle che davano vita a correnti di
pensiero eterodosse rispetto a quella petro-paolina) siano state tutte di
origine ebraica, per ovvi motivi cronologici.
L'esigenza di canonizzare gli scritti post-pasquali, per dar vita a un "Nuovo
Testamento" ufficiale, una sorta di "opere complete" della mistificazione più
credibile ai danni del Cristo, maturò proprio quando iniziarono ad emergere
eccessive varianti alle tesi ufficiali e, dopo la stesura del vangelo di
Giovanni (la cui ultima revisione avvenne intorno al 100, dopo almeno 60 anni di
manipolazioni), ci vollero ancora decine di anni prima di arrivare a una comune
e definitiva approvazione.
Nel vangelo di Marco il messia si nasconde e rivela la sua natura divina solo
ai suoi più stretti discepoli e in rarissimi casi, intimando tassativamente di
non divulgare quello che avevano visto e/o sentito. E' una posizione opposta a
quella dei manipolatori di Giovanni, che presentano sempre un Cristo
intenzionato a rivelare apertamente, in pubblico, la propria divinità dopo aver
compiuto un miracolo o una straordinaria guarigione.
Il v. 17 è decisivo per comprendere la volontà redazionale di tenere unite
teoria religiosa e prassi ecclesiale. Gesù ha guarito il paralitico perché l'ha
fatto in nome di dio, che opera sempre per il bene degli uomini: fin qui la
teoria. La giustificazione di questo incredibile potere taumaturgico egli la fa
derivare dal particolare rapporto filiale che, in maniera diretta ed esclusiva,
ha con lo stesso dio-padre. E qui interviene la prassi ecclesiale, che è mediatrice
tra il credente e Cristo.
Non è solo "in nome di dio" ch'egli compie guarigioni miracolose, ma anche in
virtù del fatto che sul piano divino non c'è differenza sostanziale tra lui e il
dio onnipotente. Tant'è che la chiesa indivisa arriverà a dire, al primo
concilio di Nicea (325), dopo oltre un secolo di furibonde controversie, che sul
piano della "natura divina" vi è "consustanzialità" tra il padre e il figlio,
essendo diverse solo le persone.
I redattori del quarto vangelo hanno praticamente posto le basi alla teoria
della "consustanzialità", in
quanto hanno voluto far vedere che il Cristo era molto di più che un
guaritore devoto a dio. Infatti, precisano subito al v. 18 che Gesù non veniva
perseguitato solo per il fatto che operava guarigioni di sabato (avrebbe potuto
esserlo - se vogliamo - anche un taumaturgo devoto a dio, ancorché refrattario
all'interpretazione ufficiale relativa alla modalità con cui vivere la festività
settimanale), ma veniva perseguitato anche per la stretta uguaglianza che si
vantava d'avere con Jahvè, il che per un ebreo suonava non semplicemente come
un'eresia quanto come una bestemmia vera e propria, una sorta di imperdonabile
blasfemia. Il Cristo era meritevole di morte due volte.
Tutto quanto segue a questo impianto mistificatorio, che ha la funzione di
fare da supporto metodologico preliminare ai discorsi del guaritore, è incentrato
sul presupposto che miracoli del genere non possono essere fatti che da un uomo
avente natura divina.
Col suo discorso Gesù si preoccuperà di far capire che, nonostante questi
straordinari poteri taumaturgici, non era nelle sue intenzioni servirsene per
dominare gli uomini: è un Cristo sì eversivo, rispetto al giudaismo
ortodosso, ma impolitico, poiché il suo regno "non è di questo mondo". Le sue
terapie, i suoi miracoli erano soltanto l'attestazione di una potenza
virtuale, non destinata a esprimersi adeguatamente sulla Terra, il cui fine era
ovviamente quello di compiere il bene, soddisfacendo bisogni reali, di tipo
fisico, per far capire l'importanza di quelli morali e spirituali.
Ora vediamo, in sintesi, quali sono stati i modi scelti dai redattori per
dimostrare le buone intenzioni di Gesù:
- egli dice di voler applicare al mondo un modello di relazione sociale la cui
origine risale al suo rapporto col dio-padre, cioè dice di non fare nulla
che non abbia già visto fare;
- il suddetto modello gli appartiene così tanto che, a tempo debito, egli
sarà in grado di compiere un miracolo molto più grande di questa guarigione,
quello di far risorgere i morti;
- che tale modello gli appartenga pienamente è dimostrato - a suo dire - dal fatto che
dio-padre gli ha affidato il compito di guarire gli uomini non solo "fisicamente", ma anche "spiritualmente", e per esserlo,
in questo secondo modo, è sufficiente
credere ch'egli è figlio di dio;
- tutto ciò vale non solo per la generazione a lui coeva, ma anche per
tutte quelle che lo hanno preceduto e per quelle che lo seguiranno, sicché tutti gli uomini e le donne
della storia dovranno porsi il compito se credere o non credere in questa
rivelazione divino-umana circa il rapporto filiale che lega lui
all'onnipotente;
- il figlio di dio giudicherà rettamente chi non gli riconoscerà il
rapporto diretto col padre dei cieli, proprio perché ha ricevuto il
mandato per farlo.
In questi cinque punti non è ovviamente il Cristo che parla, ma la comunità
post-pasquale, la quale sta proponendo, in chiave mistica, l'ultima chance di
salvezza al popolo ebraico, o sta minacciando di scomunica gli ebrei divenuti
cristiani, intenzionati ad opporsi ad alcuni aspetti della teologia
petro-paolina.
Cioè è come se venisse detto che la chiesa cristiana è disposta ad accettare
l'autocritica dei giudei (che hanno crocifisso il messia), a condizione però che ne
riconoscano la natura divina e la stretta ed esclusiva parentela col dio
onnipotente. Il Cristo che parla è come una sorta di morto redivivo che offre ai
suoi carnefici l'ultima possibilità di salvezza: una salvezza che vuole essere
unicamente spirituale (di cui la guarigione fisica è solo simbolo metaforico),
del tutto estranea a obiettivi politici o di riscatto sociale. Una salvezza
assai poco realistica, che lascia presumere che l'intero discorso si rivolga a
credenti già cristiani, che già hanno rinunciato alla liberazione
politica.
Il v. 30 chiude la prima parte del discorso, quella principale, che non
avrebbe avuto bisogno della seconda per essere compresa nella sua essenzialità.
Non si tratta di un discorso di "teologia politica" ma di "teologia spirituale",
di "metafisica religiosa", in quanto il contesto spazio-temporale in cui i
principi teorici di questa teologia andranno a realizzarsi sono decisamente
ultraterreni.
X
A partire dal v. 31 si cercherà di rispondere a un'altra obiezione, quella di
chi, non ritenendo sufficienti i grandi prodigi miracolosi per credere nella
divinità del Cristo, chiede che gli venga offerta una prova più convincente.
Prima di affrontare la seconda parte del discorso di Gesù, si può aprire una
parentesi relativa alla possibilità che un discorso così mistico, pur
sapientemente costruito a livello redazionale, abbia avuto un qualche riscontro
a livello storico. Ci si può cioè chiedere, in via del tutto ipotetica, quante
probabilità vi siano ch'esso abbia un substrato attendibile.
Abbiamo già detto che discorsi del genere sarebbero apparsi un'assoluta
follia a un qualunque ebreo: uno che si paragona a dio in tutto e per tutto, con
l'unica differenza del rapporto filiale, dovrebbe essere rinchiuso in una casa
di cura. Persino un credente "cristiano" non l'avrebbe capito, se quel discorso
avesse potuto ascoltarlo dalla viva voce di Gesù, che qui di "umano" ha solo la
parvenza.
Detto questo, si tratta ora di capire se esso sia stato completamente inventato,
o se invece non sia il prodotto di una mistificazione operata ai danni
dell'ateismo del Cristo. Questo perché non è sufficiente dire che con esso si è voluta
avvalorare la tesi della "morte necessaria" e della "resurrezione": che
cos'altro si è voluto fare?
Proviamo qui a esporre una serie di ragioni per negare al suo discorso una qualsivoglia
attendibilità di tipo storico, rimotivandolo però sul piano dell'interpretazione
mistica, in maniera tale che venga comunque salvaguardata l'istanza
dell'umanesimo laico:
- qualunque discorso interno a una concezione favorevole all'esistenza della divinità
porta inevitabilmente gli uomini a non cercare nel mondo adeguate forme di
giustizia sociale, e ciò risulta contraddittorio col ruolo di leader
politico che una parte significativa del popolo ebraico aveva attribuito al
Cristo (per la liberazione nazionale del paese);
- tutto il suo discorso ruota attorno a quanto avverrà alla fine dei
tempi, cioè è un discorso di escatologia storica, indifferente alle sorti
del popolo ebraico nel presente;
- l'associazione tra "guarigione miracolosa" e "autoproclamazione divina"
non è mai esplicitata nei Sinottici ed è persino ignorata se non addirittura
negata nelle lettere paoline: essa peraltro non ha alcun senso per le
aspettative messianiche di Israele, e per la sorte di un qualunque messia
politico sarebbe stata addirittura controproducente, poiché inevitabilmente
e giustamente gli ebrei l'avrebbero accusato d'essere un impostore. Un ebreo
avrebbe visto con sospetto e non senza ragioni anche un messia che avesse
voluto far valere le proprie capacità terapeutiche non per rivendicare
un'identità divina ma semplicemente per legittimare la pretesa a una
leadership politica (un nesso che i Sinottici han sì voluto avvalorare ma
senza enfasi). Qui
bisogna convincersi che tutte le guarigioni descritte nei vangeli o si
riferivano a malattie di tipo psico-somatico, e quindi erano alla portata di
una qualunque persona competente, oppure sono state elaborate a livello
redazionale per stravolgere azioni o parole dal contenuto marcatamente
politico, al punto che là dove esse appaiono più sensazionali, lì si deve
vedere una mistificazione maggiore;
- se, in via del tutto ipotetica (partendo p.es. dal reperto della
Sindone, che è l'unica fonte attendibile di tutto il Nuovo Testamento), vogliamo considerare
plausibile l'idea
che il Cristo possa essere stato a capo, in qualche maniera, della creazione
dell'universo, ovvero che lo si possa considerare una sorta di prototipo del
genere umano, resta comunque altamente improbabile ch'egli abbia potuto
affrontare un argomento del genere con chi non avrebbe neppure avuto gli
elementi per capirlo;
- se anche volessimo dare per acquisito che il Cristo abbia potuto fare un
discorso metafisico di natura così elevata ai suoi più stretti discepoli, il suo ruolo nella creazione
dell'universo non avrebbe certo potuto essere interpretato come pretesto per
rinunciare alla rivoluzione politico-nazionale, ch'era l'obiettivo
fondamentale di tutto il movimento nazareno;
- e, in ogni caso, un qualunque discorso che il Cristo avesse potuto fare
intorno alla propria diretta partecipazione alle fasi della creazione
dell'universo, non è di per sé sufficiente a dimostrare l'esistenza di un
dio onnipotente quale realtà esterna a quella umana. Cioè anche nel caso in
cui il Cristo avesse affermato d'essere all'origine dell'universo, noi
dovremmo ugualmente ammettere l'idea che questo può non essere incompatibile
con una professione di ateismo.
Ora però vediamo il contenuto del secondo discorso, che è un invito a credere
nelle sue parole e nelle sue azioni partendo dal presupposto che l'intenzione a
muoverle era benevola.
Qui il Cristo è come se fosse disposto a soprassedere sul nesso "guarigioni
miracolose"-"identità divina", accettando l'obiezione ch'esso, di per sé, non
dimostra nulla e che forse, se può essere tranquillamente accettato dal
popolino, può risultare persino fastidioso ai ceti intellettuali. Di qui il
livello di maggiore astrazione presente nel secondo discorso. Egli deve
rispondere a chi gli ha obiettato che le guarigioni sono compiute in virtù della
sua propria volontà, non per adempiere a un mandato ufficiale, pubblicamente
riconosciuto: esse pertanto non possono rendergli testimonianza. Occorre
un'attestazione di fiducia a lui esterna, che garantisca oggettivamente la
verità delle sue parole, la sincerità delle sue azioni.
Un'obiezione del genere la si incontra spesso nel vangelo di Giovanni e
anche, formulata diversamente, nei Sinottici, ove gli chiedono di fare un segno
strabiliante perché tutti possano credere e lui sistematicamente lo nega.
Qui - come si può notare - l'impostazione stessa dei termini del problema è
del tutto fuorviante. Da un lato infatti siamo in presenza di una richiesta
assurda, relativa all'attestazione di un segno inequivocabile, oggettivamente
favorevole alla volontà del Cristo: il che, anche nel caso non fosse in
questione la divinità come garante, fa comunque pensare a una sorta di richiesta
magica, poiché sappiamo che solo una volontà popolare può dare valore all'operato di uno che
pretende di porsi come "leader" di qualcosa di eversivo; anche perché se i giudei in quel
momento avessero preteso che Gesù ricevesse il dovuto consenso da parte delle
loro autorità costituite, noi avremmo avuto a che fare con un dibattito ancora
più inverosimile di quello che i redattori ci hanno fatto pervenire.
Dall'altro lato vediamo che il Cristo si rifiuta di esaudire la richiesta
di un'attestazione indipendente, ma solo per ribadire un'ulteriore verità
mistica, quella secondo cui la testimonianza più convincente circa la verità del
proprio operato gliela offre lo stesso dio-padre, della cui identità e volontà
lui stesso si fa garante e portavoce, in quanto figlio unigenito. Col che il
"discorso di fede", sapientemente tautologico, si chiude.
Ma vediamo meglio il suo svolgimento, cercando soprattutto di capire perché
questa seconda parte presenta tracce altamente anti-democratiche sul piano
politico.
Anzitutto appare evidente che il Cristo offra meno chances di
"soluzione spirituale" ai propri compatrioti: è come se dicesse loro che se non
si fidano dell'equazione "guarigione miracolosa" = "identità divina"
è perché in realtà vogliono credere solo a loro stessi, cioè vogliono restare
così come sono.
L'obiezione relativa alla testimonianza oggettiva (che pur non può essere
offerta dalle guarigioni in sé, per quanto straordinarie siano) qui viene fatta
apparire dai redattori come un pretesto per continuare a non credere nella figliolanza divina
del Cristo. E si presume di dimostrarlo facendo leva su tre prove ritenute da
lui inconfutabili:
- la testimonianza a lui favorevole di Giovanni il Battezzatore. Qui i
redattori cristiani prendono per buona la versione che nello stesso quarto
vangelo viene data dei rapporti tra i due leader storici. In realtà il loro
rapporto subì una rottura traumatica proprio a motivo del fatto che il
Battista non volle partecipare all'epurazione del Tempio. Il Battista aveva
trovato un'intesa col Cristo sul piano "etico", ma non su quello "politico";
- la testimonianza a lui favorevole delle Sacre Scritture e, in
particolare, di Mosè, che avrebbe addirittura "scritto di lui" (v. 46). Qui
i redattori compiono quell'abuso ermeneutico - ben visibile in tutto il
Nuovo Testamento - secondo cui è possibile reinterpretare taluni passi
veterotestamentari in una direzione favorevole alle tesi petrine della
"morte necessaria" e della "resurrezione" come lettura della tomba vuota;
- la testimonianza a lui favorevole di dio-padre, in cui i giudei non
credono perché non credono nel dio-figlio. Qui il circolo raggiunge l'apice
della viziosità.
Chiunque è in grado di rendersi conto che con queste presunte testimonianze
la comunità cristiana, sin dall'inizio dello stravolgimento petro-paolino, non
ha fatto che arrampicarsi sugli specchi, arrivando a dare per scontato, come una
setta che si rinchiude in se stessa, che i giudei non sarebbero arrivati a
credere neppure se avessero visto dio in persona. Questa è la ragione per cui
definiamo il testo fortemente antisemita e non destinato ai lettori giudei, ma
ai cristiani di origine ebraica o pagana.
Come può essere interpretata una comunità che se la prende contro chi chiede
un segno incontrovertibile e che, per tutta risposta, mette sul piatto tre
"prove" che, alla resa dei conti, non valgono nulla? Dove sta la superiorità del
cristianesimo rispetto all'ebraismo? Perché non dire semplicemente, come hanno
fatto i Sinottici, che non sarebbe stata offerta alcuna prova, né umana né
divina?
Il motivo di tutto ciò è molto semplice: questa seconda parte del discorso è
stata scritta in un momento in cui i rapporti tra cristiani ed ebrei s'erano
irrimediabilmente guastati. Le evidenti tracce di antisemitismo possono
addirittura far pensare a una sorta di dura controversia (un regolamento di
conti) tra gli elementi ebraici e pagani interni a una medesima comunità
cristiana: l'ellenismo (o gnosticismo cristiano) pare negare qualunque valore
all'ebraismo, persino a quello che dice d'essere "cristiano".
Ma l'antidemocraticità del discorso non sta tanto o non sta solo in questo.
Qui non siamo in presenza soltanto di una contrapposizione irriducibile tra
ebraismo e cristianesimo. In questo discorso il soggetto totalmente assente,
quello che in definitiva avrebbe potuto offrire la prova più convincente della
giustezza dell'operato del Cristo, è il popolo.
Qui sembra di assistere a un confronto antistorico tra un singolo che si
ritiene figlio esclusivo di dio, presumendo di dimostrarlo nei modi più
strampalati, e un pubblico che, al solo sentirlo parlare, lo ritiene un
bestemmiatore. Da questo confronto è totalmente assente un qualunque riferimento
alle condizioni storico-politiche della Palestina di allora, ch'erano poi quelle
stesse che avevano indotto migliaia di persone ad aderire, in varie forme e
modi, al movimento nazareno.
Il cristianesimo di questo vangelo vuol porre le basi di uno scontro di civiltà basato su
questioni esclusivamente religiose, che nulla hanno a che vedere con le reali
esigenze dei protagonisti dell'epoca. Vengono poste le basi di una storiografia
del tutto mitologica, in cui ancora oggi credono milioni di persone.
EBRAISMO E CRISTIANESIMO SONO DUE FORME DI ATEISMO?
Il massimo dell'ateismo possibile, restando nell'ambito della religione (e
del monoteismo in particolare), è quello di equiparare un uomo a (un) dio.
E' noto che sia l'ebraismo che il cristianesimo sono due forme di ateismo
rispetto all'ingenuo politeismo pagano: l'uno rende dio totalmente nascosto (o
comunque percepibile solo in via del tutto eccezionale, in forme assai
particolari, come accadeva ai patriarchi, a Mosè e ai profeti), l'altro lo
rende sì visibile ma solo in Cristo, e tutti gli esseri umani devono passare
attraverso di lui per avere un'esperienza della divinità. L'ateismo ebraico viene garantito, in un
certo senso, dal monoteismo assoluto; nei cristiani invece viene garantito dal
fatto che solo nel suo figlio unigenito dio può rivelarsi.
Esiste quindi nel cristianesimo una sorta di materializzazione umanistica di
dio ovvero di autorappresentazione antropologizzata della divinità: non a caso i
teologi parleranno subito di "dio incarnato" (quale prototipo dell'umanità),
dando così origine a una sorta di "duo-teismo", che poi diventerà "tri-teismo",
quando s'introdurrà lo Spirito Santo nell'economia salvifica, quale terza
persona della trinità (la femminile "sophia", l'aspetto non istituzionalizzato
della fede, in quanto "lo spirito soffia dove vuole").
La divinità resta anche nel cristianesimo una realtà esterna all'uomo
(seppure in forma meno assoluta), essendo l'uomo votato comunque al male, incapace
di compiere il bene con le sole sue forze, a causa del peccato d'origine. Il
fatto di voler accettare una presenza divina come forma estrinseca
all'essere umano induce tutte le religioni, e quindi anche il cristianesimo, a
non credere possibile una autenticità terrena. L'uomo
deve semplicemente vivere di fede, confidando nella grazia divina che salva. La
salvezza terrena è solo spirituale, poiché la morte, essendo inevitabile,
rimanda all'aldilà la necessità di vivere secondo una piena libertà, materiale e
spirituale. Nella propria mistificazione il cristianesimo considera la morte il
principale effetto negativo del peccato d'origine, superiore alla stessa
schiavitù sociale.
Una volta rotto con l'ebraismo, il cristianesimo petro-paolino rifiutò di
abbracciare il politeismo pagano, in quanto lo riteneva una forme ingenua di
superstizione, che arrivava ad attribuire caratteristiche divino-umane alla
stessa persona dell'imperatore. Il cristianesimo affermò da subito che solo una
persona poteva essere equiparata alla divinità, Gesù Cristo, il cui corpo, una
volta sepolto, si diceva fosse "risorto". Il massimo dell'ateismo possibile, in
ambito cristiano, conservando il monoteismo ebraico, era quello di dire che
esisteva un dio-padre e un dio-figlio (poi divenuto tri-teismo: una medesima
natura in tre persone divine).
L'islam, che non possiede il concetto triadico perché ha rifiutato quello
diadico, non ha fatto che semplificare al massimo l'ebraismo, rinunciando, di
questo, ad alcuni fondamentali aspetti simbolici che mediavano il rapporto uomo/dio. Ha potuto
farlo proprio perché in mezzo, storicamente, c'era il cristianesimo, che aveva
già svolto l'opera di semplificazione dell'ebraismo, superandone il limite del
nazionalismo etnico (l'universalismo ebraico, ereditato dall'islam, non è che un
etnocentrismo allargato, in cui quasi non si distingue nello Stato la funzione
civile da quella religiosa).
L'umanesimo laico, in tal senso, ha fatto un passo ulteriore, affermando che
l'unico dio esistente è lo stesso essere umano, artefice del proprio destino. Se
vogliamo considerare Cristo un prototipo dell'uomo, dobbiamo anche affermare che
il Nuovo Testamento è una mistificazione religiosa del suo messaggio laico e
politico.
Da notare che nessuna religione è in grado di affermarsi in maniera
universale, proprio in quanto è la religione in sé che implica una visione
particolare dell'esistenza, soggetta a dogmi in cui bisogna credere per fede.
Solo l'umanesimo laico, poggiando su valori umanamente riconosciuti, può
aspirare a diventare una concezione universale dell'umanità.
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