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CRISTO POLITICO
Archeo-biografia secondo Giovanni

Premessa
Dei quattro vangeli canonici solo due meritano d'essere esaminati, quello di
Marco, che è fonte principale di quelli di Matteo e di Luca, e quello di
Giovanni, il cosiddetto IV vangelo, fonte autonoma per eccellenza.
Marco fu un discepolo di Pietro, e Giovanni, dopo aver letto il suo vangelo,
scritto sicuramente dopo la catastrofe del 70, si sentì in dovere di scriverne
uno proprio, evidentemente perché s'era reso conto che l'interpretazione che
Pietro aveva dato degli avvenimenti di Gesù Cristo non andava considerata come
l'unica possibile.
Se questa spiegazione è vera, allora bisogna dare per scontato che Giovanni
non abbia tanto voluto "riscrivere" la storia della vita di Gesù, quanto
piuttosto fare delle precisazioni su quegli episodi che necessitavano, secondo
lui, di rettifiche interpretative.
Questo spiega il motivo per cui, mentre Marco s'è concentrato, al 90%,
sull'attività di Gesù in Galilea, Giovanni invece ha preferito dedicare la sua
attenzione all'apostolato svolto in Giudea (1).
Senonché, quando Giovanni Zebedeo scrisse il proprio vangelo, nella comunità
cristiana dominava l'interpretazione di Pietro, anzi quella di Paolo di Tarso,
che, pur partendo dalla versione petrina dei fatti, l'aveva svolta in maniera
tale da renderla totalmente indipendente dalle radici semitiche che aveva. Paolo
infatti, quando predicava, si rivolgeva prevalentemente ai pagani o "Gentili",
ma dopo la sua morte non ci sarà più nessun cristiano che si rivolgerà agli
ebrei.
Questo per dire che il vangelo di Giovanni non può essere considerato
identico a quello che scrisse: doveva per forza essere "revisionato" da
redattori il cui "cristianesimo" fosse conforme a quello petro-paolino. Possiamo
dire, in via generale e in riferimento a tutti i vangeli canonici, che le
interpolazioni sono tanto più spiritualistiche quanto più ai fatti riguardanti
la vicenda del Cristo veniva data, in origine, un'interpretazione di tipo
politico.
Possiamo comunque considerarci fortunati se dell'apostolo Giovanni,
nonostante le censure e le manipolazioni "cristiane" (senza dimenticare la
totale devastazione della Palestina compiuta dai Romani, che per quasi duemila
anni, p.es., ci ha impedito di leggere i rotoli di Qumran), siano riusciti a
sopravvivere sia l'Apocalisse che il suddetto vangelo. Totalmente estranee
invece dobbiamo ritenere le tre lettere che gli vengono attribuite, in quanto
molto vicine all'ideologia dei suoi falsificatori (Papia di Gerapoli, p.es.,
parla di un certo Giovanni l’Anziano, come di uno che, intorno al 140 d.C., in
Asia Minore, era capace di narrare le cose dette e fatte da Gesù; nella sua
Storia ecclesiastica Eusebio sostiene che a Efeso vi erano le tombe di due
Giovanni).
Detto questo, vediamo ora le differenze principali che rendono il vangelo di
Giovanni un'alternativa esegetica a quello di Marco (o di Pietro).
Cristo e Giovanni Battista
La prima grande differenza riguarda i rapporti tra Gesù Cristo e Giovanni
Battista. Se dovessimo basarci sui Sinottici, noi dovremmo essere indotti a
considerare l'attività di Gesù come un prosieguo di quella del Precursore, il
quale, al momento del battesimo, era già in grado di riconoscere Gesù come
"figlio di dio" e quindi di considerare la sua "divinità" molto più importante
della sua "messianicità". In virtù di tale riconoscimento, Gesù ovviamente non
poteva avere difficoltà a farsi battezzare da lui.
Ciò fa supporre che, dopo la crocifissione del messia e dopo l'affermazione
dell'ideologia petrina, battisti e cristiani dovevano aver realizzato un'intesa
che soddisfava entrambi i movimenti: ai primi infatti veniva chiesto di credere
nella resurrezione e quindi nella divinità del Cristo; in cambio i secondi
avrebbero adottato il loro rito di purificazione morale, riveduto e corretto
secondo la nuova impostazione religiosa.
Se invece leggiamo i primi quattro capitoli del vangelo di Giovanni abbiamo
una versione dei fatti del tutto opposta. Quando Gesù incontra Giovanni non è
per farsi battezzare, ma per compiere un atto eversivo: dimostrare con un gesto
plateale che il Tempio di Gerusalemme era gestito da una casta sacerdotale
completamente corrotta, o comunque totalmente incapace di aiutare la Palestina a
liberarsi dei romani. Una casta che avrebbe fatto di tutto anche per impedire al
Battista di diventare troppo popolare e men che meno di poter usare la propria
popolarità per avanzare rivendicazioni di tipo politico.
L'incontro col Battista è finalizzato al progetto di cacciare i mercanti dal
Tempio, dimostrando alla popolazione della città che le tradizioni religiose
gestite dai sadducei e dai sommi sacerdoti risultavano non solo inutili per la
resistenza antiromana, ma anzi ampiamente nocive.
Il Battista, che pur predicava moralmente contro la casta sacerdotale, fu
colto politicamente impreparato. Pur avendo già molta popolarità, con cui
cominciava ad essere temuto (non dimentichiamo che la sua comunità di
riferimento era quella essena di Qumran), il suo messaggio pareva più etico che
politico, più rivolto alle coscienze individuali che non alle masse popolari. E
nei confronti delle tradizioni religiose non era così risoluto, nel giudizio
negativo, come il Cristo.
Non se la sentiva di compiere un'azione che, pur essendo giusta nei confronti
della casta sacerdotale, che svolgeva funzioni sia politiche che religiose,
rischiava di apparire esagerata agli occhi dei semplici fedeli, quelli che
credevano in buona fede nelle antiche tradizioni d'Israele, a dispetto della
corruzione con cui esse venivano gestite. E così declinò l'offerta.
Il Cristo invece, in occasione del massimo afflusso di gente nella città
santa, cioè durante la pasqua, con quella parte di discepoli che aveva lasciato
le fila del Battista, decise di dimostrare che il Tempio non dava alcuna
garanzia contro i Romani, essendo gestito da amministratori corrotti, e ne
cacciò a frustate tutti i mercanti, senza che nessuno avesse il coraggio
d'impedirglielo.
Anche i farisei rimasero sconvolti dall'ardire di quel gesto, al punto che
uno di loro, Nicodemo, volle incontrare Gesù di nascosto, per fargli capire che
una parte del suo partito, seppure molto minoritaria, aveva apprezzato la cosa.
Al tempo di Cristo, infatti, i farisei, a differenza dei cinici sadducei e
degli opportunisti sommi
sacerdoti, credevano ancora nella possibilità di una liberazione della
Palestina, solo ch'erano incapaci di organizzare un vero movimento di massa con
cui realizzare i loro sogni. I farisei erano molto attaccati alle tradizioni del
passato, in quanto erano convinti che solo affermando una precisa identità
culturale e religiosa si sarebbe potuto tenere unito il popolo e farlo sentire
diverso dagli altri. Anteponevano, in sostanza, alle questioni pragmatiche di
una politica di liberazione, quelle ideologiche di una politica di conservazione
del meglio di Israele.
Nel dialogo con Nicodemo appare invece chiaro come, per il Cristo, i valori e
le tradizioni religiose avessero perso molto del loro peso, a fronte della
crescente oppressione esercitata in patria dallo straniero. Era quindi ora di
compiere un'inversione di rotta.
Anche il Battista si rese ben presto conto che con quella "purificazione" il
Cristo aveva mostrato di possedere una percezione della realtà che a lui
appariva troppo radicale, e da allora infatti i rapporti s'interruppero.
Chi aveva reagito positivamente era però stata la popolazione, che cominciò a
considerare i discepoli di Gesù più importanti di quelli di Giovanni, e quest'ultimi
si lamentavano che quelli battezzavano di più (Gv 3,26).
Il partito nazareno, che pur non aveva appoggiato i nazareni al momento
dell'espulsione dei mercanti, vedendo questa improvvisa popolarità, cercò di
contattare il Cristo, come in precedenza avevano fatto col Battista, per vedere
come strumentalizzare la cosa. Ma Gesù, per mettere alla prova la loro buona
fede, se ne ritornò in Galilea passando per la Samaria. I samaritani erano
odiati dai farisei, in quanto giudicati eretici (credevano solo nel Pentateuco e
rigettavano il culto del Tempio di Gerusalemme): non l'avrebbero mai seguito
entrando in quella regione. E infatti non lo fecero. Viceversa, i nazareni non
ebbero alcuna difficoltà a incontrarsi coi samaritani.
Dunque quella prima rivoluzione, compiuta a Gerusalemme, s'era risolta in un
successo a metà, in quanto se da un lato l'aristocrazia sacerdotale era rimasta
al proprio posto, ancora scossa per non essere stata capace di reagire in tempo,
dall'altro i due partiti, fariseo ed esseno, avevano capito che quello nazareno
costituiva un nuovo interlocutore. Le masse avevano potuto constatare che
qualcuno aveva ancora il coraggio di mostrare pubblicamente che le istituzioni
giudaiche erano corrotte e che dal loro collaborazionismo nei confronti dei
romani, non sarebbe emerso alcunché di positivo per le sorti del paese.
Al vedere entrare dei giudei e dei galilei in Samaria, l'accoglienza fu
festosa: i samaritani non potevano credere alle loro orecchie quando Gesù diceva
loro che il primato del Tempio era finito e che, per liberare la Palestina, non
serviva pregare dio né a Gerusalemme né sul loro monte Garizim (dove peraltro
già Giovanni Ircano nel 128 a.C. aveva distrutto il loro santuario). Le differenze
ideologiche dovute a motivi religiosi andavano messe in secondo piano rispetto
all'esigenza di unirsi tutti politicamente e militarmente contro Roma (2).
Quando, dopo essere stati in Samaria, tornarono in Galilea, l'accoglienza fu
addirittura trionfale, poiché finalmente un "galileo" come loro aveva fatto
capire ai giudei, con l'episodio eversivo del Tempio, che l'esigenza di
liberarsi dei romani doveva essere portata avanti da tutto il popolo d'Israele,
indipendentemente dalla volontà delle autorità politiche e religiose della
capitale giudaica. Se l'intero popolo palestinese andava considerato più
importante delle autorità che lo governavano, a maggior ragione non si potevano
porre differenze di principio tra giudei, galilei e samaritani.
La questione del sabato
Quando Gesù, insieme ai suoi discepoli, tornò a Gerusalemme, in occasione di
una nuova festività, la polemica, questa volta, non fu di tipo politico, ma di
tipo ideologico: sulla questione del sabato, una questione che non
riguardava la sola Giudea, ma l'intera Palestina. Una questione che, dal punto
di vista culturale e religioso, era cruciale, poiché si venivano a toccare gli
interessi di quanti, nel mondo "ecclesiastico", avevano fatto del sabato un
motivo per affermare un determinato potere politico.
Il sabato infatti era un giorno sacro, andava interamente consacrato alla
divinità, al punto che si era arrivati a sostenere, contro ogni buon senso, che
durante tutta questa giornata l'ebreo devoto non dovesse fare assolutamente
nulla di non religioso, neppure compiere un'opera di bene a favore di qualcuno.
Qualunque tipo di "bene" compiuto poteva apparire sospetto, dettato da esigenze
del tutto soggettive. Il sabato era diventato una sorta di idolo da adorare,
poiché dava agli ebrei la percezione di sentirsi assolutamente "puri" almeno un
giorno alla settimana e completamente "diversi" da tutti gli altri popoli.
L'intero capitolo 5 del vangelo giovanneo è dedicato all'idea di come rendere
la legge al servizio dell'uomo, senza trasformare l'uomo in uno schiavo della
legge.
Il vangelo affronta questo argomento parlando di un miracolo: la guarigione
di un infermo presso la piscina di Betesda. Si comporta così perché, in
occasione di quella disputa, il Cristo manifestò il proprio umanesimo integrale,
nel senso che per dimostrare che bisognava farla finita con la schiavitù del
sabato, egli si era servito di argomentazioni "laiche", non "religiose".
Tuttavia, siccome questa posizione non poteva apparire nel vangelo, i
redattori cristiani han preferito far vedere ch'egli si sentiva autorizzato a
trasgredire il sabato, in quanto, essendo "figlio di dio", poteva compiere un
miracolo (in questo caso una guarigione) che agli altri uomini, ovviamente,
sarebbe stato impossibile.
Ogniqualvolta s'incontra un racconto evangelico miracoloso, dobbiamo pensare
che nel racconto o nell'episodio originario vi sarà stata una discussione in cui
il Cristo manifestava apertamente la propria capacità di emettere giudizi
autonomi, in quanto "libero pensatore", senza doversi necessariamente rifare a
un'ortodossia di tipo religioso, la cui credibilità, peraltro, in quel momento,
era ridotta a zero.
Il che non sta a significare che Gesù non abbia potuto sanare qualche
malattia psico-somatica, ma semplicemente che nessuna guarigione venne fatta per
dimostrare che lui era "dio". Per giustificare l'esigenza di spezzare le catene
del sabato non c'era bisogno di compiere alcun miracolo, e gli ebrei, dal canto
loro, non devono oggi sentirsi più colpevoli di non aver capito la "divinità"
del messia a motivo del fatto che allora gli impedivano di compiere guarigioni
miracolose.
Da tempo è noto che i redattori cristiani si sono serviti dell'escamotage dei
miracoli non solo per dimostrare la "divinità" del Cristo, ma anche per
dimostrare la "sotto-umanità" dei giudei.
I pani pseudo-moltiplicati
Il capitolo 6 del IV vangelo, se viene espunto da quell'assurda
moltiplicazione dei pani e dei pesci, è particolarmente chiarificativo di ciò
che avvenne quel giorno sul monte galilaico del Tabor.
Giovanni fa capire bene che la popolarità di Gesù in Galilea era diventata
enorme. Tutti i vangeli, dovendo mistificare il Cristo politico con la figura
del Gesù redentore, sono costretti a motivare quella popolarità, inventandosi
delle spettacolari azioni miracolose, in grado di sovvertire non solo le
diagnosi mediche ma anche le leggi della natura.
Purtroppo in questo brano non viene scritta una sola riga su ciò che Gesù
disse alle folle su quel monte, ma possiamo facilmente immaginarcelo. I galilei
infatti erano pronti per partire in massa per Gerusalemme, dove avrebbero
estromesso i sacerdoti dalle loro cariche politiche e disarmate le guardie del
Tempio e soprattutto la guarnigione romana, preparandosi così a organizzare
l'insurrezione armata nazionale.
Volevano che lui diventasse "re d'Israele" alla stregua di un novello Davide.
Il consenso c'era, le armi si sarebbero facilmente trovate. Dunque cosa
aspettare?
Nel vangelo di Marco non si comprende assolutamente nulla di questo episodio:
tutto viene ridotto a un gioco di prestigio, confermato da una plastica
camminata sulle acque, con cui Gesù consola i Dodici "perché non avevano capito
il fatto dei pani, essendo il loro cuore indurito"(6,52).
In Giovanni invece si ha l'impressione che l'episodio fosse di natura
squisitamente politica. I galilei non volevano sono un "monarca" d'Israele, che
s'imponesse sui rivali con tutta la forza possibile, mettendo al bando le regole
della democrazia o comunque posponendole a liberazione avvenuta, ma volevano
anche far vedere ai giudei che il vero "messia" d'Israele proveniva dalla loro
terra, tanto disprezzata dai puristi dell'ortodossia religiosa. Volevano
qualcuno che ripristinasse gli antichi splendori d'Israele, riscattandosi, nel
contempo, agli occhi degli orgogliosi giudei.
"Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?", s'era chiesto Natanaele, uno
dei primi discepoli giudei di Gesù? (1,46). Farisei e sommi sacerdoti la
pensavano uguale: "Non sorge profeta dalla Galilea"(7,52). E l'intero popolo
giudeo non era da meno: "Il Cristo verrà dalla stirpe di Davide e da Betlemme,
la città di Davide"(7,42). Giovanni Zebedeo per fortuna non cadde nella patetica
falsificazione di Luca e Matteo di far nascere Gesù a Betlemme.
I galilei, sul Tabor, non avevano ancora capito il senso della democrazia e
si scandalizzarono al vedere che, pur in presenza di un consenso popolare così
grande, il messia voleva porre delle condizioni con cui tutelare la libertà di
scelta. Di fronte a quella massa istintiva ("pecore senza pastore", la chiama Mc
6,34), che lo avrebbe indotto a prendere decisioni affrettate, impopolari,
indebolendo alla fine la compagine governativa che avrebbe dovuto fronteggiare
la controffensiva romana, preferì dire di no, suscitando grande imbarazzo
persino tra i suoi più fidati collaboratori, che, essendosi impegnati
personalmente, con grande fatica, a organizzare quel movimento, quasi erano
intenzionati a lasciarlo.
L'identità del messia
Al capitolo 7 si scopre subito una cosa che ci lascia interdetti, perché
grave e senza precedenti nel IV vangelo: "i giudei volevano ucciderlo"(v. 1). E,
per questa ragione, egli preferiva restare in Galilea.
Quali potevano esserne i motivi non è dato sapere, al momento, ma, stando a
quanto abbiamo già detto e, considerando l'aumento notevole della sua popolarità
in Galilea, possiamo ipotizzare fossero i seguenti:
- aveva minacciato l'autorità del Tempio e della classe sacerdotale;
- minava le tradizioni consolidate, violando esplicitamente il precetto
del riposo assoluto del sabato.
Quindi, nel contempo, appariva eretico ed eversivo, tanto per i farisei
quanto per i sommi sacerdoti. I galilei però erano fieri di questo, anzi, in
occasione di una festa molto importante, quella delle Capanne, lo invitarono ad
approfittarne per pubblicizzare il suo messaggio di liberazione nazionale nella
capitale, nella convinzione che le autorità non avrebbero avuto il coraggio, in
quel momento, di arrestarlo.
Gesù invece non aveva la stessa sicurezza e preferì restare in Galilea. Poi
qualcosa deve avergli fatto cambiare idea (forse il timore di non apparire
sufficientemente coraggioso), per cui decise di andarci lo stesso, ma quasi in
incognito, con pochi discepoli. Da un lato doveva stare molto attento a come
muoversi, dall'altro non poteva deludere le aspettative di chi aveva già
ascoltato i suoi discorsi e visto di cosa era capace di fare. Ormai era già un
personaggio "pubblico": doveva soltanto servirsi di questa prerogativa come
scudo per ripararsi dagli attacchi delle istituzioni.
Tutto il capitolo 7 è un collage di brani aventi come unico tema l'identità
del messia, cioè il dibattito sulla sua origine sociale, professionale,
geografica... I giudei infatti si aspettavano un leader della loro etnia,
intellettuale, guerriero, di stirpe nobile, non uno qualunque. E si chiedevano
stupiti: "Come mai costui conosce le Scritture senza avere studiato?"(7,15), cioè
senza aver fatto corsi regolari di studi avanzati negli istituti che
licenziavano i "dottori in legge". La famiglia era forse così ricca da potersi
permettere un precettore privato? Ma suo padre non era forse un carpentiere? (Mc
6,3)
Gesù non era un rabbino, non era iscritto a nessun "partito di dio", non
frequentava le sinagoghe, se non quella di Cafarnao, da cui venne presto
espulso: anzi i farisei minacciavano di scomunicare chiunque lo riconoscesse come
"messia"(9,22). Di "religioso", in sostanza, non aveva nulla. Il fatto che
conoscesse bene le Scritture appariva come un'anomalia, non solo perché chiedeva
di violare il sabato, ch'era uno dei precetti fondamentali della Torah, ma anche
perché l'interpretazione
ufficiale, rigorosa, dei sacri testi era riservata a un personale specializzato,
che aveva dovuto subire esami su esami per poter svolgere il proprio ruolo.
Gesù invece, pur conoscendo le Scritture (e nella fattispecie lo dimostra
sottolineando l'incongruenza di chiedere da un lato il riposo assoluto in giorno
di sabato e dall'altro di trasgredirlo per rispettare il precetto della
circoncisione), chiedeva ai discepoli di
giudicare "rettamente", cioè in maniera autonoma, confrontandosi
liberamente con le interpretazioni ufficiali. Avrebbero, in tal senso, dovuto
facilmente intuire che la
sua violazione del sabato non si basava sull'affermazione di un arbitrio
personale, ma per compiere oggettivamente un'opera di bene, non dipendeva
dall'esigenza di contestare delle istituzioni autoritarie o delle tradizioni
obsolete, ma per soddisfare un bisogno sociale. Come potevano i farisei non
capire, dall'alto della loro cultura, la differenza sostanziale tra rispetto
rigoroso della legge e condivisione del bisogno?
In effetti, alcuni di loro ammettevano questa possibilità, solo che la
vincolavano a garanzie istituzionali sulla liceità della trasgressione.
Parafrasando il testo giovanneo, è come se avessero detto: "Quando ci si dirà
esplicitamente che, poste determinate condizioni, la regola può essere
trasgredita, bene, potremo farlo tutti, ma tu non puoi farlo prima degli altri,
prima che esista un permesso ufficiale".
In sostanza lo accusavano di essere un illustre sconosciuto, di non avere
alcuna autorità per comportarsi in quella maniera: i capi non l'avevano ancora
riconosciuto come "messia"(7,26). Cos'era, questo, se non un modo legalistico
o burocratico, di affrontare il problema di come rendere le regole al servizio
del bisogno?
Altri ancora, più possibilisti e meno schematici, si chiedevano se non fosse
il caso di transigere su queste violazioni, in considerazione del fatto ch'egli
aveva avuto il coraggio di opporsi apertamente alla corruzione della casta
sacerdotale.
Al sentire però queste ammissioni di favore, "i farisei e i sommi sacerdoti
mandarono delle guardie per arrestarlo"(7,32). Ma non vi riuscirono, poiché la
folla era pronta a reagire se l'avessero fatto. In fondo stavano soltanto
ascoltando delle parole, e persino i soldati del Tempio dovettero ammettere che
non erano parole meritevoli di condanna: "Mai un uomo ha parlato come parla
quest'uomo". Ma i farisei replicarono loro: "Forse vi siete lasciati ingannare
anche voi? Forse gli ha creduto qualcuno fra i capi o fra i farisei? Ma questa
gente, che non conosce la legge, è maledetta!"(7,46ss.).
Di fronte a tanta intolleranza e prevenzione persino il fariseo Nicodemo, con
tatto e diplomazia, si sentì indotto a chiedere, ai suoi colleghi di partito, se
non fosse il caso di ascoltarlo e di sapere personalmente ciò che faceva (7,51).
Ma, forti del loro rigorismo ideologico, gli risposero senza mezzi termini: "Sei
forse anche tu della Galilea? Studia e vedrai che non sorge profeta dalla
Galilea"(7,52).
Era la chiusura preconcetta del potere arrogante, che dominava gli ambiti
delle sinagoghe, cioè del giudaismo della base. In questo i farisei non erano
molto diversi dai sadducei e dai sommi sacerdoti, che governavano invece i
vertici delle istituzioni giudaiche. Era l'ipocrisia di chi voleva una
liberazione della Palestina secondo rigidi schemi mentali, coi quali sarebbe
stato impossibile ottenere un consenso di massa a livello nazionale.
Anche per il Cristo sarebbe stato impossibile organizzare un'insurrezione
armata fin quando i dissensi tra giudei e galilei fossero rimasti così acuti.
Bisognava prima convincere i giudei che sarebbe stato nel loro interesse avere i
galilei dalla loro parte in una battaglia comune.
Ma non era ancora giunto quel momento, e fu costretto a nascondersi sul Monte
degli Ulivi (8,1). Era la prima volta che lo faceva e non sarebbe stata
l'ultima.
La professione di ateismo
Se fino alla festa delle Capanne era stato chiaro che chi voleva eliminarlo,
per la violazione del sabato, erano le autorità giudaiche (del Tempio: sadducei
e sommi sacerdoti, e delle sinagoghe: i farisei), ora, con la festa della
Dedicazione, Gesù aveva deciso di fare un passo avanti e di tastare il polso
della gente comune.
Parlando direttamente con quelli che, la volta precedente, avevano mostrato
in qualche modo di credergli, voleva verificare fino a che punto sarebbero stati
disposti a rinunciare a fare del loro atteggiamento nei confronti della
religione un motivo per decidere se e come aderire alla rivoluzione antiromana.
Voleva cioè toccare con mano quanto le convinzioni religiose avrebbero potuto
condizionare il successo dell'insurrezione armata. Doveva infatti sapere prima
se esistevano per il suo popolo delle questioni di principio, cui non si sarebbe
mai voluto rinunciare.
Lo scoprì subito, anche perché i giudei, quando erano in gioco i princìpi,
non andavano a cercare vie traverse. Quelli che sarebbero stati disposti a
credergli, gli chiesero: "Fino a quando terrai l'animo nostro sospeso? Se tu sei
il Cristo, dillo a noi apertamente"(10,24).
E qui è meraviglioso vedere come sul significato delle parole si possa
equivocare al punto da poter sostenere tesi del tutto opposte. D'altra parte
l'ambiguità del linguaggio umano non va considerato come un limite ma come una
ricchezza, poiché la comprensione delle parole non è mai un fatto semplicemente
lessicale, ma esistenziale, dipendente da dinamiche interiori, spirituali e
culturali, come soltanto all'essere umano riesce.
Quando Gesù afferma: "Io e il Padre siamo una cosa sola"(10,30), i redattori
cristiani erano convinti che il lettore avrebbe capito che si trattava di una
professione evidente di teismo (ammesso e non concesso ch'egli abbia
usato un'equivalenza così esplicita). Viceversa i giudei non potevano non
cogliere in quella frase una professione inequivocabile di ateismo. Se
infatti l'uomo si sente come dio, dio non può essere più grande di chi lo pensa.
E' vero che i redattori cristiani danno qui per scontata la divinità di Gesù,
ma poteva farlo Gesù prima della propria "resurrezione"? Si rendono conto i
cristiani che questa scontatezza ha un valore argomentativo equivalente a quello
delle famose "prove dell'esistenza di dio", cioè zero?
Se dovessimo usare la tautologia per ipotizzare un tipo di dialogo tra due
interlocutori, di cui uno vuole convincere l'altro della propria verità,
rischieremmo di allestire un teatrino dell'assurdo:
- Voi non mi credete come messia perché non mi accettate come dio.
- E che prova ci dai che lo sei?
- Il fatto che lo sono.
- Dimostra di esserlo diventando messia!
A questo punto il coro o una voce fuori campo avrebbe potuto aggiungere:
- Se diventa messia non può dimostrare di essere dio.
Ma i giudei, attaccati come sono alla loro terra, avrebbero insistito:
- Che ci liberi prima dai romani, a dio penseremo dopo.
Naturalmente stiamo scherzando. In quel momento infatti, al sentire uno che
si paragonava a dio, qualcun altro avrà cominciato a raccogliere da terra delle
pietre. Per il reato di bestemmia non c'era neanche bisogno di denunciare il
colpevole, lo si poteva lapidare direttamente sul posto e, di fronte a vari
testimoni oculari, nessuno avrebbe avuto nulla da ridire.
Ora, che cosa avrà veramente voluto dire Gesù con quella frase? Noi
escludiamo a priori la professione di teismo, in quanto sarebbe condivisa dai
redattori cristiani, che in merito hanno un conflitto d'interesse. Tuttavia non
è neppure possibile accettare ch'egli abbia fatto una professione di ateismo in
termini così esclusivi.
Un uomo che si considera uguale a dio può anche essere un pazzo. Senza poi
considerare che un uomo del genere gli ebrei l'avevano già: era l'odiatissimo
imperatore romano (il "divino" Cesare, il "divino" Augusto...), la "bestia che
veniva dal mare", come lo chiamava Giovanni nell'Apocalisse, scritta prima del
vangelo.
Se il Cristo aveva bisogno di un'attestazione di fiducia di questo tipo, per
poter governare come un dittatore, avrebbe aspettato un pezzo, anzi, avrebbe
fatto meglio a espatriare, perché chiunque sarebbe stato disposto a denunciarlo.
"Non ti lapidiamo per un'opera buona, ma per la bestemmia e perché tu, che sei
uomo, ti fai Dio"(10,33).
Ma Gesù non aveva rivendicato un titolo esclusivo, riservato a lui solo, non
aveva posto un'identità privilegiata con la divinità. "Non è forse scritto nella
vostra legge: Io ho detto: voi siete dèi"(10,34).
Dunque i giudei avevano capito bene: Gesù (che qui sicuramente non può aver
usato l'espressione "vostra legge") voleva affermare un'identità tra
umano e divino, ma non avevano capito che se si fosse socialmente generalizzata
questa convinzione, in modo che ogni uomo avesse di sé la medesima percezione,
il popolo avrebbe potuto fare a meno dei sacerdoti.
Temevano da un lato la presenza di un messia dittatore, quale avrebbe potuto
essere nel caso si fosse dovuta accettare la sua presunta divinità; ma nel
contempo rifiutavano l'idea di un messia democratico, che mettesse in
discussione le basi aristocratiche e classiste della loro società.
Non avevano capito che il modo migliore, dal punto di vista politico, di
combattere il teismo dittatoriale degli imperatori romani non era quello di
opporre un teismo alternativo, in cui pochi alleati avrebbero potuto credere
(per quanto apparisse condivisibile l'idea di negare a ogni essere umano il
diritto di equipararsi a dio), ma era quella di opporre un integrale ateismo, in
virtù del quale si sarebbe potuto meglio agevolare lo sviluppo della
democrazia. (3)
Se tutti gli uomini sono "dèi", non ha più senso dio, non hanno più senso i
sacerdoti e il tempio, e nei confronti del potere e delle istituzioni il popolo
si sentirà meno intimorito, più disposto ad agire in autonomia. L'ateismo non
viene qui rivendicato per affermare un arbitrio personale, ma per alimentare la
partecipazione popolare al governo diretto del paese.
Per tutta risposta, "cercavano allora di prenderlo di nuovo, ma egli sfuggì
dalle loro mani"(10,39). Questa volta però non poté salire sul Getsemani, perché
probabilmente l'avrebbero ritrovato. "Ritornò quindi al di là del Giordano, nel
luogo dove prima Giovanni battezzava"(10,40). Era una sorta di esilio forzato.
Tuttavia - dice ancora l'evangelista - "molti andarono da lui... e in quel luogo
molti credettero in lui"(10,41s.).
Quello era il luogo del Battista, che a quel tempo era già morto, giustiziato
da Erode. Non è esagerato sostenere che anche molti discepoli del Precursore
avessero deciso di diventare nazareni.
La pseudo-resurrezione di Lazzaro
La situazione si sblocca improvvisamente proprio mentre Gesù era autoesiliato
in Transgiordania e, se dovessimo limitarci ai Sinottici, non ne capiremmo in
alcun modo le ragioni.
Noi non sappiamo assolutamente chi fosse Lazzaro di Betania: Giovanni ne
parla qui per la prima volta, dedicandogli tanti di quei versetti da lasciare
stupito il lettore, anche in considerazione del fatto che nei Sinottici non c'è
neanche una riga di questo episodio, anzi il nome stesso di Lazzaro non viene
mai citato.
Peraltro l'evangelista descrive una delle due sorelle di Lazzaro, Maria, come
se il lettore del suo vangelo l'avesse già conosciuta prima: "quella che aveva
cosparso di olio profumato il Signore e gli aveva asciugato i piedi coi suoi
capelli"(11,2). Questa cosa, Maria, la farà più avanti, all'inizio del capitolo
12: perché anticiparla adesso, quando non ci sarebbe stato alcun motivo di
confondere lei con un'altra donna avente lo stesso nome? Se un redattore ha
voluto interpolare il passo facendo credere che questa Maria era la stessa
prostituta descritta in Lc 7,37, ha sicuramente compiuto un'opera di
disinformazione che a dir indegna è poco.
Maria infatti, per quanto tutta la pericope giovannea sia stata ampiamente e
abilmente manipolata, allo scopo di censurare un evento di chiara matrice
politico-militare, appare qui come una seguace diretta del messia, in grado
addirittura di sapere dove egli, coi suoi discepoli, se ne stesse nascosto.
Lazzaro (o Eleazar) era stato sicuramente un leader messianico, che
probabilmente - non essendo qui detto - aveva subito una grave sconfitta
militare in uno scontro coi romani. Gesù doveva conoscerlo molto bene, e
certamente era uno dei suoi alleati.
Quando le sorelle di lui dicono a Gesù: "Se tu fossi stato qui non sarebbe
morto"(11,21.32), intendono ovviamente riferirsi al fatto ch'egli l'avrebbe
difeso con successo sul piano militare, avendo più seguaci di lui.
E' difficile tuttavia pensare che Gesù non fosse stato informato in tempo
della decisione che Lazzaro aveva preso di tentare un'azione di guerriglia o una
qualche forma di insurrezione. Perché quindi non uscire subito dal nascondiglio
e andarlo ad aiutare? La ragione la si capisce dalle obiezioni che gli muovono i
suoi stessi discepoli: "poco fa i giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di
nuovo?"(11,8).
Non avrebbe dunque avuto senso soccorrerlo da solo, senza l'aiuto dei
discepoli, e quando alla fine la maggioranza di loro si decide a seguirlo, c'è
ancora qualcuno, tra loro, che pensa che sarebbero andati là a morire tutti
(11,16).
La situazione era indubbiamente pericolosa, non solo per l'ostilità manifesta
dei capi giudei, ma anche perché il paese era sempre più controllato dai romani
e dai loro collaborazionisti. Dai tempi del censimento romano (6 d.C.), i
procuratori mandati da Roma a governare, più o meno direttamente, la Palestina
erano stati uno peggio dell'altro, quanto ad avidità e prepotenza. Pilato non
faceva eccezione.
Tuttavia Gesù comprende che la morte di Lazzaro poteva essere trasformata in
un'occasione per riproporre alle folle giudaiche il tema di un'insurrezione
armata nazionale, guidata dal movimento nazareno, che al proprio interno non
faceva differenze di principio tra giudei, galilei e samaritani, e che non
avrebbe permesso che le questioni ideologiche risultassero più importanti di
quelle politiche e militari. Sui principi si sarebbe potuto discutere solo dopo
essersi assicurati che i romani avrebbero lasciata libera la Palestina.
Il racconto di questa pseudo-resurrezione è interessante non solo perché
costituisce uno spartiacque tra l'esilio forzato e la decisione di rientrare a
Gerusalemme con intenti rivoluzionari, ma anche perché, con poche parole e
quindi con grande maestria letteraria, Giovanni fa capire chiaramente, mettendo
in risalto le differenze tra le due sorelle, che il progetto di liberazione del
movimento nazareno possedeva elementi di caratterizzazione non solo sul piano
politico ma anche su quello umano.
Al sentire che Gesù stava arrivando, la prima a corrergli subito incontro fu
Marta, che gli disse: "Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto. Ma
anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, te la concederà"(11,21s.).
La prima frase è autentica, la seconda è manomessa. Il redattore, con
furbizia, ha voluto qui anticipare una cosa la cui interpretazione sarebbe
dovuta andare nel senso da lui voluto, quello mistico.
Ma se il testo è interpolato, doveva essercene un altro originario, e quale
poteva essere? Proviamo a immaginarcelo con un piccolo sforzo di fantasia.
Marta, con enfasi politica, può forse aver detto le seguenti parole: "Mi rendo
conto che non hai potuto, perché Israele è più importante di mio fratello. Ora
però che sei rientrato in patria non puoi tirarti indietro: la causa che vi
univa era la stessa".
Dunque, Cristo, per esigenze politiche superiori non aveva potuto esporsi, ma
ora che il suo alleato più fidato era stato eliminato e che Betania distava solo
due miglia da Gerusalemme, poteva forse avere dei ripensamenti?
Gesù però le rispose che Lazzaro non avrebbe dovuto agire di sua iniziativa,
senza concordare con lui le operazioni. Saper scegliere i migliori mezzi e
metodi di lotta politica, è un'arte, il cui esito non può essere assicurato
semplicemente dalla legittimità dell'obiettivo che ci si prefigge. Era una
lezione di strategia politica, che Gesù diede a Marta. Non era questione di
"volontà personale" fare o non fare la rivoluzione: era questione di saper
leggere la realtà in maniera obiettiva, vagliando con cura il peso delle forze
in campo.
Con Maria però non poteva fare o dire le stesse cose. Della famiglia di
Lazzaro, Maria rappresentava il lato umano non quello politico (quello che in Lc
10,41 viene molto esaltato, facendo passare Marta, intenta nelle faccende
domestiche, per una sempliciotta casalinga).
Dopo avergli detto la stessa frase della sorella: "Se tu fossi stato qui, lui
non sarebbe morto"(11,32), e avergliela detta in ginocchio, piangendo, non
aggiunse altro. E neppure Gesù disse una sola parola, anzi, vedendola così
prostrata ai suoi piedi, si commosse e pianse con lei, suscitando una generale
commozione tra tutti i presenti.
Il dolore personale aveva raggiunto il culmine, aveva toccato gli affetti: a
Betania Gesù decise che sarebbe entrato a Gerusalemme per compiere la
rivoluzione. Bisognava soltanto preparare accuratamente l'ingresso, in modo tale
che sia le autorità giudaiche sia quelle romane si spaventassero al vedere
l'enorme popolarità del suo seguito e rinunciassero a compiere in pubblico
qualunque azione ostile.
I seguaci di Lazzaro si unirono ai nazareni nell'organizzare la cosa nel
miglior modo possibile, attendendo il momento più favorevole: la pasqua.
Intanto i farisei e i sommi sacerdoti, avvisati dalle loro spie, convocarono,
con molta preoccupazione, il Sinedrio, deliberando che il Cristo doveva
assolutamente essere arrestato, con la motivazione che se l'avessero lasciato
fare i romani avrebbero distrutto il Tempio e l'intera nazione (11,48).
Invece di allearsi con loro, in funzione antiromana, li avvertivano come
pericolosi nemici interni, alla stregua di terroristi. Volevano anch'essi la
liberazione d'Israele, ma salvaguardando i privilegi acquisiti. Guardando il
popolo dall'alto in basso, erano persuasi che contro il colosso romano, ne
sarebbero usciti sconfitti.
Fu proprio Caifa, il sommo sacerdote allora in carica, a farli decidere in
maniera univoca e definitiva: "è meglio che muoia un solo uomo per il popolo e
non perisca la nazione intera"(11,50). Il che voleva dire, in altre parole:
"anche se ritenete che nei confronti del Cristo possano valere simpatie
personali, cercate di guardare le cose oggettivamente, pensando alle conseguenze
per l'intero popolo. E se anche temete che molti si ribelleranno alla morte del
loro messia, sarà sempre meglio che vedere distrutta l'intera nazione. E' vero
che dobbiamo liberarci dei romani, ma non potremo certo farlo fare a uno che non
riconosce a noi alcuna autorità".
Il Sinedrio approvò, spiccando un mandato di cattura. "Gesù pertanto non si
faceva più vedere in pubblico tra i giudei, ma si ritirò coi suoi discepoli a
Efraim, in una regione desertica"(11,54), in attesa della pasqua.
L'ingresso messianico
E la pasqua venne e fu l'ultima. Pesava sulla testa di Gesù il mandato di
cattura e i simpatizzanti della capitale si chiedevano se, per questa ragione,
sarebbe venuto lo stesso.
Una settimana prima s'era recato di nuovo a Betania, dalle sorelle di
Lazzaro, per rassicurarle della sua intenzione "messianica" e per mettere a
punto gli ultimi preparativi.
Maria fu talmente convinta ch'egli avrebbe trionfato dei suoi avversari che
prese a ungerlo come se avesse già vinto, usando un profumo così costoso da
destare la riprovazione dell'apostolo Giuda, ferrato economista, il quale,
evidentemente, non era del tutto convinto della riuscita dell'impresa e che in
ogni caso avrebbe preferito devolvere il ricavato dell'unguento ai poveri. Al
che Gesù gli obiettò che quel profumo gli era già stato assegnato da Maria per
il giorno della propria sepoltura.
Nonostante lo scetticismo di Giuda, il giorno dell'ingresso messianico fu
davvero trionfale. Le premesse c'erano tutte per zittire le autorità
politico-religiose e disarmare la guarnigione romana. Stante il livello
dell'ovazione popolare, in cui sicuramente molti dovettero apprezzare la scelta
democratica e pacifista di entrare in groppa a un asinello, non ci sarebbe stato
bisogno di alcun bagno di sangue.
Gli stessi farisei se ne resero conto: "Vedete che non concludete nulla? Ecco
che il mondo gli è andato dietro!"(12,19). Resta un mistero con chi ce
l'avessero: o era l'ala radicale del partito che rimproverava quella
conservatrice di non aver capito la novità del caso Gesù; o forse era la critica
che i farisei integralisti rivolgevano ai sadducei e sommi sacerdoti d'aver
tollerato per troppo tempo i tentativi ideologicamente "eversivi" del Cristo,
nonché politicamente pericolosi.
Noi non sappiamo se il quel momento il partito fariseo si stesse spaccando in
favorevoli e contrari all'insurrezione; sappiamo soltanto - perché è lo stesso
Giovanni a scriverlo - che "anche tra i capi molti credettero in lui, ma non lo
riconoscevano apertamente a causa dei farisei, per non essere espulsi dalle
sinagoghe"(12,42).
Fra i tanti che in quel momento lo seguivano, vanno annoverati anche "alcuni
greci"(12,20), a testimonianza che la sua fama aveva oltrepassato i confini e
che esisteva persino la possibilità di un'intesa antiromana con alcune
popolazioni ellenistiche, oppresse non meno di quelle ebraiche.
La cosa che più stupisce è che, nonostante questo incredibile successo, che
sicuramente galvanizzò non solo i nazareni, ma l'intera città, facendo sperare
in una rivoluzione imminente, Giovanni ad un certo punto scriva che, dopo aver
fatto i suoi discorsi, "se ne andò e si nascose da loro"(12,36).
Che cosa sarebbe dovuto accadere perché egli non avvertisse la necessità di
nascondersi? E perché viene detto che, nonostante quella grandiosa ovazione,
"non credevano in lui"(12,37)? Prima di decidersi, Gesù aveva forse dato un
ultimatum ai poteri costituiti ed essi l'avevano sdegnosamente rifiutato?
Nessuno ebbe il coraggio di arrestarlo, anzi, vien da pensare che in quel
momento la guarnigione romana temesse seriamente la propria fine. Al cospetto di
un'intera città in rivolta, le possibilità di un'efficace resistenza erano
praticamente nulle; senza il soccorso di varie legioni, provenienti da Roma, non
restava che arrendersi, sperando in cambio d'aver salva la vita.
Probabilmente i redattori cristiani, sapendo come poi andarono a finire le
cose e dovendo far valere un'affermazione non politica ma "mistica" del messia,
hanno preferito accentuare gli aspetti del dissenso interno, attribuendo
interamente le ragioni della crocifissione alla volontà oppositiva dei capi
giudei e dei farisei.
A ben guardare infatti, non si ha l'impressione, proseguendo la lettura al
capitolo 13, che Gesù e i Dodici si stessero nascondendo (il Cenacolo era dentro
le mura). Presso il Monte degli Ulivi si recheranno soltanto dopo aver
cominciato a sospettare la possibilità di un tradimento o comunque di una
manovra pericolosa del nemico.
Possiamo però ipotizzare che il Cenacolo fosse diventato il loro quartier
generale, da cui sarebbero dovute partire tutte le indicazioni tattiche per la
riuscita dell'impresa. Quindi era un luogo da tenere segreto: Luca dice
espressamente che venne allestito solo da Pietro e Giovanni (22,8ss.). La
tradizione vuole che il Cenacolo appartenesse al padre o a un parente
dell'evangelista Marco, che allora era un ragazzino.
In quella stessa notte si doveva compiere la rivoluzione. L'ordine che Gesù
diede a Giuda, di avvisare qualcuno, in maniera ultimativa, per sapere, da come
avrebbe risposto, come ci si sarebbe dovuti regolare, era perentorio: "Quello
che devi fare, fallo presto"(13,27). I Dodici e tutti gli altri discepoli
attendevano con impazienza l'ultimo segnale prima della rivolta. Dal tempo che
Giuda avrebbe impiegato per eseguire la consegna, si poteva finalmente avere un
quadro generale della situazione, sapere esattamente su chi si poteva contare e
chi no.
Giuda, tuttavia, non eseguì l'ordine o almeno non lo fece come gli era stato
chiesto. Preferì lasciarsi condizionare dalle persone che doveva contattare,
illudendosi di poter gestire la situazione autonomamente. Probabilmente anche
lui, come i farisei, riteneva sì necessario liberarsi dei romani, ma prematuro
il momento di farlo, temendo conseguenze catastrofiche per il suo paese.
Purtroppo però non solo non eseguì l'ordine alla lettera, ma rivelò anche al
nemico dove si trovava il quartier generale dei rivoltosi e, quando la coorte
romana e le guardie del tempio non vi trovarono nessuno, peggiorò ulteriormente
la situazione accompagnando quella turba armata presso il Getsemani, dove altre
volte si erano nascosti.
L'arresto e il processo
Che il Cristo fosse una persona democratica lo si comprende anche dal modo in
cui volle gestire il proprio arresto.
Essendosi reso conto della grande sproporzione di forze in campo, propose
agli avversari un patto: di consegnarsi spontaneamente, senza reagire, a
condizione che i suoi potessero andarsene; in questa maniera non vi sarebbe
stato spargimento di sangue, nessuno avrebbe rischiato la pelle.
Quelli accettarono, e i discepoli ne approfittarono per mettersi in salvo.
Pietro, che prima aveva cercato di reagire impulsivamente all'arresto, colpendo
di spada Malco, un servo del sommo sacerdote Anna (Anano
ben Seth), suocero di Caifa, decise, insieme a Giovanni, di non fuggire
ma di seguirli da lontano.
Gesù non venne portato subito da Caifa ma da Anna, che aveva tenuto la carica
del sommo sacerdozio dal 6 al 15 d.C. e che al tempo di Caifa continuava ad
essere una persona molto influente (ben sei sommi sacerdoti successivi saranno
suoi figli o appartenenti alla sua famiglia: una cosa senza precedenti). Proprio
con lui però era iniziata la serie di sommi sacerdoti la cui carica doveva
sottostare al placet dei governatori romani.
Non si sa perché e come, ma Giovanni era conosciuto da Anna, perché, a
differenza di Pietro, poté assistere al primo interrogatorio, molto breve, che
gli accusatori fecero a Gesù.
Grazie alle sue conoscenze, Giovanni fece entrare nel cortile della casa di
Anna anche Pietro, che poi si mise, insieme alle guardie che avevano catturato
Gesù, attorno a un fuoco per scaldarsi.
Anna trattò Gesù come fosse un terrorista, chiedendogli di rivelare i nomi
dei suoi collaboratori, e Gesù si difese dicendo d'aver agito sempre pubblico,
quando ciò gli era possibile. Al soldato che lo colpì al volto, per non aver
risposto come Anna avrebbe voluto, egli disse, dando una lezione di democrazia
alle forze dell'ordine: "Se ho parlato male, dimostrami dov'è il male; ma se ho
parlato bene, perché mi percuoti?"(18,23). Vengono qui in mente le parole di
quei militari che di fronte a chi li accusa, a guerra finita, di aver compiuto
massacri orrendi, si giustificano dicendo di aver semplicemente eseguito degli
ordini.
Vedendo che non si otteneva nulla, Anna lo mandò da Caifa. Mentre uscivano
dal cortile, Pietro, temendo di essere stato scoperto da un parente di quello
cui aveva cercato di spaccare la testa, negò di essere un discepolo di Gesù.
Giovanni non nega l'udienza presso Caifa, ma, non riportando neanche una
parola, è da presumere o che di essa non vi siano stati testimoni oculari al
seguito di Gesù, oppure che il suo svolgimento fosse stato analogo a quella
precedente. In entrambi i casi vi è una discrepanza notevole coi Sinottici, nei
quali l'udienza fu particolarmente drammatica.
Caifa e tutto il Sinedrio accusavano Gesù di ateismo e lo condannarono a
morte, ma, invece di eseguire la sentenza (cosa che avrebbero tranquillamente
potuto fare, come anche vari anni dopo faranno con Giacomo Zebedeo, con Giacomo
fratello di Gesù, con Stefano...), decisero di consegnarlo a Pilato, per farlo
condannare come sedizioso.
Secondo Pietro, che scrive attraverso Marco, il motivo ufficiale per cui i
sacerdoti consegnarono Gesù a Pilato era perché, contro la loro stessa volontà,
voleva diventare "re d'Israele". Ma Gesù - secondo la versione di Pietro - non
voleva affatto diventare "messia politico", sicché alla resa dei conti l'accusa
era del tutto falsa e pretestuosa. In realtà, secondo Mc 15,10, egli fu
condannato "per invidia". Invidia del fatto ch'egli aveva più popolarità di
loro, più autorevolezza e credibilità ecc. Di conseguenza Pilato, soltanto per
accontentarli ed evitare fastidi al proprio potere (Mc 15,15), accettò,
obtorto collo, di crocifiggerlo. Agli occhi dei sacerdoti, dunque, Pilato
appariva come un sovrano legittimo o comunque come un dato di fatto
imprescindibile. (4)
Nel vangelo di Giovanni le cose sono invece capovolte. Pilato appare
pienamente corresponsabile della morte di Gesù: al momento della cattura sul
Getsemani era infatti presente una "coorte romana"(18,3), e quando i giudei
portano Gesù al pretorio, Pilato li stava aspettando.
I sacerdoti danno l'impressione di voler consegnare Gesù per ricevere da
Pilato dei trattamenti di favore. Anzi, gli fanno addirittura capire che se non
lo condanna, andranno a riferirlo all'imperatore (19,12). Glielo consegnano
perché sanno di non avere la sufficiente autorità (non legale ma morale) per
condannarlo alla lapidazione. Temono una reazione popolare.
Pilato recita la parte dell'ingenuo, del giudice equidistante, che vorrebbe
processare Gesù secondo le procedure romane. Anche lui teme di non avere
sufficienti consensi per condannare un leader la cui popolarità in quel momento
era enorme. Sa di dover trovare degli escamotage per convincere la folla
antiromana a fare la scelta sbagliata.
Il primo è quello di far credere al pubblico di poter decidere chi salvare e
chi condannare. E' disposto a rischiare che, mettendo alla pari un pericoloso
sovversivo come Barabba e uno che lo stava diventando, la folla scelga di
liberare Gesù. Ma la folla scelse Barabba, e Pilato ne approfittò immediatamente
per far flagellare il Cristo.
Pilato era stato obbligato al processo farsa perché sapeva bene che non
avrebbe potuto eseguire immediatamente la sentenza capitale ponendo Gesù sullo
stesso piano di Barabba. Doveva compiacersi il favore di chi lo odiava in quanto
occupante straniero.
Il secondo escamotage fu quello di presentare alla folla il Cristo
orrendamente flagellato (dalla Sindone risultano più di cento colpi su tutto il
corpo, esclusa la regione cardiaca), e di sostenere che se anche lo avesse
liberato, il presunto messia non sarebbe stato in grado di fare alcunché. Era un
modo per screditarlo, rendendo quasi inevitabile la decisione di condannarlo.
Anche questa volta il procuratore non sbagliò.
Ci volle un'intera mattinata prima che Pilato potesse decidere la sentenza di
morte. E per gli altri due rivoltosi, che decise di far crocifiggere insieme a
Gesù, non si spese una sola parola.
Crocifissione e morte
S'è molto discusso sul significato della parola "nazareno": una località? un
appellativo? Che importa? Il titulum crucis voluto da Pilato parlava
chiaro: "Gesù il Nazareno, il re dei Giudei"(19,19). Il che interessava
soprattutto per far vedere il potere dissuasivo dell'occupante straniero, in
grado di eliminare qualunque autonomo pretendente ebreo al trono della
Palestina, o comunque qualunque aspirante non gradito all'imperatore.
I sommi sacerdoti, onde far credere ai romani e agli stessi giudei che Gesù
non era che un impostore e che il vero messia andava ancora atteso, fecero però
notare a Pilato che avrebbe dovuto scrivere: "Io sono il re dei Giudei"(19,21).
Ma lui si oppose a modificare l'iscrizione.
Da questo atteggiamento dei sacerdoti si evince di quale perfidia fossero
capaci: al momento del processo, pur di vederlo morire, avevano addirittura
proferito lodi sperticate a favore di Cesare, ma, subito dopo l'esecuzione della
sentenza, fanno capire al governatore di non illudersi sulle loro intenzioni
filo-romane.
Ai piedi della croce gli esecutori materiali della condanna si divisero gli
ultimi beni del Cristo, giocandosi ai dadi la pregiata tunica senza cuciture.
Poi, prima di morire, il Cristo chiese a Giovanni, che con coraggio se ne stava
nei pressi, di prendere con sé sua madre.
I giudei, così attaccati alle loro tradizioni, essendo quella la vigilia
della pasqua, chiesero a Pilato di affrettare la morte dei tre giustiziati,
perché potessero essere tolti dal patibolo. Ai primi due quindi spezzarono le
gambe, perché non potessero più sostenersi sulla predella, ma a Gesù, vedendo
ch'era già morto (a causa della pesantissima fustigazione), si limitarono a
sincerarsene trafiggendogli il costato, e quindi il cuore, con una lancia.
Fatto questo, si permise a Giuseppe d'Arimatea (un altro discepolo occulto
come Nicodemo) di toglierlo dalla croce e di metterlo, invece che in una fossa
comune (come generalmente si faceva coi crocifissi), in un "sepolcro
nuovo"(20,41), nei pressi del Golghota. Lo avvolsero in un lenzuolo, in tutta
fretta, così com'era.
I passi 39 e 40 del capitolo 20 sono stati aggiunti successivamente da chi
voleva far vedere che il fariseo Nicodemo, partecipando all'inumazione, non
l'aveva mai tradito e che la sepoltura era avvenuta secondo la prassi giudaica:
cosa però smentita dalla Sindone, ove si nota un corpo ancora sporco di sangue.
E' infatti da presumere che, essendo la vigilia della pasqua, se avessero
proceduto a regolari esequie, avrebbero sforato i tempi previsti e si sarebbero
inevitabilmente "contaminati": e questo sarebbe stato rischioso nei confronti
dei farisei!
Poi i Sinottici cercarono di rimediare a questa viltà, mostrando che le donne
ai piedi della croce volevano procedere a una regolare sepoltura il mattino
dopo, con tanto di unguenti e profumi, solo che non fecero in tempo, in
quanto... era già "risorto"!
Giovanni, più sobrio, evita di cadere in queste ridicolaggini e si limita a
dire che di buon mattino, quando ancora era buio, Maria Maddalena e una sua
amica si recarono al sepolcro perché affrante dal dolore, e vi trovarono
ribaltata la pietra che ostruiva l'ingresso. Una volta entrate, poterono
constatare ch'esso era vuoto, sicché andarono a riferire a Pietro e Giovanni,
rimasti in città, che qualcuno aveva trafugato il cadavere.
I due apostoli corsero immediatamente per verificare quanto dicevano, ed
effettivamente notarono che le bende, con cui era stato avvolto il lenzuolo,
erano sparse per terra, mentre il lenzuolo stesso (sindon, in greco) era
piegato e riposto da un lato.
Restarono perplessi, poiché non avrebbe avuto senso rubare un corpo nudo e
sporco di sangue, quando lo si sarebbe potuto fare lasciandolo avvolto nella
sindone.
Tornando in città cominciarono a chiedersi cosa avrebbero potuto raccontare
ai discepoli. E fu a questo punto che a Pietro venne in mente un'idea che
segnerà l'inizio del "nuovo cristianesimo", diverso da quello di Cristo e che
Giovanni rifiuterà di accettare (come documenta l'improvvisa scomparsa di scena
dell'apostolo all'inizio degli Atti degli apostoli, salvo la ricomparsa, a
fianco di Pietro, in episodi del tutto inventati).
Temendo che il movimento si sfaldasse e non sentendosi all'altezza di
proseguire politicamente il messaggio del Nazareno, Pietro interpretò la tomba
vuota come "resurrezione", trasformando un fatto privato in un evento pubblico,
un evento per il quale si sarebbe necessariamente dovuto credere a una tesi
politicamente insostenibile, e cioè che il messia "doveva morire" (Mc
8,31), affinché
tutto il popolo palestinese credesse che l'obiettivo principale della sua
missione non era tanto quello di liberarli dai romani, quanto quello di offrire
piena consapevolezza dell'esistenza di un aldilà, in cui tutti i loro problemi
sarebbero stati definitivamente risolti. Una "morte necessaria" (Mc
9,31) anche per
dimostrare - essendo stata, quella, non "naturale" ma "violenta", voluta dal
Sinedrio - che la Giudea aveva perso qualunque primato sulla Galilea, per cui o
le autorità giudaiche diventavano "cristiane", accettando la tesi della
"resurrezione" (che implicava anche l'altra, quella secondo cui Gesù era il vero
messia da attendere), oppure la rottura "religiosa" tra cristianesimo ed
ebraismo, sarebbe stata definitiva.
In tutto questo ragionamento non esisteva una sola parola contro gli invasori
romani. A chi gli chiedeva, con insistenza, quando la Palestina sarebbe stata
indipendente, Pietro lasciava capire che se non vi era riuscito Cristo, ch'era
risorto, non vi sarebbe riuscito nessun altro, e che in ogni caso non era quello
l'obiettivo fondamentale da perseguire: al massimo, se proprio non vi si voleva
rinunciare, si poteva sperare in un ritorno imminente del messia, questa volta
in pompa magna, non in groppa a un asino! Ma i tempi di questo ritorno chi li
poteva decidere? "Davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni
come un giorno solo"(2Pt 3,8).
Il principale discepolo di Pietro non fu ovviamente Marco ma Saulo di Tarso,
che, dopo aver perseguitato i cristiani, che, con la loro idea di resurrezione,
distoglievano gli ebrei dal combattere i romani, di fronte all'aumentato potere
di quest'ultimi, cambiò improvvisamente parere sui quei "disfattisti", al punto
che arriverà a dire cose ancora più sconvolgenti di quelle petrine: non solo è
finito il primato della Giudea sulla Galilea, ma è addirittura finito quello di
Israele nei confronti di tutto il mondo pagano; Gesù è risorto perché è
l'unigenito figlio di dio, ed è morto perché dio-padre aveva bisogno del suo
sacrificio per riconciliarsi con l'umanità caduta nella dannazione dai tempi del
peccato d'origine; quando il Cristo tornerà lo farà unicamente per compiere un
giudizio universale, che coinciderà con la fine della storia, in un momento che
solo dio-padre potrà decidere.
Insomma la tesi ufficiale doveva essere questa: Cristo non ha mai voluto
essere un liberatore politico-nazionale ma piuttosto un redentore
morale-universale.
(1) Sommando i tempi delle due attività e
considerando le possibili, estreme, date di nascita e di morte del Cristo (7
a.C. - 33 d.C.), e senza dimenticare che per la sola attività in Giudea Giovanni
svolge il racconto su quasi tre anni, possiamo ipotizzare che l'intera attività
predicativa e organizzativa del Cristo sia durata al massimo una decina d'anni,
di cui certamente i 3/4 passati in Galilea, ivi inclusi alcuni momenti in cui fu
costretto a rifugiarsi all'estero, in località o pagane o situate oltre i
confini della Galilea e della Giudea.
(2) Da notare che l'universalismo politico del
Cristo precede di almeno vent'anni
quello teologico predicato da Paolo di Tarso, in cui, dopo aver sostituito il
concetto di schiavitù con quello di morte, si sostituisce quello
di liberazione con quello di resurrezione, ed è di molto superiore a quello, di tipo meramente
morale, che si riscontra, p.es., nella parabola lucana del "buon samaritano"
(10,30ss.). Lo stesso Luca infatti, quando si tratta di trasformare la morale in
politica, stabilisce una incompatibilità di fondo tra samaritani e nazareni
(9,53), mostrando che l'universalismo del Cristo non poteva avere alcuna
possibilità di successo sul piano politico. D'altra parte gli stessi
manipolatori del vangelo di Giovanni, vedendo che l'ingresso del Cristo in
Samaria aveva un chiaro intento politico, non hanno resistito alla tentazione di
trasformare la samaritana incontrata presso il pozzo di Giacobbe in una
prostituta smascherata da un uomo che nel contempo era messia e dio (4,16ss.).
(3) Da notare che la differenza tra il
cristianesimo di Paolo e quello di Cristo stava anche in questo. I cristiani di
Paolo potevano essere perseguitati dagli imperatori non perché politicamente
pericolosi, ma perché politicamente inaffidabili, in quanto appunto negavano
loro la prerogativa di equipararsi a dio. Tale ricusazione appariva agli
imperatori come una sorta di sfiducia aprioristica, assolutamente intollerabile
per il controllo politico della società, pari a un delitto di "lesa maestà",
punibile con la morte (che tale resterà fino a Costantino). Alla crisi della
precaria democrazia senatoria, le classi dominanti, di tradizione non
aristocratica e non legate alla terra, avevano reagito rivendicando la dittatura
personale del sovrano, che per renderla meglio accettabile la si era ammantata
di idee orientali misticheggianti. In una situazione del genere era
relativamente facile diventare martiri, pur non avendo nulla di eversivo.
(4) Curiosamente, nei confronti di
questo potere "pagano", il cristianesimo di Pietro e di Paolo assumerà lo stesso
atteggiamento di acquiescenza politica che i vangeli denunciano nei confronti
del giudaismo loro coevo; almeno finché, una volta riconosciuto come religione
di stato, esso, nella sua variante cattolico-romana, non vorrà unire strettamente
religione e politica, facendo degli imperatori il proprio braccio secolare.
Stando ai Sinottici e alle lettere di Paolo, ciò che in definitiva divideva gli
ebrei dai cristiani erano unicamente delle questioni religiose. Ma questo è
falso non solo perché il movimento nazareno voleva in realtà opporsi
politicamente ai romani, ma anche perché lo stesso giudaismo s'è sempre posto
come confessione politico-religiosa, che difficilmente avrebbe tollerato di
esercitare i propri principi religiosi sottostando a un potere non ebraico.
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