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CROCIFISSIONE E MORTE DEL CRISTO
COMMENTO Era consuetudine che il condannato portasse il palo trasversale della croce (patibulum) fino al luogo del supplizio, ove l'attendeva il palo verticale (stipes), già conficcato per terra. Questa cosa non viene compresa leggendo i vangeli, anzi in quello di Marco è scritto che non fu neppure Gesù a portare la croce (che poteva pesare anche 50 kg), ma l'agricoltore Simone di Cirene che, pescato casualmente dai soldati di picchetto, fu costretto ad aiutare un condannato già ridotto a brandelli in seguito alla pesante fustigazione e alle altre torture. La Sindone attesta le cadute, lungo il tragitto di 600 metri sino al Golghota, mostrando terriccio nelle ginocchia e al naso. Vi è anche una zona escoriata e contusa tra lo zigomo destro e il naso, provocata da una caduta, la cui violenza ha rotto la cartilagine del naso. Che Simone gli abbia portato la trave, forse per l'ultimo tratto, è documentato anche dal fatto che i soldati trafissero i polsi di Gesù coi chiodi, mentre in genere il condannato, che non doveva morire subito ma soffrire tra indicibili tormenti, alla trave veniva tenuto legato e solo i piedi venivano trafitti: un chiodo per ogni piede. Invece nel caso di Gesù si fu quasi costretti a scegliere la soluzione dei tre chiodi: una soluzione che meraviglierà Pilato della fine repentina del Cristo. Ma anche prescindendo dal particolare dell'aiuto improvvisato, di cui Marco non spiega la motivazione e che evidentemente per Giovanni non rappresentò alcunché di significativo, le differenze tra i due racconti si notano sin dall'inizio. Infatti in uno Gesù viene "condotto" sul calvario, nell'altro invece sembra che vi giunga da solo, autonomamente e senza aiuti. Generalmente, quando si tratta di scegliere a quale delle due principali versioni evangeliche dare maggiore credibilità, tendiamo a preferire quella giovannea, ma in questo caso ci sorgono dei dubbi, che però finiscono qui, poiché, anche se Giovanni è molto più veloce nel descrivere questa via crucis, i particolari da lui evidenziati risultano largamente più interessanti di quelli di Marco. Sono interessanti - come spesso succede leggendo il suo vangelo - per motivi politici. Vediamo anzitutto quello dei due condannati che accompagnavano Gesù. In Mc 15,27 (e Mt 27,38) si tratta di due "ladroni" o, secondo Lc 23,32, di due "malfattori", cioè di "criminali comuni": ebbene - ci si può legittimamente chiedere - che ci facevano sulla croce, visto che quello era il supplizio per i sediziosi o gli schiavi ribelli? Giovanni, evitando di aggettivarli, dà invece per scontato che fossero due prigionieri politici, probabilmente compagni di lotta di quel Barabba che, grazie al baratto voluto da Pilato, riuscì per sua fortuna a scamparla, almeno in quel momento. Ciò naturalmente non significa ch'essi non ritenessero d'avere delle ragioni per insultare il messia in croce, associandosi al coro insolente e provocatorio della folla e dei capi, come sostengono Marco e Matteo (Luca preferisce distinguere gli atteggiamenti dei due "malfattori", ma risulta un po' patetico). Tuttavia noi non si può dare per scontata questa acredine, anche perché non è sicuro che ai piedi della croce vi fosse davvero tanta gente disposta a offendere il Cristo; e poi, in definitiva, se vogliamo anche ammettere che i due fossero dei "criminali comuni", non si capisce perché dovessero avercela a morte con un condannato per motivi politici: generalmente anzi tra i destinati alla pena capitale vi è più solidarietà di quanto si pensi. In realtà la cosa più interessante per Giovanni è un'altra: il fatto che i capi-giudei si opposero all'iscrizione (titulum) fatta apporre da Pilato sulla croce di Gesù in tre lingue (l'ebraico o l'aramaico, che era quella parlata in Palestina, il latino dell'occupante romano e il greco, perché universale), a testimonianza forse della particolare popolarità del soggetto in questione. I sommi sacerdoti, i sadducei e gli anziani, che poche ore prima, pur di vedere giustiziato Gesù, avevano dichiarato di non avere altro re che Cesare, si lamentano ora con Pilato dicendo che sarebbe stato meglio scrivere non "Il re dei giudei" ma "Io sono il re dei giudei"(Gv 19,21). In altre parole, essi volevano recuperare agli occhi del popolo quella credibilità necessaria a dimostrare che stavano ancora dalla parte delle tradizionali speranze dell'oppressa nazione. Il messia che si doveva attendere, contro i romani, non avrebbe dovuto mettere in discussione le loro prerogative di casta. Ma Pilato, che forse di fronte a una tale richiesta si sarà reso conto d'aver vinto coi giudei solo una semplice battaglia, ribadì seccato la giustezza della motivazione della sentenza: "Ciò che ho scritto ho scritto"(Gv 19,22), e l'aveva fatto secondo la Lex Julia che lui stesso doveva rigorosamente rispettare. Il che, in sostanza, era un avviso forte e chiaro per tutti coloro che, chiusa la parentesi di Gesù, avevano nuovamente intenzione di tornare alle ostilità contro Roma: la prossima volta egli non avrebbe accettato di recitare la parte del giudice imparziale e del governatore che fa di tutto per non peggiorare la situazione. Infatti, dopo questi eventi, Pilato avrà molti altri problemi da affrontare con gli ebrei, di cui parla lo storico Giuseppe Flavio, finché il massacro dei samaritani sul monte Garizim, nel 36, non lo costringerà a rinunciare all'incarico. La situazione resterà incandescente anche coi suoi successori, per altri trent'anni, fino alla scoppio della grande guerra giudaica nel 66. La divisione delle vesti Come di regola i componenti del picchetto d'esecuzione del condannato a morte avevano il diritto di spartirsi i suoi ultimi beni. Questo episodio, in sé del tutto irrilevante, è stato interpolato nel vangelo di Giovanni allo scopo di metterlo in relazione simbolica con il Salmo 22, arbitrariamente scelto al fine di giustificare la tesi petrina della "morte necessaria". Vi è comunque una differenza tra la versione marciana e quella giovannea: nella prima si giocano a dadi tutte le vesti, nella seconda - in maniera più logica - solo la pregiata tunica senza cuciture, che nell'Antico Testamento era segno di regalità e che, probabilmente, coincide con la "porpora" di cui parla Mc 15,20. Giovanni avrà voluto sintetizzare in quest'unico gesto tutti gli scherni e i dileggi sofferti da Gesù nel suo calvario e riportati nei Sinottici. In effetti nell'Antico Testamento una delle sofferenze morali più grandi del "giusto" o del sovrano "ingiustamente perseguitato" poteva anche essere quella di vedere la propria tunica giocata ai dadi: una sorta di sconfitta politica su tutti i fronti. La madre di Gesù Come faccia Giovanni a sapere tutti questi particolari non può dipendere da quanto viene scritto in fondo alla pericope, e cioè ch'egli era presente in quel luogo. E' probabile invece ch'egli si sia servito della testimonianza delle quattro donne citate: la madre di Gesù, sua sorella Salome (ch'era madre dei fratelli Zebedeo), Maria di Cleofa (madre di Giacomo il minore e di Giuseppe, o Joses) e Maria di Magdala (o Maddalena), ricordate anche da Marco, ad esclusione della prima. L'episodio della consegna reciproca, da parte di Gesù, della propria madre a Giovanni e viceversa, va considerato spurio, in quanto l'apostolo non poteva essere ai piedi della croce in quel momento. Tuttavia non è escluso che Gesù abbia detto a Maria di chiedere a Giovanni di poter essere assistita da lui. A dir il vero dovremmo considerare abbastanza scontato che alla morte di Gesù qualcuno dei discepoli si sarebbe dovuto far carico delle necessità di sua madre, la quale, probabilmente o era già vedova o era stata abbandonata da Giuseppe, stando a talune interpretazioni dei racconti dell'infanzia di Gesù riportati da Matteo e Luca. Pertanto appare strano qui, anche considerando che il vangelo di Giovanni è un testo eminentemente politico, che l'evangelista (o un redattore successivo) si sia voluto soffermare su un aspetto che ha l'aria di presentarsi in maniera privata o emotiva. Doveva per forza esserci qualcosa di più di un semplice gesto di pietà filiale. Anzitutto la pericope sembra valere come firma autografa del quarto vangelo: era infatti noto che Maria fosse andata a vivere con l'unico apostolo celibe. In secondo luogo non è da scartare l'idea che con questa richiesta di assistenza Gesù avesse fatto capire a Giovanni che il compito di proseguire politicamente la sua missione spettava proprio al discepolo che, agli occhi della madre, avrebbe potuto meglio sostituirlo sul piano umano, ovvero che se Giovanni aveva saputo essergli vicino umanamente ora doveva esserlo, in maniera coerente, anche sul piano politico. Quindi non si trattava soltanto di un semplice affidamento filiale, protettivo, ma anche del riconoscimento di una legittima successione politica, che però non avvenne ufficialmente, essendo prevalsa l'ideologia petrina della "morte necessaria" del messia. Di qui forse l'assenza di Maria nell'elenco delle donne riportato da Marco. Il momento della morte Ciò che Cristo disse sulla croce è importante solo relativamente, in quanto quel che voleva far sapere ai propri discepoli era già stato detto nel corso di vari anni. Se accettiamo l'espressione riportata da Giovanni: "Tutto è compiuto", dobbiamo appunto intenderla nel senso che Gesù ebbe la consapevolezza che più di così, nel rispetto della democrazia, egli non avrebbe potuto fare: ora stava ai discepoli proseguire la sua missione, cercando di conciliare il più possibile gli aspetti umani e politici. Nell'ultima settimana di lotta, a Gerusalemme, volendo restare fedele sino alla fine all'ideale che s'era prefisso: liberare la Palestina dagli oppressori interni ed esterni, egli aveva dovuto affrontare due problemi fondamentali, dalla cui soluzione sarebbe dipeso il successo dell'impresa. E le risposte che si diede furono le seguenti: non si può fare alcuna insurrezione nazionale popolare confidando soltanto nell'appoggio dei propri seguaci; si può accettare anche il proprio sacrificio quando questo serve per non mettere a rischio l'incolumità dei propri discepoli. La prima cosa l'aveva capita prima del tradimento, la seconda dopo. Quanto al tradimento, era evidente che non si poteva evitarlo imponendo a un movimento democratico un regime di sospetto e di terrore. Quindi se la sua strategia era fallita, per l'immaturità delle masse e l'ostilità dei capi politici, il suo ideale restava integro, a disposizione di quanti avessero voluto continuare la missione salvaguardando le regole della democrazia, quelle stesse regole che, quando vengono rispettate e accettate con coerenza, possono anche portare sul patibolo. Detto questo, sarebbe ora del tutto fuorviante pensare che il consummatum est si sia compiuto definitivamente sulla croce. Sul Golghota in realtà si era soltanto concluso per il messia l'esercizio della propria opportunità politica e umana, che non poteva non prevedere l'accettazione consapevole di una soluzione negativa della strategia rivoluzionaria. Ciò però non avrebbe dovuto pregiudicare minimamente, agli occhi dei discepoli più fidati, il compito di proseguire in maniera positiva la missione rivoluzionaria: si trattava soltanto di convincersi che esistevano tutte le possibilità per superare le conseguenze del tradimento di Giuda. Purtroppo gli eventi non andarono come previsto. Infatti l'aspetto positivo che gli apostoli avrebbero dovuto proporre alle masse non riguardò affatto la politica ma un fatto biologico e del tutto personale del messia: quello che determinò la tomba vuota. Col che essi (in primis Pietro) si renderanno responsabili di tutte le mistificazioni, i tradimenti, le astratte e mitologiche congetture che si opereranno su di lui da allora ad oggi. Il colpo di lancia Giovanni ha messo questo particolare, non riportato nei Sinottici ma confermato dalla Sindone, non per trovare, ovviamente, un'assonanza con le Scritture (i vv. 36-37 vanno considerati un'interpolazione, come il 34b), ma per dimostrare una cosa molto più importante, e cioè che Gesù morì effettivamente sulla croce non perché gli evangelisti lo scrissero, ma perché lo attesta la potenza romana. Egli morì prima degli altri due probabilmente a causa dello spargimento di sangue procurato dalla pesante flagellazione, dalla coronazione di spine, dall'uso dei chiodi in luogo delle corde, dai molti maltrattamenti subìti, oltre ovviamente alle difficoltà respiratorie dovute a quella posizione. Se i soldati avessero avuto dubbi sul suo decesso, sicuramente gli avrebbero spezzato le ginocchia (crurifragium). Il colpo di lancia diretto al cuore (per il quale non s'è potuta trovare una citazione analoga nel Vecchio Testamento!) era la sicurezza matematica di cui avevano bisogno prima di autorizzare la sepoltura, come i gladiatori nell'arena, quando dovevano finire, con la spada, i loro rivali. La sindone attesta che il sangue della ferita del torace è sgorgato da una persona già cadavere: la parte seriosa bianca è separata da quella rossa (Gv 19,34). Altre considerazioni Mettendo a confronto le due narrazioni più attendibili (di Marco e di Giovanni), va infine rilevato che i particolari in cui collimano sono davvero pochi.
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