STUDI SUL NUOVO TESTAMENTO


DISCORSO SUL MONTE DEGLI ULIVI

(I-II)

Gesù maestro, Monastero di Dionisio, Monte Athos

Nei Sinottici il Discorso sul monte degli Ulivi (Matteo e Luca, come noto, copiano essenzialmente da Mc 13), pronunciato poco prima dell'ultima pasqua, è un discorso di tipo apocalittico, quando in realtà avrebbe dovuto essere di tipo programmatico, essendo imminente la rivoluzione.

Appare quindi evidente che i redattori han trasformato un discorso politico, rivolto solo ai più stretti discepoli, che dovevano dirigere l'insurrezione, in un discorso mistico, rivolto, attraverso l'espediente dei suoi più stretti discepoli, ai cristiani in generale, successivi alla sconfitta della rivoluzione nazarena.

In Marco il discorso è fatto da un leader già consapevole che il suo tentativo eversivo contro l'occupante straniero andrà fallito. Non può quindi in alcun modo essere un discorso storicamente attendibile, salvo il fatto che il redattore ha effettivamente cercato di descrivere quello che sarebbe accaduto a Israele e a Gerusalemme in particolare dopo l'insurrezione fallita. Quindi necessariamente tutto il discorso è stato redatto dopo il 70, e in effetti nessun esegeta mette in dubbio che l'intero vangelo di Marco sia stato scritto dopo questa data.

Tuttavia il redattore non poteva essere così ingenuo da far capire al proprio lettore che il discorso si riferiva a una situazione post-eventum. Non potevano esserci dettagli storici troppo concreti. Si doveva piuttosto cercare di far passare Gesù per una divinità in grado di leggere gli eventi del futuro, almeno con sufficiente chiarezza, se la massima lucidità non era possibile.

In tal modo il redattore poteva ottenere due ottimi risultati per la propria ideologia religiosa: 1) dimostrare che Gesù era dio; 2) dimostrare che la sua morte in croce era stata inevitabile. Infatti un dio fattosi uomo che annuncia la fine imminente del proprio paese, rende legittima la tesi petrina della sua morte necessaria, in quanto voluta direttamente da dio.

Non deve essere stato facile elaborare un discorso apocalittico, revisionando quello politico originario, in modo tale da non rinunciare ad alcuni fondamentali riferimenti storici a Israele e in particolare al destino tragico del suo Tempio. Il discorso doveva essere astratto - come lo è ogni discorso di tipo religioso - ma sino a un certo punto. Il redattore infatti, scrivendo dopo il 70, voleva indurre il suo lettore a credere che quanto aveva scritto s'era puntualmente verificato.

E' dunque evidente che nessun lettore sarebbe stato in grado di verificare se quel discorso era stato effettivamente detto dal Cristo. Marco si rivolge a lettori che non sono neppure ebrei, o che in ogni caso non risiedono più in Palestina, o anche a lettori che, pur essendo di origine giudaica, sono stati disposti a credere nella tesi petrina della morte necessaria e della resurrezione del messia. Una vota accettate queste mistificazioni, diventava relativamente facile accettare anche questa di tipo apocalittico.

Vediamo ora il contenuto del discorso.

La prima domanda che i discepoli Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea rivolgono a Gesù è quella tipica di chi vive un'esperienza religiosa in una situazione sociale ai limiti della sopportabilità: "Dicci quando avverrà la fine di tutto". E' la classica domanda di chi è politicamente rassegnato.

Il lato comico di questa domanda è che essa viene posta subito dopo aver osannato la magnificenza delle imponenti mura del Tempio di Gerusalemme, lasciando così credere che fossero inespugnabili. E' come se il redattore avesse voluto far parlare i quattro discepoli dapprima come seguaci di un partito politico e subito dopo come seguaci di una setta religiosa. La constatazione dell'imponenza delle mura è forse l'unica nota realistica del tradizionale discorso del Cristo, nel senso che l'idea dell'insurrezione generale non poteva non avvalersi del contributo logistico-difensivo che avrebbero potuto dare quelle mura.

Dunque in pochissime battute i quattro discepoli passano dalla convinzione di poter resistere ai romani alla certezza della loro propria sconfitta. Si smontano così facilmente proprio perché il Cristo agisce come se fosse onnisciente.

Sotto questo aspetto doveva apparire del tutto naturale al lettore che il discorso apocalittico sulle sorti di Israele dovesse essere, nel contempo, un discorso d'addio del Cristo, cioè un discorso sulla propria stessa sorte. Egli infatti dà qui per scontato che sarebbe morto prima della distruzione di Gerusalemme e che solo i suoi discepoli avrebbe potuto constatarla coi loro occhi.

Non è escluso che il redattore abbia qui usato, come modello letterario, una parte dell'Apocalisse giovannea, cronologicamente anteriore. La differenza tra le due apocalissi è che mentre quella giovannea indica un ritorno imminente del messia glorioso, quella sinottica la posticipa sine die.

Si può anzi sostenere - ma questo andrebbe dimostrato con uno studio specifico - che tutte le manomissioni operate sull'Apocalisse di Giovanni sono state fatte sulla scorta di quanto scritto nel discorso apocalittico elaborato da Pietro e materialmente redatto dal suo discepolo. In Giovanni infatti tutto quanto viene detto per non rendere imminente la parusia del Cristo è ideologicamente in linea con quanto è scritto nel primo vangelo.

Prima della parusia - dice Marco - occorreranno molti falsi Cristi (v. 6), molte guerre tra nazioni e tra regni (v. 7), molti terremoti e carestie (v. 8), molte persecuzioni anti-cristiane (v. 9) e soprattutto una predicazione del vangelo a tutto il mondo (v. 10). Bastava anche solo quest'ultima cosa per capire che la generazione contemporanea a Gesù non avrebbe mai potuto vedere alcuna parusia.

Per convalidare l'impossibilità di questa attesa, Marco aggiunge, per bocca di Gesù, che dovranno accadere cose mostruose, raccapriccianti, come i crimini tra consanguinei (particolarmente vergognosi per il popolo ebraico) e, peggio ancora, una generale apostasia dai propri convincimenti di fede (il cosiddetto "abominio della desolazione"), in cui, in un certo senso, il bianco verrà creduto nero e viceversa. In nome di un'ideologia opposta a quella cristiana, fatta passare per quella veramente cristiana, si finirà col compiere le persecuzioni più orribili, che non daranno scampo a chi non vi crederà in maniera del tutto passiva.

Per non demoralizzare irreparabilmente i discepoli, il Cristo aggiunge che la devastazione sarà sì intensa ma non così lunga da indurre tutti gli "eletti" a cedere. Sarà dio stesso in persona ad abbreviarne i tempi e lo farà attraverso disastrosi fenomeni naturali, in cui tutti periranno: perseguitati e persecutori. Il sole, la luna, le stelle e tutto il creato subirà un cataclisma epocale. Solo a questo punto avverrà la parusia trionfale del Cristo, al cui seguito vi saranno coloro che hanno avuto la forza per non tradirlo.

Se uno l'avesse letta così, questa descrizione degli eventi escatologici non avrebbe lasciato molte speranze: il riscatto degli oppressi sarebbe potuto avvenire solo dopo la loro morte, nei secoli dei secoli. Qui deve per forza esserci stata un'obiezione da parte di qualcuno, altrimenti è difficile spiegarsi il significato della frase che ad un certo punto Gesù è quasi costretto a dire: "In verità vi dico che questa generazione non passerà prima che tutte queste cose siano avvenute"(v. 30).

Dunque una speranza c'era, magari se non proprio per se stessi, almeno per i propri figli. Sarebbe stato infatti difficile pensare di poter trovare dei proseliti tra gli oppressi prospettando loro un destino di morte e distruzione. Non sarebbe loro bastato sapere che mentre il cielo e la terra erano destinati prima o poi a collassare, le "parole del Cristo" sarebbero invece durate in eterno (v. 31).

La parte finale di questo discorso (di cui quella allegorica può essere considerata posticcia) da un lato cerca di rimediare a uno stato emotivo di frustrazione sulle sorti della propria vita e della propria fede, dall'altro però deve in qualche modo smentire che la generazione coeva a Gesù avrebbe visto, con sicurezza, il suo ritorno trionfale, nella cui imminenza s'era in effetti creduto, in un primo momento, come testimoniano anche le lettere paoline.

"Quanto a quel giorno e a quell'ora, nessuno li sa, neppure gli angeli del cielo, neppure il Figlio, ma solo il Padre"(v. 32). Cioè l'unica sicurezza è che la parusia avverrà, in quanto il mondo (persino il sistema solare) è destinato a finire, ma non si può sapere il momento esatto, in quanto all'origine di tutto non vi è il Figlio ma il Padre.

Un modo, questo, di vedere le cose, antitetico persino ai manipolatori del vangelo di Giovanni, per i quali - così scrivono nel Prologo - "ogni cosa è stata fatta per mezzo del Logos"(1,3). Tale differenza si spiega col fatto che mentre i suddetti manipolatori avevano a che fare con un testo che presentava chiaramente un Gesù politico e ateo, Marco invece (che si posizione sulla linea petro-paolina) s'è limitato a enfatizzare l'immagine mistica di un Cristo figlio di dio, nel senso che quanto più Cristo è dio tanto più si possono attribuire a dio delle qualità o delle prerogative che appartengono solo a lui (p.es. la stessa idea di considerare "necessaria" la morte in croce del proprio Figlio).

D'altra parte, secondo Marco, l'ignoranza intorno al giorno e l'ora vale come forma di deterrenza psico-pedagogica: una cosa infatti è porsi come anti-Cristo, un'altra come anti-dio.


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Religioni - Nuovo Testamento
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Aggiornamento: 11/07/2009