Bartimeo


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IL POLITICO BARTIMEO (10,46-52)

Guercino, Gesù che risana il cieco

v. 46) E giunsero a Gerico.
L'ultima guarigione che Gesù fece in Galilea fu quella dell'epilettico di Dabereth; "poi -dice Marco- Gesù partì di là e se ne andò nei territori della Giudea ed anche oltre il Giordano"(10,1). Pur tacendo i motivi politici di tale viaggio verso la capitale ebraica (in quanto la liberazione degli "oppressi", già nel suo vangelo, viene ad essere una diretta conseguenza della redenzione morale, sebbene non in maniera così esplicita come in Matteo e Luca), Marco ne vuole ugualmente ricordare la grande importanza soteriologica che per il Cristo aveva (di cui lui solo, peraltro, era consapevole). Infatti -dice Marco- "mentre erano in cammino salendo a Gerusalemme, Gesù andava davanti a loro; essi erano turbati..."(10,32), poiché temevano per la loro sorte. Avendo egli perduto in Galilea la popolarità di un tempo, gli apostoli erano convinti che il suo progetto di liberazione messianica fosse irrealizzabile.
E' in questo contesto che va collocato l'episodio di Bartimeo. Completamente d'accordo sono Luca e Matteo, benché per il primo il postulante sia del tutto anonimo, mentre per il secondo non si tratti di "uno" bensì di "due" ciechi.
Per arrivare a Gerusalemme, venendo dalla Galilea, si poteva scegliere fra due strade: una, più breve, passava per la Samaria (terra odiata dai giudei); l'altra invece costeggiando il Giordano, attraversava appunto la città di Gerico (importante centro commerciale e doganale in cui i romani avevano posto molti gabellieri), per poi immettersi nel deserto giudaico. Conformemente al principio (puramente teorico) che "la salvezza viene dai giudei" (cfr Gv 4,22), Gesù, senza offrire inutili pretesti alle polemiche, sceglie il secondo percorso.
Passando quindi per Gerico (anche sul nome di questa città i sinottici sono unanimi), Gesù voleva entrare a Gerusalemme (nel vangelo di Giovanni non vi sono motivi per mettere in dubbio le coordinate spazio-temporali indicate da Marco). Dopo anni (superiori a tre, secondo Giovanni) di intensa attività terapica e propagandistica, Gesù voleva suggellare per così dire sul piano istituzionale lo scopo più significativo del suo impegno politico, ideale e sociale: la liberazione nazionale d'Israele. Egli dunque voleva entrare nella capitale per essere ufficialmente riconosciuto come messia, cioè per essere confermato in ciò che da tempo il popolo credeva. In un modo o nell'altro le folle avevano intuito le possibilità di questo sbocco rivoluzionario. Gesù poteva anche non essere il messia tanto atteso -a motivo della sua estraneità ai metodi tradizionali di gestione del potere e del consenso popolare-, ma certamente la sua grande autorevolezza politica e morale non pregiudicava la realizzazione del rinnovamento sociale e nazionale.
Sulle modalità operative con cui avrebbe dovuto conseguire tale obiettivo, i pareri erano molto discordi, anche se tutti fondamentalmente ancorati a una visione revivalista del regno davidico. Mediante la tattica del "segreto messianico", che i suoi discepoli più fidati ben conoscevano, Gesù cercò sempre di evitare che le folle lo costringessero ad assumersi dei compiti superiori alle sue forze o a intervenire in situazioni e momenti sbagliati, oppure a sostenere principi e valori che ormai avevano fatto il loro tempo.
Indubbiamente, poiché il dominio romano stava non solo compromettendo qualsiasi resistenza armata e non armata dei gruppi politici d'Israele (militarizzati e non), ma minacciava anche di far scomparire i valori, gli usi e i costumi della migliore tradizione ebraica, l'obiettivo esplicito del movimento nazareno era quello di compiere una rivoluzione nazionale (con il concorso delle forze progressiste) che fosse nel contempo culturale e sociale, tale da permettere la partecipazione anche a quelle forze che il nazionalismo giudaico considerava "inferiori" (come ad es. i samaritani, i galilei, certi ambienti di origine greca...). Le aperture "universalistiche" del movimento di Gesù verso i non-giudei o addirittura verso i non-ebrei facevano da pendant, in politica interna, alle aperture "democratiche" verso i ceti subalterni.
Non era però facile varcare la soglia di Gerusalemme. Durante la festa della Dedicazione di alcuni mesi prima, Gesù, per essersi affermato "messia" e "dio" al cospetto dei farisei (Gv 10,34: il che allora equivaleva a un'esplicita professione di "ateismo"), aveva rischiato la lapidazione ed era stato costretto -dice Giovanni- ad andarsene fuori della Giudea, "al di là del Giordano, dove Giovanni da principio battezzava"(10,40).
Con l'approssimarsi della Pasqua, e soprattutto dopo la misteriosa resurrezione di Lazzaro, i sommi sacerdoti e i farisei avevano dato ordine "che chiunque sapesse dove egli si trovava lo denunciasse" (Gv 11,57). Non si dava dunque per scontato il suo ingresso nella "Città Santa" (Gv 11,56). Gesù vi si decise quando si accorse che i parenti di Lazzaro, testimoni della resurrezione, erano riusciti, diffondendone la notizia in città, a riaccendere le simpatie dei gruppi politici più progressisti, grazie ai quali egli avrebbe potuto sentirsi protetto dalle insidie delle autorità e dei gruppi più retrivi (sadducei, anziani, ecc.). Naturalmente la scelta di questa festa non era casuale, in quanto nessun'altra avrebbe potuto concentrare così tante forze in un solo luogo e tempo.
Il momento era sicuramente favorevole. Già quando Gesù si trovava a pochi chilometri da Gerusalemme, e precisamente a Betania di Giudea, una gran folla era accorsa: "anche per vedere Lazzaro" -precisa Giovanni. Di qui la decisione, irrevocabile, che i sommi sacerdoti presero di "uccidere pure Lazzaro, perché molti giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù" (Gv 12,9 ss.).
Le autorità temevano la popolarità di Gesù (cfr Gv 12,19): forse più che arrestarlo, processarlo e giustiziarlo, per loro sarebbe stato meglio eliminarlo in gran segreto, ma anche questo non era facile. D'altra parte Gesù si rendeva conto che la protezione di cui poteva usufruire aveva sì come scopo quello di vederlo trionfare come messia contro i romani, ma anche -secondo molti- quello di riaffermare integralmente le tradizioni giudaiche dominanti (cfr Gv 12,34). Ecco perché gli era difficile fidarsi ciecamente di questo appoggio popolare. Gesù voleva una rivoluzione di popolo che avesse un contenuto, una dimensione e un carattere globale, che investisse ogni aspetto della vita sociale, culturale e politica: solo così essa avrebbe potuto risultare vincente contro lo strapotere dell'imperialismo romano e contro il collaborazionismo interno. Soltanto a questa condizione egli sarebbe stato disposto a diventare messia. Il popolo quindi avrebbe anzitutto dovuto convincersi che il primo potere ad essere rovesciato era quello delle autorità sinedrite e di quelle del tempio, che cercavano di cooperare con Roma per salvaguardare i loro privilegi. In nessun caso egli sarebbe stato disposto a compromettersi con queste autorità per dar vita a un governo che solo in apparenza sarebbe venuto incontro alle esigenze di liberazione delle masse.
La situazione quindi era complessa, aperta a diverse soluzioni: in ogni caso sufficientemente matura per realizzare una transizione. Con la guarigione del cieco Bartimeo siamo agli inizi di questo epilogo.
v. 46) E mentre partiva da Gerico insieme ai discepoli e a molta folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare.
La "molta folla" di cui parla Marco proviene probabilmente dalla stessa città di Gerico. Infatti il soggetto sottinteso al "giunsero", detto in apertura a questo racconto, include soltanto Gesù e gli apostoli, in quanto -stando a Giovanni (11,54 s.)- essi provenivano da Efraim, una "contrada vicino al deserto", ove si erano rifugiati per sfuggire al mandato di cattura. (Qui si deve ricordare che per i sinottici, diversamente da Giovanni, questo è l'unico momento in cui Gesù entra a Gerusalemme).
Molti di Gerico si erano probabilmente aggregati alla loro comitiva perché sapevano che Gesù voleva entrare pubblicamente a Gerusalemme. Usciti poi da Gerico, Gesù e i suoi discepoli si fermeranno per la notte di nuovo a Betania (ove Lazzaro era risorto), mentre la folla li precederà nella capitale, a preparare il suo ingresso trionfale.
A Gerico Gesù compie la sua ultima guarigione. In città -stando alla versione di Marco- egli non incontra nessuna persona meritevole d'essere ricordata: secondo Luca invece egli incontrò il pubblicano Zaccheo (19,1 ss.).
E' "uscendo" dalla città (e non "entrandovi", come dice Luca) che Gesù viene fermato dal cieco Bartimeo, cioè dal figlio di Timeo (già noto -come si evince dal testo greco- a chi frequentava Gerico). Lo incontra probabilmente in una via obbligata per il transito verso Gerusalemme: prima della Pasqua i giudei osservanti erano tenuti particolarmente all'elemosina. Era qui che Bartimeo aveva le migliori possibilità e non a Gerico, ove i pellegrini si disperdevano. Nessuno lo aveva informato della presenza di Gesù in città. Il motivo forse è duplice: da diversi mesi egli non svolgeva più attività terapica (la resurrezione di Lazzaro fu una singolare eccezione); inoltre negli ambienti giudaici progressisti si era immediatamente capito che la liberazione nazionale, di cui egli poteva farsi carico, era un obiettivo molto più importante.
v. 47) Costui, al sentire che c'era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: "Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me".
Riconosce Gesù perché ne aveva già sentito parlare. Il baccano della folla lo incuriosisce e ne chiede il motivo. Per attirare l'attenzione di Gesù, intuendo che se ne sta andando, si mette a "gridare": si fa forte della sua stessa debolezza. Grida perché sa, per esperienza, di non essere ascoltato. Non inveisce ovviamente contro Gesù né contro i suoi concittadini, ma contro un ordine di cose che a lui pare ingiusto: la salvezza è arrivata e lui è ancora cieco.
Che la "salvezza" per lui sia veramente arrivata lo dimostra l'appellativo con cui la invoca: "Figlio di Davide". Marco non gli mette in bocca il nome col quale la folla aveva risposto alla sua domanda, e cioè "Gesù Nazareno". Lo stesso nome di "Gesù" potrebbe essere un'aggiunta: a Bartimeo infatti non interessava l'identità anagrafica né la provenienza geografica del messia (se dalla Giudea o dalla Galilea, sulla quale invece amavano disquisire i gruppi conservatori della capitale -cfr Gv 7, 41-43.52); a lui interessava l'autorità politica del messia, ovvero la possibilità di trovare nel suo stile o nella sua missione una qualche affinità con il più grande re (e cioè Davide) che Israele avesse mai avuto. E' la prima volta che nel vangelo di Marco ci si rivolge a Gesù con un simile appellativo (non dimentichiamo però che la testimonianza di Pietro in Mc 8,29 aveva un significato analogo); e l'ultima sarà di lì a poco, al momento dell'ingresso trionfale nella capitale (Mc 11,10).
"Figlio di Davide" era un titolo messianico: a partire da 2 Sam 7,12 il messia degli ultimi tempi era atteso come un discendente di Davide (non necessariamente in senso letterale). Non lo si immaginava come un guaritore di mali fisici, ma piuttosto come un liberatore nazionale. Bartimeo quindi, facendo coincidere tali ruoli, dimostra che, oltre a conoscerlo, per sentito dire, come taumaturgo, lo apprezzava anche come predicatore, attivista e potenziale leader del paese. Impaziente di attendere la venuta del messia, egli, "al sentire che c'era", lo riconosce subito e lo chiama con un titolo tipicamente giudaico. E' singolare la differenza tra questo cieco e quello di Betsaida.
Tuttavia, la sua fede politica viene qui espressa in maniera equivoca, poco convincente. E non tanto per il fatto che anche quest'uomo -come tutti, del resto- si attendeva dal messia la ricostituzione immediata del grandioso regno di Davide e Salomone, quanto per il fatto ch'egli intende servirsi della messianicità di Gesù per soddisfare anzitutto un'esigenza personale. Proferendo le parole "abbi pietà di me", nel momento in cui Gesù stava per entrare a Gerusalemme ed essere proclamato messia, il cieco in sostanza vuol far capire che la messianicità di Gesù è per lui autentica e significativa solo nella misura in cui egli riuscirà ad ottenere la guarigione. Nella sua implorazione è dunque implicito il tentativo di mettere alla prova l'umanità di Gesù, il suo senso personale di giustizia. Si tratta di una specie di verifica preliminare al limite del ricatto morale: "Se sei il messia guariscimi!". Solo dopo sarebbe venuto il consenso politico.
Tali aspetti sono sfuggiti o sono stati volutamente tralasciati da Matteo e Luca: quest'ultimo perché preferisce far risaltare il nome di Gesù più che non il titolo onorifico; Matteo invece perché attenua la politicità del titolo messianico con la spiritualità di un titolo usato religiosamente dalla chiesa primitiva: "Signore".
Ci si può chiedere, infine, come mai la folla al seguito di Gesù abbia preferito usare l'appellativo generico del "Nazareno" (ammesso che voglia dire "di Nazareth") e non quello specifico di "Figlio di Davide". Si può qui ipotizzare, come risposta, ch'essa fosse originaria della Giudea e che attendesse un riconoscimento ufficiale o istituzionale del messia all'interno della capitale. Ovviamente non è neanche il caso di pensare ch'essa abbia avvertito il limite storico e politico nel titolo usato da Bartimeo.
v. 48) Molti lo sgridavano per farlo tacere, ma egli gridava più forte: "Figlio di Davide, abbia pietà di me!".
Gesù lo ascolta ma non si ferma: non aveva bisogno di dimostrare la propria umanità, né in quanto taumaturgo né in quanto messia. Fermarsi sarebbe ora come perdere del tempo, anzi un tornare indietro, tanto più che il titolo di "Figlio di Davide", detto dal cieco sia per convinzione personale, sia per ottenere più facilmente la guarigione, andava accettato con riserva, implicando esso una concezione tradizionale, cioè superata del messia (cfr Mc 12,35). In suo luogo Gesù aveva preferito, sin dall'inizio, quello più democratico e universale di "Figlio dell'uomo", che non si prestava a strumentalizzazioni nazionalistiche e politico-religiose.
La folla comunque non sgrida Bartimeo per l'uso che questi fa del titolo messianico, ma solo perché sa che non è quello il momento di fare guarigioni (specie se quel titolo è vero). Il cieco, in altre parole, non lascia che le esigenze della nazione prevalgano sulle proprie, ma fa il contrario. Ormai infatti non è più questione di guarigioni: tutti sanno che le sa fare e che le fa per un fine di bene. Ora la messianicità di Gesù deve soddisfare un desiderio di liberazione oggettivo, generale, squisitamente politico. Gesù quindi non ha bisogno di sottoporsi alla verifica del postulante, in quanto già da tempo ha dimostrato il valore della propria credibilità.
Bartimeo però non si scoraggia, non demorde, e con grande fervore chiede attenzione, implora pietà. Non lo fermano né la sua miserevole condizione, né l'indifferenza di Gesù, né i rimproveri della gente. Il suo atteggiamento è fastidioso, quasi impertinente: eppure, se non fa così, non potrà ottenere quanto desidera. Non avendo capito che l'ingiustizia non sta tanto nella propria malattia o nelle malattie degli uomini in genere, quanto nelle cause che le generano e nei fattori che le riproducono, e non avendo quindi accettato che la "salvezza" o la "liberazione" si indirizzi prima di tutto verso queste cause di fondo (di ordine sociale, culturale e materiale) e non tanto verso i suoi singoli effetti, non avendo infine accettato che chi subisce le maggiori conseguenze di tali contraddizioni deve impegnarsi "così com'è", sacrificandosi di non poter avere "tutto e subito", e pensando piuttosto a lottare per il bene delle future generazioni - non avendo capito questo, Bartimeo, se vuole ottenere una guarigione senza la fede, deve urlare con quanto più fiato ha in gola, sperando che il taumaturgo, fermandosi, faccia un'eccezione alla regola, quella secondo cui andava considerato concluso il tempo di credere che la "salvezza" dell'uomo coincida con un beneficio ottenuto personalmente.
In Luca la dinamica dell'incontro ha subìto una sostanziale modifica, correlata al fatto che il racconto risulta spoliticizzato. Essendogli parso strano che nessuno avesse informato il cieco della presenza di Gesù in città, Luca preferisce parlare dell'incontro mentre Gesù sta per entrare a Gerico, non mentre sta per uscirvi. Lo dice due volte: introducendo il racconto con l'espressione "mentre si avvicinava a Gerico" e laddove fa sgridare il cieco da "quelli che camminavano davanti". E così, pur essendo sul punto d'incontrarlo, Gesù si ferma e lo manda a chiamare, lasciando intendere che non vuole farlo aspettare.
Agli occhi del Gesù di Luca, quindi, Bartimeo è già un uomo di fede, seppure non in maniera perfetta. L'imperfezione non dipende dal fatto ch'egli ha una concezione politica inadeguata del messia, ma dal fatto che ne ha una ancora troppo politica. Da questo punto di vista sembra che la folla lo riprenda a ragion veduta, per contestargli il titolo messianico, ma è solo un'impressione: anch'essa, in realtà, vuol vedere trionfare Gesù come messia a Gerusalemme. Per cui si può pensare -leggendo Luca (nonché Matteo)- che i rimproveri partano dall'esigenza di non voler presentare a Gesù, in un momento così importante (inteso dalla folla in senso politico), dei casi individuali.
In altre parole, Luca e Matteo mostrano una folla intenta a sacrificare sull'altare della politica proprio i casi individuali che destano pietà. Operazione alla quale non partecipano, nei loro vangeli, i discepoli o apostoli di Gesù, che sono già stati messi sull'avviso con osservazioni fatte in precedenza, delle quali però -dice Luca- essi "non capirono nulla"(18,34).
In effetti, il Cristo di Luca e Matteo va a Gerusalemme con l'intenzione di morire, al fine di adempiere -dice Luca- "tutte le cose scritte dai profeti"(18,31) e dimostrare così ch'egli era veramente il "Figlio di Dio". Luca fa anticipare il racconto di Bartimeo dalla terza profezia della passione. Matteo, oltre a questa profezia, mette, come premessa, anche la risposta che Gesù dà alla madre di Giacomo e Giovanni, il cui finale, puramente redazionale, suona così: "il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito ma per servire e dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti"(20,28).
Parole, queste, che se non potevano essere comprese dai discepoli più stretti, figuriamoci dalla folla... In ogni caso sia Luca che Matteo han ritenuto opportuno togliere di scena dal racconto di Bartimeo la presenza dei discepoli, per non rischiare di farli apparire come la folla nel momento in cui questa cercherà di zittire il postulante. Scrupolo, questo, che Marco non ha avuto, sapendo bene che tra folla e discepoli, riguardo alla concezione politica che avevano del messia, non c'era molta differenza.
v. 49) Allora Gesù si fermò e disse: "Chiamatelo!". E chiamarono il cieco dicendogli: "Coraggio! Alzati, ti chiama!".
La folla e il cieco esprimono l'intreccio di due esigenze diverse, con il prevalere, per la prima, della liberazione politica e, per il secondo, della guarigione fisica. La differenza sta solo nel fatto che la folla è "fisicamente sana".
Ancora una volta Gesù si trova di fronte a una difficile situazione: non può sottostare al ricatto del cieco, ma non può neppure avvalorare la concezione tradizionale di messia che ha la folla. Non può concedere la guarigione per la compassione che il caso gli suscita, poiché ha un compito ben più grande da svolgere, però non può neppure dare l'impressione che ormai la pietà non sia più un valore necessario alla sua affermazione politica.
Gesù si ferma chiamandolo con autorità: come se volesse mostrare, da un lato, la sua incapacità a proseguire il cammino nell'indifferenza e, dall'altro, la sua ferma intenzione a non ascoltare più richieste del genere. La guarigione la farà, ma solo davanti a una testimonianza minima di fede. Se la sua missione fosse stata unicamente quella di guarire tutti gli ammalati che incontrava, a Gerusalemme non avrebbe mai cercato il pericoloso confronto con le autorità. Invece di un "Cristo crocifisso" la storia avrebbe avuto un "taumaturgo morto di vecchiaia": grande sì, famoso anche, ma non certo per le sue idee.
Nelle due versioni di Luca e Matteo, Gesù si ferma sia per la pietà del caso che per correggere la "deviazione antiumanistica" della folla, che ha di Gesù una concezione meramente politica e della politica una concezione meramente totalitaria, quella secondo cui l'interesse personale va sempre subordinato a quello collettivo. Egli qui non può tollerare i rimproveri della folla proprio perché sa di non essere quel "messia" che la maggioranza si attende e si ferma appunto per dimostrarlo (sperando che lo capisca anche Bartimeo, che con quel suo appellativo politico non era apparso migliore della folla).
Al Cristo di Luca e Matteo è estranea non solo l'esigenza del potere, ma anche la dimensione in generale della politica, cioè del conflitto anti-istituzionale. Egli infatti entra a Gerusalemme allo scopo di proporre eticamente un'idea di giustizia basata sulla logica del servizio, cioè della misericordia, della pietà, dell'amore universale, in antitesi alla logica del potere, che è tipica delle autorità costituite (romane e giudaiche). In pratica Gesù non è che un idealista rigorosamente non-violento, che, al cospetto di un potere dominante sordo ai suoi richiami, vuole sacrificare la propria vita nella speranza che le masse comprendano il suo modo nuovo di concepire la politica (un modo che la chiesa primitiva non tarderà a battezzare con i crismi della religione).
Viceversa, la folla descritta da Marco non è così insensibile come appare in Luca e Matteo. Convinta anzi che le proprie esigenze politiche siano coincidenti con quelle del Cristo, essa riteneva la propria ripulsa verso Bartimeo del tutto naturale, tant'è che quando vede il Cristo interessato al caso, non ha obiezioni di sorta e subito va a chiamare il cieco incoraggiandolo ad alzarsi. Nel vangelo di Marco non è neppure così evidente la vocazione al "martirio" da parte di Gesù, né questi appare come un pacifista ad oltranza, alieno da ogni uso della forza per difendere la causa degli oppressi.
v. 50) Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Bartimeo non ha nemmeno bisogno di farsi aiutare: sembra infatti che si alzi da solo, gettando subito via il mantello su cui sedeva, incurante di perderlo. "Balza in piedi" -dice Marco-, con uno scatto fulmineo, si potrebbe pensare. Difficile credere che quest'uomo sia stato cieco dalla nascita. Il fatto stesso che l'abbiano chiamato (v. 49) e che ora egli cammini da solo verso Gesù, sta forse ad indicare che la malattia, seppur grave, era appena agli inizi. Nel vangelo di Luca, invece, Gesù deve "ordinare" che glielo conducano, il che fa inoltre sospettare che la folla avesse poco interesse a vederlo guarire. Di conseguenza Bartimeo appare meno sicuro di sé.
v. 51) Allora Gesù gli disse: "Che vuoi che io ti faccia?". E il cieco a lui: "Rabbunì, che io riabbia la vista!".
Immaginandosi che Gesù lo capisse da solo, Bartimeo non aveva chiesto esplicitamente il dono della vista. Ora però che ha udito quella strana domanda sa di non poter dare una risposta scontata. Qui davvero nessuno può aiutarlo.
Chiamandolo col titolo strettamente confidenziale di "rabbunì" (che significa "mio maestro" o "mio grande" e che è superiore a "rabbi" o "maestro", usato, il più delle volte in maniera formale, anche dai nemici di Gesù), Bartimeo dimostra la sua fede, cioè la sua intelligenza, e potrà così ottenere ciò che desidera. Egli non esita un attimo a riconoscerlo come sua personale "guida e maestro" (forse questo lascia intendere che si erano già conosciuti? o che Bartimeo, prima di ammalarsi, l'aveva visto di persona o ne aveva ascoltato, tramite un discepolo, il vangelo, restandone favorevolmente impressionato?).
In virtù di questa singolare testimonianza, Bartimeo dimostra di voler la guarigione per seguire meglio Gesù come discepolo. Certo, egli non ha ancora superato la concezione tradizionale del messia, ma si è posto sulla strada giusta per farlo. Ha capito che Gesù merita di essere riconosciuto come messia appunto perché si è fermato: ora dovrà capire che lo meritava anche se non si fosse fermato, e tanto più lo meritava in quanto chi chiedeva la verifica dell'umanità del messia non era neppure in grado di pretenderla nei confronti di se stesso (si pensi al problema del "ricatto morale").
v. 52) E Gesù gli disse: "Va', la tua fede ti ha salvato". E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada.
La fede l'aveva "salvato": dall'angoscia di sentirsi un "maledetto", un escluso dalle vicende della storia, ma soprattutto dalla pretesa di voler giudicare col proprio metro una realtà sottoposta a leggi oggettive, che vanno rispettate. La fede non l'aveva semplicemente "guarito", come sarebbe accaduto se l'avesse avuta solo nel Gesù-taumaturgo. In realtà la fede l'aveva salvato da una concezione errata della messianicità di Gesù, quella secondo cui gli uomini dediti alla politica dimostrano pietà e compassione solo fino a quando non giungono al potere.
Una volta guarito, prese a "seguirlo", dice Marco. In realtà Gesù non gliel'aveva chiesto espressamente. Lo aveva soltanto messo alla prova invitandolo ad andarsene. Questa era stata la quarta prova che Bartimeo aveva dovuto superare, dopo la ripulsa della folla, l'indifferenza di Gesù e la sconcertante domanda con cui questi l'aveva interpellato. In effetti se per Gesù la guarigione non andava considerata come una cosa scontata, non doveva apparire come tale neppure per Bartimeo, il quale perciò avrebbe potuto dare una risposta diversa da quella riportata nel testo, del tipo ad es.: "mi basta che tu ti sia fermato". Risposta che non diede appunto perché riteneva la guarigione un elemento indispensabile ai fini della sequela. Il che, presupponendo una qualche fede nel vangelo, non poteva scandalizzare Gesù.
A un giudeo così appassionato, così pronto a militare nel movimento messianico del Nazareno, non occorre nessun particolare cerimoniale di guarigione: Marco e per imitazione Luca (ma non Matteo) affermano che lo guarì senza neppure toccarlo. Si trattava peraltro di fargli "recuperare" la vista, non di dargliela ex-novo (Luca, che è medico, ha evidenziato più di una volta che il "recupero della vista" di cui parla Marco andava interpretato in tal senso). In effetti, tutto si era già giocato nella sottile differenza degli appellativi: "Figlio di Davide" e "Rabbunì". Forse a qualcuno della folla lì presente saranno sfuggite le complesse sfumature semantiche dei due titoli, ma certamente non a Marco, grazie al quale anzi si può cominciare a intravedere il motivo per cui nel vangelo di Matteo si è arrivati a sostituire Bartimeo con i due ciechi, trasformando un racconto politico in uno di carattere morale e religioso.
Le considerazioni matteane -si può ipotizzare- con cui si è cercato di dare uno sviluppo logico all'episodio devono essere state le seguenti: 1) in quella strada obbligata, una settimana prima della Pasqua, non poteva esserci soltanto un cieco; 2) se vi erano più individui in stato di emarginazione o malattia, è impossibile che soltanto uno sia stato guarito; 3) Gesù guarisce per la pietà del loro caso, quindi non poteva fare eccezioni; 4) la fede religiosa richiesta è servita per motivare meglio la pietà, rendendo più naturale e legittima la guarigione.
Da che cosa si capisce che la fede richiesta è di tipo "religioso"? In Matteo semplicemente dal fatto che i postulanti rinunciano al titolo politico di "Figlio di Davide", limitandosi a quello di "Signore": un Cristo-Signore, per Matteo, non ha bisogno di dimostrare d'essere anche un "Figlio di Davide", anzi rinuncia volentieri a questo titolo poiché l'orizzonte in cui l'altro titolo pretende di affermarsi è metastorico: l'unico in cui i "poteri" di questo mondo non hanno alcuna autorità.
Nel vangelo di Luca Bartimeo fa in pratica la stessa cosa: si serve del titolo di "Signore" per sostituire completamente l'altro. Ma nella chiusa, molto più che in Matteo, Luca accentua il fine "religioso" del racconto: Bartimeo, infatti, "cominciò a seguirlo lodando Dio. E tutto il popolo, alla vista di ciò, diede lode a Dio"(18,43). Il che in pratica significa che la folla, dopo aver assistito allo scambio di battute fra i due protagonisti, acquisì la stessa fede di Bartimeo, quella fede che salva appunto dall'errore di credere che Gesù sia un messia politico.
Al pari di Marco, anche Luca e Matteo si sono accorti che il contesto spazio-temporale in cui questo incontro è maturato, doveva essere caratterizzato da esigenze etiche maggiori del solito, nel senso che la pietà del Cristo non poteva più esprimersi con la stessa gratuità di un tempo, con la stessa sovrabbondanza. La posta in gioco infatti era diventata più alta: il Cristo rischiava di morire. Se gli uomini avessero avuto fede in lui come "Signore" (e non come "Figlio di Davide") -lasciano intendere Luca e Matteo-, egli non sarebbe stato crocifisso.
Tuttavia, la fede religiosa richiesta dal Gesù di Matteo e Luca è meno impegnativa di quella politica richiesta nel vangelo di Marco, in quanto qui Gesù è disposto a perdonare di più le debolezze degli uomini. Questo dipende dal fatto che per Luca e Matteo non c'è un vero obiettivo da realizzare: la trasformazione della società, ma solo un metodo da acquisire: la "sequela del catecumeno", cioè l'atteggiamento di colui che ha appena iniziato a credere che una liberazione politica non è possibile e non è nemmeno auspicabile. La fede religiosa che Luca e Matteo insegnano ad avere (e che in parte si può ravvisare anche in Marco) ha meno cose da chiedere perché ha meno responsabilità da pretendere: essa predica la rinuncia all'agire politico-rivoluzionario. Questo però non fa parte dei limiti dei sinottici più di quanto non faccia parte dei limiti della stessa religione.
sinossi
Enrico Galavotti - Stampa pagina

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Ultimo aggiornamento: 18 settembre 2005 - Homolaicus - Sezione Religioni - Nuovo Testamento