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IL PESSIMISMO DEL CIECO DI BETSAIDA (8,22-26)

v. 22) Giunsero a Betsaida, dove gli condussero un cieco pregandolo di
toccarlo.
A Betsaida-Giulia erano già conosciuti. Lo si capisce non tanto o non
solo dal fatto che qui ci troviamo a nord-est del lago di Tiberiade, ai
confini della Galilea (ove sicuramente tutti avevano sentito parlare di
questo guaritore e molti addirittura lo avevano visto in azione: peraltro
qui siamo quasi alla fine della sua attività terapica), e non solo dalla
nota biografica offerta dall'evangelista Giovanni, secondo cui questo
villaggio aveva dato i natali a Pietro, Andrea e Filippo; quanto soprattutto
dal fatto che lo pregano di "toccarlo". Una richiesta del genere
è indicativa di una particolare consapevolezza delle notevoli capacità
pranoterapiche di Gesù. Non gli chiedono infatti di "imporgli le
mani" -come spesso accade nel vangelo, da parte di chi lo paragona a
uno dei guaritori del tempo-, ma semplicemente di "toccarlo"
(l'aoristo usato nel testo greco indica bene che per loro era sufficiente
che lui lo toccasse una sola volta). La fortuna di vivere a pochi chilometri
da Cafarnao li aveva sicuramente indotti a non sottovalutarlo. Non
dimentichiamo che il lago di Tiberiade è stato uno dei luoghi privilegiati
dell'esordio politico di Gesù. Matteo 11,21 lascia inoltre supporre che a
Betsaida egli avesse già fatto altre guarigioni.
Stando a Marco si ha l'impressione che il messia-Gesù, con i suoi
discepoli, vi giunga all'improvviso e non per fare guarigioni, ma, più
probabilmente, per verificare il livello di approfondimento del messaggio
evangelico, ovvero la disponibilità a concretizzarlo. Dal giorno dei pani
moltiplicati, cui sicuramente molti abitanti di questo villaggio furono
testimoni, erano passati diversi mesi, nel corso dei quali Gesù aveva
compiuto alcuni viaggi nelle città pagane di Tiro e Sidone.
Tuttavia, Giovanni si limita a dire nel suo vangelo che dopo lo smacco
conseguente ai pani moltiplicati, dovuto al rifiuto di accettare l'istintiva
candidatura al trono d'Israele che i galilei gli avevano offerto ("Da
allora -dice Giovanni (6,66)- molti dei suoi discepoli si tirarono
indietro"), Gesù temeva di manifestarsi pubblicamente in Giudea
e se ne "andava in giro per la Galilea"(Gv 7,1). Quando poi decise
di salire a Gerusalemme, per la festa dei Tabernacoli, poco dopo quella
defezione di massa, lo fece "di nascosto"(Gv 7,10). E' dunque in
questo contesto storico-politico che va collocato il racconto di Marco.
Matteo e Luca, dal canto loro, non ci sono di alcun aiuto. Questo
racconto è troppo breve perché lo si possa facilmente manipolare. Se lo si
accorcia diventa del tutto insignificante, se lo si allunga restano sempre
dei passi apparentemente inspiegabili. E siccome copiarlo di sana pianta era
impossibile, essi hanno preferito ometterlo del tutto. D'altra parte,
esisteva già l'episodio del cieco Bartimeo, la cui fede in Gesù era sicuramente più accentuata.
Viceversa, questo è uno dei racconti di guarigione di più difficile
interpretazione, un vero gioiello di finissima psicologia e di abilità
letteraria. Generalmente gli esegeti cattolici, per non sbilanciarsi verso
un'ermeneutica non conforme all'ortodossia, evitano di considerare il brano
in sé e per sé, preferendo invece situarlo su di un piano redazionale o
allegorico o catechetico-kerigmatico. In tal modo, preoccupati di ribadire,
con tono apologetico, i fini "teologici" ch'essi presumono sottesi
al racconto, questi esegeti dimenticano di compiere quel necessario percorso
a ritroso, solo mediante il quale è possibile immedesimarsi nelle azioni
degli uomini che ci hanno preceduto, cogliendo di queste azioni quel tanto o
quel poco che ancora oggi può suscitare un certo interesse.
Ma ora veniamo al racconto. Si è detto che a Betsaida Gesù e i
discepoli speravano d'incontrare un atteggiamento più costruttivo, una
nuova disponibilità operativa ai fini della liberazione politico-nazionale.
I fatti tuttavia li smentiscono subito. La gente, ormai rassegnata all'idea
che Gesù non voglia diventare quel tipo di messia davidico che si attendeva,
si limita ad accettarlo come "grande taumaturgo". Lo
"pregano", è vero, ma in modo formale, con una cortesia un po'
distaccata: lo pregano appunto perché sanno che ora egli non concede più i
suoi favori con la stessa facilità di prima.
Non lo pregano perché pensano che le guarigioni ora hanno un
"prezzo" da pagare: la fede nel vangelo. Poiché, se è finito il
tempo in cui esse venivano concesse senza condizioni di sorta, semplicemente
per suscitare la speranza di un rinnovamento sociale, è finito anche il
tempo in cui per averle era necessario che il postulante (o chi per lui)
mostrasse di credere già nel vangelo, benché proprio Marco lasci spesso
intendere che un vero seguace del movimento di Gesù non può far dipendere
la fede dalle guarigioni (ciò che Paolo nelle sue Lettere mostra d'aver
capito perfettamente). In effetti, gli abitanti di Betsaida pregano Gesù
pur sapendo che il suo progetto politico-rivoluzionario è più importante
di qualunque guarigione. Ecco, in questo senso la loro preghiera è
"formale" perché falsa. Nonostante l'autoconsapevolezza
dimostrata, sperano lo stesso ch'egli voglia fare un'eccezione alla regola.
Il pessimismo nei confronti di una vera liberazione politica e
l'indifferenza verso i nuovi valori di vita proposti dal movimento di Gesù,
caratterizzano queste persone. Sono ormai due anni (stando alla cronologia
di Giovanni) che lo conoscono e lo frequentano; eppure, nonostante le
apparenze, grande è la loro estraneità, tanto che lo stesso cieco sembra
esservi coinvolto... Non lo si sente infatti supplicare, non lo si vede
protagonista attivo di questo incontro: il che però, alla luce di quanto si
è appena detto, può essere interpretato positivamente. In effetti, che
siano gli altri (amici e/o parenti) a condurlo davanti al terapeuta e che
siano sempre gli altri a "chiedere", può anche voler dire che il
pessimismo del cieco era meno superficiale, più radicato nella sua
coscienza. Sembra ch'egli si sia lasciato fare non perché interessato
all'incontro, ma, al contrario, per l'insistenza degli altri.
v. 23) Allora prese il cieco per mano,
Mansuetudine, tenerezza, affettuosità, magnanimità, pazienza...: in
quanti modi si potrebbe aggettivare questa scena (peraltro rarissima)?
L'amore qui travalica, strabocca, esce dai confini dell'immaginazione:
neanche la dura ostinazione di quella gente può fiaccarlo o sminuirlo.
Gesù prende il cieco per mano, lo conduce altrove, dove ci sia la
possibilità di essere se stessi, di ritrovare la fiducia nelle proprie
capacità. Lo porta lontano dall'ipocrisia di chi si crogiola nelle
disillusioni, di chi è incapace, perché "cieco", di riconoscere
verità e autenticità là dove si manifestano. Il miracolo più grande in
fondo è questo: lasciare che il desiderio di liberazione ci porti fuori
dall'indifferenza, dall'ovvietà dei rapporti quotidiani.
Questo cieco si prepara ad accettare le conseguenze della propria
disponibilità, che pur non appare particolarmente grande. Il suo lasciarsi
fare sembra dipendere più dalla debolezza del suo stato che non dal
desiderio di vivere questo particolare momento. Non vi è, in lui,
un'adesione consapevole, volontaria né all'atteggiamento strumentale dei
suoi compaesani, né all'alternativa proposta da Gesù: il suo pessimismo è
impotente, incapace di agire e reagire, "cosmico" - si potrebbe
dire. Forse venato di qualche curiosità.
v. 23) lo condusse fuori del villaggio
Cioè fuori dall'incapacità di essere, dalle vecchie e assurde pretese,
dalla solitudine di chi si sente vinto... Chi voleva "vedere" e
vedere da vicino -come Andrea, Pietro e Filippo- se n'era andato da Betsaida
o comunque seguiva con passione le tappe, le vicende, le vittorie e le
sconfitte del movimento messianico di Gesù.
Se lo avesse preso per mano senza condurlo fuori, Gesù sarebbe apparso
come un sentimentale disposto a perdonare sempre tutto. Invece ha bisogno di
mostrare il senso della giustizia: deve cioè far capire a quella gente che
non è possibile concedere ulteriori proroghe a chi ne ha già avute tante.
I tempi hanno delle esigenze che vanno rispettate, se si vuole restarvi
protagonisti.
Inoltre doveva far capire all'ammalato che aveva qualcosa di particolare
da comunicargli, che voleva mettersi in un rapporto personale con lui. Dopo
essere stato preso "per mano" e soprattutto "portato
fuori" dal messia-Gesù, il cieco non poteva non accorgersi che
qualcosa di molto significativo gli stava accadendo. Intanto deve già aver
capito che la particolare sollecitudine degli abitanti di Betsaida nei
riguardi del suo male, s'era improvvisamente trasformata in ipocrisia, in un
atteggiamento egoistico e superficiale, al cospetto delle esigenze di
liberazione, umana e politica, manifestate da Gesù. Quell'umano e quel
politico che anche in questo caso si giustificavano a vicenda, procedendo di
pari passo. Lo aveva infatti portato fuori per protesta, ma senza inveire;
gli aveva preso la mano, ma senza piegarsi alle loro richieste: pietà e
fastidio non erano in antitesi. L'insensibilità di quella gente non poteva
impedirgli di mettersi in rapporto con la sensibilità del malato.
v. 23) e, dopo avergli messo della saliva (sputato) sugli occhi, gli
impose le mani
Gesù non vuole guarirlo subito, ma vuole intrattenersi con lui: usa una
procedura lunga e complessa appunto perché lo vuole conoscere, non solo
come malato ma anche e soprattutto come uomo. Non si tratta semplicemente di
"toccarlo" -come gli era stato chiesto- ma addirittura di
scuoterlo, cioè di provocarlo, saggiando le sue capacità reattive. Gesù
ha un messaggio da trasmettergli e non soltanto una dynamis, cioè una forza
risanante. Egli vuole sincerarsi se veramente valga la pena compiere
quest'ennesima terapia. Siccome il tempo dei "favori" è finito da
un pezzo, gli sembra giusto pretendere dai postulanti una disposizione
d'animo adeguata.
Già dai gesti che Gesù compie, il malato doveva intuire che non si
trattava di una guarigione pura e semplice. Gesù non aveva bisogno di
"sputare negli occhi" o di "imporre le mani" sul capo:
questo cerimoniale, del tutto consueto per un guaritore di allora (e che ha
portato alcuni esegeti a considerare veri questi episodi e falsi quelli ove
esso non esiste), qui è sospetto, in quanto il suo scopo pare vada al di
là
della guarigione vera e propria. In altre parole, il cerimoniale lascia
presagire che la guarigione non dipenderà unicamente dalla lenta
somministrazione della "medicina".
v. 23) e gli chiese: "Vedi qualcosa?".
Gesù può immaginare benissimo cosa quell'uomo riesce a vedere. Nel
corso della sua attività terapeutica aveva incontrato malattie ben più
gravi di questa e i suoi poteri non avevano mai fallito. Semmai falliva il
fine per cui li usava, come generalmente accadeva, ma questo non dipendeva
da lui. Perché dunque vuol sapere da questo cieco, in via di guarigione,
cosa sta vedendo?
In questo racconto, dove tutto è equivoco e di doppio significato, la
domanda di Gesù appare sulle prime assai strana (peraltro nel testo greco
il verbo usato indica una serie di domande). Si ha la netta impressione
ch'egli voglia semplicemente invitare il cieco a esprimersi, a comunicare i
suoi pensieri: Gesù vuol conoscerlo, per cui ha bisogno di sentirlo
parlare. E siccome in quell'uomo non c'è una vera disponibilità al
dialogo, egli è costretto a usare come espedienti una terapia complicata e
faticosa, nonché una domanda apparentemente inutile. In tal modo lo induce
a cercare un'immagine che, corrispondendo in modo più o meno verosimile
alla realtà che sta per vedere (forse per la prima volta), lasci trapelare
qualcosa di più profondo, qualcosa che indichi, con relativa semplicità e
chiarezza, la sua filosofia esistenziale, l'origine del suo pessimismo
radicale.
Naturalmente Marco non ha avuto bisogno di spiegarci che per fare questo
senza apparire un medico beffardo, che si prende gioco dei suoi pazienti,
Gesù deve aver usato molta cautela (nonostante la durezza dello
"sputare negli occhi"). Egli si è comportato così solo per
capire se esisteva la possibilità di andare oltre al semplice recupero
della vista, ovvero se esisteva nella personalità di quel malato un aspetto
positivo da valorizzare, affinché il "segno" non andasse perduto.
"Vedere" è un verbo ambivalente, significa anche
"capire". La domanda di Gesù non è che una delicata
provocazione, un'attenta e prudente verifica dell'ideologia. E quell'uomo,
che forse ha intuito il senso strumentale della richiesta o comunque la
stranezza del cerimoniale, non potrà limitarsi a rispondere: "Vedo
male".
v. 24) Quegli, alzando gli occhi,
Resosi conto d'essere interpellato da una persona disposta ad ascoltarlo,
il cieco riacquista fiducia in se stesso, ritrova un certo interesse per la
vita, quasi il gusto di poter comunicare qualcosa.
v. 24) disse: "Vedo gli uomini, poiché vedo come degli alberi che
camminano".
Forse avrà detto anche meno, semplicemente: "Vedo degli alberi che
camminano". Forse la premessa è stata aggiunta perché il lettore non
pensasse a un cieco pazzo o schernitore. In ogni caso essa è fuorviante,
perché dà l'impressione che l'immagine scelta dal cieco sia una frase
subordinata, di cornice, esplicativa di un concetto generico e astratto. In
realtà la parola "uomini" era già inclusa nel concetto di
"alberi itineranti". Il redattore ha fatto un torto a questo
anonimo protagonista. Interpretando l'immagine ha svilito il senso
dell'identificazione evidenziato dal cieco. Se infatti togliamo l'aggiunta,
noteremo che l'immagine si comprende da sé, in tutta la sua forza
contestativa, polemica; se invece la lasciamo, questa forza si trasforma in
una mera esigenza chiarificatrice.
Quest'uomo vedeva male, eppure vede bene. I suoi compaesani, usciti anche
loro dal villaggio per vedere la guarigione, non li ha semplicemente
"confusi" con degli alberi itineranti, a motivo del fatto che
ancora non vede bene, ma li ha addirittura identificati (nel testo greco la
parola "uomini" ha l'articolo, quindi si trattava delle persone
concrete ch'egli stava osservando perché gli stavano davanti, a una certa
distanza). Nel paragone scelto non ha detto
soltanto come li vede, ma anche come li sente, come li percepisce dentro di
sé. Gli uomini sono dunque alberi semoventi, cioè creature inferiori
dotate di intelligenza o creature intelligenti che si comportano in modo
inferiore: in ogni caso creature assurde.
Questo cieco vedeva bene, eppure vede male. Vede i suoi parenti e
conoscenti come persone indifferenti, vuote, egoiste - e in effetti è
così: essi lo sono e lo hanno dimostrato. Ma ciò non è sufficiente per
vedere bene. Quest'uomo non ha una concezione dialettica dell'esistenza
umana o degli uomini in genere: il suo realismo è votato a un pessimismo
radicale, assoluto. Per lui tutti gli uomini del suo villaggio sono così,
privi cioè della necessaria determinazione esistenziale, della volontà di
credere in un cambiamento reale delle cose.
E tuttavia proprio le sue parole dimostrano il contrario, benché
negativamente. Come può, in effetti, essere un albero itinerante colui che
ammette la dura realtà delle cose? Con quest'immagine così calzante, per
quanto terribilmente amara, egli non ha forse lasciato capire che
l'indifferenza, come regola di vita, non riusciva a sopportarla? Nel momento
stesso in cui costatava l'anomalia di fondo del suo paese, egli non
dimostrava forse di possedere un'istanza repressa di emancipazione?
v. 25) Allora gli impose di nuovo le mani sugli occhi ed egli ci vide
chiaramente e fu sanato e vedeva a distanza ogni cosa.
La soluzione del problema degli "occhi" era diventata per
questo cieco strettamente vincolata alla soluzione del problema della vita:
"Perché vedere quando non c'è nulla da vedere?". Tuttavia,
l'autocritica, ovvero il desiderio di autenticità, aveva fatto breccia
nella sua coscienza, al punto che con relativa facilità egli può ora
accorgersi che non tutti gli uomini sono alberi itineranti, "pecore
senza pastore". Per quel poco che gli ha fatto o per quel poco che gli
ha detto, Gesù certamente non lo è, né lo sono, di conseguenza, i
discepoli che hanno accettato di seguirlo (alcuni dei quali sono qui
testimoni della guarigione).
Marco usa, insolitamente, tre espressioni equivalenti per indicare il
successo della terapia: "ci vide chiaramente", "fu
sanato" e "vedeva a distanza ogni cosa". Il che appunto
rivela una doppia guarigione: interna ed esterna (dal testo greco si può
addirittura dedurre ch'egli era tornato normale, cioè com'era prima di
ammalarsi). Ora quell'uomo ha finalmente maturato l'equilibrio del giudizio,
una più adeguata valutazione delle cose. L'amato e odiato pessimismo, che
risultava determinante per la sua concezione ideale e morale della vita, ora
può cominciare ad essere superato. Solo con uno sguardo sicuro, acuto,
penetrante si possono vedere le cose nella loro giusta distanza, nelle loro
esatte proporzioni.
v. 26) E lo rimandò a casa dicendo: "Non entrare neppure nel
villaggio".
Continua il gioco dell'equivoco. Misurandosi con l'intelligenza del
neovedente, Gesù lo invita a fare una cosa apparentemente inspiegabile.
Forse è stata proprio la stranezza di queste parole ad aver disarmato i
primi due grandi "manipolatori" del vangelo di Marco: Luca e
Matteo. E' tuttavia evidente che un ordine del genere (certo non di tipo
militare) non poteva essere dato se chi doveva eseguirlo non era in grado di
capirlo. Il guarito, in altre parole, era stato messo in grado di capire
come avrebbe potuto tornare a vivere coi suoi compaesani senza rischiare di
ridiventare come uno di loro. Qui naturalmente Marco (o un secondo
redattore) ha omesso le altre parole che Gesù deve aver detto: forse
perché gli saranno apparse di secondaria importanza, in quanto già
implicite nella laconica frase riportata.
"Tornare a casa" infatti significa "tornare a essere se
stessi", smettere di essere "ciechi". Il villaggio è
"il luogo da cui si è stati tratti", il muro che circonda
l'identità della propria casa, l'ostacolo che impedisce di vedere le cose
in modo obiettivo. Fuor di metafora, egli sarebbe dovuto tornare a casa
evitando ogni forma di pubblicità su questa guarigione, senza
"concedere interviste" -diremmo oggi. Nell'originale, infatti, la
proibizione di Gesù riguarda solo il momento presente e non anche quello
futuro.
Ma c'è di più. Se Gesù gli ha detto di tornare nella "casa-del-villaggio"
e non "vieni e seguimi", significa che per quell'uomo il villaggio
doveva continuare a restare, almeno per il momento, il perimetro
privilegiato in cui muoversi. Il villaggio cioè non rappresentava soltanto
un limite da superare, ma anche il luogo in cui il limite andava superato.
"Tornare a casa" dunque significa rientrare nell'egoismo,
nell'indifferenza di sempre, ma standosene fuori: tornare ad essere se
stessi nell'inferno da cui si è stati momentaneamente tolti. E' questo il
messaggio politico e ideale che Gesù gli aveva proposto di vivere.
Marco non dice che quest'uomo disobbedì all'ordine di Gesù e noi non
abbiamo il diritto di pensarlo. Anzi, la formulazione di un comando così
paradossale ci suggerisce l'idea che i due, nella serietà delle loro
rispettive intelligenze, abbiano voluto per così dire
"divertirsi" a equivocare, come se fosse stato l'incontro di due
menti superiori, cui basta poco per capirsi, sulla piattaforma
dell'obiettività, cioè sul significato di determinate situazioni
(l'indifferenza di Betsaida), sul valore di certi giudizi (il pessimismo del
cieco) e sulla necessità di prendere un'importante decisione (quella di
tornare a casa senza "passare" per il villaggio).
Ci piace anche immaginare che quell'uomo sia tornato fra i suoi come
"luce" per altri "ciechi", come testimone e profeta di
un "già e non ancora", servendosi magari dell'aiuto di quelle
persone che, prima della guarigione, erano state da lui ingiustamente
definite come "alberi" di quella grande foresta chiamata
"indifferenza", quella "foresta" che solo con un lavoro
tenace e paziente, carico di responsabilità, estraneo ai vari culti della
personalità e libero dall'attesa di situazioni-limite o paradossali, si
può far "muovere" nel migliore dei modi.
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