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LA GUARIGIONE DEL FIGLIO DEL FUNZIONARIO REALE (Gv 4,46-54) -
sinossi

[43] Trascorsi due giorni, partì di là per andare in Galilea.
Con questo racconto l'apostolo Giovanni inaugura la sezione dedicata alla
Galilea (si veda però l'episodio delle nozze di Cana), dopo aver
concluso, col racconto della samaritana al pozzo di Giacobbe, la
sezione dedicata alla prima attività propagandistica di Gesù in Giudea (i cui
principali eventi erano stati la cacciata dei mercanti dal tempio, che non
portò a nulla di concreto sul piano politico, e la rottura col movimento
battista, che determinò la conversione al nuovo vangelo di Cristo da parte di
alcuni importanti discepoli del Precursore). I "due giorni" si
riferiscono alla permanenza in Samaria. Alcuni discepoli lo accompagnano.
Stando a Giovanni né in Giudea né in Samaria Gesù ha compiuto guarigioni di sorta, per
cui tutte quelle descritte nei sinottici, prima di questa del figlio del
funzionario reale, dobbiamo pensare che siano accadute successivamente e tutte
in Galilea. Gv 2,23 andrebbe considerato apologetico.
[44] Ma Gesù stesso aveva dichiarato che un profeta non riceve onore nella sua patria.
Poiché a Gerusalemme, in occasione della
pasqua, la cacciata dei mercanti dal tempio non fu sostenuta in maniera decisiva
dalle forze politiche più progressiste, il redattore afferma che la
dipartita di Gesù dalla Giudea fu dettata da cause di forza maggiore. La frase, messa
così, potrebbe anche far pensare alla decisione, presa in Samaria, di non
ritornare per un certo tempo in Giudea ma di dirigersi decisamente verso la
Galilea.
E' noto che il v. 44 mette in crisi la tesi di quegli esegeti
che considerano il Cristo un "galileo". Se ci si limitasse al vangelo
di Giovanni dovremmo dire che l'origine
del Cristo fu giudaica e persino la sua formazione politica, a contatto con gli
ambienti progressisti del movimento battista e, probabilmente, anche del partito
farisaico (si veda l'incontro con Nicodemo).
In tal senso potrebbe anche non apparire strana l'idea che una parte dei battisti e dei farisei
abbia condiviso sul piano teorico il tentativo
semi-insurrezionale del Cristo, senza però appoggiarlo politicamente: il che
obbligò
Cristo, che si era troppo esposto agli occhi dei gestori del tempio, i sommi sacerdoti e
i sadducei, a lasciare la Giudea e ad emigrare in Galilea (Gv 4,1ss).
[45] Quando però giunse in Galilea, i Galilei lo accolsero con gioia, poiché avevano visto tutto quello che aveva fatto a Gerusalemme durante la festa; anch'essi infatti erano andati alla festa.
Questo versetto è sicuramente storico e se messo in rapporto col precedente
rischia di ingenerare alcuni equivoci. Si potrebbe infatti pensare che il
redattore abbia voluto dire che il Cristo, in occasione della pasqua, non trovò
appoggio concreto neppure da parte dei galilei, suoi compatrioti, che pur ora lo esaltano,
in quanto anche loro si erano limitati a condividere solo teoricamente la giustezza del suo operato.
Poiché tuttavia è difficile pensare che un uomo isolato potesse mettere
scompiglio nel piazzale del tempio senza essere immediatamente arrestato dalle
guardie giudaiche, si deve ipotizzare ch'egli poté cacciare i mercanti grazie all'appoggio,
almeno indiretto, dei
galilei e degli ex seguaci del Battista, per cui la "patria" in
questione è proprio la Giudea e non la Galilea (qui, infatti, il grande rifiuto della
sua identità di messia avverrà più tardi, in occasione dei pani moltiplicati).
Il Cristo, molto tempo prima di Paolo, aveva capito che il primato dei giudei
su tutte le altre etnie di origine ebraica era irrimediabilmente finito. Ai samaritani
lo aveva detto a chiare lettere (Gv 4,21) ed essi credettero alle sue parole pur non
avendo visto, a differenza dei galilei, la cosiddetta "purificazione del tempio".
[46] Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l'acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafarnao.
Il funzionario in questione, che Luca e Matteo chiamano
"centurione", attribuendogli una funzione di polizia che probabilmente
non aveva (i centurioni erano a capo di una guarnigione di 100 uomini), era un ufficiale-amministratore che risiedeva a
Cafarnao, al servizio del tetrarca
Erode Antipa: la critica ritiene fosse Cuza o Cusa, marito di Giovanna, seguace,
quest'ultima, di Gesù (Lc 8,3). Cuza assomiglia, per la decisione di collaborare col potere
dominante, alla figura dell'esattore fiscale Levi, poi divenuto l'apostolo
Matteo. Qui si ha a che fare con un personaggio di cultura ebraica ma
politicamente collaborazionista. (Da notare che in Matteo e Luca si parla di
"centurione" anche a motivo del fatto che si vuole dare per scontata
l'origine pagana o ellenistica di quest'uomo, tant'è che il Cristo, alla fine
del racconto, lo esalterà proprio in quanto cristiano di origine pagana,
ponendo la fede di lui in contrasto con quell'ebraismo che, pur progressista, non
abbraccerà mai il cristianesimo).
Il fatto che Gesù avesse scelto Cana come tappa del suo viaggio
probabilmente è dipeso dall'evento dell'acqua mutata in vino realizzato in precedenza.
In Matteo e in Luca tutto l'episodio avviene a Cafarnao, dove di regola
vivevano i funzionari di Erode. Nei loro vangeli non è mai citata la città di
Cana, tant'è che molti esegeti dubitano che sia mai esistita. Entrambi collocano questo episodio all'inizio dell'attività taumaturgica
del Cristo, senza però avere la precisione diacronica e sincronica di Giovanni.
In entrambi è ammalato non il figlio del funzionario ma un servo, che in
Matteo è "paralizzato", mentre in Luca è preda di febbri che portano
alla morte. Il motivo di questa sostituzione è di difficile comprensione:
probabilmente Matteo e Luca attingono alla fonte Q.
Diverse possono essere le ipotesi: 1) i due redattori sinottici non hanno
voluto ricordare il figlio del centurione perché poi divenne ostile al
cristianesimo, 2) hanno
voluto modificare questo particolare per non attenuare la fede e la grandezza
morale del
padre, 3) il ricordo che si trattasse proprio del figlio col tempo era scomparso,
4) l'anonimato è servito per proteggere il padre e il figlio dalle persecuzioni
anticristiane da parte dei romani.
Sia come sia in Matteo, indirettamente, si comprende bene che il servo in
questione non poteva essere uno qualunque; tant'è che Luca, che probabilmente
attinge anche da Matteo, lo dice esplicitamente con l'inciso "gli era molto
caro".
[47] Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e lo pregò di scendere a guarire suo figlio poiché stava per morire.
L'inevitabile domanda che questo versetto suscita è la seguente: come faceva
il funzionario a sapere che il Cristo operava guarigioni se ancora non le aveva
fatte (stando almeno a quanto dice Giovanni, che considera l'evento del vino di
Cana il primo della lista)? Qui delle due l'una: o Cuza sapeva che Gesù era un
guaritore (e allora dobbiamo pensare che l'evento di Cana sia stato preceduto da
alcune guarigioni in Galilea, cioè dobbiamo dar ragione alla cronologia dei sinottici), oppure egli ha tratto una lungimirante conseguenza dal prodigio di
Cana. Si può anche pensare che tra i due eventi di Cana Gesù abbia compiuto
svariate guarigioni, ma allora sarebbero del tutto fuori luogo la cronologia di
Giovanni e soprattutto il v. 54 di questo racconto.
A motivo di queste contraddizioni non pochi esegeti ritengono che l'episodio
in questione sia sostanzialmente inventato. Ma sono state rilevate altre incongruenze che rendono
tutto il racconto poco credibile: la guarigione a distanza, che sicuramente
resta di difficile comprensione; la collocazione temporale di una guarigione
così portentosa, più comprensibile verso la fine di un'attività
propagandistica e comunque più verosimile al cospetto di una fede sostanziale, che certamente
non poteva avere un uomo potente e collaborazionista come Cuza.
Ora, se il funzionario sapeva con certezza che il Cristo aveva trasformato
l'acqua in vino, avrebbe anche potuto pensare come possibile la guarigione di un
infermo, che all'epoca veniva considerata alla portata di molti sciamani. Se
invece il funzionario non sapeva nulla di Cana, allora resta da spiegare il
motivo per cui Giovanni o un secondo redattore abbia voluto specificare al v. 54
che questo fu "il secondo miracolo fatto da Gesù tornando dalla Giudea in
Galilea". Questo senza considerare che lo stesso Gv 2,23 lascia intendere
esattamente il contrario: "Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa molti, vedendo i segni che faceva, credettero nel suo
nome", a meno che con la parola "segni" s'intendano degli eventi
in senso lato e non si includano le guarigioni. Vien quasi da pensare che Giovanni abbia inteso
dire, numerando i primi due miracoli, ch'essi furono i primi due non in assoluto
ma solo in relazione alla Galilea o comunque in relazione al suo
"ritorno" in Galilea, dopo un certo periodo di permanenza passato in
Giudea: il che non escluderebbe l'ipotesi di altre guarigioni compiute
precedentemente in Galilea, come appunto vogliono i sinottici.
Certo è de un secondo redattore ha voluto aggiungere il v. 54 semplicemente
perché, al dire di Giovanni, non vi sono stati altri "segni" prima di
questo se non quello dell'acqua mutata in vino, tutte le disquisizioni
esegetiche fatte finora hanno poco costrutto, nel senso che qui si avrebbe a che
fare con una forzatura tanto banale quanto priva di fondamento.
Di fatto noi dal racconto di Giovanni possiamo dedurre con sicurezza solo due cose: 1) il
funzionario conosceva Gesù, 2) sapeva che avrebbe potuto guarire il figlio
gravemente malato. Il "come" non ci è dato di sapere. Da notare ch'egli non mostra alcun interesse per quanto Gesù
aveva fatto a Gerusalemme e, pur sapendo che il Cristo ha anzitutto un
"vangelo di liberazione" da diffondere, non si fa scrupolo di
chiedergli un favore personale, o, se vogliamo guardare le cose in positivo, nonostante
egli sappia che col suo gesto eversivo Gesù si poneva in una posizione scomoda
agli occhi di qualunque uomo di potere, non ha alcun timore d'incontrarlo
personalmente.
Le stranezze in Matteo e Luca sono ancora maggiori. Sebbene il servo stia per
morire, il funzionario sembra non avere alcuna fretta di supplicare personalmente
Gesù. In Matteo addirittura il funzionario sa già che il Cristo esaudirà la
sua richiesta: infatti questi risponde subito affermativamente, come se
l'oggetto della richiesta fosse di per sé motivo sufficiente per suscitare un
interesse immediato.
Questo atteggiamento deve aver insospettito Luca, il quale ha pensato di
motivare sia l'eccessiva sicurezza del funzionario, sia l'interesse immediato di
Gesù. La motivazione di questa scelta è duplice nel suo vangelo: 1) sul piano
soggettivo il servo -viene detto- era "molto caro" al centurione; 2)
sul piano oggettivo -e questo è decisivo per Luca, che si sforza di dare una
patina di storicità a un racconto che gli appare semileggendario- il centurione
"ama" Israele e "ha fatto costruire la sinagoga di
Cafarnao".
A Luca deve essere parsa sospetta anche quella singolare confidenza (o
intesa) che in Matteo emerge tra Gesù e il funzionario: di qui l'esigenza, nel
suo racconto, di far precedere il centurione da un'ambasciata di "anziani
giudei", il che però contraddice la particolare gravità della malattia.
A ben guardare Giovanni è il solo che ci permette di comprendere che se il
funzionario andò personalmente da Gesù non lo fece soltanto a motivo della
particolare gravità della malattia o del particolare legame che l'univa
all'ammalato, ma anche perché sapeva che agli occhi dei galilei egli non
rappresentava il potere collaborazionista in maniera incontrovertibile.
[48] Gesù gli disse: "Se non vedete segni e prodigi, voi non credete".
Con
una frase del genere sembra impossibile non dare per scontato guarigioni operate
in precedenza. Il fatto che Gesù non risponda subito affermativamente alla richiesta del postulante,
sembra dipendere, in tal senso, da una sorta di preoccupazione a non lasciarsi
strumentalizzare. Non solo, ma qui il Cristo deve anche pensare a non dare adito a possibili critiche:
infatti, rispetto al
ruolo oggettivo che il funzionario ricopriva, cioè a prescindere dalle sue
qualità personali, il rischio era quello di mettere dei poteri taumaturgici a
disposizione di chi opprimeva i galilei. Usando l'appellativo "voi"
Gesù fa chiaramente intendere al funzionario di considerarlo (o di doverlo
considerare) prima come "oppressore" poi come "postulante",
ovvero prima come "amministratore di Erode" poi come "uomo e
padre di famiglia". Era proprio la scelta di servire un potere che
collaborava con Roma che rendeva questi individui invisi alla collettività.
La critica che il Cristo rivolge al funzionario è in realtà riferita a
quanti scelgono un tipo di vita conseguente a un atteggiamento scettico nei
confronti della possibilità di cambiare le cose. Si può forse qui ipotizzare
che il funzionario, avendo già ascoltato il vangelo di Gesù, personalmente o
per sentito dire, lo ritenesse teoricamente giusto anche se praticamente
irrealizzabile o comunque realizzabile solo a condizione di veder dei segni che
ne legittimassero le aspettative.
Resta in ogni caso significativo che un uomo di potere al servizio di un
sovrano collaborazionista, mostrasse interesse per il vangelo di Cristo: questo
forse può spiegare il motivo per cui nei vangeli di Luca e Matteo la figura del
funzionario sia stata particolarmente esaltata. Ci si può chiedere, in tal
senso, se Marco non ne parli per timore di costituire un doppione del racconto
sulla confessione del centurione ai piedi della croce (15,39).
Naturalmente se si evita di
dare a questo racconto un'interpretazione di tipo politico, la critica del
Cristo occorre circoscriverla entro un orizzonte meramente culturale: in tal
modo il limite oggettivo del funzionario non starebbe tanto nel suo ruolo di
collaborazionista/oppressore quanto nell'atteggiamento filosofico dello
scetticismo, in cui il Cristo avrebbe anche potuto vedere, in maniera
paradigmatica, l'atteggiamento di quella parte della popolazione galilaica che
aveva accettato di collaborare con Roma.
Inutile dire che le versioni di Matteo e Luca non aiutano minimamente a
comprendere la complessità di queste sfumature. In Matteo addirittura il
centurione mostra subito grande umiltà e grande fiducia nel Cristo. Umiltà
perché lo considera infinitamente più grande di lui; fiducia perché è
convinto ch'egli guarirà il servo a distanza (è addirittura lui che gli
propone questo tipo di guarigione).
Tali assurdità appaiono anche in Luca, con la differenza che questi si sente in dovere di spiegarne
la ragione, poiché il suo centurione non vuole essere un ebreo ellenizzato che
parla come se fosse già convertito al cristianesimo, ma vuole essere solo una
persona umanitaria, la cui bontà è indipendente dal rapporto col Cristo.
[49] Ma il funzionario del re insistette: "Signore, scendi prima che il mio bambino muoia".
Il
tono è molto drammatico. Tutto
il racconto di Giovanni può essere letto come il tentativo di mostrare quanta
difficoltà avesse il potere collaborazionista di risolvere le proprie
contraddizioni interne e quanto grande fosse l'esigenza, avvertita da parte di alcuni
rappresentanti di questo potere, di trovare un'intesa con le forze ebraiche più
aperte al confronto.
Il titolo di "dominus", attribuito da un uomo di potere a un
individuo che poco tempo prima aveva cacciato i mercanti dal tempio, in un
contesto storico dominato da un forte contrasto politico, è un riconoscimento molto
impegnativo. Il funzionario rischiava di essere denunciato dai suoi subordinati
per cospirazione o tradimento. Pur di salvare la vita del figlio, egli ha rischiato di perdere la propria.
Naturalmente il fatto ch'egli chieda insistentemente che Gesù vada a
Cafarnao per sanare con l'imposizione delle mani il figlio moribondo, esclude a
priori che il funzionario potesse aspettarsi o addirittura immaginarsi una
guarigione a distanza. Nei sinottici invece è scontato il contrario.
[50] Gesù gli risponde: "Va', tuo figlio vive". Quell'uomo credette alla parola che gli aveva detto Gesù e si mise in cammino.
Dal
"voi" distaccato al "tu" confidenziale e, nonostante questo,
l'irremovibilità del Cristo, che non ha alcuna intenzione di scendere con lui a
Cafarnao, anche perché avrebbe dovuto farlo pubblicamente. Quando
Cuza capisce che non è sufficiente la propria
benevolenza nei confronti del vangelo di Cristo o dell'esigenza ebraica di
liberazione nazionale, per poter sperare di veder esaudite le proprie suppliche
secondo le modalità da lui stesso proposte, desiste dalla supplica e si convince che l'unica alternativa
possibile è quella di credere nella parola che ha appena udito. Quest'uomo sa
di non poter pretendere nulla di più, soprattutto sa di non poter pretendere un rapporto
ufficiale col Cristo soltanto in nome della propria magnanimità nei confronti
della cittadinanza locale. D'altra parte il Cristo non gli ha concesso la
guarigione sub condicione, cioè a condizione ch'egli si converta al vangelo.
Singolare comunque resta il fatto che nel vangelo di Giovanni quest'uomo non
appare quel perfetto credente che è in Matteo o quel politico virtuoso,
potenzialmente cristiano, che è in Luca. Di fatto né Luca né Matteo hanno
capito che la guarigione non venne concessa né per i meriti del funzionario né
per la gravità del caso, ma anzitutto per costruire una sorta di
"ponte" tra il movimento di Gesù, in quel momento ancora in fase di
formazione, e l'ebraismo progressista, ai fini della resistenza antiromana.
La guarigione, quindi, stando almeno alla versione di Giovanni, non premiò
una fede in atto né uno spiccato senso umanitario, ma cercò anzi di stimolare
un approfondimento delle tematiche politiche suscitate dal nuovo vangelo di
liberazione, ovvero l'uscita dal tunnel dello scetticismo, in cui il funzionario
si dibatteva. Tant'è che il Cristo, vedendo una fede ancora immatura, rifiuta
di seguire il funzionario a Cafarnao. Viceversa, in Matteo e in Luca Gesù non
va a casa del centurione semplicemente perché la fede di quest'ultimo rendeva
inutile il percorso. La situazione -come si può facilmente notare- è
rovesciata, per cui le conclusioni politiche che si possono trarre sono alquanto
discordanti.
Nei sinottici il fatto che il funzionario fosse oggettivamente un
collaborazionista viene del tutto ricompreso all'interno di considerazioni di
tipo soggettivistico circa le sue qualità umane. La guarigione si
presenta come un aspetto logico, consequenziale a una fede in atto ed essa
quindi ha finalità meramente apologetiche.
Giovanni invece, che è assai più rigoroso, ritiene che le qualità
personali non siano sufficienti per un'adesione politica al vangelo, meno che
mai
se si ricoprono incarichi di potere. Facilmente un politico come Giovanni avrebbe
potuto interpretare le parole di Luca circa l'atteggiamento magnanime del
centurione (che amava Israele al punto di volere la costruzione della sinagoga
di Cafarnao) come un modo per rendere meno difficili o più tollerabili dei
rapporti che, essendo oggettivamente ingiusti, tra popolazione ebraica e truppe
romane, necessitavano di ben altre soluzioni.
Tuttavia, proprio come nel caso del pubblicano Matteo, Gesù
deve essersi reso conto
che l'occasione era favorevole per lanciare un messaggio alle forze
collaborazioniste, cioè per arrivare all'amministratore
passando per il postulante. E' vero, il titolo di "dominus" poteva
essere stato proferito solo per ottenere la guarigione, ma si poteva anche
pensare che in virtù di quella guarigione l'amministratore avrebbe potuto
trasformarsi in seguace del movimento.
Gesù vuole premiare il coraggio del funzionario, che aveva voluto incontrare
un uomo il cui vangelo ormai era ai limiti della legalità, ponendogli una condizione
tassativa: occorrerà credere esclusivamente nelle sue parole in quanto si
limiterà a fare una guarigione a distanza. Cioè sono queste parole a produrre
fatti nuovi.
Si badi: il Cristo non pone il funzionario nella condizione di dover
scegliere fra la vita del proprio figlio e l'adesione all'ideologia politica
filo-romana. Se per credere nel vangelo, cioè nelle parole relative alla
liberazione nazionale, il funzionario ha prima bisogno di credere in questa
guarigione, rischiando una denuncia per tradimento, il Cristo non può avere
motivi inderogabili per opporvisi.
[51] Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i servi a dirgli: "Tuo figlio vive!".
I
servi, che ovviamente non sapevano nulla di quanto era accaduto tra i due
protagonisti del racconto, s'incamminarono (i km che separano Cana da Cafarnao
sono circa 30) per dire al loro padrone che,
essendosi il figlio ripreso, non occorreva supplicare ulteriormente il guaritore.
Non sospettano di nulla ed anzi è probabile che i testimoni di questa
guarigione siano stati pochissimi, esattamente come avvenne per la
trasformazione dell'acqua in vino.
[52] S'informò poi a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero:
"Ieri, un'ora dopo mezzogiorno la febbre lo ha lasciato".
Cuza, mentre torna a
casa nella speranza di non aver perso il proprio tempo, vuole sincerarsi -lui
che è discepolo dello scetticismo- se effettivamente la guarigione sia dipesa
dalla parola-volontà di Gesù e non sia piuttosto da collegarsi a una fortuita
coincidenza. Ha bisogno di escludere con sicurezza che il caso possa costituire
una spiegazione sufficiente.
Questa ricerca scrupolosa della verità delle cose ci aiuta a capire la
personalità contraddittoria di quest'uomo, che umanamente si mostra
irreprensibile e che politicamente è opportunista. Sul piano filosofico si
potrebbe dire ch'egli oscilla tra lo scetticismo esistenziale e il pragmatismo
logico.
Cuza appare pragmatico perché non ritiene sia tempo sprecato rischiare di
chiedere un favore a un uomo di cui conosce i poteri e dal quale sa che potrebbe
anche non ottenere nulla, in quanto suo avversario politico: la malattia del
figlio è troppo grave perché egli possa pensare di formalizzarsi in questioni
che non lo porterebbero da nessuna parte.
Ed è anche logico perché vuole sincerarsi di persona della verità delle
cose, cioè del nesso che lega la causa all'effetto, anche se di questo nesso non può
ovviamente comprendere la concreta modalità.
[53] Il padre riconobbe che proprio in quell'ora Gesù gli aveva detto: "Tuo figlio vive" e credette lui con tutta la sua famiglia.
Il
modo come avvenne questa guarigione resta ovviamente inspiegabile. Si ha qui
l'impressione che Giovanni abbia voluto mettere in relazione lo scetticismo del
padre con la malattia del figlio. Cuza non cercò Gesù per un interessamento di
tipo ideale ma per ottenere un favore personale. Quando cominciò a capire che il
Cristo non poteva essere strumentalizzato come taumaturgo, il figlio prese a
guarire.
Come nel caso di Giairo, ma in forma molto più soft, sin dall'inizio del
racconto si ha avuto l'impressione che Cuza confidasse nel proprio ruolo per
ottenere ciò che desiderava, cioè che volesse arbitrariamente soprassedere al
fatto, in sé oggettivo, che tra lui e il Cristo vi era un abisso politico che
li teneva separati, o che comunque non volesse rendersi conto che Gesù non
avrebbe potuto avere alcun valido motivo per fare un'eccezione solo per lui.
Cuza -dice Giovanni- fu consequenziale, nel senso che, una volta appurata
l'intrinseca, per quanto paradossale, obiettività degli avvenimenti, non
ritenne che vi fosse più alcuna ragione per dubitare della effettiva praticità
del vangelo di Cristo, per quanto nel racconto in questione non viene detto fino
a che punto egli abbia deciso di convertirsi, cioè non viene detto ch'egli,
come il pubblicano Matteo, smise di fare il suo lavoro. La formula del commiato
risente della terminologia missionaria della chiesa primitiva.
[54] Questo fu il secondo miracolo che Gesù fece tornando dalla Giudea in Galilea.
Questo
versetto, su cui già s'è discusso, appare come una doppia conclusione del
racconto. Il motivo per cui si sia voluto specificare che era il secondo
prodigio resta poco comprensibile e anche, se vogliamo, poco convincente,
poiché -come si è visto- il funzionario doveva chiaramente avere una
conoscenza di Gesù come taumaturgo.
Si ha come l'impressione che il versetto abbia avuto la funzione di
sostituire un'altra conclusione. Risulta infatti incredibile che la conversione
al vangelo di un funzionario di Erode non abbia avuto alcuna conseguenza né sul
piano politico né su quello redazionale. Vien quasi da pensare che in realtà
non vi fu alcuna vera conversione, ma semplicemente una riconferma della
personalità umanitaria di Cuza. Le versioni di Matteo e Luca non avrebbero
forza sufficiente per contraddire questa tesi, in quanto l'esaltazione della
fede cristiana del centurione può anche risultare compatibile con un'adesione
solo intenzionale o solo morale al vangelo di liberazione di Cristo.
In Matteo addirittura Gesù prevede che in virtù della fede di Cuza (il
quale
sembra qui anticipare i futuri imperatori cristiani) si realizzerà nel regno dei
cieli un consesso di popoli pagani convertiti al cristianesimo che, seduti al
tavolo di Abramo, Isacco e Giacobbe, toglieranno il posto agli ebrei ortodossi
d'Israele.
Nel vangelo di Giovanni la conclusione è assai diversa. Il significato politico
del racconto non sta affatto nella conversione (peraltro improbabile) del
funzionario al vangelo di Cristo, e non sta neppure in un'artificiosa
contrapposizione tra cristiani di origine pagana ed ebrei anticristiani, quanto
piuttosto nel tentativo di dimostrare che nel concetto di "uguaglianza
universale" non si poteva escludere la possibilità di coinvolgere quegli oppressori dal cosiddetto "volto umano"
o, nella fattispecie del racconto, i collaborazionisti pentiti.
E' facile oggi rendersi conto che un concetto del genere avrebbe potuto avere
conseguenze di incalcolabile portata se il movimento nazareno lo avesse fatto
proprio come una regola generale: p.es. nei concetti di "oppresso" o
addirittura di "oppressore pentito" si potevano includere determinate
personalità o classi sociali di
origine non ebraica.
Se si guardano le cose in quest'ottica diventa del tutto condivisibile la
decisione del Cristo di operare una guarigione a una persona che per la
mentalità dominante poteva apparire come un nemico.
Nel racconto di Giovanni questi aspetti sono ricondotti alla differenza tra
"segno" e "miracolo": il primo è un evento che può
rappresentare un significato politico per i protagonisti e i testimoni.
Viceversa, se si vuole ridurre il "segno" a un "miracolo"
(come generalmente fanno i sinottici e quelle esegesi di tipo
"confessionale"), il superameno dell'incredulità del funzionario
comporta inevitabilmente, sul piano politico, una sua riconferma, in quanto è
proprio la presenza del "miracolo" che esclude a priori la
possibilità di risolvere le crisi di tipo politico.
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