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L' UMILTA' DELL'EMORROISSA (Mc 5,25-34) -
sinossi

v.25) Ora una donna, che da dodici anni era affetta da emorragia
Ancora oggi i teologi (ai quali la chiesa, specie quella cattolica,
chiede di attenersi il più possibile all'ortodossia o comunque di restare
entro i limiti della "decenza", per non "scandalizzare"
le anime semplici) trovano un discreto piacere nel cercare d'individuare i
nessi che legano questo brano a quello, concatenato, della figlia di Giairo.
Dovendo partire da una lettura forzatamente ipotetica, essi sanno di non
aver nulla da rischiare, per cui ogni loro analogia viene accolta come una
vera novità in campo esegetico.
La lettura analogica o allegorica, permettendo gli accostamenti più
arbitrari, è una vera delizia per quegli ermeneuti che non hanno il
coraggio di aprire gli occhi sulla realtà. Diamone qualche esempio: la
malattia che colpì la figlia dodicenne di Giairo la portò alla morte; la
malattia che da dodici anni affligge questa donna l'ha portata alla
disperazione; oppure: la donna, tra la folla, alle spalle di Gesù,
rappresenta la fede popolare; Giairo invece, davanti a Gesù e alla folla,
rappresenta la scarsa fede del potere politico; e ancora: davanti a Giairo
Gesù indugia, davanti alla donna no. E così via, di fantasia in fantasia.
Molti secoli fa la leggenda era così di moda che gli esegeti pensarono di
battezzare la donna col nome di Berenike (o Veronica, colei che avrebbe
asciugato il volto di Cristo sul calvario), considerandola originaria di
Cesarea di Filippo.
A noi in realtà non interessa sapere né la vera identità della donna,
né se il suo episodio sia accaduto contemporaneamente a quello di Giairo
(su questo peraltro ci esprimeremo più avanti). Quel che al massimo si può
supporre è che la terapia sia avvenuta in Galilea (la presenza delle folle
sembra attestarlo), in un momento particolarmente favorevole a Gesù, e che
la postulante sapesse della possibilità di guarire "toccandolo"
(come già risulta da Mc 3,10) o comunque pensasse di poterlo fare.
Sin dal primo versetto di questo episodio, Marco inizia a descrivere
l'iter clinico della paziente, sulla base di quello che lei stessa, di lì a
poco, racconterà. Naturalmente dagli scarsi particolari della malattia è
difficile sapere se fosse affetta da emofilia o da qualche altra emopatia
(c'è chi parla di "metrorragia acuta"), né la nostra competenza
diagnostica è tale da permetterci di avanzare delle ipotesi (la stessa
cifra usata per indicare la durata del male potrebbe essere simbolica o
approssimata per eccesso). Qui si può soltanto ricordare che, in
conformità alle norme del Levitico (15,19 ss.), una donna mestruata o che
soffrisse di perdite ematiche, non soltanto era considerata
"impura" ma rendeva tali anche gli altri e tutte le cose al solo
contatto (al pari, quasi, di una lebbrosa!).
v. 26) e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti
i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando,
Più che soffermarsi sul tipo di malattia, Marco si sofferma sul tipo di
donna. La quale, a quanto pare, non si era affatto rassegnata alla malattia,
anche se aveva speso tutti i beni per trovare un medico più esperto di
altri. Marco, usando un'espressione singolarmente dura, lascia credere che
molti medici avessero approfittato della situazione per estorcerle con
l'inganno del denaro. Viceversa Luca, che vuole difendere i suoi colleghi
medici,
si limita a sostenere che la malattia era incurabile.
Tuttavia Marco fa anche capire che la salute della donna era andata
peggiorando, in quanto alla insopportabilità del male fisico si era
aggiunta l'angoscia di non poterlo più sanare (con tutti i gravissimi
problemi di discriminazione sociale che questo avrebbe comportato).
v. 27) udito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle, e gli
toccò il mantello.
La fede di questa donna in Gesù si esprime in due modi: 1) ha sentito
parlare delle sue terapie, senza probabilmente mai vederlo all'opera, a
causa della sua condizione d'impurità; 2) è convinta che in lui esista un
potere risanante favorevole di per sé ai bisognosi e così grande che si
può trasmettere anche attraverso il "mantello"! Questo secondo
aspetto, che rivela il limite della postulante, costituirà un punto di
riferimento privilegiato per quei racconti fittizi di contatti terapeutici
dei supplici con Gesù (vedi Mc 6,56).
La donna, in effetti, ha una fede superstiziosa e disperata. A motivo del
suo tabù sa di non potersi esporre (può stare in mezzo alla folla solo
perché non era conosciuta); non solo, ma si vergogna di fermare Gesù e di
supplicarlo a tu per tu: si sente estranea in quell'ambiente, teme di essere
giudicata.
v.28) Diceva infatti: "Se riuscirò anche solo a toccare il suo
mantello, sarò guarita".
Questo versetto è chiaramente un'aggiunta: Matteo, sospettando qualcosa,
si è limitato a sostituire "diceva" con "pensava",
senza però aumentarne la credibilità. Grazie ad esso infatti l'anonimo
redattore invita a credere nella magia e nella stregoneria. Lo stesso Matteo
usa deliberatamente il gesto della donna per uno scopo latreutico (il che
può anche aver contribuito, in seguito, a promuovere, nell'ambito della
chiesa, il cosiddetto "culto delle reliquie"). Negli Atti degli
apostoli (5,15) ci si è serviti di questo episodio per inventare la favola
dell'"ombra risanante" di Pietro: col che in pratica non si faceva
altro che legittimare il culto della sua personalità.
In realtà la grandezza della donna stava nel coraggio di aver
trasgredito il divieto della legge, ovvero di essersi opposta alle
conseguenze sociali (ormai divenute assurde) che quella norma implicava, pur
avendo tuttavia deciso di farlo in modo privato, quasi clandestino,
scegliendo una soluzione parziale e riduttiva: appunto la superstizione.
v. 29) E subito le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo
che era guarita da quel male.
La forza della disperazione aveva vinto. Nel testo greco si capisce
ancora meglio che senza questa "speranza contro ogni speranza" la
donna non avrebbe ottenuto ciò che cercava. Quante volte i medici dicono
che se il paziente non vuole guarire non c'è terapia che tenga? E quante
volte si sente dire che fin quando non si tocca il "fondo" non si
trova il coraggio per rialzarsi?
Se la donna -come dice Marco- ha avvertito "subito" l'istante
in cui la malattia spariva, significa che qui abbiamo a che fare con una
psicoterapia, cioè con una sorta di "effetto placebo" o di
autosuggestione. Un risultato ci fu, e anche a causa del mantello -se
vogliamo, ma proprio perché "quella donna", e non un'altra, lo
toccò. Fu proprio la forte intensità del desiderio a trasformare una cosa
morta in una cosa viva (in inglese si direbbe wishful thinking).
Naturalmente nessuno si era accorto di nulla.
v. 30) Ma subito Gesù, avvertita la potenza ch'era uscita da lui, si
voltò alla folla dicendo: "Chi mi ha toccato il mantello?".
Questo versetto è stato manipolato, evidentemente, da chi voleva far
credere nella divinità o superumanità del Cristo ed è, come tale, una
cattiva interpretazione della dinamica dei fatti. Gesù infatti non si
rivolge alla folla perché aveva sentito una dynamis uscirgli, ma -come
risulta anche dalla sua domanda- perché s'era accorto che qualcuno gli
aveva toccato, evidentemente in maniera un po' brusca, il mantello o, come vogliono altre
traduzioni, la "veste". Il fatto gli è parso strano perché non
poteva certo pensare a un dispetto da parte di qualcuno della folla che in
quel momento lo circondava. Se proprio qualcuno aveva bisogno di qualcosa
perché chiederlo in maniera così furtiva?
Non solo, ma l'aggiunta, relativa alla dynamis, finisce con
l'interpretare
male anche lo stato d'animo di Gesù, il quale certamente non s'è fermato
allo scopo di trovare chissà quale fede religiosa, ma semplicemente perché
-come si è detto- quel gesto anomalo lo aveva incuriosito. Era chiaro che
qualcuno voleva comunicare con lui senza però poterlo fare. E Gesù,
essendo di spalle, difficilmente avrebbe potuto individuarlo.
v. 31) I discepoli gli dissero: "Tu vedi la folla che ti stringe
attorno e dici: Chi mi ha toccato?".
I discepoli guardano Gesù con occhi attoniti. Per loro la domanda era
del tutto assurda, anche nel caso si fosse trattato di un gesto voluto,
intenzionale: in mezzo a quella confusione sarebbe stato impossibile
rintracciarne l'autore. E si meravigliano che il "maestro" si
formalizzi per cose del genere, cui da tempo è abituato. Forse si sentono
un po' in colpa per non averlo saputo proteggere al meglio (in qualità di
servizio d'ordine), per cui tentano di giustificarsi, senza rendersi conto
che Gesù non li avrebbe certo rimproverati, in quel momento, per una
mancanza del genere.
v. 32) Egli intanto guardava intorno, per vedere colei che aveva fatto
questo.
Gesù non si rassegna e, senza dire una parola, si guarda intorno, ma con
discrezione, lasciando che dai suoi occhi traspaia non un fare
inquisitoriale, ma solo lo stupore o la curiosità per l'inconsueto gesto.
Avrebbe potuto soprassedere o fingere di nulla, continuando per la sua
strada: forse l'effetto "emostatico" dell'azione non sarebbe
venuto meno. In fondo, quante volte si fa del "bene" senza
volerlo? Avendo invece intuito il dramma di chi vuole restare in incognito,
preferisce attendere che il soggetto si faccia avanti spontaneamente,
affinché la fede in lui come taumaturgo proceda verso un'istanza maggiore.
v 33) E la donna impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto,
venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità.
Immaginiamoci che cosa deve aver provato quella donna mentre Gesù stava
in attesa. Evidentemente non si aspettava ch'egli si accorgesse del suo
gesto o che gli desse una qualche importanza. Molti lo stavano toccando e in
fondo lei non era che una sconosciuta. Per un momento avrà anche pensato
che, non riuscendo a individuarla, Gesù se ne sarebbe prima o poi andato:
nulla infatti la costringeva a uscire dall'anonimato. Certo è che se avesse
deciso di manifestarsi non avrebbe potuto nascondere il proprio gesto né la
propria malattia con
una bugia. Peraltro l'autorivelazione
la esponeva al rischio d'una sanzione o di un rimprovero a causa della
impurità legale, a motivo della quale non avrebbe dovuto trasgredire il
divieto. La tensione dunque, nel suo animo, doveva essere forte.
Ad un certo punto, timens et tremens, venne fuori e raccontò tutto. Con
umiltà "gli si gettò ai piedi" e con fede "gli disse tutta
la verità". L'episodio ha potuto essere scritto non perché Gesù
s'era fermato ma perché lei si era decisa a parlare. Se si fa riconoscere
"tremando" è perché teme d'essere in qualche modo punita, ma se
si fa riconoscere, non essendovi obbligata da niente e da nessuno, è
perché spera di non esserlo. Non poteva averne la certezza matematica,
perché in questo caso non avrebbe indugiato. Si era semplicemente fidata
del fatto che il comportamento di Gesù (tra la folla e con i discepoli) non
aveva dato adito, fino a quel momento, a dubbi e sospetti sulla sua
"buona volontà".
La donna, consapevole del rischio di poter tornare malata come prima
(eventualità cui andava aggiunta la vergogna di essere stata ripresa
pubblicamente), accetta di aver fiducia nella misericordia e nel senso di
giustizia di un guaritore intelligente, che saprà capire la drammaticità
del caso, nonché l'esigenza di fare un'eccezione alla regola mosaica. Marco
precisa che la verità da lei raccontata era "tutta".
v. 34) Gesù rispose: "Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va' in
pace e sii guarita dal tuo male".
La fede non l'aveva semplicemente "guarita" (come vuole
Matteo), ma anche "salvata", e precisamente dall'angoscia di
credere d'aver compiuto un'azione illegale, ovvero dal timore di doverne
subire le conseguenze. La donna aveva capito che non tutto quanto era
illecito per la legge, lo era anche per il Cristo, il quale la chiama
"figlia" appunto per toglierla dallo scrupolo di sentirsi una
ex-lege. Gesù non premia la fede politicamente incerta e moralmente
superstiziosa della donna "clandestina", ma la fede etica e
politica
della donna "manifesta", in quanto le ha riconosciuto
ufficialmente il diritto di violare la norma giuridica che la teneva in
segregazione. Ed egli lo ha fatto sulla base del principio secondo cui una
persona ritenuta "fisicamente impura" (cioè legalmente
interdetta) può essere capace, se vuole, di azioni moralmente lecite, al
pari di una qualunque altra persona, anzi, a volte può essere capace di
giudicare l'iniquità della stessa legge, compiendo azioni più valide di
quelle legalmente permesse. In questo senso l'episodio si pone come una
diretta conseguenza di quello del paralitico e come un'anticipazione di
quello dell'uomo dalla mano inaridita.
La donna, in sostanza, era stata grande non nel momento in cui si era
opposta, toccando il mantello, all'emarginazione sociale (poiché aveva
fatto questo nel dubbio della colpevolezza e con un gesto magico e furtivo), ma nel
momento in cui, uscendo dalla clandestinità, aveva capito che anche per
Gesù questa forma di discriminazione andava superata.
Sul fatto che Gesù contesti l'efficacia dell'atto superstizioso proprio
mentre assicura all'emorroissa (toccandola, è da presumere) la guarigione,
vi sono state delle controversie fra gli esegeti. In effetti, si potrebbe
anche pensare che Gesù, dicendo "sii guarita", volesse
semplicemente costatare l'avvenuta terapia (promettendone
l'irreversibilità), affinché nessuno nutrisse ancora qualche sospetto
sulla confessione di lei e si ostinasse quindi a tenerla emarginata. Ma in
tal modo egli avrebbe fatto un torto sia alla donna che alla folla: a
questa, perché avrebbe dato per scontato che la maggioranza era scettica; a
quella, perché le avrebbe messo in dubbio la confessione. Ha forse bisogno
d'essere confermato chi, pur potendolo tranquillamente evitare, senza alcun
problema, dice la verità spontaneamente, rischiando, in tal modo e per di
più, delle spiacevoli conseguenze? I sospetti della gente che non crede non
devono forse dissiparsi da soli?
Una traduzione accurata delle parole con cui Gesù ha congedato la donna,
potrebbe essere la seguente: "La tua fede ha reso possibile
salvarti". Ora, se si intende per "salvezza", alla maniera
ebraica, quella integrale della persona (nei suoi aspetti fisici e morali),
l'espressione semitica "va' in pace" e quella aramaizzante
"sii guarita dal tuo male" devono per forza riferirsi, l'una, al
superamento dell'angoscia, l'altra, alla guarigione ematica.
Qui però bisogna intendersi. La donna credeva di potersi salvare
(dall'emarginazione) guarendo. Gesù invece ha capovolto i termini: la vera
guarigione è stata possibile solo a causa della fede che le ha permesso di
salvarsi dal dubbio dell'illegalità. Agli occhi di Gesù la guarigione
ottenuta dalla donna con la magia era semplicemente illusoria, come d'altra
parte lo sarebbe stata la relativa salvezza, poiché la donna avrebbe sì
superato l'emarginazione (fin tanto che durava l'effetto placebo), ma sempre
nel dubbio di aver commesso un'azione illecita. Il significato del racconto
di Marco vuole invece farci capire che la fede politica della donna aveva
permesso a Gesù di sanarla definitivamente, facendola uscire dall'autoinganno
della sua fede superstiziosa e mostrando a tutti che l'intenzione di
superare il divieto giuridico era più che legittima.
Le versioni di Luca e Matteo sono molto diverse da quella di Marco. Le
vediamo solo adesso proprio per questa ragione.
In quella di Matteo, estremamente sintetica, Gesù, appena sente d'essere
stato toccato nella veste, si gira e...non dà neppure il tempo alla donna
di nascondersi tra la folla: d'altra parte una persona che ha
"fede" non può sfuggire o passare inosservata al "figlio di
dio"! La folla peraltro non sembra neanche presente: cosa che, se fosse
vera, renderebbe del tutto incomprensibile la tattica scelta dalla donna.
L'emorroissa di Matteo viene premiata da Gesù proprio per la sua fede
superstiziosa! Gesù rende pienamente manifesto e legittimo ciò che la
donna si era limitata soltanto a "pensare". E che Matteo non
contraddica l'idea magica della donna, lo dimostra un'altra sua
affermazione, detta in un contesto diverso: "e lo pregavano di poter
toccare almeno l'orlo del suo mantello, e quanti lo toccavano
guarivano"(14,36).
Ma si ha anche l'impressione, leggendo il suo racconto, che la guarigione
non sia dipesa tanto dalla fede magica della donna (un credente direbbe
"religiosa", essendo qui in causa lo stesso Gesù), quanto dal
riconoscimento esplicito che le fa Gesù, il quale, nel mentre la rassicura
sulla liceità "morale" del gesto, decide di premiarla,
garantendole definitivamente la guarigione.
In altre parole, Matteo, che è generalmente scettico sulle capacità
umane di bene, preferisce far vedere che senza il consenso di una
"forza superiore" (in questo caso il "superuomo-Gesù")
i postulanti non potrebbero ottenere ciò che desiderano. Matteo insomma
elimina tutto il dramma psicologico della donna e tutto il contenuto
innovativo del suo dialogo col messia: a lui non interessa evidenziare il
fatto che
la donna, uscendo dalla clandestinità, aveva compiuto un gesto coraggioso,
politicamente significativo per quel tempo. La fede dell'emorroissa è
quella in Gesù come "guaritore grande e buono" e, in tal senso,
la tipologia del racconto è alquanto convenzionale, mentre la pretesa
apologetica di Matteo si esprime nella forma consueta del paternalismo.
La versione di Luca è più complicata ma non meno inverosimile. Appena
toccato, Gesù si volta, chiedendo chi sia stato. La folla nega di avergli
voluto fare del male intenzionalmente. Pietro e gli altri discepoli
giustificano la possibilità di un incidente, dicendo che la folla è
numerosa, e si meravigliano che lui non comprenda la situazione. Ma Gesù
insiste, e per non apparire un formalista o un eccentrico, dichiara che una
"potenza" gli è uscita. In tal modo Luca convalida la giustezza
morale del gesto superstizioso e presenta il terapeuta come un
"superuomo".
A questo punto la donna, "vedendo che non era rimasta
inosservata"(8,47), cioè che non poteva rimanere nascosta, confessa la
verità davanti a "tutti". La folla, per Luca, è
"credente" quasi quanto il Cristo. Infatti, come prima essa aveva
protetto la donna, convinta che non avesse fatto nulla di male, così ora,
con uno sguardo persuasivo, la invita a manifestarsi, avendo intuito che
Gesù non vuole castigarla ma soltanto conoscerla.
Secondo Luca l'emorroissa è una donna di fede senza saperlo, è una
credente di categoria leggermente inferiore a quella della folla: ecco
perché si presenta davanti a Gesù "tremando". Non rendendosi
conto che solo con la fede poteva sottrargli una "potenza", teme
d'essere rimproverata per averlo fatto in maniera furtiva (in Marco, al
contrario, lei non avrebbe dovuto farlo in alcun modo, a causa della sua
"impurità").
Alla fine del racconto di Luca, Cristo premia la fede
"manifesta" della donna, quella con cui essa aveva potuto
"salvarsi" dal dubbio d'aver commesso un'azione illecita. L'altra
fede, quella per cui aveva ottenuto la guarigione, non ha bisogno, per Luca,
di alcun riconoscimento. La donna, in fieri, era già cristiana.
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