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L'EPILETTICO DI DABERETH E L'ORGOGLIO DEL PADRE (Mc
9,14-27) - sinossi

v. 14) E giunti presso i discepoli, li videro circondati da molta
folla e da scribi che discutevano con loro.
Ormai mancano pochi mesi alla tragedia di Gerusalemme. Quando compie
questa guarigione, Gesù si trovava ancora in Galilea: presso il monte Tabor
-lascia intendere Marco-, forse a Dabereth. Ai piedi del monte infatti erano
rimasti i discepoli che non avevano partecipato alla sua trasfigurazione
(stando almeno a quanto dicono i sinottici) e
che ora appunto da Gesù, Pietro, Giacomo e Giovanni, che lo stanno
scendendo, vengono visti discutere con gli scribi locali, circondati dalla
folla.
Matteo e Luca non hanno difficoltà ad accettare il quadro
spazio-temporale offerto da Marco, tuttavia omettono completamente la
disputa in corso, forse per non dover evidenziare -come vedremo- i limiti
degli apostoli. Che però alcuni di questi siano lì presenti, entrambi gli
evangelisti lo dicono esplicitamente più avanti, allorché parlerà il
principale protagonista della folla. Va inoltre detto che, essendo Matteo e
Luca preoccupati, anzitutto, di delineare la figura di un Cristo dalle
caratteristiche "sovrumane", inevitabilmente gli apostoli, nei
loro vangeli, risultano per così dire "schiacciati" dalla sua
autorevolezza, per cui la possibilità stessa di un loro agire autonomo
(come appare nel racconto di Marco, ove il rapporto Cristo/discepoli è più
di tipo paritetico) non viene, in genere, neppure presa in considerazione,
se non quando si vogliono sottolineare alcuni aspetti negativi della loro
personalità o della loro ideologia.
v. 15) Tutta la folla, al vederlo, fu presa da meraviglia e corse a
salutarlo.
L'istintiva calorosità della folla, che avvicina Gesù appena lo vede,
coglie in contropiede i discepoli alle prese con gli scribi. Dalla crisi di
Cafarnao, relativa ai pani moltiplicati (stando sempre alla versione dei
vangeli), essa l'aveva perso di vista. Secondo Marco, Gesù, dopo quell'evento, era addirittura uscito dalla Galilea per
un certo tempo; secondo Giovanni invece si era solo allontanato dai luoghi
abituali della predicazione, senza varcare i confini.
Matteo e Luca qui non parlano di "meraviglia" della folla:
anzi, al dire di Matteo, non è la folla che accosta Gesù ma il contrario,
e la folla non è neppure "molta"; mentre nella versione di Luca
non si capisce affatto il motivo per cui una "gran folla" voglia
incontrarlo, giacché la richiesta terapeutica del postulante appare
alquanto incidentale, inaspettata e comunque avulsa dalla premessa del suo
racconto. In realtà, queste lacune sono dovute al fatto che né Matteo né
Luca hanno mai presentato l'episodio dei pani moltiplicati come un momento
di grave défaillance per la causa politica del vangelo.
La cordialità manifestata sembra tradire, da parte della folla,
un'opinione negativa riguardo all'operato degli apostoli, nel senso che la
folla mostra d'aver fiducia solo in Gesù. Ovviamente non penseremmo questo
se qui non ci trovassimo alla fine della sua attività terapica. In altre
parole, l'improvvisa apparizione di Gesù ha suscitato nella folla soltanto
il ricordo dell'avvenimento più significativo accaduto in Galilea: la
moltiplicazione dei pani (che fu comunque un episodio politicamente
negativo, probabilmente trasformato in evento religiosamente positivo
proprio da quella miracolosa moltiplicazione... redazionale). Perché dunque -visto che Gesù ha già fatto
chiaramente capire di non apprezzare le tendenze spontaneistiche e
velleitarie della folla- i discepoli continuano a soddisfare le richieste di
guarigione? Perché non cercano il singolo o il gruppo che nella folla
anonima e dispersiva sia desideroso di cambiare veramente mentalità?
v. 16) Ed egli li interrogò: "Di che cosa discutete con
loro?".
Quasi volesse tagliare corto con quegli omaggi, Gesù chiede alla folla
quale sia l'argomento del diverbio con gli scribi, che non erano certo corsi
a salutarlo. Fa capire che è questo ad interessarlo di più. Si potrebbe
però riferire il pronome "loro" agli stessi discepoli, se
togliamo di scena l'improbabile presenza degli scribi, cioè se consideriamo
aggiunta la parte finale del v. 14. Non avrebbe in effetti molto senso che
s'interpellino gli scribi su un problema di natura terapica, né sarebbe
illogico vedere i soli discepoli "questionare" con la folla (anche
se ciò nei vangeli è rarissimo). Qui gli scribi possono essere stati
citati per addossare soprattutto a loro il motivo dell'invettiva che fra
poco Gesù lancerà.
v. 17) Gli rispose uno della folla: "Maestro, ho portato da te
mio figlio, posseduto da uno spirito muto.
Il motivo di quell'accorrere festoso ed eccitato diventa finalmente
chiaro: l'interesse in gioco non riguarda tanto "il vangelo per
tutti" quanto "la guarigione di uno solo".
Uno della folla, che riconosce Gesù come "maestro", dice di
essere lì perché bisognoso di un "esorcismo" per il figlio
"indemoniato" e precisa, inoltre, che il "demonio" è di
quelli "muti". Quest'uomo, nella sua ignoranza, è convinto che la
malattia del figlio sia una diretta conseguenza della prevaricazione del
"demone" e afferma di non poterlo cacciare.
L'argomento non è importante come Gesù avrebbe voluto: è di tipo
personale non politico, privato non pubblico, mentre i tempi richiedevano
ben altro. I discepoli vi si erano lasciati coinvolgere ingenuamente.
v. 18) Quando lo afferra, lo getta al suolo ed egli schiuma, digrigna
i denti e si irrigidisce. Ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non
ci sono riusciti".
L'atteggiamento di quest'uomo è piuttosto maldestro: da un lato dice di
volere l'esorcismo, dall'altro sconfessa apertamente e davanti alla folla i
discepoli di Gesù, attribuendo esclusivamente a loro l'insuccesso del
"rito". Fa inoltre mostra di conoscere a perfezione il tipo di
malattia del figlio, elencandone i molti e gravi sintomi, e però non si
rende conto di avere di fronte a sé un grande taumaturgo, capace di capire
da solo la serietà di certe malattie o gli effetti ch'esse provocano.
Insomma, l'unica vera cosa di cui si preoccupa è quella di chiarire d'aver
fatto l'impossibile per curare il figlio, e che se ha ceduto alle insistenze
della folla di rivolgersi a Gesù (in questo caso tramite i suoi discepoli)
è stato solo perché era convinto di non avere alternative: il fatto stesso
che neppure gli apostoli siano stati in grado di guarirlo, sta appunto a
dimostrare -secondo lui- che la malattia era veramente grave.
Nella sua ostentata autogiustificazione, quest'uomo (al quale forse non
è dispiaciuto più di tanto vedere abortire il tentativo terapico degli
apostoli) ha preteso anche d'essere lungimirante, in quanto ha cercato di
dare una spiegazione logica o plausibile alla malattia del figlio, senza
però accorgersi che qualcosa gli era sfuggito. In effetti, dicendo che il
figlio è epilettico perché "muto" (nel senso che è incapace di
una normale comunicativa), egli non s'è accorto che lo stesso mutismo,
preso in sé, non può essere considerato come causa originaria o ultima
della malattia, poiché anch'esso, di necessità, non è che il sintomo
psicosomatico di qualcos'altro, qualcosa che Gesù evidenzierà nel corso
della terapia.
v. 19) Egli allora, in risposta, disse loro: "O generazione
incredula! Fino a quando starò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi?
Portatelo da me".
Luca e Matteo devono aver faticato alquanto a capire il motivo per cui di
fronte alla richiesta del postulante, Gesù si sia indispettito al punto da
maledire la sua generazione. Luca infatti addebita la causa della collera
all'atteggiamento passivo e superficiale della folla, che si limita alla
"meraviglia" per le guarigioni, senza raggiungere la fede nel
vangelo. Alla fine del suo racconto, Gesù confessa addirittura agli
apostoli che proprio a causa di questa incredulità egli sarà
"consegnato nelle mani degli uomini"(9,44). Da notare che per Luca
"incredula" è solo la folla e non anche i discepoli rimasti a
Dabereth.
Per quanto invece riguarda il postulante, Luca ne dà un'immagine
abbastanza positiva: se in lui vi sono degli aspetti negativi, essi al
massimo rientrano in quelli più generali che caratterizzano la folla. Il
suo atteggiamento resta comunque più scusato che negli altri vangeli:
quell'uomo merita la
guarigione perché il figlio è "l'unico che ha", e se
"grida" lo fa solo per attirare l'attenzione del terapeuta, al
quale si rivolge supplicando con "preghiera" d'intervenire, come
già aveva fatto con i suoi discepoli.
Anche nella versione di Matteo si tende a giustificare il postulante
presentandolo in una luce già "cristiana": egli si mette "in
ginocchio", riconosce Gesù come "Signore", chiede subito
"pietà"... Sia in Matteo che in Luca il postulante non offende
Gesù accusando i suoi discepoli di aver fatto fiasco, o almeno non sono
queste le sue intenzioni. Egli semplicemente afferma d'essere stato
costretto a rivolgersi a lui dopo aver costatato l'incapacità dei
discepoli: cioè si "scusa", essendo a conoscenza
dell'indisponibilità di Gesù a concedere guarigioni. Viceversa in Marco
-come si è visto- egli dà l'impressione di uno che si giustifica, nella
quasi soddisfazione d'aver visto fallire i discepoli.
In Matteo l'ira di Gesù non è relativa all'atteggiamento orgoglioso di
quest'uomo, ma semmai al fatto che di fronte a determinati problemi, gli
uomini (in senso lato), nonostante gli stimoli offerti dal Cristo, ancora
non riescono a trovare da soli le giuste soluzioni: in tal senso l'ira può
essere stata motivata sia dagli atteggiamenti superficiali di quell'uomo e
anche della folla (la presenza della quale, peraltro, è in Matteo del tutto
irrilevante), sia dall'ingenuità o impreparazione degli apostoli, che per la loro
"poca fede" sono usciti sconfitti dal confronto con la malattia e
con gli scribi o con la folla (17,20). Matteo però li farà rimproverare dal Cristo
"in disparte", alla fine del suo racconto.
Nella versione di Marco, Gesù rimprovera d'incredulità (cui Luca e
Matteo aggiungono, enfaticamente, la "perversione") soprattutto il
padre del ragazzo, poi la folla e gli scribi lì presenti e, indirettamente,
anche i suoi discepoli, fino a tutta la generazione ebraica a lui
contemporanea, che a causa appunto dell'incredulità rischia di mandare in
rovina l'intera nazione. E' evidente che la categoricità del suo giudizio
va messa in relazione al momento in cui viene formulato. Se la gente
dimostra ancora tanto scetticismo, significa che i suoi insegnamenti non
hanno ottenuto l'effetto sperato: egli ha guarito e predicato invano.
v. 20) E glielo portarono. Alla vista di Gesù lo spirito scosse con
convulsioni il ragazzo ed egli, caduto a terra, si rotolava spumando.
Perché Gesù accetta di guarirlo? 1) Perché ha bisogno del consenso
della folla, senza il quale nessuna liberazione politico-nazionale sarà mai
possibile; 2) perché di questo caso si sta facendo un dramma di dominio
pubblico e lui è nella condizione di poter fare qualcosa. Non è
semplicemente la compassione per il malato che lo convince: lo attesta
almeno il fatto che questa sarà l'ultima guarigione nella terra di Erode,
dopodiché egli intraprenderà il viaggio decisivo verso Gerusalemme (Mc
10,1), ove incontrerà, in occasione delle festività pasquali, molte delle stesse folle galilaiche.
Da notare che in questo versetto Marco conferma l'opinione del padre di
quel ragazzo, secondo cui l'epilessia era una forma di
"possessione": opinione peraltro condivisa dalla mentalità
dell'epoca e che fa ovviamente comodo a quanti sostengono la
"divinità" del Cristo. Anche Luca e Matteo ne hanno approfittato:
quest'ultimo addirittura sembra scusare la scarsa dimestichezza di
quell'uomo con il vangelo di Gesù, mostrandolo incapace di comprendere la
"possessione" del figlio (nel racconto di Matteo infatti si parla
di "demonio" solo al momento dell'esorcismo). Dal canto suo, Luca,
sulla scia di Marco (o di un suo secondo redattore), ha voluto trasformare
la fortuita coincidenza degli spasmi dell'infermo al cospetto di Gesù, in
un evento necessario, indispensabile (cosa che, al massimo, può essere
stata causata dallo stress psicologico subìto in quel frangente).
v. 21) Gesù interrogò il padre: "Da quanto tempo gli accade
questo?". Ed egli rispose: "Dall'infanzia;
Gesù interroga il padre, non più la folla. Avendolo già apostrofato
d'incredulità, è probabile che ora gli abbia posto questa domanda sul
tempo proprio per fargli comprendere che la gravità della malattia non
dipendeva dalla presenza del "demone", ma piuttosto dalla sua
grande mancanza di fede, cioè dal suo carattere ottuso ed egoista. Che si
evidenzia, indirettamente e involontariamente, allorché il padre dichiara
che suo figlio è malato non dalla nascita bensì dall'infanzia. La malattia
non era dovuta a un difetto congenito, né a un disgraziato errore commesso
al momento del parto e neppure ad una qualche "responsabilità"
del ragazzo.
Con ciò Gesù vuole invitare il padre ad avere speranza, cioè a credere
che il male, seppur divenuto cronico, è ancora curabile. La terapia
consisterà nel risalirne alle origini, anche se questo dovrà
necessariamente comportare, per il padre, una riflessione autocritica sul
proprio modo di vivere la vita, un percorso a ritroso dal presunto "demone",
cui fino a quel momento ha scaricato il peso di talune responsabilità, alla
propria coscienza.
v. 22) anzi, spesso lo ha buttato persino nel fuoco e nell'acqua per
ucciderlo. Ma se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci".
I sintomi più gravi li ha detti per ultimi, ma, ancora una volta, per
giustificarsi. Essendosi accorto che la domanda sul tempo smascherava una
responsabilità di genitore malamente gestita, egli rievoca, per difendersi,
i momenti peggiori della malattia, come se volesse far capire che di fronte
alla forza di questo dramma egli è sempre stato impotente. Solo adesso
inizia a supplicare Gesù: qui è notevole la differenza dai racconti di
Matteo e Luca.
L'unica cosa che sa dire è d'aver fatto tutto il possibile: "Se tu
puoi far qualcosa di più -aggiunge-, aiutaci". Quest'uomo non si sente
affatto responsabile della condizione del figlio, neppur lontanamente pensa
che questa malattia possa essere una reazione negativa al suo modo di vedere
le cose, al suo modo di comportarsi nelle diverse situazioni della vita. E'
vero che dice "aiutaci", ma lo dice in modo generico e
superficiale, senza alcun riferimento alle cause concrete che possono aver
provocato l'epilessia, cioè senza nessun "esame di coscienza".
L'espressione "Se tu puoi, aiutaci" cela di fatto una
concezione negativa degli uomini e della vita in genere, benché non nel
senso del "se" dubitativo del lebbroso di Mc 1,40 ss. Là si
dubitava della volontà di Gesù, qui del potere; là si dubitava agli inizi
della sua attività, qui alla fine.
Quest'uomo in realtà è convinto che si possa veramente fare ciò che si
desidera non se si possiede la volontà, ma se si possiede il potere. Tra
volere e potere, a suo giudizio, esiste un abisso, in quanto il primo non
riesce da solo a determinare il secondo. Ora, se Gesù può fare qualcosa,
non è perché ha più volontà, ma solo perché ha più potere.
Il possesso del potere sembra dipendere, nella concezione di questo
postulante, da fattori estrinseci alla persona: sono le circostanze, la
fortuna, il caso o la natura che lo procurano al soggetto. La volontà non
è altro che la capacità di saper mettere a frutto i poteri che già si
possiedono e di cui si ha consapevolezza.
Quest'uomo è un fatalista: i filosofi direbbero un
"determinista". Egli infatti nega recisamente la possibilità di
un cambiamento qualitativo delle cose o dell'esistenza, in virtù
dell'operato di quei gruppi sociali che nei rapporti di forza rischiano
spesso di essere relegati ai margini. E' vero che la volontà non può
produrre automaticamente il potere, ma in assoluto questo non è vero. Sulla
base di certe situazioni, per il concorso di determinati fattori e
circostanze, molte volte accade che la volontà (anche, anzi soprattutto
quella degli "ultimi") genera il potere, un potere nuovo, in grado
di trasformare la vita degli uomini. Credere in questo significa credere non
solo nell'oggettività dei fatti storici, ma anche nelle concrete
possibilità degli uomini. Sono i fatti stessi che possono indurre l'uomo a
rendersi conto delle sue (a volte insospettate) capacità, quelle capacità
in grado di determinare un mutamento sostanziale della realtà.
Le conseguenze che la filosofia negativa di quest'uomo implicava sono
evidenti. Egli era persuaso che se il destino aveva voluto, arbitrariamente,
preferire una persona invece che un'altra, dotandola di particolari
"poteri", non c'era nessun valido motivo d'aver fiducia in questa
"fortunata" persona. In effetti, se il possesso di tali poteri non
è trasmissibile, né garantisce un loro uso non arbitrario, non c'è alcuna
valida ragione per desiderare di avere una volontà positiva o costruttiva.
Quel padre incredulo si era deciso a chiedere l'intervento di Gesù solo
perché la folla gli aveva fatto pressione, e qui gli chiede la
"pietà" proprio perché è convinto che un uomo dotato di grandi
poteri, se non ha anche compassione e pietà, difficilmente li userà per un
fine di bene (o comunque per un fine che non coincida immediatamente col
proprio interesse). Chi ha il potere, se non ha allo stesso tempo la pietà,
non è mai spontaneo nell'aiuto che concede. Il "se" quindi non è
soltanto riferito al potere di Gesù, ma anche alla sua pietà. Il
pregiudizio sta nel fatto ch'egli ritiene Gesù capace di fare preferenze di
persona.
v. 23) Gesù gli disse: "Se tu puoi! Tutto è possibile per chi
crede".
Gesù mostra di meravigliarsi alquanto della filosofia di quest'uomo, sia
perché esattamente antitetica al messaggio del suo vangelo, da tempo
predicato in quella regione, sia perché priva di quel minimo di fiducia
nella vita e nelle umane risorse, tale da permettere di affrontare le
situazioni con serenità e coraggio. (Da notare che l'omnia è in posizione
predicativa senza articolo, indicando con ciò proprio tutto, senza
eccezioni, mentre la fede richiesta non è quella momentanea ma quella
permanente. Essendovi, nel testo greco, un participio presente il testo
andrebbe tradotto così: "Tutto è possibile a colui che continua a
credere").
La reazione di Gesù non è solo di stupore, ma anche di fastidio. In
fondo la fiducia che chiedeva non era un salto nel buio, poiché il primo a
rischiare le conseguenze di quello che diceva e faceva era lui stesso.
L'atteggiamento di fede non era altro che la possibilità di credere in un
cambiamento, in una trasformazione qualitativa dell'esistenza, di cui la
stragrande maggioranza della popolazione aveva bisogno. Tutti,
indistintamente, e non pochi eletti o privilegiati, potevano sperimentare,
se volevano, questa lotta per la liberazione politico-nazionale, per
l'emancipazione degli oppressi. L'unica condizione richiesta per fruire dei
benefici derivanti dall'incontro personale col movimento messianico di Gesù
era il riconoscimento che solo con una partecipazione collettiva al vangelo
il limite personale e sociale poteva essere superato. Gesù non chiedeva
soltanto una disponibilità personale, ma anche la capacità di guardare le
cose in modo obiettivo, ponendosi dal punto di vista della collettività che
crede nella transizione.
v 24) Il padre del fanciullo rispose ad alta voce: "Credo,
aiutami nella mia incredulità".
In modo traumatico il padre comincia a rendersi conto d'essere
responsabile della malattia del figlio: Marco dice ch'egli ammise la propria
incredulità "ad alta voce" (meglio sarebbe tradurre:
"esclamò gridando"), come se gli costasse un enorme sacrificio,
come se non gli rimanesse altro da fare!
Fino a quel momento Gesù non aveva fatto nulla per guarire il giovane
che gli si rotolava davanti sbavando. Il fatto è che, senza fede, la
guarigione non sarebbe servita. Troppi casi analoghi l'avevano dimostrato.
Occorreva che questo fosse soprattutto chiaro a quell'uomo, dalla cui
conversione sarebbe dipesa il risanamento psicofisico del figlio. E qualcosa
in effetti è avvenuto: l'aiuto richiesto acquista per la prima volta un
carattere personale. Le necessità dell'autocritica avevano posto fine alla
teatralità.
v. 25) Allora Gesù, vedendo accorrere la folla, minacciò lo spirito
immondo dicendo: "Spirito muto e sordo, io te lo ordino, esci da lui e
non vi rientrare più".
Mentre alcuni della folla erano andati a prendere il ragazzo, Gesù si
era appartato con quell'uomo, ma la folla non se n'era andata; anzi, appena
sentito l'urlo del padre, essa corre subito per vedere il prodigio. Sennonché Gesù, non avendo più intenzione di lasciarsi coinvolgere in
questi atteggiamenti infantili e strumentali, la previene, anticipando i
tempi della terapia.
Nella sua minaccia, che si fa fatica a credere sia stata pronunciata in
quei termini, vi è un novità: il ragazzo non era epilettico perché
"muto", ma muto perché "sordo". L'incapacità di
comunicare era dovuta in realtà al rifiuto di ascoltare. Egli non aveva
fatto altro che somatizzare il conflitto che aveva col padre e, proprio come
il padre, era diventato sordo ai richiami della vita, incapace di mettersi
in relazione colle esigenze della vita.
v. 26) E gridando e scuotendolo fortemente, se ne uscì. E il
fanciullo diventò come morto, sicché molti dicevano: "E' morto".
La guarigione non fu facile, il male covava in profondità. La folla
però tradisce la propria incredulità suggerendo al padre l'idea che il
figlio non sia riuscito a sopportare la terapia, e lo vuole convincere del
suo decesso. Ovvero, essa esprime un "giudizio di fatto" fuori
luogo, in quanto non attende la versione del guaritore, cioè una conferma
dei fatti da parte di chi, in quel momento, poteva darla con maggiore
sicurezza e cognizione di causa. Questo dimostra che la folla, nonostante le grandi terapie
del Cristo, restava incredula: qui addirittura lo sospetta d'aver fatto
morire il giovane. Il padre tuttavia non si pronuncia e, come lui, una parte
della folla, poiché il testo greco fa capire chiaramente (ma lo si intuisce
anche nella versione italiana) che lo scetticismo riguardava
"molti" non "tutti".
v. 27) Ma Gesù, presolo per mano, lo sollevò ed egli si alzò in
piedi.
Proprio mentre molti credono che sia morto, pur potendo immaginare che il
messia-terapeuta non avrebbe mai messo in preventivo un'eventualità del
genere accettando la supplica del postulante, né mai si sarebbe sognato di
"contrattare" la ritrovata fede di un padre con la morte di un
figlio, Gesù invita quest'ultimo a "stare in piedi", cioè ad affrontare
la vita con fiducia e coraggio.
Qui si può concludere dicendo che Luca e Matteo hanno tralasciato
completamente la critica della filosofia pessimista di questo anonimo
postulante. Per entrambi non si è trattato che di un mero esorcismo,
neppure tanto difficile. Non v'è traccia nei loro racconti del dramma
psicologico che ha coinvolto quell'uomo, né del significato etico, politico
e filosofico sotteso al racconto di Marco. Benché sia chiara
l'indisponibilità di Gesù a concedere favori "fuori tempo" e
soprattutto senza un minimo delle condizioni richieste, l'infermo viene
sanato -nei loro vangeli- per la pietà che suscita il suo caso. La
protesta di Gesù, infatti, viene da entrambi messa in relazione col fatto
che dopo tanti mesi di predicazione e di guarigioni, egli era convinto che
la coscienza della folla avesse ormai acquisito la superiorità dell'una
sulle altre.
In particolare, se in Matteo Gesù dà per scontato che la folla non sia
capace di questa maturità, mentre gli stessi discepoli devono essere
ripresi, privatamente, per la loro "poca fede" (qui ovviamente
"religiosa"), Luca invece si limita a dire che di fronte a questa
ennesima guarigione tutti furono "meravigliati". Il che però non
significa nulla, in quanto un atteggiamento del genere, in quel contesto
spazio-temporale, non può essere considerato come un preludio alla fede
(religiosa o no), ma semmai come una forma di miscredenza, essendo qui
evidente ch'esso è fine a se stesso. Per quanto riguarda Marco, il passo
corrispondente a quello di Matteo, ove in luogo della "poca fede"
dei discepoli, si parla di "poca preghiera", ha tutta l'aria
d'essere un'aggiunta infelice, poiché esso mira a confondere la fede
esistenziale con quella "religiosa" e la fede nell'uomo con quella
in "dio".
Per concludere: in Matteo e in Luca il ragazzo guarisce a causa
dell'esorcismo su di sé; in Marco a causa dell'"esorcismo" sul
padre, il quale ha sì "fede", ma in maniera del tutto umana,
senza alcun riferimento alla "religione".
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