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LA DEVIANZA DEL GERASENO (Mc 5,1-20) -
sinossi
v. 1) Intanto giunsero all'altra riva del mare, nella regione dei
Geraseni.
Questo è uno dei racconti "terapeutici" di più difficile
interpretazione, avendo esso subìto non pochi tagli e aggiunte, da vari
autori e in momenti diversi, per quanto il suo significato principale non
sia andato perduto. Come al solito la narrazione di Marco è molto vivace,
ricca di circostanze e particolari (anche troppi -si direbbe- a giudicare
dalle ripetizioni). Arricchita di tratti specifici del rituale esorcistico,
essa sembra composta da diverse scene, come un dramma in miniatura.
Il contesto spazio-temporale è facile da individuare. Siamo in un
momento particolarmente felice per Gesù: notevole è il suo successo tra le
folle galilaiche e non solo tra queste, poiché -dice Marco- vengono anche
"dalla Giudea, da Gerusalemme, dall'Idumea e da oltre il Giordano e dai
dintorni di Tiro e Sidone"(3,8). Vengono non solo per vederlo agire
come taumaturgo (Mc 3,7-10), ma anche per sentirlo parlare come profeta ed
eventuale messia (Mc 4,1-34). E' diventata talmente grande la sua
popolarità ch'egli è costretto a stare nei pressi del lago di Tiberiade,
con una barca sempre a disposizione, per evitare che i malati, toccandolo,
possano soffocarlo (Mc 3,9s.). Ed è altresì costretto ad usare le
cosiddette "parabole" (cioè il linguaggio allusivo, indiretto,
che non usa però con gli apostoli): lo fa per non esaltare le masse, che
potrebbero sentirsi indotte ad avanzare richieste incompatibili coi suoi
piani e tempi strategici. Ma il linguaggio figurato gli serviva anche per
attenuare l'odio degli erodiani e dei farisei che, a causa delle sue
guarigioni di sabato, lo volevano "perdere" (Mc 3,6); nonché
l'odio degli scribi mandati da Gerusalemme, che lo accusano immediatamente
di eresia e stregoneria (Mc 3,22), mentre i parenti di Nazareth lo
sospettavano di "pazzia" (Mc 3,21).
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Quando Gesù e i discepoli, di notte, si dirigono con le barche verso il
paese dei geraseni, lo fanno per congedarsi momentaneamente dalle folle e
riprendere fiato. Gesù era così spossato -dice Marco- che appena salito su
una di esse si addormentò profondamente (4,38).
Luca, a differenza di Matteo, ha rispettato di più la cronologia di
Marco, ponendo questo episodio subito prima di quello di Giairo, ma la causa
immediata, contingente, dell'attraversata del lago risulta inspiegabile.
Matteo invece colloca il brano fra la guarigione del lebbroso e quella del
paralitico, disinteressandosi completamente del rapporto organico di Gesù
con le folle, anzi dicendo che "Gesù, al vedere una gran folla intorno
a sé, comandò che si passasse all'altra riva" (8,18)! Per cui si ha
l'impressione che l'episodio sia avvenuto, rispetto alla diacronia marciana,
molti mesi prima.
v. 2) Come scese dalla barca, gli venne incontro dai sepolcri un uomo
posseduto da uno spirito immondo.
La Decapoli era una confederazione ellenistica di dieci città che
godevano dell'autonomia comunale, la cui popolazione era prevalentemente
pagana. Nel vangelo di Marco questa è la prima regione pagana visitata da
Gesù. La zona a sud-est del lago di Tiberiade (che Marco chiama dei "geraseni")
è stata oggetto di contestazione nelle file degli esegeti, in quanto Gerasa
(se coincide con quella odierna nella Giordania orientale) si trova troppo
distante dal cosiddetto "mare di Galilea", mentre Gadara, citata
da Matteo, è molto più vicina, anche se non abbastanza per rendere
storicamente credibile il racconto. A meno che non si voglia accettare la
versione interpolata di Origene, per cui la città in questione sarebbe
Gergesa, ove addirittura si può scorgere un ripido pendìo che giunge fino
a 30 metri dal lago.
Qui, appena "Gesù" scende dalla barca, un folle gli si
avvicina, come se già lo conoscesse, o forse perché voleva parlare con
qualcuno. Le sue intenzioni (diversamente da quel che appare in Matteo) non
sembrano essere minacciose, anche perché Gesù non è solo. Si può
propendere per l'ipotesi di un precedente incontro, forse quando la malattia
era meno grave, ma la grande mole di particolari circa la sintomatologia
può essere stata offerta dallo stesso malato, la cui rinomanza doveva
comunque essere notevole in quella regione e forse non solo lì (cosa che
invece Matteo sembra escludere, avendo sostituito una figura specifica con
"due" generiche ed equivalenti).
Ovviamente è da scartare a priori l'idea che fosse un
"indemoniato"(Matteo e Luca invece lo dicono esplicitamente). Si
tratta di un modo di esprimersi di quel tempo, relativo non solo alla
difficoltà di capire certe malattie mentali, ma anche al fatto che le
tombe, qui frequentate dall'ossesso, erano considerate "luoghi
d'impurità". Peraltro, è solo nella traduzione italiana che si parla
di "possessione": in greco e persino in latino si lascia
semplicemente intendere, con la parola "spirito", la gravità
della malattia. Lo stesso aggettivo "immondo" ha nella nostra
lingua un accento molto più moralistico e dispregiativo di
"impuro".
vv. 3) Egli aveva la sua dimora nei sepolcri e nessuno più riusciva a
tenerlo legato neanche con catene, 4) perché più volte era stato
legato con ceppi e catene, ma aveva sempre spezzato le catene e infranto i
ceppi, e nessuno più riusciva a domarlo.
Il folle abitava in qualche caverna naturale o artificiale, posta in
mezzo ai giardini o ai campi, spesso a fianco d'una montagna. Un posto
tranquillo e abbastanza isolato (evidentemente poco frequentato dalla
popolazione locale, la quale anzi avrà pensato a questa soluzione per
meglio tutelarsi). Si trattava in effetti di un ossesso dotato di forze non
comuni.
A partire da adesso, Marco inizierà a fornire, sulle caratteristiche di
questa psicosi, una serie di particolari così cospicua che è difficile
escludere l'idea di una grande popolarità del soggetto in questione. La
descrizione è fra le più drammatiche nel suo vangelo.
Il folle era così esagitato che, pur essendo stato più volte legato,
prima ai piedi, poi anche alle braccia, con ceppi e catene, egli aveva
sempre infranto gli uni e spezzato le altre. Per questa ragione si era
deciso di espellerlo dalla città, relegandolo presso un cimitero. La sua
malattia aveva preso un decorso progressivo inarrestabile, diventando sempre
più preoccupante.
Nell'originale greco si comprendono meglio le intenzioni di chi lo aveva
legato: tenerlo in catene finché non fosse guarito. Per un certo tempo
quindi la collettività si era illusa di averlo "domato"; solo
dopo l'ultimo insuccesso nessuno aveva più riprovato a incatenarlo.
Nella versione di Luca sembra che il folle abbia scelto spontaneamente di
alloggiare nei sepolcri, in quanto rifiutava di vivere "in una
casa"; a volte era il "demone" a trascinarlo "nei
deserti" (immagine, quest'ultima, assai convenzionale, che non trova
alcun riscontro nella versione di Marco).
Nel vangelo di Matteo si stenta addirittura a capire il motivo per cui i
"due indemoniati" vivessero nei sepolcri: vien solo detto ch'erano
"furiosi", atteggiamento per cui -si può presumere- gli altri
preferivano evitarli.
Ciò che di significativo appare nelle versioni di Matteo e Luca (e che
non risulta affatto in Marco) è una netta e totale attribuzione di
responsabilità al folle in questione: cioè non si sospetta minimamente che
l'atteggiamento dei geraseni possa aver giocato un ruolo di concausa nella
formazione e/o nello sviluppo della malattia. L'iter della progressiva marginalizzazione
o non appare o è considerato del tutto naturale.
v. 5) Continuamente, notte e giorno, tra i sepolcri e sui monti,
gridava e si percuoteva con pietre.
Questo il comportamento dell'individuo descritto da Marco: continuamente,
notte e giorno, con la massima esasperazione, egli vagava tra i sepolcri e
sui monti (tra la "morte" e la "vita", si potrebbe
dire), gridando a perdifiato tutto il suo odio per l'esistenza, senza però
attentare seriamente all'incolumità di nessuno, in quanto un'altra delle
sue caratteristiche fondamentali è quella di "percuotersi"
(lacerarsi) con le pietre, cioè di essere un autolesionista, una vittima di
se stesso. Non lo avevano recluso perché violento nei rapporti con gli
altri, ma per timore che lo diventasse. Più avanti Marco dirà che era
anche "nudo".
Da come Marco lo descrive, sembra che quest'uomo soffra di una forte
lacerazione tra il desiderio soggettivo, che è inappagato, e la realtà
esterna, oggettiva, giudicata ostile.
vv. 6) Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi, 7) e urlando a gran voce disse: "Che hai tu in comune con me, Gesù,
figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, per Dio, non tormentarmi!".
8) Gli diceva infatti: "Esci spirito immondo da quest'uomo!".
9) E gli domandò: "Come ti chiami?". "Mi chiamo Legione,
gli rispose, perché siamo in molti".
Il v.6 è una chiara ripetizione del v.2. Sino al v.9 abbiamo a che fare
o con un'aggiunta o con una forte modificazione dell'originale. Se si
saltasse dal v.5 al v.10 il testo non perderebbe molta coerenza.
Se si tratta di un'aggiunta dobbiamo chiedercene il motivo. E qui
si può ipotizzare quanto segue: l'autore doveva essere un cristiano di
origine pagana, non solo perché usa -come l'esegesi moderna ha già capito-
un'espressione ("figlio di Dio altissimo") con la quale nell'Antico
Testamento i non-ebrei indicavano la divinità suprema (Giove o Zeus); non
solo perché usa un'espressione idiomatica esclamativa ("per Dio")
tipica del mondo greco-romano; e non solo perché usa un latinismo
("Legione") estraneo a Marco; e non solo, finalmente, perché
tutta la struttura e la topica di questo dialogato ricalcano pari pari
quelle dei racconti ellenistici di esorcismo; ma anche per altre due
ragioni, meno tecniche, che gli esegeti tendono a sottovalutare.
Con questa aggiunta l'anonimo redattore sembra abbia voluto sottolineare
la gravità della malattia attribuendone la causa ultima o allo stesso
infermo di mente o a un'entità superiore alle sue forze. Ovviamente il nome
"Legione", che è di stampo militare, non è stato scelto per far
credere in una presenza di "seimila" demoni dentro di lui, ma solo
per motivare meglio la grande forza dell'ossesso. Si può quindi dedurre che
il manipolatore di questo racconto abbia cercato di conseguire tre obiettivi
fondamentali: 1) decolpevolizzare i geraseni dall'accusa di correità
morale, 2) misconoscere alle giustificazioni del folle un qualunque
valore etico; 3) attribuire la causa della malattia a un'entità
extra-storica, la cui forza viene qui accentuata all'inverosimile.
v. 10) E prese a scongiurarlo con insistenza perché non lo cacciasse
fuori da quella regione.
Se si tratta invece di una modifica sostanziale, questo versetto,
che pare conclusivo di un discorso fra Gesù e il malato (fra
"l'analista" e "l'analizzato", si potrebbe dire), ci
può offrire la chiave per formulare la seguente ipotesi: il folle deve aver
raccontato la sua storia a Gesù, mostrandogli le ragioni del suo
comportamento. Gesù, dopo aver compreso il valore (ovviamente relativo) di
queste ragioni, deve aver cercato, a più riprese, di convincerlo a cambiare
atteggiamento (il malato dunque non sarebbe stato irrecuperabile), finché,
visti vani i suoi tentativi, gli avrà proposto di andarsene da quel luogo
(almeno temporaneamente), trovando però anche questa volta di fronte a sé
un'ostinata resistenza.
Il geraseno era giunto alla follia perché aveva reagito in modo
estremamente negativo a una situazione sociale che lui giudicava repulsiva,
alienante. Egli esprime la situazione emotiva, nonché la filosofia
di vita di chi, non volendosi integrare in un sistema che non accetta, vi si
oppone in modo psicotico, cioè senza freni e controlli. Praticamente la sua
altro non sarebbe che un'opposizione istintiva, primitiva (meramente
individualistica) a una condizione sociale anomala, non presunta ma reale
(come sarà lo stesso Marco a evidenziare).
Supponiamo ora che il termine "Legione" non sia stato aggiunto
da un redattore incapace di comprendere le cause sociali sottese a un
fenomeno come quello della follia, ma sia invece una sorta di identità
artificiosa che lo stesso malato si era costruito: quale ne potrebbe essere
il significato recondito?
Proviamo ad accettare l'idea che il folle, dotato di una certa
intelligenza o sensibilità, si fosse cronicizzato (o desse comunque
l'impressione di esserlo) in seguito alla constatazione di un'ampia
sfasatura tra la sua consapevolezza del "male sociale", oggettivo,
dell'ambiente circostante, e la sua capacità di trasformazione positiva
delle cose; o, se vogliamo, tra la consapevolezza ch'egli aveva di analoghe
insofferenze presenti, in forma più o meno latente, in altre persone e
l'atteggiamento remissivo, rinunciatario di quest'ultime, non disponibili a
impegnarsi per modificare la situazione. Che significato potrebbe avere, in
tale contesto, un termine come quello di "Legione" se non che
erano in "molti" a pensarla come il "folle geraseno", ma
che solo lui aveva avuto il coraggio di manifestarlo (pagando ovviamente di
persona)? In tal senso il suo bisogno di restare lì si spiegherebbe coll'esigenza
ch'egli aveva di dimostrare qualcosa a qualcuno, e questo
"qualcuno" altri non può essere che la cittadinanza di Gerasa,
ovvero quella parte di popolazione più soddisfatta della propria
esistenza.
Che questa ipotesi sia realistica o del tutto fantasiosa non ha molta
importanza: resta il fatto che né Matteo né Luca, a differenza di Marco,
sono riusciti a capire il legame genetico (di sfida e di
provocazione) che univa il folle al suo territorio. Per loro il dialogo si
svolge non tra un malato reale e Gesù ma tra questi e "Legione":
e "Legione" (essendo un complesso di demoni preveggenti) non ha
preoccupazioni terrene, connesse alla realtà sociale del
presente. In Luca "lo pregavano che non comandasse loro di andare
nell'abisso"(8,31), in Matteo gli chiedono: "Sei venuto qua prima
del tempo per tormentarci?"(8,29).
v. 11) Ora c'era lì, sul monte, un numeroso branco di porci al
pascolo.
La presenza di questa mandria è un altro indizio che ci troviamo in un
territorio semi-pagano (la carne di maiale era tabù per gli ebrei). Marco
qui non ne specifica il numero.
Il dramma ha cambiato improvvisamente di scena, forse a motivo del
fatto che si era determinata una sorta di impasse. Le ragioni dei due
interlocutori si erano per così dire assestate in trincea. Soltanto quando
il folle getta uno sguardo su quel branco di maiali, la situazione si
sblocca e procede in avanti.
v. 12) E gli spiriti lo scongiurarono: "Mandaci da quei porci,
perché entriamo in essi".
Il folle, benché nel versetto non appaia chiaramente, deve aver fatto
una proposta a Gesù, forse per dimostrargli che il suo attaccamento alla
regione era ben motivato. Ma, facendogliela, è anche dovuto scendere a
patti, vista la determinazione del terapeuta. La sua richiesta infatti è
quella di poter eliminare un branco di maiali offrendo in cambio la propria
guarigione. Sembra in sostanza una specie di scommessa. Da come si
comporteranno i geraseni di fronte a questo scambio uomo/maiali, Gesù
avrebbe dovuto capire la verità di quanto il folle aveva sempre pensato e
sempre cercato di sostenere: l'inferiorità morale dei geraseni nei
suoi confronti.
v. 13) Glielo permise. E gli spiriti immondi uscirono ed entrarono nei
porci e il branco si precipitò dal burrone nel mare; erano circa duemila e
affogarono uno dopo l'altro nel mare.
Gesù glielo permise per la curiosità della sfida, per verificare di
persona l'attendibilità delle ragioni del folle, ma anche perché si era
fidato della sua promessa: quella di voler guarire. Il folle accettò non
solo per prendersi una rivincita sui suoi compaesani, dimostrando a una
persona autorevole le sue ragioni di vita, ma anche perché sarebbe stato
Gesù stesso ad assumersi la responsabilità della strage. Era insomma
un'intesa in piena regola.
v 14) I mandriani allora fuggirono, portarono la notizia in città e
nella campagna e la gente si mosse a vedere che cosa fosse accaduto.
Poco importa che non si sia trattato proprio di duemila maiali (il numero
anzi pare correlato alla forza del "demone"); quel che conta è
come gli uomini reagiscono ai fatti, e qui i fatti sono due: la guarigione
e la strage. I mandriani, fuggiti dalla paura (poiché temevano
d'essere accusati di negligenza e di dover risarcire il danno), andarono ad
avvisare la città e la gente di campagna -dice Marco; ma, se è certa la
paura (benché non del tutto giustificabile, in quanto è mancata la
verifica della disponibilità di Gesù a sostenere l'esatta versione dei
fatti), è improbabile una repentina e vasta notorietà dell'accaduto:
Gerasa -come già detto- era a 50 km dalla costa e Gadara (vedi Matteo) a 10
km. Considerando che il racconto ha subìto dei rimaneggiamenti che ne hanno
gonfiato il senso, si può presumere, approssimativamente, che i
protagonisti dell'episodio (quelli oculari e quelli accorsi subito dopo)
siano stati, oltre ai guardiani dei porci, i loro padroni, i discepoli di
Gesù e pochi altri. Marco infatti nel testo greco, parlando della
"campagna" intende riferirsi a "piccoli raggruppamenti di
case". Viceversa Matteo manda inspiegabilmente i mandriani ad avvisare
non tanto i loro padroni di campagna (che potevano -è vero- trovarsi anche
in città), ma tutti gli abitanti di Gadara, sicché "tutta la città
uscì incontro a Gesù..."(8,34).
v. 15) Giunti che furono da Gesù, videro l'indemoniato seduto,
vestito e sano di mente, lui che era stato posseduto dalla Legione, ed
ebbero paura.
Qual è la reazione della popolazione locale (la "borghesia
rurale") di fronte alla guarigione del folle? Marco non parla di
stupore o di meraviglia, ma piuttosto di "paura" (anche Luca usa
lo stesso termine. In Matteo invece i geraseni sono semplicemente seccati,
infastiditi).
Alla paura per la strage che i mandriani avevano avuto, ora si aggiunge,
da parte di tutti, la paura per quello che secondo loro è un
"esorcismo". Prima avevano paura della follia, ora della
guarigione; prima temevano di contagiarsi, ora di ricredersi.
L'atteggiamento sembra molto schematico, unilaterale. Il fatto che le cose
siano cambiate così all'improvviso, a loro insaputa, li sconcerta, li
sgomenta.
Il geraseno ora è "seduto, vestito e sano di mente": Marco usa
dei participi presenti e perfetti per indicare il risultato perdurante dell'azione
o del nuovo stato. L'evidenza di questo rassicurante comportamento dovrebbe
far capire agli astanti che il "matto" non è più lo stesso, che
qualcosa di decisivo è avvenuto dentro di lui, permettendogli di ritrovare
la lucidità mentale, la cosiddetta "normalità".
Certo, è impossibile essere sicuri al 100% della sua integrale
riabilitazione: fisica, morale e intellettuale (ma di chi si può esserlo a
priori?). Bisognerebbe prima sentirlo parlare, sentirlo esprimere un parere
su questa vicenda. La fine dell'ossessione non implica di per sé il
recupero dell'obiettiva valutazione delle cose. Tuttavia, i suoi
concittadini non sembrano intenzionati a offrirgli questa possibilità:
pensano di potersi risparmiare l'attesa di una verifica che per loro sarebbe
inutile.
Questo atteggiamento di paura è in realtà facilmente comprensibile. Con
una guarigione indipendente dalla loro volontà, la borghesia rurale ha
perso il metro di paragone del proprio equilibrio morale e
psicologico, la propria legittimità sociale. Nel senso che la mente
risanata di quell'uomo non può più testimoniare, indirettamente o
negativamente, la "verità" della loro vita, la
"giustezza" del loro operato sociale ed economico.
Nelle loro false (perché formali) sicurezze ha fatto breccia la paura
non solo per il folle guarito ma anche per il taumaturgo, cioè per la causa
di quella inaspettata e sgradita guarigione. Che succede se un folle,
ritenuto tale dalla collettività, improvvisamente guarisce con l'aiuto di
un estraneo? Succede che la gente comincia ad avere coscienza del proprio limite
e della presenza di un'alternativa al proprio sistema di vita,
comincia in sostanza a chiedersi se questa diversa opportunità non sia
così pericolosa da incrinare la facciata della propria monolitica
costruzione. Affiorano così le prime imbarazzanti domande: "La
malattia di quest'uomo era forse dovuta a un rifiuto motivato della
nostra società?".
Fra l'altro, con la guarigione non era soltanto emersa, inaspettatamente,
una critica dell'ideologia dominante. La paura non era sorta solo da questo
fatto, ma anche dalle conseguenze ch'esso avrebbe potuto generare, e una di
queste era già stata la strage dei maiali. Il "disastro"
autorizzato da Gesù, con la complicità del folle (che altri non era stato
se non l'ideatore e l'esecutore materiale della strage), si poneva anche a
un livello materiale, in quanto, arbitrariamente, era stato compiuto
un attentato alla sicurezza economica di quella gente.
v. 16) Quelli che avevano visto tutto, spiegarono loro che cosa era
accaduto all'indemoniato e il fatto dei porci.
Il "mostro" è rinsavito, non ha più bisogno d'essere legato o
tenuto ai margini della società. Qualcuno può testimoniare a suo favore,
anzi lo si può addirittura incontrare e parlargli personalmente, senza
alcuna difficoltà. Tuttavia nessuno lo fa, sono soltanto i mandriani a
fornire ulteriori ragguagli ai presenti: della parola di un ex-folle ancora
non ci si fida. Marco fa capire bene nel testo greco che l'appellativo di
"indemoniato" (qui usato con l'articolo) era diventato per quella
folla un nome proprio e lo era rimasto anche dopo la guarigione.
v. 17) Ed essi si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio.
Se la terapia non avesse avuto un prezzo così alto da pagare,
probabilmente i padroni di quei porci non l'avrebbero invitato ad andarsene
o l'avrebbero fatto con meno convinzione, con più diplomazia.
Ma così è diverso: un folle risanato (il cui destino non interessava a
nessuno) non vale più di un branco di maiali morti. "Perché sta a noi
rimetterci" -si saranno chiesti; "che colpa avevamo della sua
pazzia?"; "chi ci rimborserà?". L'ingratitudine è qui
figlia legittima della loro grande avarizia. Forse che i manipolatori del
testo di Marco hanno voluto aggiungere la cifra di "duemila" per
rendere più giustificabile questo vergognoso atteggiamento? Se così fosse,
vien quasi da pensare che parta dalla stessa preoccupazione anche l'aver
attribuito, da parte di qualche redattore, questo male sociale
(l'avarizia) a tutta la città e a tutti i villaggi della campagna
circostante. Come noto, infatti, il criterio della maggioranza può
rendere meno colpevoli determinati atteggiamenti.
Ora comunque è chiaro il tipo di falsità che il folle geraseno
condannava girando nudo per i monti, il tipo di logica che contestava
urlando a squarciagola: era l'ipocrisia dei rapporti umani basati unicamente
sul profitto o l'interesse individuale.
Ecco perché spezzava i ceppi e le catene, per dimostrare la sua
irriducibile diversità alla rassegnazione dei più, la sua invincibile
smania di libertà totale, assoluta, estranea a qualsiasi forma di
compromesso, insofferente a qualsiasi forma di coercizione. Ecco perché
gridava il suo odio contro l'esistenza, contro l'ambiente in cui aveva
trascorso il suo passato e che, ad un certo momento, gli era apparso
ipocrita, formale, falso. Correva a più non posso sui monti per essere
libero dall'orrenda cupidigia di chi vende se stesso per guadagnare tutto,
per essere libero -"nudo" com'era- dagli schemi e dalle
convenzioni, dai formalismi e dalle etichette della sua gente.
Egli tuttavia era consapevole anche di un altro fondamentale aspetto: con
il suo atteggiamento deviante, egli non aveva ottenuto altro che il
disprezzo di chi l'aveva segregato in quel ghetto, la finta compassione di
chi aveva gravemente ammalato la propria libertà non nell'eccezione della
follia ma, quel che è peggio, nella normalità della vita quotidiana. Ecco
perché si martoriava il corpo, si infliggeva da solo i colpi della propria sconfitta.
La sua era una follia che lo costringeva ad essere vittima delle sue stesse
debolezze: quanto più la sua carica aggressiva pretendeva d'essere
convincente, tanto più doveva pagare il prezzo d'una insopportabile
emarginazione.
Quest'uomo si era ribellato, nell'irragionevolezza dei suoi pensieri,
nell'istintività delle sue emozioni, che pur partivano da un fondo di
verità, a un classico esempio di materialismo volgare. Per
parafrasare l'anonimo manipolatore del testo si potrebbe dire che in fondo
"Legione" aveva visto giusto: di fronte alla prova dei porci, la
coscienza dei geraseni si sarebbe rivelata più "immonda" della
sua.
v. 18) Mentre risaliva nella barca, colui che era stato indemoniato lo
pregava di permettergli di stare con lui.
Gesù ha accettato di andarsene: la verità delle cose non può essere
imposta, neanche quando sembra evidente. Ma forse qualcosa può ancora
ottenere. Se una scommessa è stata persa, se ne può vincere un'altra.
L'ex-folle (Marco usa un participio aoristo per indicare la sua
guarigione definitiva) non amava stare con la sua gente: lo si era capito
sin dall'inizio. Nella follia pensava d'essersi ritrovato, d'aver realizzato
le sue inconsce aspirazioni alla felicità, ma la disperazione, la
solitudine e l'autolesionismo dimostravano proprio l'illusorietà della
scelta compiuta. Affermando l'io soggettivo secondo una dinamica di mera
contrapposizione, aldilà di qualsiasi forma di socialità e mediazione,
alla fine egli era giunto a odiare se stesso, a non sapersi accettare. Gesù
non l'aveva guarito dall'incapacità di "essere", ma
dall'impossibilità di "diventarlo", liberandolo dal pregiudizio
di credere che la cupidigia altrui fosse l'unica fonte del suo male o che il
rapporto mercantile fosse unicamente caratterizzato da esosità e
speculazione.
Non basta però essere "seduti, vestiti e sani di mente" per
dimostrare la propria effettiva guarigione o il superamento delle cause
originarie del male: bisogna evidenziare anche coi fatti, con l'azione della
propria volontà, che si è capaci di un sano discernimento delle cose, di
una condivisione umana del bisogno, affinché i sospetti dei compaesani
siano delegittimati, perché privi di motivazioni plausibili. Occorre
cominciare da qui, prima di chiedere a Gesù di "restare con lui".
Dopo essersi liberati dai propri deliri e dalla propria regressione
narcisistica, occorre liberarsi dal transfert, cioè da quella specie
di "culto della personalità" che vanifica la necessità di
un'autonomia del paziente in via di guarigione.
Singolare che a Matteo non interessi minimamente il rapporto dialettico
di questi due grandi protagonisti.
v. 19) Non glielo permise, ma gli disse: "Va' nella tua casa, dai
tuoi, annunzia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ti
usato".
Gesù gli offre una prospettiva di vita nuova, senza strapparlo dal suo
ambiente naturale e sociale: lo invita a riprendere il rapporto con gli
amici di un tempo e con i parenti, a riconciliarsi con loro, perché è solo
facendo comunità ch'egli potrà vincere la situazione conflittuale,
antagonistica del suo paese, della sua regione. Appena lo aveva incontrato,
Gesù gli aveva proposto di andarsene per ritrovarsi, ora per lo stesso
motivo gli propone di restare: la differenza è che ha avuto il coraggio di
guarire.
Gesù lo esorta con fiducia a tornare nella sua oikos -dice
Marco-, cioè nella sua "abitazione domestica", per spiegare ai
"suoi" il significato del sacrificio dei maiali, ovvero la
misericordia del Gesù-Kyrios (titolo che qui va inteso come un
equivalente di "maestro" o addirittura di "messia",
tanto è vero che il geraseno era disposto a seguire Gesù come discepolo.
Luca stravolge i fatti sostituendo alla parola "Signore" la parola
"Dio"). Era un compito minimo per una missione che in
futuro avrebbe potuto diventare grande. Da notare che non è così
frequente vedere nella tradizione sinottica dei cosiddetti
"miracoli" che un risanato riceva un incarico politico di
testimonianza e diffusione del vangelo.
v. 20) Egli se ne andò e si mise a proclamare per la Decapoli ciò
che Gesù gli aveva fatto, e tutti ne erano meravigliati.
Quest'uomo fece esattamente il contrario di quanto Gesù gli aveva
chiesto. Anche Luca se n'è accorto, ma ne addebita la responsabilità alla
"poca fede religiosa" del geraseno.
Egli dunque non tornò dai "suoi", ma andò per la Decapoli;
non si limitò a "comunicare" nel piccolo ma pretese di
"annunciare" nel grande (ancora una volta voleva tutto e subito);
proclamò con vanto ciò che gli era stato "fatto" dal
guaritore-Gesù, ma senza sottolineare il messaggio etico, sociale
e politico del "messia-signore"; divulgò la notizia della
inconsueta terapia, ma non disse nulla della "misericordia", cioè
della gratuità, quella forma di alternativa all'avarizia che un
galileo come Gesù (di tradizione ebraica) aveva evidenziato, in modo
pacifico anche se non privo di pathos, a dei pagani sul loro proprio
territorio.
La conseguenza di tutto ciò è ovvia: la gente restava
"meravigliata", ma non riusciva a credere. Pur avendo
maturato, in virtù dell'alternativa, una diversa "coscienza"
delle cose, il geraseno, nella pretesa di veder nascere automaticamente una
nuova "esperienza", era ricaduto nella sua malattia infantile: l'estremismo.
"Legione" aveva visto giusto un'altra volta: ben consapevole della
singolare avidità di quella gente e della non meno singolare caparbietà di
quell'uomo, aveva scommesso, sicuro di vincere, che "l'esorcismo"
sarebbe stato completamente inutile.
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