Giairo


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L'ARROGANZA DI GIAIRO (Mc 5,21-24.35-43) - sinossi

v. 21) Essendo passato di nuovo Gesù all'altra riva, gli si radunò attorno molta folla, ed egli stava lungo il mare.
Qui due cose si possono facilmente notare. Anzitutto la differenza di atteggiamento da parte delle folle: nella Decapoli i ceti benestanti, dopo la guarigione del pazzo geraseno, l'avevano sollecitato ad andarsene; qui invece lo stimano, anzi lo esaltano, tanto che fra non molto, cioè al momento dei pani moltiplicati, lo riconosceranno ufficialmente come messia, seppure con l'esigenza nazionalistica di restaurare il regno davidico.
In secondo luogo si comprende, da questo versetto, come l'interesse della folla galilaica non fosse unicamente indirizzato alle capacità taumaturgiche di Gesù, ma anche ai suoi discorsi, al suo "nuovo insegnamento" -dice Marco (1,27); per quanto forse non nella misura idealizzata intesa da Luca, per il quale la folla "stava ad aspettarlo" lungo la riva (senza poter sapere, ovviamente, quando sarebbe tornato). Senza dubbio però la folla descritta da Marco non teme il giudizio di condanna già emesso dagli scribi di Gerusalemme, mandati dalle autorità sinedrite a controllare la situazione (Mc 3,22), anzi, fa mostra di volerlo proteggere sia contro costoro che contro gli stessi parenti di Gesù, venuti da Nazareth a prenderlo (Mc 3,21).
Tipologia, questa della folla galilaica, che Matteo rifiuta decisamente. Il suo Gesù, dopo aver litigato con gli scribi in occasione del paralitico guarito, dopo aver polemizzato con i farisei (nella casa dello stesso Matteo) e con i battisti (durante o subito dopo il famoso pranzo offerto dall'apostolo neo-convertito ai "molti pubblicani" suoi amici -gli esattori delle tasse- e a gente che l'opinione dominante considerava di "cattiva reputazione"), il suo Gesù -si diceva- incontrerà il postulante di questo racconto (che Matteo neppure ricorda per nome) mentre è ancora intento a discutere con pubblicani e peccatori, farisei e battisti sul "puro" e l'"impuro", sulla "misericordia" e il "sacrificio", ovvero sulla giustizia sostanziale e formale. Nella sua versione, l'unica folla che appare sono i parenti del postulante. Matteo insomma, che per il mestiere che faceva era considerato una specie di "traditore", avendo voluto scrivere un vangelo contro gli ebrei, cercando di dimostrare che Gesù era il messia di cui loro avevano bisogno, non ha mai saputo liberarsi pienamente dai suoi personali rancori. Naturalmente la tradizione che ha voluto ispirarsi alla sua opera (non dimentichiamo che il vangelo aramaico di Matteo è andato perduto), non ha fatto altro che accentuare il suo antisemitismo.
Viceversa, Marco è un po' più distaccato nei suoi giudizi, anzi qui è addirittura poetico. Quando dice che Gesù se ne "stava lungo il mare", cioè nei pressi del lago di Tiberiade o di Gennesareth, fa venire in mente che proprio qui avvennero i contatti più significativi fra Gesù e la popolazione locale, le esperienze pubbliche più impegnative (in terra galilaica). Stando sempre a Marco (ma Giovanni non conferma) è stato proprio "lungo il mare" che Gesù chiamò alla militanza attiva apostoli come Andrea, Pietro, Giacomo, Giovanni e lo stesso Matteo.
v. 22) Si recò da lui uno dei capi della sinagoga, di nome Giairo, il quale, vedutolo, gli si gettò ai piedi
Non tutti i sacerdoti o gli scribi della Palestina rifiutavano Gesù. E' vero che i vangeli non si preoccupano granché di documentarlo, ma non si deve dimenticare ch'essi sono stati scritti per addossare agli ebrei le maggiori responsabilità della morte di Gesù e per dimostrare ai romani la lealtà politica dei cristiani. Con ciò, tuttavia, non si vuole sostenere che il postulante di questo episodio sia stato favorevole alla causa di Gesù.
Qui, "uno dei capi della sinagoga" (Matteo dice di Cafarnao), preposto alle funzioni religiose, si avvicina a Gesù, mentre questi parla alla folla, per chiedergli un intervento di tipo terapeutico. Quale tipo di "consapevolezza" lasci supporre un atteggiamento del genere, è presto detto. Anzitutto Giairo sa con sicurezza che Gesù è un grande taumaturgo: altrimenti ora non rischierebbe di esporsi così tanto, lui che, probabilmente, condizionato com'è dal ruolo che ricopre, non è un suo seguace, anzi, semmai un suo diretto avversario (per quanto soggettivamente possa condividere alcuni aspetti della sua causa). In secondo luogo, Giairo, che non può non conoscere Gesù anche come leader politico, sa perfettamente ch'egli non è più disponibile a fare guarigioni fini a se stesse: altrimenti non gli si sarebbe prostrato ai piedi. In terzo luogo, Giairo, mettendosi pubblicamente in ginocchio davanti a Gesù, pur avendo scelto un momento sbagliato (poiché ha interrotto un'attività più significativa), spera d'ottenere lo stesso ciò che desidera, a motivo della nuova situazione ch'egli, in quanto archisinagogo, è venuto a creare. In altre parole, se da un lato Giairo non ha tenuto conto del proprio ruolo, inginocchiandosi davanti a un ebreo gerarchicamente inferiore e politicamente addirittura ostile, dall'altro invece ne ha tenuto conto, in quanto l'ha fatto pubblicamente, sperando di mettere Gesù nella condizione di non poter rifiutare.
Gesù in effetti dovrà decidere se offrire una proroga al tempo in cui il postulante può giungere al vangelo passando per le guarigioni, o se considerare questo tempo già definitivamente concluso. Trattandosi, in questo caso, di un'autorità religiosa, del cui appoggio egli poteva sempre aver bisogno, c'era, almeno in teoria, un motivo in più per non formalizzarsi. Ma sul piano etico e politico le cose non erano così semplici.
v. 23) e lo pregava con insistenza: "La mia figlioletta è agli estremi; vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva".
Il fatto che preghi "con insistenza" sta non solo ad indicare la gravità della situazione, ma anche che Giairo tiene conto del proprio ruolo. Peraltro, da quello che dice è facile osservare come egli sia unicamente interessato a ottenere la guarigione della figlia. Il suo atteggiamento infatti non è solo strumentale (poiché s'interessa di Gesù solo nel momento del bisogno), ma anche superficiale, in quanto priva le guarigioni di Gesù del loro contenuto socio-politico. Lo si comprende dal tipo di terapia che gli suggerisce: l'imposizione delle mani (una pratica usata fin dall'antichità per indicare la guarigione degli infermi - cfr 2 Re 5,11). Con ciò Giairo sottovaluta Gesù sia come politico che come guaritore, nel senso che lo considera sì "grande" ma non aldilà della tradizionale concezione di "taumaturgo" (quale mago, evocatore, teurgo...). Ecco perché Gesù, pur sapendo che la figlia era "agli estremi", lo ha lasciato pregare intensamente.
Davanti all'apparente indifferenza con cui Gesù ascoltava la sua richiesta di guarigione, Giairo avrebbe dovuto capire sostanzialmente due criteri di priorità: 1) il primato delle esigenze degli oppressi su quelle degli oppressori (non perché lui è un archisinagogo può pretendere un'immediata soddisfazione); 2) il primato del vangelo sulle guarigioni (se questo è vero per gli oppressi, tanto più lo è per gli oppressori). Viceversa, Giairo non solo è rimasto insensibile a queste motivazioni etico-politiche, ma non ha neppure compreso il semplice criterio di equivalenza delle malattie, che Gesù da tempo aveva evidenziato con la sua notevole attività pranoterapica.
Anche quando è il "potere" a supplicarlo di un favore, Gesù non può fare preferenze, non può concedere delle deroghe di questo tipo ai suoi princìpi, neppure nel caso di una grave malattia. Il precedente che si costituirebbe potrebbe procurargli in futuro dei fastidi molto più grandi del vantaggio che ora può ottenere. Che penserebbero i discepoli nel vederlo rispondere con solerzia alle esigenze di chi comanda e di chi collabora, più o meno, con Roma? Un'eccezione alla regola sarebbe possibile se il postulante si aprisse alla fede, ma Giairo, in tal senso, non sembra offrire una vera disponibilità, per quanto con la sua pubblica prostrazione egli, da un lato, pare abbia capito le difficoltà politiche di Gesù nell'affrontare il suo caso, e dall'altro abbia sicuramente rischiato, in qualche modo, un richiamo da parte dei colleghi: cosa di cui lo stesso Gesù deve essersi reso conto, poiché se lo lascia insistere significa che non era del tutto disinteressato alla sua supplica, né voleva metterlo in una situazione imbarazzante congedandosi da lui.
Leggendo Luca e Matteo si ha una ben altra impressione della personalità di Giairo. Nel vangelo di Luca, Giairo merita la guarigione per motivi squisitamente "morali" -com'è nello stile dell'evangelista: la figlia è "unica" e appena "dodicenne" (informazione, quest'ultima, presa da Marco), per cui non c'è insistenza nella preghiera e Gesù reagisce subito positivamente. Si ha addirittura l'impressione che la prostrazione sia una conseguenza del fatto che Giairo aveva per Gesù un'altissima considerazione. Cosa che in Matteo appare ancora più evidente, poiché Giairo, essendo la figlia "già morta", è sicuro che gliela risorgerà! Comportandosi già come un "buon cristiano", Giairo non trova difficoltà a credere nel Gesù-rianimatore, benché il suo caso fosse senza precedenti. Ovvero, in Matteo Giairo non giunge alla fede passando per la disperazione, ma si serve della propria fede per chiedere quanto gli sembra del tutto naturale. Secondo Marco invece i postulanti sono generalmente individui di poca fede, mentre i veri "credenti" (come ad es. gli apostoli) non chiedono mai delle guarigioni (l'unico caso è quello della suocera di Pietro - Mc 1,30 s.).
v. 24) Gesù andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.
La reazione di Gesù, in Marco, è positiva, ma senza entusiasmo. Egli spera che tramite la soddisfazione di un'esigenza secondaria (la salute fisica), Giairo giunga a comprendere la necessità di soddisfare le esigenze che l'uomo dovrebbe considerare come primarie (la liberazione sociale), ovvero giunga a comprendere la sostanziale differenza tra essere e vivere. Ovviamente Gesù non ha intenzione di servirsi della guarigione per indurlo a mettersi dalla sua parte: egli accetta di guarirlo prima ancora che Giairo manifesti un qualche interesse per il vangelo.
Probabilmente Gesù si convince a intervenire anche per non scandalizzare la folla, la quale, pur sapendo che Giairo non ha fiducia nel vangelo (almeno pubblicamente), può aver giudicato come eccessivo -considerata l'estrema gravità della situazione- l'attendismo di Gesù. La folla anzi pare eccitata al vedere un caposinagoga abbassarsi a quel livello e ha tutto l'interesse a che venga confermata, da parte di un esponente così autorevole della comunità, la propria adesione al Cristo.
v. 35) Mentre ancora parlava, dalla casa del capo della sinagoga vennero a dirgli: "Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il maestro?".
Qui bisogna anzitutto premettere che all'interno di questo racconto, Marco (o un secondo redattore) ne ha inserito un altro, quello dell'emorroissa. Il motivo di questa insolita interpolazione (accettata anche da Luca e Matteo) non è facile capirlo. Si può però ipotizzare -senza andare a scomodare le analogie simboliche, come generalmente fanno gli esegeti- che alla comunità cristiana primitiva sia parso inaccettabile che la morte della figlia di Giairo fosse dipesa da una colpevole lentezza di Gesù. Se infatti si toglie il brano interpolato, l'espressione del v. 35: "Mentre ancora parlava", non ha come interlocutore l'emorroissa ma lo stesso Giairo. In altre parole: nella versione originaria di questo racconto probabilmente si capiva meglio che le "cause di forza maggiore" che avevano indotto Gesù a posticipare l'intervento, non riguardavano tanto l'incontro fortuito con l'emorroissa, quanto piuttosto l'esigenza di salvaguardare l'immagine politica del suo vangelo, che Giairo ovviamente non poteva condividere in quel momento. Questa decisione deve aver scandalizzato non poco una comunità in procinto di spoliticizzarsi e di legarsi ad una concezione moralistica o spiritualistica del Cristo quale "maestro di vita", "signore", "figlio di dio", ecc. Matteo -come già detto- taglierà corto, nel suo vangelo, con questa forma di scandalo, mostrando, da subito, che Gesù era in grado di resuscitare quella bambina.
E comunque non è molto importante sapere se i due episodi siano avvenuti proprio così o no. Ciò che conta è il fatto che "mentre Gesù ancora parlava" vengono a riferire a Giairo che la figlia era morta. Non è Gesù a testimoniare la realtà di questo decesso, né a dissuadere l'archisinagogo dal continuare a supplicarlo. Non avendo egli mai fatto risorgere nessuno prima di questo momento, è ovvio che la folla (in questo caso i parenti di Giairo) abbiano dei dubbi sulle sue capacità. Lo stesso Giairo, se fin dall'inizio -con buona pace di Matteo- si fosse trovato al cospetto di una figlia morta, non l'avrebbe certo scomodato. E anche adesso che è venuto a saperlo, potrebbe benissimo rinunciare al proposito di condurlo a casa sua: Gesù è conosciuto e apprezzato come taumaturgo (oltre che come profeta), non come "resuscitatore di morti": un suo fallimento potrebbe costar caro a Giairo.
Tuttavia, qui c'è qualcosa di fastidioso, di poco edificante, anche se può sembrare sintomatico dell'atteggiamento che i ceti benestanti, in genere, avevano nei confronti di Gesù. I parenti (non i servi) di Giairo, in effetti, non si sono limitati a una semplice constatazione di fatto, dicendo che la figlia era morta, ma hanno anche voluto esprimere un giudizio di valore negativo sulle capacità di Gesù (che pur riconoscono formalmente come "maestro"). Chi li aveva autorizzati a questo? Con quale diritto si sono presi la responsabilità di togliere a Giairo l'ultima speranza? Non doveva forse essere il guaritore, eventualmente, a disilluderlo?
v. 36) Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: "Non temere, continua solo ad aver fede!".
Gesù lo esorta a non disperare, soprattutto adesso che molto forte è diventata la tentazione di maledire un guaritore apparso "lento di riflessi", tardo nelle decisioni, schematico nelle sue "scelte di classe"... In realtà Giairo viene invitato a superare proprio quella concezione tradizionale della natura umana che ritiene impossibili o irrealizzabili determinate azioni. Ovvero a credere che tutto è possibile, se si ha fede non in un dio astratto e impotente, ma nell'uomo concreto, capace di coerenza. Nella fattispecie Giairo deve continuare ad aver fede nei poteri del taumaturgo, sebbene l'evidenza lo porti a fare il contrario.
Gesù infatti non ha affermato che la constatazione del decesso è falsa, non ha contraddetto i testimoni oculari: ma non ha neppure lasciato intendere ch'essa fosse vera. E' in questa incertezza che si gioca la fede di Giairo, il quale -ora che la situazione è mutata- anche se ha meno da perdere nei riguardi della figlia, sa di rischiare moltissimo di fronte ai suoi colleghi: un taumaturgo (peraltro "eretico" come quello) che fallisse nel tentativo di rianimargli la figlia, metterebbe in discredito la sua autorevolezza, comprometterebbe sia la sua reputazione (e la carriera) sia la credibilità della direzione sinagogale. Facilmente egli poteva immaginarsi con quali frasi l'avrebbero accusato: "Come ha potuto un uomo saggio e avveduto fidarsi della parola di un impostore?". Dunque la fede che Giairo deve avere in questo momento è molto più grande di quella che aveva poco prima.
Da notare, infine, che in Marco i latori di quella tragica notizia sono almeno un paio, in Luca invece è uno solo, al quale Gesù "sembra" addirittura rivolgersi invitandolo ad aver fede (mentre Giairo ovviamente l'aveva già!). Peraltro, in Luca Gesù promette chiaramente la resurrezione, in quanto conferma il decesso della bambina dicendo che la "salverà".
v. 37) E non permise a nessuno di seguirlo fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo.
Non lo permise appunto perché non avevano una "fede" matura, cioè non avevano quella fede sufficiente a ridimensionare l'importanza di terapie del genere ai fini della liberazione politico-nazionale. Egli in sostanza teme che la folla si entusiasmi al punto da comportarsi poi in maniera infantile, difficilmente controllabile. Non è che si lamenti del fatto che qui la folla crede più in lui come "taumaturgo" (cui da tempo era abituata) e non anche come "rianimatore di cadaveri". Non era questa la fede di cui aveva bisogno. Sono gli esegeti confessionali, malati di "culto della personalità", che solitamente interpretano la poca fede della folla nel senso ch'essa non credeva sino in fondo che a lui e solo a lui "tutto era possibile". Le guarigioni non venivano fatte per dimostrare una qualche "sovrumanità", ma per indicare all'uomo le infinite potenzialità che lo caratterizzano.
Gesù qui permette che siano solo i tre apostoli più fidati a seguirlo non tanto perché spera che la loro fede si irrobustisca davanti a questa nuova grande manifestazione "bioradiante", quanto perché grazie alla loro riservatezza potrà evitare una fastidiosa popolarità. Se Giairo ha capito il senso di questa scelta oculata, deve aver anche intuito che le intenzioni di Gesù erano serie.
v. 38) Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava.
La seconda prova dell'avvenuto decesso della bambina è offerta dalla presenza, allora consueta, di lamentatrici (e "flautisti", aggiunge Matteo). Nel testo greco si capisce meglio la presenza dei vicini di casa, dei parenti e dei familiari più stretti, oltre alle piangenti di mestiere. Marco ha voluto sottolineare con cura gli indizi e i particolari più significativi.
v. 39) Entrato, disse loro: "Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta, ma dorme".
Gesù non voleva semplicemente denunciare l'ipocrisia di un pianto funebre a pagamento (usanza forse tipica delle classi agiate), ma voleva anche verificare il tipo di reazione degli astanti ad una sua affermazione apparentemente senza senso. E' evidente che s'egli avesse formulato un paradosso del genere all'inizio della sua pubblica attività, l'atteggiamento degli astanti sarebbe stato immediatamente negativo. Qui tuttavia è diverso. S'egli ha potuto essere così provocatorio, sfidando l'unanime opinione, è stato proprio perché sapeva d'essere conosciuto e da molti stimato come "grande taumaturgo". Quindi la reazione che si aspettava non era quella categorica dell'incredulità (altrimenti non ci sarebbe stata una prova da superare), ma almeno quella sospensiva dello stupore, in quanto, conoscendolo, era meglio non giudicare le sue parole prima del tempo.
In effetti qui le alternative sono due: o Gesù è un pazzo, perché non sa quello che dice (e c'è semmai da meravigliarsi della fiducia di un Giairo-archisinagogo, mentre si può comprendere la sua riluttanza, come "padre", ad ammettere l'evidenza del decesso); oppure, se Gesù sa quello che dice, bisogna attendere che lo dimostri, come ha già fatto in altre occasioni. Naturalmente egli sperava che gli astanti scegliessero la seconda soluzione. Se soltanto l'avessero fatto, lui, sostenendo di fronte a chi non ne era convinto, che la bambina dormiva, forse avrebbe anche potuto dimostrare che la morte è diversa da come generalmente appare, meno orribile di quel che sembra: un fenomeno inerente e non antitetico alla vita. Viceversa, non avendo ottenuto fiducia, che cosa riuscirà a dimostrare a quella gente scettica e prevenuta: che la terapia è una semplice esercitazione di poteri sciamanici, oppure ch'essa, come tutte le altre, ha un significato prolettico, propulsivo, teso verso una liberazione molto più grande?
v. 40) Ed essi lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della fanciulla e quelli che erano con lui, ed entrò dove era la bambina.
La terza prova della morte della bambina sta in questa derisione. Invece di tacere e aspettare, lo accusano. Neppure la curiosità li trattiene dal dileggiarlo. Gesù non solo, per costoro, è un pazzo che non sa quel che dice, ma anche un impostore, crudele e sadico, perché vuole illudere i genitori in un momento così tragico. Essi così si prendono la responsabilità di togliere a Giairo e a sua moglie anche l'ultima speranza.
Ecco perché Gesù è costretto a cacciarli tutti fuori (facendolo di persona!). Se avesse permesso a questa gente di assistere alla rianimazione, che per loro sarebbe stata spettacolare, molti sicuramente, non prima d'essersi scusati per averlo irriso, ne avrebbero approfittato per chiedergli cose analoghe, oppure per indurlo, sul piano politico, a compiere scelte affrettate o non desiderate. Altri invece, dopo aver ammesso il proprio errore circa la morte della bambina, avrebbero condiviso la versione di Gesù relativa al "sonno" della bambina, accettando, con passività e rassegnazione, la "solita guarigione di una malata", senza cogliere in questa "insolita rianimazione di una deceduta" (offerta a un esponente dei ceti benestanti) il suo carattere segnico. Ecco perché Gesù tenne con sé, oltre agli apostoli, i genitori della bambina, che non si erano associati al pubblico scherno.
La versione di Luca, a causa del suo moralismo, è più idealizzata e quindi meno attendibile. Arrivati alla casa di Giairo, Gesù -dice Luca- "non lasciò entrare nessuno con sé, tranne Pietro e Giovanni [Giacomo, che al tempo di Gesù, era non meno importante di Giovanni, è sparito!], unitamente al padre e alla madre della fanciulla"(8,51). La folla cioè, inclusi i latori che avevano annunciato la morte della ragazza, seguì Gesù sino alla casa di Giairo ed è solo qui che viene da lui congedata, con un certo fair play. Una volta entrato in casa, Gesù incontra i parenti e gli amici di Giairo che "piangono" e si "lamentano"(il personale specializzato non c'è); dopodiché egli afferma il paradosso ottenendone in cambio scherni e beffe; infine, senza cacciare nessuno, ma anzi giustificando in un certo qual modo la derisione, decide di risvegliarla. Come si può facilmente notare, Luca ha attenuato i lati duri (in realtà giusti e necessari) della personalità di Gesù, facendogli chiaramente un torto sul piano etico e politico.
La versione di Matteo è ancora peggio. La folla -come già detto- non esiste, né i latori, in quanto la bambina è già morta. I discepoli non sono citati per nome. Gesù, dubitando in anticipo della fede dei parenti, ne chiede l'espulsione prima ancora di pronunciare il paradosso e quindi prima ancora che lo irridano. Con un atteggiamento così prevenuto egli dovrà poi guarire la bambina in assenza di testimoni oculari.
v. 41) Presa la mano della bambina, le disse: "Talità kum", che significa: "Fanciulla, io ti dico, alzati!".
Giairo gli aveva chiesto di porre le mani sul capo di lei, avendo in mente una concezione tradizionale (e politicamente inoffensiva) del guaritore. Gesù invece "la prende per mano", con molta naturalezza, senza usare strumenti magici, né formule o scongiuri particolari e soprattutto senza invocare il soccorso divino (ciò che ha scandalizzato Luca, che non ha resistito alla tentazione di descrivere la rianimazione come un "ritorno dello spirito in lei"). Alcuni esegeti sostengono, peraltro giustamente, che l'espressione aramaica è stata messa per dare storicità e concretezza al racconto e che proprio la traduzione greca di Marco esclude che si debba credere in una sua presunta potenza magica.
v. 42) Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare; aveva dodici anni. Essi furono presi da grande stupore.
La guarigione è immediata e totale, come spesso accade in questi racconti: lo attesta il fatto che la bambina può "camminare". "Essi [soprattutto i genitori, ma anche i discepoli] furono presi da grande stupore" -dice Marco: è da presumere non solo per l'evento in sé, ma anche per il "modo" in cui era accaduto. Gesù mostrava un'assoluta padronanza di sé, nella più totale assenza di riferimenti alla divinità (in contrasto con le modalità terapeutiche di allora).
Lo stupore di Giairo (che non dimentichiamo è un'autorità preposta al culto religioso) è del tutto normale, anche se, pur essendo un di più dell'incredulità, resta un di meno della fede.
v. 43) Gesù raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e ordinò di darle da mangiare.
Gesù "insiste" (come faceva Giairo al momento della supplica) non per aver costatato, dopo la rianimazione, un atteggiamento di scandalo o di paura, ma per aver costatato un semplice atteggiamento di stupore. Che qui manchi, da parte di Giairo, una chiara ed esplicita adesione al vangelo, lo si comprende anche dal fatto che Gesù non s'intrattiene con i genitori della bambina per parlarne: peraltro, dopo questo episodio, di Giairo, attraverso i vangeli, non sapremo più nulla.
Gesù -dice Marco- deve pregarli con insistenza di non raccontare a nessuno quanto è veramente accaduto. Nessuno infatti dovrà sapere che la ragazza era morta per davvero. Secondo l'opinione di Gesù, espressa pubblicamente, si trattava di una morte apparente o di un sonno profondo ("comatoso", diremmo oggi). Era in questo che la gente doveva credere e, seppure con qualche difficoltà, vi avrebbe creduto, se i testimoni oculari fossero rimasti zitti, cioè se avessero sostenuto la versione ufficiale del guaritore. In caso contrario egli non avrebbe potuto evitare in alcun modo il fanatismo devozionale, ovvero l'isteria collettiva.
Gesù quindi mette di nuovo alla prova Giairo chiedendogli di tacere la verità delle cose, e se Marco dice che ebbe bisogno di insistere, significa che Giairo aveva intenzione di parlare, forse per vantarsi d'aver creduto nella persona giusta. Certo è che gli sarà sembrato inverosimile che un guaritore così capace, con aspirazioni politiche così manifeste, non avesse intenzione di approfittare dei suoi poteri: al suo posto egli avrebbe chiesto il contrario o comunque non avrebbe dato disposizioni così tassative. Tuttavia, l'evangelista non dice che i genitori trasgredirono il divieto e, considerando che nel vangelo questo episodio non ebbe conseguenze di rilievo, è da presumere che non l'abbiano fatto. In fondo, dopo aver avuto fede nella rianimazione, non era impossibile rispettare questa esigenza di riservatezza.
Al contrario, per Matteo la fama di Gesù "si sparse per tutto il paese" (9,26), e non tanto perché i genitori e gli apostoli vennero meno al dovere di tacere (la loro testimonianza visiva non è neppure ricordata da Matteo), quanto perché è lo stesso Gesù che, presentata la bambina rediviva ai parenti cacciati in precedenza, vuole farsi pubblicità. Il che lascia supporre che l'espulsione sia stata dettata da un forte risentimento personale, quello dovuto al fatto di non essere stato creduto subito sulla parola quando diceva che la ragazza dormiva. E tuttavia la fama che di lui si sparse era relativa proprio al fatto che aveva "resuscitato" una morta e non semplicemente "guarito" un'ammalata, per cui il suddetto risentimento risulta contraddittorio.
In Luca l'ordine di tacere viene dato esplicitamente a chi ha "meno fede", cioè ai genitori, perché sono questi che rimangono "sbalorditi", non (anche) ai due discepoli. In precedenza, tuttavia, Luca aveva omesso, per scrupolo, l'espulsione dei parenti, per cui l'ordine finale di Gesù non ha senso o è comunque incoerente con la trama del racconto. In pratica avrebbero dovuto essere gli stessi genitori a convincere i parenti ch'era meglio tacere.
Ora veniamo al secondo ordine dato da Gesù, che Matteo però non cita e che Luca fa precedere a quello di tacere: l'ordine di dare da "mangiare" alla fanciulla. Generalmente gli esegeti lo interpretano nel senso convenzionale secondo cui Gesù voleva rassicurare che la bambina era veramente viva (e non un fantasma), poiché, se si fosse trattato di una semplice guarigione, sarebbe stato sufficiente dire che "camminava". Tuttavia, se un'interpretazione del genere calza a pennello per il testo di Luca, non è sufficiente a spiegare quello di Marco. Lo stesso Luca, probabilmente, ha deciso di mettere l'ordine di sfamarla subito dopo la rianimazione, perché gli sarà apparso alquanto strano vederlo come ultima disposizione nel racconto di Marco.
Peraltro, se l'ordine andasse inteso alla lettera, con lo scopo voluto dagli esegeti confessionali, verrebbe da dubitare o dell'intelligenza di Giairo che, per quanto "credente" non poteva esserlo fino al punto di apparire uno stupido, oppure dell'intelligenza di Gesù, il quale non avrebbe capito che qualunque genitore, dopo settimane o forse mesi di sofferenze di un proprio figlio, non ha bisogno di sapere che per rimetterlo in forze deve dargli da mangiare. Il "cibo" in questione quindi se va senza dubbio inteso in senso materiale, come soddisfazione di un bisogno elementare, dev'essere compreso anche in una valenza spirituale, secondo cioè una finalità etica o esistenziale. Se così non fosse, l'ordine non sarebbe stato riportato da quel grande sintetizzatore che è Marco, in quanto l'avrebbe ritenuto poco significativo.
Probabilmente la bambina era morta perché non mangiava e non mangiava non perché non poteva (Giairo era un benestante e non aveva intenzioni "omicide"), ma perché non voleva. Se consideriamo la sua età: dodici anni, possiamo ipotizzare che la fanciulla fosse morta per anoressia. Chi muore di questa malattia solitamente è perché si sente trascurato, non capito o scarsamente valorizzato (forse l'espressione usata da Gesù per svegliarla può anche essere letta come un tentativo di affrontare questo suo problema).
In questa malattia si evidenzia il limite della personalità di Giairo, che è l'egocentrismo (in verità si era già notata una forma di esibizionismo nella sua pubblica prostrazione davanti a Gesù, anche se l'oggetto della supplica la rendeva in qualche modo giustificabile). Forse Giairo trascurava la figlia perché aveva tendenze "maschiliste" o forse perché era troppo impegnato come archisinagogo o come intellettuale: ora comunque se vuole continuare a veder vivere la figlia, deve modificare qualcosa d'importante nel suo modo di rapportarsi alla realtà. Non può cioè continuare a tener separati il pubblico dal privato, le esigenze politico-religiose da quelle familiari. La rianimazione della figlia non può garantire di per sé la sua futura sopravvivenza.
Dunque con l'azione del mangiare Gesù non intendeva riferirsi unicamente al cibo quotidiano, ma anche al senso delle cose. Se la bambina era morta di inedia o di depressione, il suo problema era quello di ritrovare il gusto per la vita, la gioia di vivere. Essa aveva bisogno di sostanze vivificanti per non tornare ad ammalarsi. A nulla servirebbe essere guariti o addirittura rianimati se non si avesse voglia di vivere, se non si desiderasse amare la vita. Ecco, in questo senso, Giairo forse deve aver compreso sia che la morte non è peggiore della disperazione, sia che l'impegno per rendere la vita migliore deve avere come obiettivo non solo la propria vita ma anche e soprattutto quella degli altri.
Enrico Galavotti - Stampa pagina

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Ultimo aggiornamento: 18 settembre 2005 - Homolaicus - Sezione Religioni - Nuovo Testamento