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L'ARROGANZA DI GIAIRO (Mc 5,21-24.35-43) -
sinossi

v. 21) Essendo passato di nuovo Gesù all'altra riva, gli si radunò
attorno molta folla, ed egli stava lungo il mare.
Qui due cose si possono facilmente notare. Anzitutto la differenza di
atteggiamento da parte delle folle: nella Decapoli i ceti benestanti, dopo
la guarigione del pazzo geraseno, l'avevano sollecitato ad andarsene; qui
invece lo stimano, anzi lo esaltano, tanto che fra non molto, cioè al
momento dei pani moltiplicati, lo riconosceranno ufficialmente come messia,
seppure con l'esigenza nazionalistica di restaurare il regno davidico.
In secondo luogo si comprende, da questo versetto, come l'interesse della
folla galilaica non fosse unicamente indirizzato alle capacità
taumaturgiche di Gesù, ma anche ai suoi discorsi, al suo "nuovo
insegnamento" -dice Marco (1,27); per quanto forse non nella misura
idealizzata intesa da Luca, per il quale la folla "stava ad
aspettarlo" lungo la riva (senza poter sapere, ovviamente, quando
sarebbe tornato). Senza dubbio però la folla descritta da Marco non teme il
giudizio di condanna già emesso dagli scribi di Gerusalemme, mandati dalle
autorità sinedrite a controllare la situazione (Mc 3,22), anzi, fa mostra
di volerlo proteggere sia contro costoro che contro gli stessi parenti di
Gesù, venuti da Nazareth a prenderlo (Mc 3,21).
Tipologia, questa della folla galilaica, che Matteo rifiuta decisamente.
Il suo Gesù, dopo aver litigato con gli scribi in occasione del paralitico
guarito, dopo aver polemizzato con i farisei (nella casa dello stesso
Matteo) e con i battisti (durante o subito dopo il famoso pranzo offerto
dall'apostolo neo-convertito ai "molti pubblicani" suoi amici -gli
esattori delle tasse- e a gente che l'opinione dominante considerava di
"cattiva reputazione"), il suo Gesù -si diceva- incontrerà il
postulante di questo racconto (che Matteo neppure ricorda per nome) mentre
è ancora intento a discutere con pubblicani e peccatori, farisei e battisti
sul "puro" e l'"impuro", sulla "misericordia"
e il "sacrificio", ovvero sulla giustizia sostanziale e formale.
Nella sua versione, l'unica folla che appare sono i parenti del postulante.
Matteo insomma, che per il mestiere che faceva era considerato una specie di
"traditore", avendo voluto scrivere un vangelo contro gli ebrei,
cercando di dimostrare che Gesù era il messia di cui loro avevano bisogno,
non ha mai saputo liberarsi pienamente dai suoi personali rancori.
Naturalmente la tradizione che ha voluto ispirarsi alla sua opera (non
dimentichiamo che il vangelo aramaico di Matteo è andato perduto), non ha
fatto altro che accentuare il suo antisemitismo.
Viceversa, Marco è un po' più distaccato nei suoi giudizi, anzi qui è
addirittura poetico. Quando dice che Gesù se ne "stava lungo il
mare", cioè nei pressi del lago di Tiberiade o di Gennesareth, fa
venire in mente che proprio qui avvennero i contatti più significativi fra
Gesù e la popolazione locale, le esperienze pubbliche più impegnative (in
terra galilaica). Stando sempre a Marco (ma Giovanni non conferma) è stato
proprio "lungo il mare" che Gesù chiamò alla militanza attiva
apostoli come Andrea, Pietro, Giacomo, Giovanni e lo stesso Matteo.
v. 22) Si recò da lui uno dei capi della sinagoga, di nome Giairo, il
quale, vedutolo, gli si gettò ai piedi
Non tutti i sacerdoti o gli scribi della Palestina rifiutavano Gesù. E'
vero che i vangeli non si preoccupano granché di documentarlo, ma non si
deve dimenticare ch'essi sono stati scritti per addossare agli ebrei le
maggiori responsabilità della morte di Gesù e per dimostrare ai romani la
lealtà politica dei cristiani. Con ciò, tuttavia, non si vuole sostenere
che il postulante di questo episodio sia stato favorevole alla causa di
Gesù.
Qui, "uno dei capi della sinagoga" (Matteo dice di Cafarnao),
preposto alle funzioni religiose, si avvicina a Gesù, mentre questi parla
alla folla, per chiedergli un intervento di tipo terapeutico. Quale tipo di
"consapevolezza" lasci supporre un atteggiamento del genere, è
presto detto. Anzitutto Giairo sa con sicurezza che Gesù è un grande
taumaturgo: altrimenti ora non rischierebbe di esporsi così tanto, lui che,
probabilmente, condizionato com'è dal ruolo che ricopre, non è un suo
seguace, anzi, semmai un suo diretto avversario (per quanto soggettivamente
possa condividere alcuni aspetti della sua causa). In secondo luogo, Giairo,
che non può non conoscere Gesù anche come leader politico, sa
perfettamente ch'egli non è più disponibile a fare guarigioni fini a se
stesse: altrimenti non gli si sarebbe prostrato ai piedi. In terzo luogo,
Giairo, mettendosi pubblicamente in ginocchio davanti a Gesù, pur avendo
scelto un momento sbagliato (poiché ha interrotto un'attività più
significativa), spera d'ottenere lo stesso ciò che desidera, a motivo della
nuova situazione ch'egli, in quanto archisinagogo, è venuto a creare. In
altre parole, se da un lato Giairo non ha tenuto conto del proprio ruolo,
inginocchiandosi davanti a un ebreo gerarchicamente inferiore e
politicamente addirittura ostile, dall'altro invece ne ha tenuto conto, in
quanto l'ha fatto pubblicamente, sperando di mettere Gesù nella condizione
di non poter rifiutare.
Gesù in effetti dovrà decidere se offrire una proroga al tempo in cui
il postulante può giungere al vangelo passando per le guarigioni, o se
considerare questo tempo già definitivamente concluso. Trattandosi, in
questo caso, di un'autorità religiosa, del cui appoggio egli poteva sempre
aver bisogno, c'era, almeno in teoria, un motivo in più per non
formalizzarsi. Ma sul piano etico e politico le cose non erano così
semplici.
v. 23) e lo pregava con insistenza: "La mia figlioletta è agli
estremi; vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva".
Il fatto che preghi "con insistenza" sta non solo ad indicare
la gravità della situazione, ma anche che Giairo tiene conto del proprio
ruolo. Peraltro, da quello che dice è facile osservare come egli sia
unicamente interessato a ottenere la guarigione della figlia. Il suo
atteggiamento infatti non è solo strumentale (poiché s'interessa di Gesù
solo nel momento del bisogno), ma anche superficiale, in quanto priva le
guarigioni di Gesù del loro contenuto socio-politico. Lo si comprende dal
tipo di terapia che gli suggerisce: l'imposizione delle mani (una pratica
usata fin dall'antichità per indicare la guarigione degli infermi - cfr 2
Re 5,11). Con ciò Giairo sottovaluta Gesù sia come politico che come
guaritore, nel senso che lo considera sì "grande" ma non aldilà
della tradizionale concezione di "taumaturgo" (quale mago,
evocatore, teurgo...). Ecco perché Gesù, pur sapendo che la figlia era
"agli estremi", lo ha lasciato pregare intensamente.
Davanti all'apparente indifferenza con cui Gesù ascoltava la sua
richiesta di guarigione, Giairo avrebbe dovuto capire sostanzialmente due
criteri di priorità: 1) il primato delle esigenze degli oppressi su quelle
degli oppressori (non perché lui è un archisinagogo può pretendere
un'immediata soddisfazione); 2) il primato del vangelo sulle guarigioni (se
questo è vero per gli oppressi, tanto più lo è per gli oppressori).
Viceversa, Giairo non solo è rimasto insensibile a queste motivazioni
etico-politiche, ma non ha neppure compreso il semplice criterio di
equivalenza delle malattie, che Gesù da tempo aveva evidenziato con la sua
notevole attività pranoterapica.
Anche quando è il "potere" a supplicarlo di un favore, Gesù
non può fare preferenze, non può concedere delle deroghe di questo tipo ai
suoi princìpi, neppure nel caso di una grave malattia. Il precedente che si
costituirebbe potrebbe procurargli in futuro dei fastidi molto più grandi
del vantaggio che ora può ottenere. Che penserebbero i discepoli nel
vederlo rispondere con solerzia alle esigenze di chi comanda e di chi
collabora, più o meno, con Roma? Un'eccezione alla regola sarebbe possibile
se il postulante si aprisse alla fede, ma Giairo, in tal senso, non sembra
offrire una vera disponibilità, per quanto con la sua pubblica prostrazione
egli, da un lato, pare abbia capito le difficoltà politiche di Gesù
nell'affrontare il suo caso, e dall'altro abbia sicuramente rischiato, in
qualche modo, un richiamo da parte dei colleghi: cosa di cui lo stesso Gesù
deve essersi reso conto, poiché se lo lascia insistere significa che non
era del tutto disinteressato alla sua supplica, né voleva metterlo in una
situazione imbarazzante congedandosi da lui.
Leggendo Luca e Matteo si ha una ben altra impressione della personalità
di Giairo. Nel vangelo di Luca, Giairo merita la guarigione per motivi
squisitamente "morali" -com'è nello stile dell'evangelista: la
figlia è "unica" e appena "dodicenne" (informazione,
quest'ultima, presa da Marco), per cui non c'è insistenza nella preghiera e
Gesù reagisce subito positivamente. Si ha addirittura l'impressione che la
prostrazione sia una conseguenza del fatto che Giairo aveva per Gesù
un'altissima considerazione. Cosa che in Matteo appare ancora più evidente,
poiché Giairo, essendo la figlia "già morta", è sicuro che
gliela risorgerà! Comportandosi già come un "buon cristiano",
Giairo non trova difficoltà a credere nel Gesù-rianimatore, benché il suo
caso fosse senza precedenti. Ovvero, in Matteo Giairo non giunge alla fede
passando per la disperazione, ma si serve della propria fede per chiedere
quanto gli sembra del tutto naturale. Secondo Marco invece i postulanti sono
generalmente individui di poca fede, mentre i veri "credenti"
(come ad es. gli apostoli) non chiedono mai delle guarigioni (l'unico caso
è quello della suocera di Pietro - Mc 1,30 s.).
v. 24) Gesù andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva
intorno.
La reazione di Gesù, in Marco, è positiva, ma senza entusiasmo. Egli
spera che tramite la soddisfazione di un'esigenza secondaria (la salute
fisica), Giairo giunga a comprendere la necessità di soddisfare le esigenze
che l'uomo dovrebbe considerare come primarie (la liberazione sociale),
ovvero giunga a comprendere la sostanziale differenza tra essere e vivere.
Ovviamente Gesù non ha intenzione di servirsi della guarigione per indurlo
a mettersi dalla sua parte: egli accetta di guarirlo prima ancora che Giairo
manifesti un qualche interesse per il vangelo.
Probabilmente Gesù si convince a intervenire anche per non scandalizzare
la folla, la quale, pur sapendo che Giairo non ha fiducia nel vangelo
(almeno pubblicamente), può aver giudicato come eccessivo -considerata
l'estrema gravità della situazione- l'attendismo di Gesù. La folla anzi
pare eccitata al vedere un caposinagoga abbassarsi a quel livello e ha tutto
l'interesse a che venga confermata, da parte di un esponente così
autorevole della comunità, la propria adesione al Cristo.
v. 35) Mentre ancora parlava, dalla casa del capo della sinagoga
vennero a dirgli: "Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il
maestro?".
Qui bisogna anzitutto premettere che all'interno di questo racconto,
Marco (o un secondo redattore) ne ha inserito un altro, quello dell'emorroissa.
Il motivo di questa insolita interpolazione (accettata anche da Luca e
Matteo) non è facile capirlo. Si può però ipotizzare -senza andare a
scomodare le analogie simboliche, come generalmente fanno gli esegeti- che
alla comunità cristiana primitiva sia parso inaccettabile che la morte
della figlia di Giairo fosse dipesa da una colpevole lentezza di Gesù. Se
infatti si toglie il brano interpolato, l'espressione del v. 35:
"Mentre ancora parlava", non ha come interlocutore l'emorroissa ma
lo stesso Giairo. In altre parole: nella versione originaria di questo
racconto probabilmente si capiva meglio che le "cause di forza
maggiore" che avevano indotto Gesù a posticipare l'intervento, non
riguardavano tanto l'incontro fortuito con l'emorroissa, quanto piuttosto
l'esigenza di salvaguardare l'immagine politica del suo vangelo, che Giairo
ovviamente non poteva condividere in quel momento. Questa decisione deve
aver scandalizzato non poco una comunità in procinto di spoliticizzarsi e
di legarsi ad una concezione moralistica o spiritualistica del Cristo quale
"maestro di vita", "signore", "figlio di dio",
ecc. Matteo -come già detto- taglierà corto, nel suo vangelo, con questa
forma di scandalo, mostrando, da subito, che Gesù era in grado di
resuscitare quella bambina.
E comunque non è molto importante sapere se i due episodi siano avvenuti
proprio così o no. Ciò che conta è il fatto che "mentre Gesù ancora
parlava" vengono a riferire a Giairo che la figlia era morta. Non è
Gesù a testimoniare la realtà di questo decesso, né a dissuadere l'archisinagogo
dal continuare a supplicarlo. Non avendo egli mai fatto risorgere nessuno
prima di questo momento, è ovvio che la folla (in questo caso i parenti di
Giairo) abbiano dei dubbi sulle sue capacità. Lo stesso Giairo, se fin
dall'inizio -con buona pace di Matteo- si fosse trovato al cospetto di una
figlia morta, non l'avrebbe certo scomodato. E anche adesso che è venuto a
saperlo, potrebbe benissimo rinunciare al proposito di condurlo a casa sua:
Gesù è conosciuto e apprezzato come taumaturgo (oltre che come profeta),
non come "resuscitatore di morti": un suo fallimento potrebbe
costar caro a Giairo.
Tuttavia, qui c'è qualcosa di fastidioso, di poco edificante, anche se
può sembrare sintomatico dell'atteggiamento che i ceti benestanti, in
genere, avevano nei confronti di Gesù. I parenti (non i servi) di Giairo,
in effetti, non si sono limitati a una semplice constatazione di fatto,
dicendo che la figlia era morta, ma hanno anche voluto esprimere un giudizio
di valore negativo sulle capacità di Gesù (che pur riconoscono formalmente
come "maestro"). Chi li aveva autorizzati a questo? Con quale
diritto si sono presi la responsabilità di togliere a Giairo l'ultima
speranza? Non doveva forse essere il guaritore, eventualmente, a
disilluderlo?
v. 36) Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga:
"Non temere, continua solo ad aver fede!".
Gesù lo esorta a non disperare, soprattutto adesso che molto forte è
diventata la tentazione di maledire un guaritore apparso "lento di
riflessi", tardo nelle decisioni, schematico nelle sue "scelte di
classe"... In realtà Giairo viene invitato a superare proprio quella
concezione tradizionale della natura umana che ritiene impossibili o
irrealizzabili determinate azioni. Ovvero a credere che tutto è possibile,
se si ha fede non in un dio astratto e impotente, ma nell'uomo concreto,
capace di coerenza. Nella fattispecie Giairo deve continuare ad aver fede
nei poteri del taumaturgo, sebbene l'evidenza lo porti a fare il contrario.
Gesù infatti non ha affermato che la constatazione del decesso è falsa,
non ha contraddetto i testimoni oculari: ma non ha neppure lasciato
intendere ch'essa fosse vera. E' in questa incertezza che si gioca la fede
di Giairo, il quale -ora che la situazione è mutata- anche se ha meno da
perdere nei riguardi della figlia, sa di rischiare moltissimo di fronte ai
suoi colleghi: un taumaturgo (peraltro "eretico" come quello) che
fallisse nel tentativo di rianimargli la figlia, metterebbe in discredito la
sua autorevolezza, comprometterebbe sia la sua reputazione (e la carriera)
sia la credibilità della direzione sinagogale. Facilmente egli poteva
immaginarsi con quali frasi l'avrebbero accusato: "Come ha potuto un
uomo saggio e avveduto fidarsi della parola di un impostore?". Dunque
la fede che Giairo deve avere in questo momento è molto più grande di
quella che aveva poco prima.
Da notare, infine, che in Marco i latori di quella tragica notizia sono
almeno un paio, in Luca invece è uno solo, al quale Gesù
"sembra" addirittura rivolgersi invitandolo ad aver fede (mentre
Giairo ovviamente l'aveva già!). Peraltro, in Luca Gesù promette
chiaramente la resurrezione, in quanto conferma il decesso della bambina
dicendo che la "salverà".
v. 37) E non permise a nessuno di seguirlo fuorché a Pietro, Giacomo
e Giovanni, fratello di Giacomo.
Non lo permise appunto perché non avevano una "fede" matura,
cioè non avevano quella fede sufficiente a ridimensionare l'importanza di
terapie del genere ai fini della liberazione politico-nazionale. Egli in
sostanza teme che la folla si entusiasmi al punto da comportarsi poi in
maniera infantile, difficilmente controllabile. Non è che si lamenti del
fatto che qui la folla crede più in lui come "taumaturgo" (cui da
tempo era abituata) e non anche come "rianimatore di cadaveri".
Non era questa la fede di cui aveva bisogno. Sono gli esegeti confessionali,
malati di "culto della personalità", che solitamente interpretano
la poca fede della folla nel senso ch'essa non credeva sino in fondo che a
lui e solo a lui "tutto era possibile". Le guarigioni non venivano
fatte per dimostrare una qualche "sovrumanità", ma per indicare
all'uomo le infinite potenzialità che lo caratterizzano.
Gesù qui permette che siano solo i tre apostoli più fidati a seguirlo
non tanto perché spera che la loro fede si irrobustisca davanti a questa
nuova grande manifestazione "bioradiante", quanto perché grazie
alla loro riservatezza potrà evitare una fastidiosa popolarità. Se Giairo
ha capito il senso di questa scelta oculata, deve aver anche intuito che le
intenzioni di Gesù erano serie.
v. 38) Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide
trambusto e gente che piangeva e urlava.
La seconda prova dell'avvenuto decesso della bambina è offerta dalla
presenza, allora consueta, di lamentatrici (e "flautisti",
aggiunge Matteo). Nel testo greco si capisce meglio la presenza dei vicini
di casa, dei parenti e dei familiari più stretti, oltre alle piangenti di
mestiere. Marco ha voluto sottolineare con cura gli indizi e i particolari
più significativi.
v. 39) Entrato, disse loro: "Perché fate tanto strepito e
piangete? La bambina non è morta, ma dorme".
Gesù non voleva semplicemente denunciare l'ipocrisia di un pianto
funebre a pagamento (usanza forse tipica delle classi agiate), ma voleva
anche verificare il tipo di reazione degli astanti ad una sua affermazione
apparentemente senza senso. E' evidente che s'egli avesse formulato un
paradosso del genere all'inizio della sua pubblica attività,
l'atteggiamento degli astanti sarebbe stato immediatamente negativo. Qui
tuttavia è diverso. S'egli ha potuto essere così provocatorio, sfidando
l'unanime opinione, è stato proprio perché sapeva d'essere conosciuto e da
molti stimato come "grande taumaturgo". Quindi la reazione che si
aspettava non era quella categorica dell'incredulità (altrimenti non ci
sarebbe stata una prova da superare), ma almeno quella sospensiva dello
stupore, in quanto, conoscendolo, era meglio non giudicare le sue parole
prima del tempo.
In effetti qui le alternative sono due: o Gesù è un pazzo, perché non
sa quello che dice (e c'è semmai da meravigliarsi della fiducia di un
Giairo-archisinagogo, mentre si può comprendere la sua riluttanza, come
"padre", ad ammettere l'evidenza del decesso); oppure, se Gesù sa
quello che dice, bisogna attendere che lo dimostri, come ha già fatto in
altre occasioni. Naturalmente egli sperava che gli astanti scegliessero la
seconda soluzione. Se soltanto l'avessero fatto, lui, sostenendo di fronte a
chi non ne era convinto, che la bambina dormiva, forse avrebbe anche potuto
dimostrare che la morte è diversa da come generalmente appare, meno
orribile di quel che sembra: un fenomeno inerente e non antitetico alla
vita. Viceversa, non avendo ottenuto fiducia, che cosa riuscirà a
dimostrare a quella gente scettica e prevenuta: che la terapia è una
semplice esercitazione di poteri sciamanici, oppure ch'essa, come tutte le
altre, ha un significato prolettico, propulsivo, teso verso una liberazione
molto più grande?
v. 40) Ed essi lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con
sé il padre e la madre della fanciulla e quelli che erano con lui, ed
entrò dove era la bambina.
La terza prova della morte della bambina sta in questa derisione. Invece
di tacere e aspettare, lo accusano. Neppure la curiosità li trattiene dal
dileggiarlo. Gesù non solo, per costoro, è un pazzo che non sa quel che
dice, ma anche un impostore, crudele e sadico, perché vuole illudere i
genitori in un momento così tragico. Essi così si prendono la
responsabilità di togliere a Giairo e a sua moglie anche l'ultima speranza.
Ecco perché Gesù è costretto a cacciarli tutti fuori (facendolo di
persona!). Se avesse permesso a questa gente di assistere alla rianimazione,
che per loro sarebbe stata spettacolare, molti sicuramente, non prima
d'essersi scusati per averlo irriso, ne avrebbero approfittato per
chiedergli cose analoghe, oppure per indurlo, sul piano politico, a compiere
scelte affrettate o non desiderate. Altri invece, dopo aver ammesso il
proprio errore circa la morte della bambina, avrebbero condiviso la versione
di Gesù relativa al "sonno" della bambina, accettando, con
passività e rassegnazione, la "solita guarigione di una malata",
senza cogliere in questa "insolita rianimazione di una deceduta"
(offerta a un esponente dei ceti benestanti) il suo carattere segnico. Ecco
perché Gesù tenne con sé, oltre agli apostoli, i genitori della bambina,
che non si erano associati al pubblico scherno.
La versione di Luca, a causa del suo moralismo, è più idealizzata e
quindi meno attendibile. Arrivati alla casa di Giairo, Gesù -dice Luca-
"non lasciò entrare nessuno con sé, tranne Pietro e Giovanni
[Giacomo, che al tempo di Gesù, era non meno importante di Giovanni, è
sparito!], unitamente al padre e alla madre della fanciulla"(8,51). La
folla cioè, inclusi i latori che avevano annunciato la morte della ragazza,
seguì Gesù sino alla casa di Giairo ed è solo qui che viene da lui
congedata, con un certo fair play. Una volta entrato in casa, Gesù incontra
i parenti e gli amici di Giairo che "piangono" e si
"lamentano"(il personale specializzato non c'è); dopodiché egli
afferma il paradosso ottenendone in cambio scherni e beffe; infine, senza
cacciare nessuno, ma anzi giustificando in un certo qual modo la derisione,
decide di risvegliarla. Come si può facilmente notare, Luca ha attenuato i
lati duri (in realtà giusti e necessari) della personalità di Gesù,
facendogli chiaramente un torto sul piano etico e politico.
La versione di Matteo è ancora peggio. La folla -come già detto- non
esiste, né i latori, in quanto la bambina è già morta. I discepoli non
sono citati per nome. Gesù, dubitando in anticipo della fede dei parenti,
ne chiede l'espulsione prima ancora di pronunciare il paradosso e quindi
prima ancora che lo irridano. Con un atteggiamento così prevenuto egli
dovrà poi guarire la bambina in assenza di testimoni oculari.
v. 41) Presa la mano della bambina, le disse: "Talità kum",
che significa: "Fanciulla, io ti dico, alzati!".
Giairo gli aveva chiesto di porre le mani sul capo di lei, avendo in
mente una concezione tradizionale (e politicamente inoffensiva) del
guaritore. Gesù invece "la prende per mano", con molta
naturalezza, senza usare strumenti magici, né formule o scongiuri
particolari e soprattutto senza invocare il soccorso divino (ciò che ha
scandalizzato Luca, che non ha resistito alla tentazione di descrivere la
rianimazione come un "ritorno dello spirito in lei"). Alcuni
esegeti sostengono, peraltro giustamente, che l'espressione aramaica è
stata messa per dare storicità e concretezza al racconto e che proprio la
traduzione greca di Marco esclude che si debba credere in una sua presunta
potenza magica.
v. 42) Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare; aveva
dodici anni. Essi furono presi da grande stupore.
La guarigione è immediata e totale, come spesso accade in questi
racconti: lo attesta il fatto che la bambina può "camminare".
"Essi [soprattutto i genitori, ma anche i discepoli] furono presi da
grande stupore" -dice Marco: è da presumere non solo per l'evento in
sé, ma anche per il "modo" in cui era accaduto. Gesù mostrava
un'assoluta padronanza di sé, nella più totale assenza di riferimenti alla
divinità (in contrasto con le modalità terapeutiche di allora).
Lo stupore di Giairo (che non dimentichiamo è un'autorità preposta al
culto religioso) è del tutto normale, anche se, pur essendo un di più
dell'incredulità, resta un di meno della fede.
v. 43) Gesù raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a
saperlo e ordinò di darle da mangiare.
Gesù "insiste" (come faceva Giairo al momento della supplica)
non per aver costatato, dopo la rianimazione, un atteggiamento di scandalo o
di paura, ma per aver costatato un semplice atteggiamento di stupore. Che
qui manchi, da parte di Giairo, una chiara ed esplicita adesione al vangelo,
lo si comprende anche dal fatto che Gesù non s'intrattiene con i genitori
della bambina per parlarne: peraltro, dopo questo episodio, di Giairo,
attraverso i vangeli, non sapremo più nulla.
Gesù -dice Marco- deve pregarli con insistenza di non raccontare a
nessuno quanto è veramente accaduto. Nessuno infatti dovrà sapere che la
ragazza era morta per davvero. Secondo l'opinione di Gesù, espressa
pubblicamente, si trattava di una morte apparente o di un sonno profondo
("comatoso", diremmo oggi). Era in questo che la gente doveva
credere e, seppure con qualche difficoltà, vi avrebbe creduto, se i
testimoni oculari fossero rimasti zitti, cioè se avessero sostenuto la
versione ufficiale del guaritore. In caso contrario egli non avrebbe potuto
evitare in alcun modo il fanatismo devozionale, ovvero l'isteria collettiva.
Gesù quindi mette di nuovo alla prova Giairo chiedendogli di tacere la
verità delle cose, e se Marco dice che ebbe bisogno di insistere, significa
che Giairo aveva intenzione di parlare, forse per vantarsi d'aver creduto
nella persona giusta. Certo è che gli sarà sembrato inverosimile che un
guaritore così capace, con aspirazioni politiche così manifeste, non
avesse intenzione di approfittare dei suoi poteri: al suo posto egli avrebbe
chiesto il contrario o comunque non avrebbe dato disposizioni così
tassative. Tuttavia, l'evangelista non dice che i genitori trasgredirono il
divieto e, considerando che nel vangelo questo episodio non ebbe conseguenze
di rilievo, è da presumere che non l'abbiano fatto. In fondo, dopo aver
avuto fede nella rianimazione, non era impossibile rispettare questa
esigenza di riservatezza.
Al contrario, per Matteo la fama di Gesù "si sparse per tutto il
paese" (9,26), e non tanto perché i genitori e gli apostoli vennero
meno al dovere di tacere (la loro testimonianza visiva non è neppure
ricordata da Matteo), quanto perché è lo stesso Gesù che, presentata la
bambina rediviva ai parenti cacciati in precedenza, vuole farsi pubblicità.
Il che lascia supporre che l'espulsione sia stata dettata da un forte
risentimento personale, quello dovuto al fatto di non essere stato creduto
subito sulla parola quando diceva che la ragazza dormiva. E tuttavia la fama
che di lui si sparse era relativa proprio al fatto che aveva
"resuscitato" una morta e non semplicemente "guarito"
un'ammalata, per cui il suddetto risentimento risulta contraddittorio.
In Luca l'ordine di tacere viene dato esplicitamente a chi ha "meno
fede", cioè ai genitori, perché sono questi che rimangono
"sbalorditi", non (anche) ai due discepoli. In precedenza,
tuttavia, Luca aveva omesso, per scrupolo, l'espulsione dei parenti, per cui
l'ordine finale di Gesù non ha senso o è comunque incoerente con la trama
del racconto. In pratica avrebbero dovuto essere gli stessi genitori a
convincere i parenti ch'era meglio tacere.
Ora veniamo al secondo ordine dato da Gesù, che Matteo però non cita e
che Luca fa precedere a quello di tacere: l'ordine di dare da
"mangiare" alla fanciulla. Generalmente gli esegeti lo
interpretano nel senso convenzionale secondo cui Gesù voleva rassicurare
che la bambina era veramente viva (e non un fantasma), poiché, se si fosse
trattato di una semplice guarigione, sarebbe stato sufficiente dire che
"camminava". Tuttavia, se un'interpretazione del genere calza a
pennello per il testo di Luca, non è sufficiente a spiegare quello di
Marco. Lo stesso Luca, probabilmente, ha deciso di mettere l'ordine di
sfamarla subito dopo la rianimazione, perché gli sarà apparso alquanto
strano vederlo come ultima disposizione nel racconto di Marco.
Peraltro, se l'ordine andasse inteso alla lettera, con lo scopo voluto
dagli esegeti confessionali, verrebbe da dubitare o dell'intelligenza di
Giairo che, per quanto "credente" non poteva esserlo fino al punto
di apparire uno stupido, oppure dell'intelligenza di Gesù, il quale non
avrebbe capito che qualunque genitore, dopo settimane o forse mesi di
sofferenze di un proprio figlio, non ha bisogno di sapere che per rimetterlo
in forze deve dargli da mangiare. Il "cibo" in questione quindi se
va senza dubbio inteso in senso materiale, come soddisfazione di un bisogno
elementare, dev'essere compreso anche in una valenza spirituale, secondo
cioè una finalità etica o esistenziale. Se così non fosse, l'ordine non
sarebbe stato riportato da quel grande sintetizzatore che è Marco, in
quanto l'avrebbe ritenuto poco significativo.
Probabilmente la bambina era morta perché non mangiava e non mangiava
non perché non poteva (Giairo era un benestante e non aveva intenzioni
"omicide"), ma perché non voleva. Se consideriamo la sua età:
dodici anni, possiamo ipotizzare che la fanciulla fosse morta per anoressia.
Chi muore di questa malattia solitamente è perché si sente trascurato, non
capito o scarsamente valorizzato (forse l'espressione usata da Gesù per
svegliarla può anche essere letta come un tentativo di affrontare questo
suo problema).
In questa malattia si evidenzia il limite della personalità di Giairo,
che è l'egocentrismo (in verità si era già notata una forma di
esibizionismo nella sua pubblica prostrazione davanti a Gesù, anche se
l'oggetto della supplica la rendeva in qualche modo giustificabile). Forse
Giairo trascurava la figlia perché aveva tendenze "maschiliste" o
forse perché era troppo impegnato come archisinagogo o come intellettuale:
ora comunque se vuole continuare a veder vivere la figlia, deve modificare
qualcosa d'importante nel suo modo di rapportarsi alla realtà. Non può
cioè continuare a tener separati il pubblico dal privato, le esigenze
politico-religiose da quelle familiari. La rianimazione della figlia non
può garantire di per sé la sua futura sopravvivenza.
Dunque con l'azione del mangiare Gesù non intendeva riferirsi unicamente
al cibo quotidiano, ma anche al senso delle cose. Se la bambina era morta di
inedia o di depressione, il suo problema era quello di ritrovare il gusto
per la vita, la gioia di vivere. Essa aveva bisogno di sostanze vivificanti
per non tornare ad ammalarsi. A nulla servirebbe essere guariti o
addirittura rianimati se non si avesse voglia di vivere, se non si
desiderasse amare la vita. Ecco, in questo senso, Giairo forse deve aver
compreso sia che la morte non è peggiore della disperazione, sia che
l'impegno per rendere la vita migliore deve avere come obiettivo non solo la
propria vita ma anche e soprattutto quella degli altri.
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