|

















| |
IL DUBBIO DEL LEBBROSO (Mc 1,40-45) -
sinossi
v. 40) Allora venne a lui un lebbroso:
Violando le norme severissime che lo costringevano all'isolamento, un
lebbroso esce dal suo lazzaretto e va incontro a Gesù, trovandolo -si può
presumere- all'interno di una casa (vedi i vv. 43 e 45). Il luogo è isolato
(Marco neppure lo nomina), situato quasi certamente nella regione della
Galilea. Matteo, che parla di folle ai piedi di un monte, intente ad
ascoltare la predicazione di Gesù, e Luca, che colloca quest'ultimo in un
qualunque villaggio, non riescono ad accettare che una guarigione così
grande venga fatta lontano da tutti: pur di dimostrare la diversità del
maestro-taumaturgo dai colleghi del suo tempo, essi non si fanno scrupoli
nell'accostare un malato di questo genere a una folla più o meno numerosa
(e comunque già alquanto credente). Stando invece alla laconica versione di
Marco, i diretti protagonisti dell'episodio, inclusi i testimoni oculari,
sono ben pochi: i padroni di quella casa, del tutto anonimi, il malato e
Gesù, che con qualche suo discepolo aveva cercato di sottrarsi alle
pressanti richieste terapeutiche dei cittadini di Cafarnao (cfr. Mc 1,35).
Molto probabile è la presenza delle due coppie di fratelli galilei: Andrea
e Pietro, Giacomo e Giovanni.
L'anonimo leprosus sa chi è Gesù, sa che può guarirlo e sa che
non lo denuncerà: altrimenti non rischierebbe la lapidazione per andarlo a
trovare. Ne avrà sentito parlare, difficilmente lo avrà visto all'opera.
Rischia molto, ma la posta in gioco è alta. Non ha mandato a chiamare il
guaritore, invitandolo a venire nel leprosario: forse non si fida delle
capacità persuasive degli altri, oppure pensa che con un contatto diretto e
personale gli sarà più facile ottenere quello di cui ha bisogno. Il
vangelo non parla di alcun accompagnatore. D'altra parte le gambe reggono il
malato molto bene: la lebbra non l'aveva colpito da molto tempo. Senza
considerare che il termine "lebbra" non indica, né in ebraico né
in greco, una malattia specifica, per cui poteva anche trattarsi di una
malattia della pelle.
|
 |
La congiunzione con cui Marco apre, nel testo greco, questo racconto,
segna un forte distacco da ciò che precede, ma vedremo che non sarà
difficile trovargli una collocazione temporale.
v. 40) lo supplicava in ginocchio e gli diceva: "Se vuoi, puoi
guarirmi!".
Il lebbroso supplica Gesù in due modi: gestuale e verbale. Con la
genuflessione sembra che mostri il dovuto rispetto. Ma si ha l'impressione
che Luca e Matteo esagerino nel valutare positivamente lo stato d'animo del
postulante. A loro giudizio, infatti, il malato non ha solo una sicura
consapevolezza di quanto Gesù "possa" fare, ma ha pure un
atteggiamento ben disposto, umile, fiducioso, correlato a una particolare
riverenza per questo grande guaritore; tant'è vero che non lo prega a una
certa distanza (come in Marco), ma gli si prostra ai piedi, chiamandolo
addirittura "Signore"...
In realtà, la supplica orale rende esplicito non solo il motivo della
prosternazione (già fin troppo intuibile, nel contesto), ma anche la
modalità con cui il malato, uscito dal ghetto dove avrebbe dovuto vivere,
si è presentato in quel luogo. Sulla base di questo secondo aspetto già si
può cominciare a comprendere come l'omaggio tributato al grande guaritore
sia alquanto relativo: solo leggendo Marco è possibile accorgersi di queste
sfumature.
La relatività dell'omaggio la si nota soprattutto nella preghiera orale,
allorché il lebbroso, pur essendo certo che Gesù ha il potere di guarirlo,
non lo è allo stesso modo nei riguardi della sua volontà. In
coerenza col proprio atteggiamento spurio, l'uomo si esprime usando una
formula dubitativa: cioè egli non solo supplica la volontà di Gesù, ma
con un "se" ipotetico del tutto fuori luogo, la pone anche in dubbio.
Ovviamente per Luca e Matteo (e per l'interpretazione ufficiale della
teologia cattolica) le cose non stanno in questi termini. Il "si vis"
per loro è equivalente a una richiesta di cortesia: è come se avesse detto
"per favore" o "ti prego"; o è addirittura una
manifestazione di umiltà: "non sono degno di ricevere questa
guarigione". Una tale interpretazione, tuttavia, è troppo
semplicistica per essere vera: vedremo che molti indizi la contraddicono.
Di che cosa dubita il lebbroso? Non del fatto che la volontà di Gesù
sappia agire per un fine di bene (altrimenti egli ora non sarebbe lì a
supplicare), ma del fatto che tale volontà sappia sempre agire
così, in ogni situazione e circostanza. In altre parole, egli è convinto
che chi possiede un determinato potere non sempre ha la volontà di usarlo
per il bene della collettività. Gesù insomma potrebbe anche essere un
guaritore "cattivo".
Ci chiediamo: è giusto porsi un dubbio del genere? Se si considera la
domanda nella sua astrattezza, la risposta non può essere che affermativa.
Teoricamente infatti possiamo anche supporre che gli uomini non sempre si
servono dei loro poteri per scopi utili e convenienti; anzi, quando non si
conoscono le loro azioni o quando si conoscono soprattutto quelle negative,
il dubbio sulle loro buone intenzioni diventa non solo legittimo ma anche
necessario, a titolo per così dire precauzionale. Con ciò naturalmente non
si vuole sostenere la legittimità di un processo alle intenzioni. Il fatto
è però che i buoni propositi vanno dimostrati, almeno quel tanto che basta
per non costringere la nostra fiducia (cui non possiamo rinunciare) a
compiere un salto nel buio.
Qui tuttavia il caso è un altro. Il lebbroso ha dimostrato, dicendo
"tu puoi", di conoscere Gesù e di sapere quanto lui è capace di
operare per il bene della gente (in senso fisico e morale), o per lo meno di
quanto bene è stato capace fino a quel momento. Che ragione ha quindi di
credere che proprio adesso egli potrebbe essere capace anche di
"male"? C'è forse stato un momento, prima di questo, in cui Gesù
ha preferito usare i suoi poteri per trarne un vantaggio esclusivamente
personale? Marco lo esclude, ma la sua testimonianza potrebbe non essere
obiettiva. Supponiamo pertanto, mettendoci dalla parte del lebbroso, che
Gesù, in una disgraziata circostanza, si sia comportato in modo
sconveniente, per debolezza o per interesse. Ciò renderebbe forse lecito il
dubbio? Ancora una volta dobbiamo rispondere di sì, ma solo in astratto. In
effetti, nella vita reale un dubbio del genere sarebbe solo l'espressione di
uno schematico fariseismo. Un uomo che, mentre spera d'ottenere un favore di
così eccezionale importanza per la sua vita, preferisce indignarsi a causa
di una passata défaillance del guaritore, facendo di quell'episodio
una pietra angolare per giudicare la sua vita o un sintomo indicativo della
sua intera personalità - un uomo di questo genere sarebbe soltanto uno
stupido moralista, un idolatra della legge. E non è certo questo il caso
del nostro ammalato, che stupido non è e che, se si vuole, andrebbe
rimproverato del contrario. (Si badi: neppure noi vogliamo formalizzarci.
Quest'uomo ha ammesso di conoscere Gesù, dunque sa che oltre a guarire,
predica anche la venuta di un regno imminente di liberazione. Forse per
questo avrebbe dovuto chiedergli parole politicamente edificanti in luogo
della guarigione? Nessuno avrebbe il coraggio di biasimarlo per non averlo
fatto. Forse però questo giustifica la pretesa di porre delle condizioni
per ottenere il favore? E' su questo che dobbiamo puntare l'attenzione).
Delle due insomma l'una: o Gesù è quel "posseduto da Beelzebul"
indicato dagli scribi mandati dal Sinedrio di Gerusalemme (cfr. Mc 3,22), in
cerca solo del proprio tornaconto, e allora il dubbio è lecito; oppure il
lebbroso è scettico per altre ragioni. Se la prima ipotesi fosse vera, il
dubbio ovviamente sarebbe legittimo (mentre la disperazione del lebbroso
aumenterebbe all'inverosimile), ma noi non riusciremmo a capire il senso
generale, complessivo, del racconto. Proviamo dunque a escluderla e
soffermiamoci ad analizzare la seconda ipotesi. La tesi da dimostrare, in
sostanza, non è che la seguente: in assenza delle concrete condizioni che
legittimano l'uso del dubbio intellettuale, il fatto che qui il lebbroso non
abbia saputo evitare di formularlo porta in definitiva a credere (supposta
l'intelligenza del soggetto) che in quel "se" non si nasconde
semplicemente un dubbio, ma piuttosto un pregiudizio, di ordine
morale e psicologico, il quale, essendo radicato nell'inconscio, è emerso
alla coscienza in modo del tutto spontaneo, cioè involontariamente.
Quest'uomo ha sì accettato Gesù come "grande guaritore" ma nel
contempo -senza un motivo plausibile- l'ha rifiutato come "guaritore
buono".
Siamo convinti che se si fosse trattato soltanto di un dubbio
intellettuale, anche la furbizia di un adolescente avrebbe saputo evitarlo.
Dietro il "se vuoi" si nasconde in realtà un dramma personale,
avvertito in modo molto acuto dal soggetto in questione. Da dove nasce
dunque questo pregiudizio? E' difficile dirlo: qui si può solo ipotizzare.
Forse da precedenti esperienze con guaritori (e non) risoltesi
negativamente. Noi non possiamo sapere com'egli aveva contratto la malattia:
disattenzione, casualità, dolo...? Tuttavia, in quel "se vuoi"
sembra ch'egli voglia sottintendere d'aver spesso cercato, ma inutilmente,
una persona disposta a guarirlo, o per lo meno disposta a comprenderlo e
aiutarlo. Non era certamente questa la sua prima supplica. Se non si
forzasse troppo il suo significato potremmo addirittura leggerla così:
"se almeno tu vuoi", dando all'avverbio restrittivo tutta l'enfasi
che il momento richiede.
La naturale indifferenza della gente, unitamente all'emarginazione in cui
la legge mosaica obbligava i lebbrosi a vivere, devono averlo
progressivamente indotto a maturare un notevole pessimismo nei confronti
della solidarietà e della giustizia degli uomini. Il "se" che
mette in dubbio la buona volontà di Gesù, in pratica implica delle
espressioni di contenuto analogo: "se sei buono guariscimi";
"se non lo fai è perché non vuoi"; "non vuoi perché sei
come gli altri", ecc. Un "se" ricattatorio, come ben si può
notare, che Gesù qui tollera unicamente perché la sua attività politica
era appena agli inizi.
Parlando di emarginazione e di indifferenza si può in parte attenuare la
gravità del dubbio in questione, ma solo in parte. A ben guardare, infatti,
tanto l'una quanto l'altra non possono che essere considerate naturali e
inevitabili, almeno per i tempi di allora. Il lebbroso, se vogliamo, può
anche aver incontrato persone radicalmente ostili alla sua condizione di
malato, ma è assai improbabile ch'egli abbia incontrato persone che, in
potere di guarirlo, scientemente e volontariamente si siano rifiutate di
farlo (l'eccezione in questo caso non farebbe la regola); oppure tutte
persone che, pur non essendo capaci di guarirlo, non abbiano fatto
assolutamente nulla per assisterlo (ovviamente nei limiti loro possibili).
Tanto l'indifferenza della gente quanto la durezza della legge mosaica non
avevano unicamente come scopo quello di suscitare sentimenti di autocondanna
nella coscienza di questi ammalati, i quali dovevano per forza credere,
vigendo ufficialmente l'idea di un dio giusto giudice, che qualcosa di molto
grave, da un punto di vista etico, dovevano aver commesso per meritarsi un
castigo così grande (a meno che non stessero pagando il prezzo di colpe
commesse dai propri antenati, lontano anche sette generazioni!). Gli ebrei
non credevano assolutamente che tali disgrazie potessero colpire a caso o
comunque per motivi etici di secondaria importanza. E' anche vero però che,
in presenza d'una malattia così incurabile (non dimentichiamo che allora la
lebbra equivaleva alla morte), c'era senz'altro una ragione in più per
cercare di garantire a tutta la collettività una prassi di tutela e
prevenzione.
Gli ebrei associavano la malattia alla colpa perché avevano una
concezione moralistica dell'esistenza. Non sapendo come risolvere i problemi
sociali che li affliggevano quotidianamente (alcuni dei quali erano fonte
delle stesse malattie), tendevano a criminalizzare gli individui più
esposti a queste contraddizioni, e cioè i malati, gli emarginati, le
prostitute...inclusi coloro che svolgevano mestieri proibiti dalla legge.
Era un modo sbrigativo di rispondere ai drammatici perché della vita. Anche
oggi d'altra parte c'è chi sostiene che l'AIDS sia una giusta punizione per
omosessuali e tossicodipendenti.
Ai vertici della sapienza ebraica stava il filosofo Giobbe che,
rifiutando di associare la malattia alla colpa, considerava le proprie
disgrazie una prova cui dio l'aveva sottoposto, non prima naturalmente
d'averla proporzionata alle sue forze. "Se da Dio si accetta il bene,
non si deve accettare anche il male?"(Gb 2,10), così aveva risposto
alla tentazione autogiustificazionista che la moglie gli aveva suggerito col
dire: "Rimani ancora fermo nella tua integrità? Impreca a Dio e
muori!"(Gb 2,9).
Ma anche in questo caso non erano stati fatti molti passi avanti. Giobbe
invitava alla rassegnazione e a superare la prova con stoica volontà, nella
consapevolezza -direbbe Kierkegaard- che "di fronte a Dio l'uomo ha
sempre torto", anche quando è convinto d'essere innocente o di non
aver fatto nulla di così grave da meritarsi un castigo del genere. Giobbe
non aveva lo sguardo rivolto verso il futuro, cioè verso la possibilità di
modificare i rapporti sociali esistenti: la malattia l'aveva circoscritta
nell'ambito della propria coscienza, e così la prova, che doveva servire a
verificare una fede già presente, la disponibilità ad accettare una
situazione non modificabile.
Viceversa, nel vangelo di Giovanni Cristo dà ai suoi discepoli una
risposta più impegnativa: "Né lui ha peccato -disse riferendosi al
cieconato-, né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in
lui le opere di Dio"(9,3). Il che significa, detto in modo più
"laico": il limite va visto come occasione per migliorare le cose,
per mettere alla prova le capacità proprie e altrui; le contraddizioni
vanno viste come "il motore della storia" -direbbe Marx- e non
come un peso da sopportare o, peggio, come un pretesto per affermare nuovi
rapporti di dominio.
Ma torniamo al lebbroso di Marco. La suscettibilità di quest'uomo, il
suo rifiuto radicale (e ineccepibile) di considerare la malattia come un
giusto castigo per delle colpe commesse o una prova da superare con
rassegnazione, fa da pendant ad una sorta di fraintendimento della
realtà. Gli uomini infatti possono anche rifiutare certe contraddizioni, ma
non prima d'averne assunto una qualche responsabilità, o comunque non prima
d'aver saputo indicare con più o meno coerenza una proposta risolutiva.
Contestare soltanto è troppo facile perché si possa anche pretendere
d'aver ragione.
Il lebbroso di Marco, in sostanza, ha confuso la mancanza di
"potere" della sua gente con la mancanza di "volontà".
Probabilmente molte volte si sarà sentito rispondere alle sue richieste di
"vita" frasi tipo: "vorrei ma non posso". Ebbene, egli
col tempo deve aver dato a queste sincere intenzioni (incapaci però di
produrre fatti concreti, alternativi a quelli dominanti) un significato
sempre più riduttivo: "se volessero veramente, mi avrebbero già
guarito", "se mi amassero veramente, non mi avrebbero
abbandonato". Ecco perché ora cerca una persona che voglia
"veramente", che lo ami "veramente".
Ma la pretesa è fuori luogo, e per il semplice fatto che questo lebbroso
non si vuole lasciar coinvolgere nei limiti della sua gente.
Naturalmente sarebbe troppo sperare di vederlo chiedere che si faccia
qualcosa perché in futuro non accadano altri casi come il suo, o sperare di
sentirlo contestare la malattia mettendo in discussione i meccanismi sociali
che la producono e la alimentano. I fatti comunque dimostrano ch'egli ha
posto una domanda nei termini più sbagliati: "perché proprio io e non
un altro?", e ha preteso inoltre una risposta immediata e convincente.
Il pregiudizio nei riguardi di Gesù nasce proprio da questo orgoglio:
la pretesa di voler guarire in mancanza delle condizioni concrete per
poterlo essere. La guarigione è avvertita come un diritto assoluto,
inderogabile: ciò che appunto determina, come logica conseguenza, il
pregiudizio col quale si dubita delle buone intenzioni del guaritore, ovvero
del fatto che questi voglia compiere la terapia senza tener conto dei propri
interessi. Banalizzando, potremmo riformulare così l'espressione di questo
lebbroso: "tu devi guarirmi perché puoi" (l'orgoglio); "se
non mi guarisci è perché non vuoi" (il pregiudizio).
Orgoglio e pregiudizio sono presenti in questo lebbroso proprio perché
egli avverte la sua malattia come un'inspiegabile condanna e non come il
frutto di un limite sociale, un limite che coinvolge tutti gli
uomini, e quindi anche lui. L'esigenza della guarigione è avvertita secondo
una logica di tipo giuridico: del diritto proprio e del dovere
altrui. Una logica che, normalmente, subentra nel momento stesso in cui non
si sa che risposta dare al problema del senso della malattia.
Sopravvalutando la questione del merito personale, della propria innocenza o
estraneità nei confronti delle contraddizioni sociali, e sottovalutando la
questione dell'oggettività storica, caratterizzata da limiti e possibilità
abbastanza determinati, il lebbroso si è poi trovato incapace di inventare
una risposta plausibile alla sua condizione di malato, una risposta cioè
che fosse compatibile alle modalità e alle esigenze del suo tempo; e si è
trovato per così dire costretto a darsene una di tipo soggettivistico,
irrazionale: "la malattia non ha senso".
La lebbra è per lui una condanna troppo dura da sopportare perché
troppo difficile da capire: per questa ragione egli non solo si sente un
reietto della società, ma anche un uomo abbandonato a un crudele destino.
Convinto di non aver commesso nulla di "peccaminoso" per meritarsi
un tale castigo, quest'uomo accusa tutto il mondo che lo circonda d'aver
compiuto un'ingiustizia, un'arbitraria discriminazione. La società, il
destino o dio, la storia stessa: tutto e tutti gli appaiono
"mostri" da combattere. Se non fosse così, non avrebbe potuto
mettere in dubbio la pietà del guaritore proprio mentre la supplicava.
Il suo pessimismo esistenziale è cosmico e insieme ribelle, ma di un
ribellismo velleitario, poco cosciente. Qui non si discute il diritto che
questo lebbroso aveva di rifiutare la sua malattia, ma piuttosto
l'atteggiamento con cui lo rivendica. La liberazione era finalmente arrivata
e sarebbe stato stupido non approfittarne, ma era quello il modo giusto?
Quest'uomo voleva essere sanato a tutti i costi, voleva una liberazione che
s'imponesse da sé, senza il concorso responsabile di tutti gli uomini,
cioè di coloro che la desiderano. Il suo desiderio di liberazione non aveva
lo sguardo rivolto alle sofferenze del suo popolo.
v. 41) Adiratosi (mosso a compassione), stese la mano, lo
toccò
Mettiamoci nei panni di chi ha vissuto per molti anni una vita agiata o
comunque senza particolari problemi, e che dal giorno alla notte si trova a
vivere una condizione di superemarginato, additato dalla gente come un
"maledetto da dio", costretto a urlare a gran voce, ogni volta che
incontra qualcuno: "Impuro, impuro!" - cosa faremmo al suo posto?
Quali sublimi pensieri potremmo maturare nella nostra coscienza? Forse che
il malato, solo perché malato, dev'essere anche buono di carattere? No
certo, ma forse questo può autorizzarlo a insultare mentre supplica?
Di questa drammatica ambivalenza il Gesù terapeuta, che non si è
sentito indotto a troncare il rapporto, si deve essere reso facilmente
conto, se è vero che manifestò, non "compassione", ma
"sdegno" o "irritazione" - come vuole la versione più
antica, che alla chiesa però non piace. Matteo e Luca, avendo posto in
buona luce, sin dall'inizio, il nostro ammalato, non potevano comprendere il
senso della collera di Gesù, per cui hanno preferito toglierla. Così, in
pratica, hanno confermato, senza esplicitarla, la variante usata dal secondo
redattore del vangelo di Marco (o da un copista poco intelligente): e cioè
"compassione" in luogo di "irritazione". Oggi gli
esegeti tendono a collegare l'ira alla constatazione del dualismo fra
volontà divina (in sé positiva) e realtà oggettiva del male. Ma questa
giustificazione, oltre che apologetica, è anche riduttiva.
Dunque Gesù non ebbe compassione? Noi vogliamo credere che la ebbe, e
almeno per due ragioni. Una è immediatamente evidente: la sofferenza fisica
(ma questo non è un motivo sufficiente per compiere la guarigione). L'altra
la si può dedurre: il dramma di una coscienza che rifiuta di dare un senso
alla malattia (ma anche questo non è un motivo sufficiente per compiere la
guarigione). In altre parole, la compassione potrebbe anche esserci stata,
come un "segno" dell'umanità di Gesù, ma l'ira, in questo caso,
ha un valore superiore, di giustizia. Non dimentichiamo che le
guarigioni erano sì gratuite ma non fini a se stesse: Gesù cercava sempre
e comunque di sollecitare gli ammalati (o i loro parenti ed amici) a credere
nella possibilità di una liberazione più grande, che non riguardasse
soltanto le malattie fisiche ma anche quelle sociali, la prima delle
quali era senz'altro il senso d'impotenza nei confronti degli oppressori
romani. Appellandoci dunque alla compassione, potremmo anche giustificare la
guarigione di un malato incapace di comprendere le esigenze di liberazione
sociale e nazionale, ma non prima d'aver ammesso che l'obiettivo principale
del politico-terapeuta era un altro.
La mano viene appunto tesa per dimostrare la presenza di una nuova
volontà. Toccandolo nei sensi spera di toccarlo nei sentimenti,
nell'intelligenza, cioè spera di umanizzarlo. Il toccarlo non è una
semplice dimostrazione di potenza, perché di questa il lebbroso era già
sicuro. Si trattava piuttosto di una concessione di fiducia. Se il lebbroso
può credere nella "buona volontà" del terapeuta solo a
condizione d'essere risanato, si potrà anche fare -considerata la tappa
iniziale della predicazione evangelica- uno strappo alla regola. Se poi
neppure questo basterà, allora sarà stata persa una grande occasione,
quella di una conversione di mentalità, in virtù della quale si sarebbe
potuto operare per un fine sociale di rinnovamento. Il malato insomma doveva
capire che l'invulnerabilità di Gesù alla lebbra non dipendeva né dalla
fortuna né dal caso (quella fortuna o quel caso che inspiegabilmente
promuove uno e respinge l'altro), ma dipendeva da una forza e da una
volontà sconosciute al potere dominante, con le quali egli aveva intenzione
di costruire una nuova società.
Gesù quindi non si piega al ricatto per la disperazione del malato,
ovvero per la pietà del caso (anche s'egli non può essere rimasto
indifferente al coraggio del malato di rischiare la vita violando la legge
sulla segregazione), ma vi si piega per insegnare agli oppressi della sua
nazione a credere nella possibilità di una vita nuova. Solo un forte
desiderio di liberazione nazionale poteva indurlo a concedere un favore
senza le necessarie condizioni soggettive per ottenerlo. In futuro agirà
diversamente, semplicemente perché -al cospetto dei suoi numerosi
"segni"- vi sarà una ragione in meno di dubitare della sua
affidabilità politica e/o morale.
v. 41) e gli disse: "Lo voglio, guarisci!".
La lebbra non era stata per il malato un'occasione per riflettere
sull'esistenza degli uomini, ma una maledizione da togliere. Vissuta e
concepita così essa non serviva a nulla. Ecco perché il lebbroso viene
posto di fronte a una diversa opportunità di vita. Saprà fare la
guarigione quanto non è riuscita a fare la malattia? E così, dopo aver
dimostrato coi fatti che le sue intenzioni e finalità sono positive, Gesù
ora glielo conferma esplicitamente e ufficialmente con le parole: la
volontà agisce di comune accordo col potere. Non si limita a fare una
semplice dichiarazione di guarigione: "sii mondato", ne fa anche
una di volontà, proprio perché il malato aveva dubitato.
Grazie a quelle semplici ma univoche parole il lebbroso avrebbe dovuto
capire due verità fondamentali, concomitanti: 1) che l'emarginazione
(sociale e "legale"), nonché la stessa malattia, dipendevano da
un difetto di potenza, connesso a una comune responsabilità degli uomini,
in cui anche il lebbroso avrebbe dovuto sentirsi coinvolto; 2) che questo
difetto di potenza poteva essere risolto solo in base a una nuova
esperienza, cioè in base a una diversa volontà di ottenere le cose,
conformemente alle possibilità oggettive offerte dalla società. Gli uomini
insomma non avevano saputo guarire il lebbroso non perché non volevano, ma
perché non potevano, e non potevano perché non sapevano come volerlo.
Gesù esprime appunto questa nuova "intelligenza", la quale si
basa sull'esperienza di una nuova "forza". Egli sa adeguarsi alle
vere esigenze della società, e questo non tanto nel momento in cui guarisce
straordinariamente gli ammalati, quanto piuttosto nel momento in cui,
facendolo, vuole offrire un segno di potenza, espresso umanamente, per
indurre il popolo a volere un bene molto più grande: la liberazione
d'Israele. Non un miracolo li avrebbe salvati dalla schiavitù romana,
ma la fede del popolo nelle sue proprie forze. Lo stesso concetto di
"miracolo" avrebbe perso di significato.
v. 42) Subito la lebbra scomparve ed egli guarì.
La guarigione è totale e immediata. Se si cercano delle analogie con il
caso di Naaman il siro, guarito da Eliseo (2 Re 5,9-14), si resterà delusi.
I discepoli di Gesù ne sono testimoni, anche se Marco non parla della loro
presenza. Qui non serve un particolare cerimoniale: il lebbroso non
l'avrebbe tollerato, né Gesù lo ha ritenuto indispensabile, anche perché
aveva già capito il suo "paziente". Per convincerlo a fidarsi di
lui, Gesù sapeva che doveva guarirlo in quel modo e non, p. es., a tappe
diverse, progressivamente, come farà in altri casi. Quando la disperazione
è grande, ogni tergiversazione rischia di apparire come un gioco crudele,
specie se il postulante difetta di lungimiranza.
v. 43) E, ammonendolo severamente, lo rimandò
Quest'uomo non può ancora andare "avanti" -come Gesù avrebbe
sperato- ma deve, almeno per il momento, tornare "indietro". Non
gli ha potuto dire: "vieni e seguimi", perché sapeva che non ne
sarebbe stato capace, ma gli ha dovuto dire, e con tono minaccioso:
"torna dai tuoi". E' costretto a rimandarlo perché conosce la sua
ostinazione, la sua riottosità a capire, a cambiare mentalità; sa che
quanto gli è accaduto non riesce a comprenderlo nel suo significato più
profondo e che, per questo, rischia di sprecarlo.
Per non passare da un orgoglio a un altro, da un pregiudizio a un altro,
occorre prima "superare se stessi". Per poter accettare "l'opportunità-che-salva"
occorre prima riconciliarsi con gli uomini che soffrono sotto "la-legge-che-condanna".
Per superare la legge nella consapevolezza dell'alternativa occorre
anzitutto vincere le debolezze che caratterizzano gli uomini schiavi della
legge e dei rapporti sociali di sfruttamento. E la prima debolezza che qui
va vinta è la pretesa, l'assurda pretesa della diversità senza che
vi siano le necessarie condizioni per ottenerla. La seconda debolezza è
ancora più grave: è la paura o l'incapacità di realizzare
l'alternativa quando le condizioni ci sono.
Saprà questo lebbroso guarito farsi carico di una testimonianza del
genere? Oppure si servirà della guarigione per condannare di nuovo gli
altri, restando come prima? Nell'incertezza Gesù lo rimanda con tono
severo, deciso, come se fosse quasi pentito d'averlo risanato. Matteo e Luca
non hanno capito questo strano comportamento e lo hanno volutamente omesso.
Ma il vangelo di Marco, almeno in questo caso, è più veridico, ha meno
preoccupazioni apologetiche.
v. 44) e gli disse: "Guarda di non dir niente a nessuno, ma va',
presentati al sacerdote, e offri per la tua purificazione quello che Mosè
ha ordinato, a testimonianza per loro".
Tre cose Gesù gli ha chiesto di fare (nel testo greco vi sono degli
imperativi con valore esclamativo). Dovrà anzitutto tacere il nome del
guaritore, per il bene dello stesso guaritore (anche da questo si può
capire che si è trattata di una delle prime operazioni di Gesù sulla
lebbra). Poi, approfondendo il senso delle cose che ha vissuto e soprattutto
evitando di trasformare la guarigione in un pretesto per condannare la sua
gente ("adesso non ho più bisogno di voi"), il neorisanato
dovrà, in positivo, presentare l'offerta di rito al sacerdote per ottenere
un certificato di buona salute ed essere riammesso in comunità. Infine,
raccontando come sono andate le cose, dovrà diffondere tra i suoi un
messaggio salvifico, certamente di tipo politico. Messaggio che in Matteo e
in Luca appare di molto ridimensionato, poiché entrambi o non hanno capito
il senso esatto delle cose che copiavano, oppure le hanno copiate pensando
di non scandalizzare i loro lettori (già disabituati a ragionare in termini
di "politica rivoluzionaria"). Così facendo però sono entrambi
caduti in contraddizione, in quanto il silenzio sul nome del guaritore è in
netto contrasto con l'ubicazione dell'incontro: in un villaggio, secondo
Luca; ai piedi di un monte, tra la folla, secondo Matteo.
L'ex-lebbroso, che era un ebreo della Galilea, sa che deve andare dal
sacerdote per ricevere l'attestato dell'avvenuta guarigione: lo prevede la
legge mosaica. Non può limitarsi a dire, dopo una malattia del genere:
"sono guarito". Senza il nulla osta non può rientrare in
società. Perché dunque Gesù gli ricorda una cosa ch'egli sicuramente già
sa? E' semplice: perché prevede che non rispetterà la legge. Gesù fa
quanto è in suo potere di fare, nel rispetto della libertà altrui: oltre
non può andare. Un messia che pretende di realizzare un regno di giustizia
non può approfittare dei favori che concede come guaritore o delle speranze
che suscita come politico per esigere da parte dei postulanti o degli
oppressi un'obbedienza cieca, assoluta, ai suoi ordini. Ecco perché si
limita a ricordargli quello che deve fare: perché, quando non la farà, non
possa dire che in fondo ne poteva fare a meno.
Certo, l'offerta al sacerdote non ha per Gesù un valore particolare:
egli non ha bisogno che sia un altro a dimostrare la realtà dei suoi
"segni". Dicendo "sii guarito" non intendeva solo far
capire al lebbroso d'essere un guaritore notevole e credibile, ma anche un
individuo sicuro di sé, che non ha bisogno della conferma del
sacerdote-medico alle sue terapie. Gesù quindi, rinviandolo a casa, ha
tenuto anzitutto in considerazione il bene del lebbroso.
Eppure cadremmo in errore se pensassimo che tale rinvio aveva come unico
scopo quello di riconciliare l'ex-lebbroso con la sua gente (come vuole
soprattutto Luca, mentre Matteo vede il fatto in una prospettiva di polemica
antigiudaica). Gesù ha offerto a quell'uomo un'ulteriore chance, di
tipo squisitamente politico. In fondo, egli avrebbe anche potuto portarlo
con sé in città, dimostrare che l'aveva guarito e invitare la folla a
controllare di persona, senza tener conto del parere del sacerdote: poteva
cioè sfruttare la situazione per cominciare ad attirare su di sé
l'attenzione delle masse.
Invece fa esattamente il contrario: chiede al risanato non solo di
evitare una pubblicità rozza e controproducente, ma anche di dimostrare,
presentando l'offerta e raccontando la verità dei fatti, che chi l'ha
guarito è una personalità degna di rilievo, per quello che fa e
soprattutto per come lo fa, della quale ci si può fidare con una
relativa sicurezza, al punto che gli si potrebbe anche riconoscere un ruolo
di rilievo nella lotta contro l'oppressione dominante, romana ed
ebraica-collaborazionista (erodiani in Galilea; sadducei, anziani e sommi
pontefici in Giudea). I sacerdoti insomma, stupendo sia di fronte a
questa grande guarigione, sia di fronte all'umiltà con cui essa era stata
gestita, avrebbero dovuto prendere consapevolezza che esisteva un potere
sconosciuto alla sinagoga, un potere che la legge, le sedi ufficiali del
"palazzo", le scuole rabbiniche non erano state capaci di
produrre: un potere col quale, in un modo o nell'altro, ci si doveva
confrontare.
La testimonianza della verità doveva dunque servire per dimostrare che
Gesù era sia un guaritore "grande e buono", sia un altro
potenziale liberatore d'Israele dall'imperialismo romano. I preti, vedendo
quel redivivo presentare l'offerta e sentendo da lui la versione dei fatti,
avrebbero dovuto rivedere i loro pregiudizi, evitando non solo di dubitare,
come prima il lebbroso, della buona volontà di Gesù, ma anche di sostenere
che i suoi poteri autonomi, privi di un placet istituzionale, provenivano
dal "maligno" e che, per tale ragione, venivano usati contro i
veri interessi della popolazione. I preti insomma, grazie alla testimonianza
personale e politica del lebbroso guarito, avrebbero dovuto porsi
nell'atteggiamento di chi è pronto ad accogliere l'opportunità favorevole,
quella che da tempo il popolo attendeva.
v. 45) Ma quegli, allontanatosi, cominciò a proclamare e a divulgare
il fatto, al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una
città, ma se ne stava fuori, in luoghi deserti, e venivano a lui da ogni
parte.
Guardando ora il comportamento di quest'uomo si potrebbe essere tentati
dal dire che la sua supplica iniziale, formulata con un "se"
dubitativo, non era stata solo il frutto del risveglio improvviso di una
speranza ormai morta, ma anche una sorta di desiderio di rivalsa, di
riscatto agli occhi del mondo intero. Si tratta però di una mera
tentazione, poiché il racconto poteva finire diversamente, cioè senza che
con l'acquisita guarigione si riaffermasse il pregiudizio precedente,
caricandolo peraltro di inimmaginabili opportunità. E' dunque difficile
indovinare se il lebbroso era o non era partito con l'idea di poter usare la
terapia per una rivincita personale contro il mondo. Forse non è neppure
importante saperlo.
Matteo, non dicendo una sola parola sul comportamento del risanato (il
versetto parallelo è del tutto assente) e volendo restare coerente con le
sue premesse, preferisce lasciar credere, indirettamente, ch'egli abbia
obbedito. Luca è un po' più complicato, ma non offre dettagli
significativi: anche per lui l'ex-lebbroso ha obbedito, ma solo nel senso
che ha presentato l'offerta, non anche in quello di tacere il nome del
guaritore. L'effetto su Gesù è quindi analogo a quello descritto da Marco,
anche se Luca, cercando di sdrammatizzare le cose, mostra che la gente lo
cercava sia per le guarigioni che per "ascoltarlo". Ciononostante
Gesù -prosegue Luca- continuava a nascondersi, benché solo per
"pregare".
A ben guardare, in effetti, avrebbe anche potuto essere una soluzione
interessante quella di far obbedire l'anonimo postulante al 50%. Gesù in
fondo gli aveva offerto tre possibilità di riscatto: 1) comprendere il
significato della guarigione (riscattandosi così dall'idea di essere un
maledetto); 2) presentare l'offerta (riscattandosi così
dall'emarginazione); 3) essere di testimonianza (riscattandosi così dal
"nonsenso" di una vita da schiavi sotto il giogo romano). L'una
non escludeva l'altra, e comunque il lebbroso poteva scegliere. Senz'altro
la comprensione del terzo riscatto era superiore agli altri due, ma se il
postulante si fosse limitato a presentare l'offerta prevista dalla legge
mosaica, la guarigione non sarebbe stata del tutto vana.
Scegliere l'una o l'altra proposta poteva dipendere solo da come il
risanato avrebbe recepito l'esperienza e il messaggio di liberazione del
messia-taumaturgo. Quel che è certo è che se avesse almeno un po' compreso
il senso di quell'incontro, sarebbe andato dal sacerdote mostrando d'essere
un testimone degno di fiducia. Ovviamente egli non aveva come compito quello
di manifestare in modo consapevole tutta la verità incontrata: ancora non
poteva esserne capace, né il messia glielo aveva chiesto. Sarebbe stato
sufficiente che i suoi parenti e compaesani cominciassero a capire che tutte
quelle guarigioni altro non erano che uno stimolo a credere nella
possibilità di una liberazione molto più grande, molto più impegnativa.
Lo stesso ex-lebbroso, che era stato guarito pur essendo ancora privo della
necessaria disponibilità interiore a credere, avrebbe potuto (e dovuto)
sperare, con il concorso di quanti prima lo emarginavano, nella possibilità
di una trasformazione sociale e politica.
Purtroppo egli non solo non comprese ma neppure si presentò e, non
presentandosi, non poté neppure testimoniare in modo adeguato. Marco ci fa
capire ch'egli si rifiutò categoricamente di obbedire all'ordine di Gesù,
anzi fece esattamente il contrario, mettendosi a "proclamare" il
nome del guaritore e a "divulgare" il fatto per tutta la regione,
tanto che Gesù era impedito dall'entrare pubblicamente nelle città e nei
borghi della Galilea. Cosa avrà raccontato è facile immaginarlo: che Gesù
era un taumaturgo pazzo, disposto a fare grandi guarigioni senza chiedere
nulla in cambio, che lo voleva rimandare dai "suoi" quando lui si
sentiva finalmente libero (e definitivamente) dal bisogno di chiedere il
loro aiuto, che gli aveva ordinato di portare un'offerta proprio a quel
sacerdote che da quando l'aveva visto ammalarsi non faceva che accusarlo
d'essere un "impuro", e così via.
Tutto questo clamore sulla straordinaria benché isolata guarigione (la
più grande, fino a quel momento) aveva ovviamente leso l'immagine che di
sé Gesù voleva dare. Galvanizzate da prodigi di tal genere, le masse
facilmente si sentivano indotte a chiedergli cose inaccettabili per la sua
missione. Lui stesso, con simili terapie, rischiava di precludersi uno degli
ambiti più adatti alla predicazione della parola, quello appunto delle
città (che il Battista, p.es., aveva rifiutato). E tuttavia, nonostante
questi inconvenienti di circostanza, facilmente prevedibili, egli non aveva
voluto sottrarsi al tentativo di ridare fiducia a un uomo cui la società
negava ogni fiducia. La speranza di ottenere una vittoria sull'orgoglio e il
pregiudizio di un uomo solo, l'aveva avvertita in quel momento con più
forza della preoccupazione di offrire a tutti gli uomini un'immagine
convincente, non "miracolistica", del suo vangelo.
I fatti purtroppo contraddirono le aspettative di Gesù, ma questo non
dimostra ch'egli avesse torto: qui non è neppure il caso di dire che
l'ingenuità si paga. La trasgressione dell'ordine ha senz'altro avuto una
ricaduta su chi l'ha impartito, ma molto di più l'ha avuta su chi doveva
eseguirlo. Pur guarito infatti quell'uomo era rimasto "ammalato",
anzi era peggiorato, in quanto aveva perduto la possibilità del vero
riscatto, della vera liberazione. Trasformando quel gesto in una semplice
liberazione per sé, lo aveva privato del suo contenuto sociale
obiettivo, del suo significato "profetico" ("prolettico",
dicono gli esegeti). Rispetto ai tempi della "salvezza", ovvero
della liberazione nazionale, che Gesù indicava come imminenti, quell'uomo,
che prima accusava un certo ritardo, ora fa marcia indietro.
Dal canto suo Gesù, non volendo essere strumentalizzato da nessuno, è
costretto a ritirarsi "in luoghi deserti" o poco frequentati. Non
vuole dare di sé l'immagine di un fenomeno da baraccone né l'illusione di
un "superman" dotato di enormi poteri, capace di liberare "da
solo" la Palestina: egli non si poneva come obiettivo le guarigioni dei
malati, ma la liberazione della sua nazione, dai nemici interni ed esterni,
senza fare ricorso a fenomeni prodigiosi. Tuttavia, anche a causa della
superficiale testimonianza di quell'uomo, ormai le folle credono soprattutto
in Gesù come "grande guaritore". E Marco, non senza compiacersi
delle proprie origini ebraiche, aggiunge volentieri che "venivano a lui
da ogni parte". Non era certo quello un popolo che si spaventava di
fronte alle difficoltà di un deserto...
|