|

















| |
L'UOMO DALLA MANO SECCA E L'IDEOLOGIA DEL SABATO (Mc 3,1-6)
- sinossi
v. 1) Entrò di nuovo nella sinagoga.
Questo episodio, se non si esulasse dal nostro argomento, andrebbe
esaminato con quello posto da Marco subito prima: Le spighe strappate di
sabato (2,23 ss.). Entrambi, infatti, in modo sufficientemente chiaro e
organico, descrivono l'atteggiamento che i farisei (il gruppo
politico-religioso più significativo) avevano nei confronti di Gesù su uno
dei precetti più importanti del giudaismo: il sabato. Tale
atteggiamento, sin dall'inizio dell'attività pubblica di Gesù, era stato
piuttosto negativo: lo stesso Giovanni, nel suo vangelo, lo conferma dicendo
che i giudei cercavano di ucciderlo perché "violava il sabato"
(5,18).
|
 |
Per gli ebrei il sabato aveva un triplice significato: come simbolo
religioso della creazione, in quanto -stando al Genesi- dio il
settimo giorno "cessò da ogni lavoro", ovvero "fece
sabato" (cfr. Gen 2,2-3 e Es 20,11); come segno di una liberazione
politica, in quanto l'ebreo, mentre riposa dopo le fatiche del suo
lavoro, deve anche ricordare d'essere stato tratto dalla schiavitù d'Egitto
al tempo dell'Esodo (cfr. Es 23,12 e Dt 5,14 s.); infine come strumento
pedagogico per una convivenza sociale pacifica, in quanto gli ebrei, nel
giorno in cui smettono di lavorare, sono convinti di potersi sottrarre
completamente al rischio di derubare o ingannare il prossimo, o comunque
alla tentazione di far prevalere i loro interessi personali. E' in fondo
questa la vera motivazione del sabato: le giustificazioni religiose,
simboliche o evocative hanno -secondo noi- un valore secondario.
Nell'Esodo si legge che chi profanava questo giorno lavorando
doveva "essere condannato a morte" (31,14), e in effetti nessuna
solennità dell'anno esigeva un riposo così assoluto. Al tempo di Gesù gli
ebrei se ne servivano anche per opporsi ai romani: non lavorando, se
schiavi; non portando armi né marciando, se militari nelle legioni (cosa
che poi determinerà la loro definitiva esenzione). Dal canto loro, i
farisei, al fine di mantenere il popolo unito e per conservare tradizioni
usi e costumi in funzione antiromana, avevano accentuato ancora di più il
rispetto formale di questo precetto, impedendo praticamente quasi ogni forma
di attività (cfr Mc 2,23-28).
Un fatto però s'imponeva alla coscienza di molti israeliti coevi a
Gesù: il tradizionale senso di liberazione, implicito nel sabato, stava
sempre più perdendo la sua ragion d'essere sotto il dominio assoluto di
Roma. In effetti, come si poteva esser fieri della "terra
promessa" con l'oppressione del nemico in patria? Come si poteva
ricordare la "liberazione" dal Faraone se non ci poteva liberare
dalla schiavitù di Cesare? In che modo si poteva essere "se
stessi" di sabato se durante gli altri giorni si dovevano subire le
prepotenze, gli arbitrii dell'invasore, nonché gli abusi, le indecenze di
chi preferiva "collaborare"? Proprio a causa di queste domande,
che da tempo gli ebrei si ponevano, i farisei, nel racconto delle spighe
strappate, non si sentirono autorizzati a denunciare i discepoli di Gesù.
In quel racconto, infatti, la legge era stata violata, ma senza che la
coscienza morale se ne sentisse in colpa.
v. 1) C'era un uomo che aveva una mano inaridita,
Marco colloca questo episodio nell'ambito della sinagoga di Cafarnao (non
ricordando la città si può presumere che la dia per scontata) e poco tempo
dopo l'episodio del paralitico. Luca non fa altro che imitarlo. Stando a
Matteo invece, è letteralmente impossibile definire il luogo, poiché dal
suo racconto del paralitico è passato molto più tempo, al punto che appare
inverosimile una violazione del sabato così tardiva.
Sin dal primo versetto Marco fa capire che Gesù voleva guarire proprio
di sabato, alla presenza di tutti (il giorno non è citato semplicemente
perché, anche qui, lo considera ovvio, a differenza di Luca che si rivolge
a lettori poco avvezzi alle usanze ebraiche). Nel vangelo di Marco Gesù ha
già violato il sabato almeno due volte: privatamente, in casa di Pietro,
mentre gli guarisce la suocera (1,29 ss.) e pubblicamente, davanti ai
farisei, mentre permette ai suoi discepoli di raccogliere delle spighe di
grano per sfamarsi (2,23 ss.).
Visto il carattere ufficiale, irreversibile, con cui il Cristo vuole
rompere con l'interpretazione rabbinica del sabato, facendo così compiere
un passo in avanti alla sua polemica contro l'opinione dominante che
unificava malattia e colpa, si può addirittura pensare che tra lui e il
malato in oggetto vi sia stato come un accordo preventivo, una sorta di
intesa prestabilita (in nessun momento infatti il malato gli chiederà di
guarirlo). Anche leggendo Matteo lo si può intuire (questi peraltro, non
senza disprezzo, usa l'espressione "loro sinagoga"). Luca invece
esclude completamente tale ipotesi: il suo Gesù entra in sinagoga per
insegnare e solo in un secondo momento incontra il malato. La casualità
dell'incontro è evidente in più punti della sua versione.
L'uomo di questo episodio è un malato incurabile. L'acquisita malattia,
forse non sanata con decisione al suo nascere, si era col tempo acutizzata,
tanto da divenire cronica. Marco si guarda bene dal fornire delle aggravanti
per meglio giustificare l'intervento "illegale" di Gesù: questo
fare moralistico è più consono a un evangelista come Luca, che si sente in
dovere di precisare come la mano secca in questione fosse la
"destra".
v. 2) e lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato
per poi accusarlo.
Qui si ha la conferma che Gesù era entrato nella sinagoga per cercare
con la comunità locale, e soprattutto con i suoi portavoce più
significativi: i farisei, un confronto diretto e ufficiale sulla questione
del sabato. Essi infatti sembrano attenderlo, sapendo già in anticipo quel
che vorrà fare. Il loro modo di "osservare" non è innocente (si
potrebbe addirittura tradurlo con "lo stavano spiando").
Consapevoli che Gesù ha già in precedenza violato il sabato, ora lo
guardano con un senso di sfida, che è un di più del sospetto e della
diffidenza, in quanto -essendo quello un luogo pubblico- sperano vivamente
ch'egli cada in recidiva, così potranno tranquillamente denunciarlo. Non lo
osservano per comprendere le sue ragioni, ma per vedere se viola la legge
con aperta intenzionalità, davanti a testimoni autorevoli. Ciò che finora
hanno visto e udito è per loro sufficiente: la decisione di condannarlo
pare già unanime. Matteo ne è così convinto che nella sua versione essi
pongono subito, in modo capzioso, una domanda: "E' lecito far
guarigioni in giorno di sabato?". Il risentimento di Gesù, ovviamente,
è qui immediato.
Le prescrizioni del sabato vietavano le cure per la salute, quando
naturalmente non fosse in pericolo la vita della persona. Una deroga a
questo principio poteva essere concessa, al massimo, dal Sinedrio (il senato
giudaico), non certo da un privato cittadino né da un leader politico. Una
trasgressione del precetto equivaleva praticamente a mettere in discussione
il potere delle autorità costituite o comunque il potere di quei gruppi
politici che basavano il loro prestigio, fra l'altro, sul modo come
applicavano il precetto o come lo facevano applicare. In questo senso, né
le autorità (nella fattispecie gli erodiani, come dirà più avanti Marco),
né i farisei riuscivano ad accettare che la guarigione di un uomo in giorno
di sabato, potesse farsi per un fine di bene. Che un così grande potere,
esterno o estraneo alla loro influenza, avesse intenzione di contrastare
quello istituzionale (degli erodiani della Galilea) o quello sociale (dei
farisei, che pretendevano d'essere gli unici veri oppositori del mondo
romano in Palestina), appariva cosa inammissibile: entrambi i partiti erano
convinti che tutto l'operato terapeutico di Gesù fosse strumentale a una
più complessa strategia ad essi chiaramente ostile.
v. 3) Egli disse all'uomo che aveva la mano inaridita: "Mettiti
nel mezzo!".
Gesù voleva ufficializzare, mediante un confronto pubblico e diretto con
le autorità, la sua trasgressione del sabato, verso la quale già erano
state mosse delle critiche in modo ufficioso. Di qui la decisione di far
mettere quell'uomo al centro: non solo a tutti doveva essere chiaro che il
caso in questione era molto grave, ma anche che il superamento della
concezione del sabato egli intendeva realizzarlo all'interno del
giudaismo, sottoponendosi al giudizio della pubblica opinione. Gesù non
vuole violare il sabato per un arbitrio personale, ma per affermare, in
positivo, la realtà di un'esperienza più significativa per il giudaismo:
un'esperienza insieme umana e politica, con la quale opporsi al
sistema dominante. Non ha paura degli astanti, almeno non lo dimostra: vuole
restare coerente con l'intenzione di guarirlo lì dentro, e non perché si
sente un provocatore, non perché ritiene di non aver nulla da perdere, ma
per offrire alla sua gente un'alternativa credibile, praticabile. Giovanni
ricorda nel suo vangelo (10,38) che Gesù, come soluzione di compromesso,
era disposto ad accettare che credessero se non in lui, almeno nelle sue opere.
Lo stesso Giovanni descrive bene la sostanziale differenza, sulla
questione del sabato, fra la posizione di Gesù e quella dei gruppi
politico-religiosi di Gerusalemme: "Mosè vi ha dato la circoncisione
-non che essa venga da Mosè, ma dai patriarchi- e voi circoncidete un uomo
anche di sabato. Ora se un uomo riceve la circoncisione di sabato perché
non sia trasgredita la legge di Mosè, voi vi sdegnate contro di me perché
ho guarito interamente un uomo di sabato? Non giudicate secondo le
apparenze, ma giudicate con giusto giudizio!"(7, 22 ss.). La differenza
stava nel fatto che i "giudei" -come li chiama Giovanni- non
riuscivano a comprendere la caratteristica "simbolica" di leggi
come ad es. quella della circoncisione o dello stesso sabato. Trasformando
queste leggi propedeutiche, valide solo storicamente, in idoli
sovratemporali, era poi ovvio che non riuscissero ad accettare il
superamento realistico proposto da Gesù (superamento che non consisteva
-come più avanti vedremo- in una semplice estensione delle deroghe alla
rigidità del precetto, ma piuttosto in una sua definitiva abolizione, come
lo stesso Giovanni lascia capire quando parla di guarigione
"intera", "totale").
Ora, per giudicare con "retto giudizio" occorre un
atteggiamento di autocritica, di ascolto, ma l'unico che, in questo senso,
si vede, nel racconto di Marco, è quello del malato, il quale, mettendosi
nel mezzo, non si vergogna di mostrare il male che l'ha colpito, né il
desiderio di guarirlo in un giorno proibito: egli non ha timore delle
intenzioni di condanna che serpeggiano nella sinagoga.
Su questo punto Luca continua a sostenere la tesi dell'incontro fortuito,
poiché Gesù interviene proprio per dimostrare che non teme gli avversari.
Egli lo fa mettere al centro ("in piedi", mentre tutti sono seduti
per terra!) solo dopo aver "conosciuto i loro pensieri", nel senso
cioè ch'egli lo guarisce appunto perché gli sono ostili, ostentando così
la propria netta superiorità. Il Gesù di Luca, infatti, non ha la
preoccupazione pedagogica di far comprendere a scribi e farisei che la legge
del sabato, quando non è al servizio dell'uomo, diventa un'assurda
ideologia. Egli in realtà è già così "padrone del sabato" che
non ha alcun bisogno di dimostrarlo, attraverso una coerenza di teoria e
prassi: gli basta riconfermarlo in virtù dei suoi poteri taumaturgici o
addirittura della sua "divinità", con la quale naturalmente egli
non può lasciarsi sorprendere né intimidire da nessuno.
Nonostante questo però, Luca si è sentito in dovere di precisare che il
malato "obbedì" all'ordine impartitogli: come se di fronte a una
"divinità" (qui onnisciente e onnipotente) sarebbe anche potuto
accadere che il malato declinasse l'invito, temendo d'essere mal giudicato
dai suoi concittadini! Nel contesto di Marco invece la precisazione di Luca
non avrebbe avuto alcun senso proprio perché fra Gesù e il postulante
esiste già un accordo preventivo: il semplice fatto di mettersi al centro
equivaleva in sostanza a una richiesta ufficiale di guarigione, a dispetto
delle leggi vigenti.
Matteo addirittura non fa alcun cenno a questo spostamento logistico: non
gli interessa minimamente il rapporto di Gesù con un uomo che non dirà per
tutto l'episodio la benché minima parola. Gli basta evidenziare una
questione di principio. Matteo infatti giustifica la violazione del sabato
sulla base della realtà dei bisogni: "Chi è colui tra di voi che,
avendo una pecora, se questa cade in giorno di sabato in una fossa, non la
prenda e la tiri fuori? Certo un uomo vale molto di più di una
pecora!"(12, 11-12).
In realtà Gesù non chiedeva che si aumentassero le eccezioni alla
regola, ma che si mutasse la regola stessa, subordinando il sabato a tutte
le esigenze degli uomini, non soltanto a quelle più importanti. In
fondo una deroga alla legge avrebbe anche potuto essere concessa, se la
sostanza fosse rimasta salva. In altre parole Matteo non coglie la
dimensione globale della rottura. Il suo Cristo rompe con un
giudaismo ottuso, ipocrita, superficiale: insomma un giudaismo
irrecuperabile, che non s'è neppure piegato a concedere un
"favore" al Cristo. Al contrario, il Cristo di Marco ha una
concezione più elevata del giudaismo, in quanto è disposto a riconoscere
alla legge del sabato un valore propedeutico, normativo, storicamente
valido, cui si può e si deve rinunciare solo in presenza di una valida
alternativa; un'alternativa -si badi- non tanto o non solo al
"sabato" in sé, quanto piuttosto ai rapporti di potere che
lo legittimano, che lo usano come mero strumento di controllo sociale.
Matteo esprime la posizione di quella comunità cristiana che, sulla
questione del sabato, sarebbe stata anche disposta ad accettare molti
compromessi col fariseismo, se questo avesse riconosciuto al Cristo una
sorta di primato "etico-religioso". Fra questa tradizione
cristiana e quella farisaica -diversamente da come appare nel testo di
Marco- non esisteva alcuna vera divergenza sul piano politico.
v. 4) Poi domandò loro: "E' lecito in giorno di sabato fare il
bene o il male, salvare una vita o toglierla?".
Ecco quindi la domanda cruciale: che cosa si può fare di sabato, il bene
o il male? La risposta sembra essere scontata, e il silenzio degli astanti
lì a dimostrarlo. Ma non è così. Gesù non aveva posto una questione
formale, cui si potesse facilmente rispondere, ma un grave problema di
coscienza. Quell'uomo, indubbiamente, aveva bisogno d'essere guarito; non
era in pericolo di morte ma la sua malattia non aveva speranze per la
medicina dell'epoca. La legge mosaica -stando agli scribi e ai farisei-
impediva di sanarlo nel giorno festivo. Gesù appunto chiede come sia
possibile che Mosè abbia dato una legge così contraria alla vita.
La risposta che i farisei (e gli erodiani) avrebbero potuto dare, in quel
momento, è facilmente intuibile: eccetto il caso di pericolo di morte, era
vietato, di sabato, assistere un ammalato, poiché ciò costituiva
"lavoro". Ora, la malattia di quell'uomo non rientrava nel
suddetto caso, per cui il Cristo non aveva il diritto di sanarla (né doveva
sentirsi in dovere di farlo). Scribi e farisei non mettevano in dubbio il
valore della vita, ma tale valore -onde evitare ogni forma di
"arbitrio"- acquistava la sua validità solo nella misura in cui
non contraddiceva alla norma della legge, la quale appunto affermava, con
assolutezza, che il sabato è giorno di "riposo assoluto". Nessuno
avrebbe impedito a Gesù di guarirlo in un giorno feriale.
Il problema da risolvere, in sostanza, era il seguente: che cosa può
essere considerato prioritario nell'esistenza degli uomini? e, di
fronte ad esso, che cosa è lecito fare? Se è veramente vietato lavorare di
sabato, per quale motivo si permette che in questo giorno si salvino degli animali
in pericolo di vita? Perché Gerico poté essere conquistata di sabato (cfr
Gs 6,4)? Perché invece l'uomo che raccoglieva legna, citato in Nm 15,33,
venne messo a morte?
A tale proposito, la tesi di Matteo è abbastanza chiara: se si viola il
sabato per un bisogno minore (ad es. salvare una pecora nel fosso) lo
si può fare anche per un bisogno maggiore (guarire un uomo).
Tuttavia, l'esempio scelto da Matteo non faceva che confermare la posizione
dei farisei, i quali avrebbero potuto obiettare che là si trattava di
salvare una vita in pericolo (seppur quella di un animale), qui si tratta
soltanto di guarire un arto paralizzato. Matteo in sostanza non ha capito
che è sul concetto di vita, di esistenza e non di
"sabato" che Gesù si scontrava con la mentalità farisaica.
All'interno di una logica che equipara la vita ai suoi ritmi biologici, o
che misura la dignità di una persona sul modo come rispetta la legge, è
impossibile superare non solo la concezione del sabato, ma anche quella di
qualunque altra legge. Sotto questo aspetto si può aggiungere che, guarendo
di sabato un malato cronico, Gesù voleva in realtà affermare un principio
che permettesse agli uomini di considerare positivamente, in qualunque
momento, anche quelle azioni di bene compiute in assenza di un bisogno più
o meno grave, o quelle azioni non espressamente previste da alcuna
normativa.
La posizione degli scribi e dei farisei era schematica ma non
semplicistica. Essi erano convinti, come al tempo di Mosè, che, astenendosi
dal lavoro, di sabato, l'uomo avrebbe potuto sottrarsi alle contraddizioni
che si determinavano, nei giorni feriali, fra l'interesse individuale e
quello collettivo. E' vero che Mosè, nell'istituire tale precetto, aveva
cercato di dargli un senso il più liberatorio possibile, senza affatto
impedire il "bene" nei confronti del prossimo, specie in caso di
bisogno; ma è anche vero che questo suo tentativo poteva aspirare al
successo solo in condizioni socialmente favorevoli. Viceversa, al tempo di
Gesù, la constatazione negativa delle contraddizioni sociali si era così
accentuata che per gli scribi e i farisei le tradizioni e le leggi del
passato avrebbero potuto conservare la loro credibilità solo a condizione
di aumentarne artificiosamente il peso. Si era cioè arrivati all'assurdo
che la dignità dell'uomo veniva alimentata dalla più completa indifferenza
verso le necessità del prossimo. La verità di sé veniva ad essere
determinata non anzitutto dalla disponibilità a condividere le esigenze
degli uomini, nella concretezza della vita quotidiana (feriale e festiva),
ma piuttosto dall'assenza di movimento, dalla rinuncia a compiere
qualsiasi azione che non fosse rigidamente circoscritta dalla legge, dalle
tradizioni orali e scritte e dal perimetro del Tempio e della sinagoga.
Per gli scribi e i farisei il sabato era diventato l'idolo
dell'indifferenza, il feticcio magico da usarsi nei rapporti
interpersonali, al fine di valorizzare al massimo un'entità puramente
astratta: Jahvè o meglio l'"Uno". Nel giorno festivo si
"costringeva" il popolo all'altruismo semplicemente impedendogli
di compiere qualsiasi azione, anche quelle che potevano apparire degne e
meritevoli. Era diventata talmente grande la sfiducia nelle capacità umane
di bene, che, vietando ogni azione di sabato, le autorità religiose
(istituzionali e/o sociali) si erano attribuite sia il diritto di
considerare tendenzialmente negativi i gesti compiuti nei giorni feriali,
sia il potere di stabilire, dal modo in cui si viveva il sabato, quali
"colpe" meritavano d'essere perdonate (da dio) e quali no. Oltre a
ciò, naturalmente, le autorità si assicuravano, in modo del tutto formale,
di non essere ingannate da quei lavori compiuti solo in apparenza per il
bene del prossimo (salvo poi soprassedere, nel giorni feriali, ogniqualvolta
esse avevano consapevolezza del carattere obiettivamente negativo di tali
lavori).
Gesù in pratica proponeva di formulare dei casi, anche ipotetici, che
giustificassero la neutralità davanti alle esigenze vitali degli
uomini, in considerazione del fatto che la legge vietava di condividerle nel
giorno festivo. In altre parole, egli chiedeva di rimettere in discussione
il motivo per cui determinate azioni come fare del bene, assistere o
addirittura salvare una vita venivano ritenute nei giorni feriali un aspetto
positivo dell'esistenza, mentre di sabato dovevano essere biasimate,
condannate o accettate in via del tutto eccezionale. Se chi ha il potere di
compiere il bene, è tenuto a metterlo a disposizione ogni giorno, al
servizio della collettività, chi omette di fare il bene, quando l'evidenza
lo rende necessario, non compie forse il male? L'indifferenza, in tal caso,
non è forse una forma di orgoglio e di disprezzo per gli uomini che vivono
in uno stato di necessità (quegli stessi uomini che gli
"idealisti" sono soliti considerare fonte di tutti i mali sociali,
causa prima della mancata realizzazione dei loro astratti principi)? E' vero
che in ogni gesto, in ogni iniziativa umana e sociale c'è sempre il rischio
che si faccia prevalere l'interesse individuale su quello generale (ammesso
e non concesso che ciò sia sempre illecito), ma forse questo rischio può
essere considerato come un pretesto per impedire che l'uomo agisca?
I farisei tuttavia pensavano che la riduzione del sabato a giorno comune
fosse in realtà finalizzata a estendere l'alienazione del popolo (la sua
logica negativa di vita quotidiana) anche al giorno in cui le autorità
religiose o comunque la legge potevano in qualche modo garantire, con il
divieto assoluto di lavorare, una dimensione etica dell'esistenza. Se
il settimo giorno diventa come gli altri -pensavano i farisei- non ci sarà
più modo di opporsi all'antagonismo che gli uomini vivono normalmente, gli
altri giorni, sul piano socioeconomico. La conseguenza sarà un loro
progressivo allontanamento dalle leggi e dalle tradizioni ebraiche.
Senonché le intenzioni di Gesù non erano affatto quelle di compiere una
critica puramente distruttiva di questa ideologia del sabato. Il dualismo
fra l'interesse personale, prevalentemente manifestato -secondo i farisei-
nei giorni feriali, e la dedizione a dio nel giorno festivo, non poteva
essere risolto dimostrando che anche di sabato si è come negli altri
giorni, sebbene in modo mascherato. Se Gesù avesse voluto legittimare anche
per il sabato la logica negativa della vita feriale, avrebbe proposto una
soluzione di comodo facilmente contestabile. In realtà, egli poneva un
problema di ordine qualitativo: per quale ragione gli uomini vivono
la loro esistenza dominati dall'interesse privato? Che cosa impedisce loro
di accettare anche l'interesse collettivo con la stessa intensità e
passione? C'è la possibilità di convogliare le esigenze di una vita
collettiva verso un progetto di liberazione che valorizzi ogni singolo uomo?
Se gli ebrei sono capaci di rispettare il prossimo solo in forza del sabato,
in che modo potranno costituire una valida alternativa al dominio dei
romani?
Relativamente al suo tempo, Gesù diede una risposta positiva ed
esauriente a queste domande, superando con sicurezza il formalismo deteriore
del tardo giudaismo. La coerenza dimostrata in tutte le sue azioni,
pubbliche e private, si fondava appunto sull'identità di verità e
giustizia, solo grazie alla quale si può salvaguardare la coincidenza
degli interessi personali e collettivi. La sua preoccupazione era quella
d'indurre gli uomini non tanto a considerare il sabato un giorno qualsiasi,
quanto a vivere ogni giorno secondo una logica positiva dell'esistenza, una
logica fondata sulla condivisione concreta del bisogno sociale, sulla
priorità in ogni momento del fattore umano. Chi vive la vita con
questa tensione non ha bisogno di mettersi una maschera (in questo caso il
sabato) per nascondere i propri difetti.
Ecco perché Gesù sosteneva che il sabato è fatto per l'uomo e
non viceversa (Mc 2,27). Ecco perché, in questo racconto, non ha timore,
nonostante il divieto della legge, di "ridare" la vita a chi
gliela chiedeva. Gesù parla di "salvare" non soltanto di
"guarire": salvare una persona dalla disperazione, non
soltanto guarirla da una malattia. Se dopo averla promessa, Gesù non
restituisse la vita a quell'uomo che, per ottenerla, ha accettato di esporsi
pubblicamente, in realtà gliela toglierebbe, poiché col tempo, di fronte
al persistere del male (fisico e sociale), il desiderio di vincerlo verrebbe
meno. In effetti, qui è anche in gioco il desiderio di vivere una vita
autentica. Sapendo bene a quali difficoltà, rischi e pericoli andava
incontro, lasciandosi guarire in quel modo, il malato -dobbiamo supporre-
voleva vivere una vita conforme alla volontà del guaritore. Ora, cosa
accadrebbe se Gesù, pur potendolo sanare, decidesse di non farlo per timore
della reazione delle autorità? Il malato perderebbe solo la possibilità di
una guarigione fisica o anche la fiducia in un cambiamento qualitativo delle
cose?
v. 5) Ma essi tacevano.
Pur in presenza di una evidente necessità -come lo fu il sacerdote
Achimelec nei confronti di Davide, che per sfamare quest'ultimo violò il
divieto di consumare il pane sacro dell'offerta (cfr 1 Sam 21,2 ss.)- gli
uomini della sinagoga di Cafarnao restano impassibili, completamente
immobili. Tacciono perché credono che la domanda di Gesù sia mal posta:
temono di contraddirsi. Per loro la risposta giusta non è scontata, per cui
la domanda appare ambigua. Dire "il male" infatti non possono, ma
se dicono "il bene" prevedono che Gesù replicherà chiedendo il
motivo per cui in questo caso lo si vuole accusare.
Dunque la domanda per loro è fuori luogo, è avvertita come un
pericoloso tranello. Essi sono convinti di fare già il "bene" di
sabato e non riescono a comprendere né ad accettare la diversità del
"bene" proposto da Gesù. Si chiedono, in definitiva, la ragione
per cui egli non voglia accontentarsi di guarire nei soli giorni feriali,
rispettando, come tutti, il precetto festivo. E così tacciono, nella
generale indifferenza verso il problema di quell'uomo, strettamente
vincolati al loro punto di vista, appoggiandosi vicendevolmente in un odio
mortale contro chi vuole anteporre alla necessità della tradizione
l'esigenza del rinnovamento.
v. 5) E guardandosi tutt'intorno con indignazione, rattristato per la
durezza dei loro cuori, disse a quell'uomo: "Stendi la mano!".
Né in Matteo né in Luca Gesù aspetta la reazione degli astanti: è
come se la desse per scontata, talmente scontata che non li guarda neppure
con indignazione e/o tristezza. Luca ha voluto conservare solo lo sguardo
circolare di Gesù, ma più che altro per dimostrare ch'egli aveva tutte le
ragioni di questo mondo per guarire il malato. Cosa che nel vangelo di Marco
-abbiamo visto- non era così evidente.
In quali casi l'indifferenza è giusta? Alla luce di quanto fin qui si è
detto, si potrebbe essere tentati dal rispondere "mai". In realtà
nessuno si sognerebbe di criminalizzare l'indifferenza quando sono in gioco
le idee degli uomini (politiche, culturali, religiose...). In molti
casi l'indifferenza non solo è possibile e legittima, ma anche inevitabile,
soprattutto quando, in mancanza di altro, non si sa quali antidoti
non-violenti usare contro certe forme di intolleranza.
Tuttavia, nel contesto del nostro racconto non sono soltanto le idee
(relative alla concezione del sabato) quelle nei cui confronti gli uomini
sono chiamati a esprimersi: qui è anche in gioco una vera situazione di bisogno.
La pedagogia del Cristo, estremamente concreta, insegnava a non fare
dell'astrazione fine a se stessa, ma a porre sempre le idee in relazione a
bisogni specifici.
Di nuovo quindi ci chiediamo quando l'indifferenza è giusta di fronte a
una situazione di bisogno, di cui si è in qualche modo consapevoli?
(Naturalmente si dà qui per scontato che chi presta assistenza sia in grado
di farlo e chi la ottiene disposto a riceverla). Solo in un caso
l'indifferenza è lecita: quando è in gioco un bisogno più grande.
E anche in questo caso, l'indifferenza nei confronti del bisogno minore
sarebbe lecita solo in via temporanea. (Da notare che Gesù non ha
qui la preoccupazione di doversi difendere dall'accusa di aver scelto una
situazione di bisogno non molto grave per trasgredire il precetto del
sabato. D'altra parte se il caso fosse stato "estremo" il problema
non si sarebbe neppure posto).
La reazione dei membri della sinagoga non fu quella auspicata da Gesù,
anche se poteva essere prevista. In questo versetto Marco sottolinea molto
bene i due atteggiamenti emotivi che ha avuto Gesù di fronte al loro
silenzio: ira e tristezza. Preoccupato di salvaguardare
l'oggettività dei fatti e delle relative valutazioni teoriche, Gesù li
guarda "indignato", manifestando chiaramente la sua
disapprovazione. Di fronte a un'evidenza così lampante -egli vuol far
capire- la posizione neutrale va qualificata come un'ipocrisia.
Intenzionato però a non imporre la sua interpretazione del sabato e
disposto a comprendere che l'atteggiamento degli astanti non è naturale ma
frutto di un legame distorto con determinate idee, Gesù li guarda
"rattristato".
Ira e tristezza sono due sentimenti che si valorizzano reciprocamente.
Senza tristezza, l'ira porterebbe l'uomo a non tenere mai in considerazione
alcuna attenuante, a giudicare secondo criteri rigidi e schematici, a
confondere "errore" con "errante". Ma senza l'ira la
tristezza rischierebbe l'opposto, e cioè il relativismo dei valori e degli
atteggiamenti, fino a giustificare, con l'opportunismo più sofisticato e
vergognoso, qualunque idea o situazione.
In effetti, se ci fosse stata solo l'ira, il terapeuta, per restare
coerente con le proprie idee, avrebbe dovuto guarire lo stesso il malato,
naturalmente non prima d'aver espresso un severo giudizio di condanna. Ma
avrebbe anche potuto rifiutare, limitandosi ad accusare i farisei d'essere
diventati gli autori morali della disperazione del malato. Mentre se avesse
avuto solo tristezza, certo non l'avrebbe guarito in sinagoga o comunque non
l'avrebbe fatto di sabato (forse avrebbe addirittura smesso di guarire,
temendo il potere degli avversari). Da canto suo il malato (una volta
guarito), se avesse visto soltanto dell'ira, sarebbe forse diventato un
fanatico o un estremista del vangelo di Gesù; se invece avesse visto solo
tristezza, avrebbe ovviamente perso la fede.
La presenza di entrambi gli stati d'animo fa invece capire l'equilibrio
politico-morale del messia-terapeuta, oltre al fatto che il giudizio
(espresso qui addirittura in forma interrogativa: "E' forse
lecito...?") non aveva pretese di condanna morale. Oggetto di condanna
semmai era l'indifferenza, alla quale non si può riconoscere il diritto di
autogiustificarsi di fronte alle situazioni di bisogno. Chi crede che
davanti al bisogno sia "naturale" scegliere l'indifferenza, si
condanna da solo (a vivere una vita meschina ed egoista). L'importante è
che altri abbiano la possibilità di scegliere diversamente.
v. 5) La stese e la sua mano fu risanata.
Quest'uomo non ha detto una sola parola e alla fine del racconto
scomparirà letteralmente nel nulla, ma dal suo semplice modo di comportarsi
riusciamo a intuire lo stesso qualcosa della sua personalità. Egli ha
obbedito due volte agli ordini di Gesù: la prima mettendosi al centro,
la seconda stendendo la mano. Per poter obbedire egli doveva aver
fede non solo nelle capacità di Gesù ma anche nella giustezza dei
suoi ragionamenti: pertanto qui si è fatto un passo avanti rispetto
all'episodio del paralitico. In modo particolare, se non fosse stato più
che convinto delle ragioni del terapeuta, al secondo ordine -visto l'odio
crescente degli astanti- il malato avrebbe potuto non obbedire. Di questo
Matteo e Luca non si preoccupano minimamente.
Ma, proprio a motivo del fatto che la fede del postulante era cresciuta
in proporzione all'incredulità dei farisei, è difficile parlare di
"ordini" o "comandi". Il malato è andato incontro
liberamente alla possibilità di guarire in quel modo, ed è rimasto libero
sino alla fine, perfettamente consapevole che l'odio degli astanti non era
solo verso Gesù, ma anche verso di lui, che si lasciava guarire di fronte a
tutti, come fosse un "complice". E così sarà per Lazzaro, a
Betania, colpevole per i giudei di aver "accettato"(!) la propria
resurrezione (cfr Gv 11,53).
v. 6) E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio
contro di lui per farlo morire.
Al pari dei discepoli del Battista, i farisei criticavano Gesù perché
non obbligava al digiuno gli apostoli (Mc 2,18 ss.); ora con gli erodiani si
consultano per eliminarlo. Non tramano coi battisti, in quanto, nonostante
le assonanze ideologiche, vi erano forti divergenze politiche. Tramano
invece con gli erodiani, che per i farisei sono degli avversari sia
ideologici che politici. Infatti, il partito collaborazionista degli
erodiani (equivalente a quello dei sadducei a Gerusalemme) vedeva in Erode
Antipa, tetrarca della Galilea e della Perea con il beneplacito di Augusto,
il messia promesso. Viceversa, i farisei, più fedeli alle tradizioni
israelitiche, non riuscivano ad accettare né che Erode svolgesse una
politica legata agli interessi di Roma, né che la sua dinastia fosse di
origine araba (Erode il Grande, padre dell'Antipa e strenuo persecutore dei
farisei, era idumeo).
Perché dunque questa intesa politica? Perché pur partendo da interessi
diversi se non contrapposti, entrambi i partiti vedono minacciato il loro
potere: istituzionale, quello erodiano; nazional-popolare,
quello farisaico. Agli erodiani il rispetto rigoroso del sabato interessa
solo nella misura in cui garantisce loro di conservare il potere sugli ebrei
della tetrarchia: non ne fanno una questione di principio (Erode non aveva
forse violato la legge mosaica sposando Erodiade?). Dal canto loro i farisei
non hanno intenzione di perdere la qualifica di "oppositori"
(seppur moderati) del sistema dominante, che sono riusciti ad ottenere dopo
decenni di persecuzioni. Che fossero degli "oppositori", lo
attesta anche Luca (14,31), allorché afferma che furono proprio loro ad
avvisare Gesù che Erode voleva ucciderlo.
Tuttavia né Luca né Matteo hanno colto la valenza politica di questa
guarigione. Il primo contrappone a Gesù, in maniera classica, gli scribi e
i farisei, tacendo sul fatto che a causa di tale guarigione si era
chiaramente deciso di ucciderlo (per Luca i veri artefici della morte di
Gesù sono i sacerdoti del Tempio): di conseguenza Gesù non ha seri motivi
di preoccupazione. Matteo invece contrappone a Gesù unicamente i farisei,
limitando la polemica a una questione di carattere morale, sicché alla fine
pare alquanto esagerata la loro decisione di eliminarlo. Naturalmente anche
qui, come in Mc 3,7, Gesù è costretto a fuggire.
La guarigione di quest'uomo, per concludere, può essere vista come uno
spartiacque fra la predicazione ancora libera di Gesù e quella non più
tollerata dalle istituzioni. Marco vuole appunto dimostrare come il
confronto di Gesù con l'ideologia di alcuni importanti gruppi politici,
fosse sin dall'inizio assai aspro. In effetti, chi dispone di potere e non
vuole assolutamente perderlo e sa di non avere sufficienti ragioni per far
tacere con mezzi legali quanti mettono in discussione la sua credibilità e
autorità, davanti a sé non ha molte alternative: l'uso della forza diventa
inevitabile. I delitti non vengono commessi solo in presenza di una sicura
minaccia, ma anche in via del tutto cautelativa, nel timore che questa
minaccia acquisti la fiducia delle masse. L'idolatria del potere (gli
erodiani) e quella della legge (i farisei) hanno portato qui alle
medesime conseguenze: la differenza sta nel fatto che gli uni giustificano
le loro ragioni stando al potere, gli altri stando all'opposizione.
|