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LO SCANDALO DEL PARALITICO (Mc 2,1-12) -
sinossi

v. 1) Ed entrò di nuovo a Cafarnao dopo alcuni giorni. Si seppe che era
in casa
L'espressione "alcuni giorni dopo" presuppone un periodo in cui
Gesù, compiuta la guarigione del lebbroso, poté rimanere nascosto, prima
di ritornare, senza essere visto, a Cafarnao, ove sarà stato ospite -è da
presumere- nella casa di Pietro. Ma l'espressione, se si mette il punto dopo
"Cafarnao", potrebbe anche riferirsi al momento in cui gli
abitanti del paese si accorgono della sua presenza.
La tattica che Gesù aveva adottato, nella fase galilaica, era
relativamente semplice e, forse proprio per questo, abbastanza efficace:
sulle prime egli lanciava un messaggio di speranza (cfr. Mc 1,15) e, se
occorreva, operava delle guarigioni (cfr Mc 1,32 ss.); poi, quando notava il
successo dell'iniziativa, si trasferiva altrove, sottraendosi al
superficiale interesse degli "ammiratori". Dopo qualche tempo
però tornava sui suoi passi, cercando fra coloro che la volta precedente
l'avevano visto in azione, se c'era qualcuno disposto a diventare suo
seguace, disposto cioè a lottare per l'obiettivo della liberazione
nazionale.
A Cafarnao aveva già compiuto diversi "segni" (come li chiama
Giovanni) e grande era diventata la sua fama. Ora che vi è inaspettatamente
rientrato è molto difficile che possa sottrarsi alle richieste o anche solo
alla curiosità della folla: questa, in un certo senso, lo tiene sotto
controllo. D'altra parte egli ha bisogno dell'appoggio popolare: non vuole
predicare nel deserto come il Battista. In questo momento il problema più
difficile che deve affrontare è quello di trasformare l'entusiasmo
instabile del pubblico che l'ascolta in una solerte e durevole sequela,
cioè quello di portare il provincialismo di chi vorrebbe avere un
taumaturgo tutto per sé verso un'esperienza di liberazione
politico-nazionale.
Anche Matteo parla di Cafarnao, ma fra questa guarigione e quella del
lebbroso fa trascorrere un tempo troppo lungo; inoltre il suo Gesù non
entra privatamente in una casa ma pubblicamente nella città. Luca invece
preferisce la cronologia di Marco, ma il luogo dell'episodio è ignoto,
benché si possa facilmente presumere che ci si trovi in Galilea. Il suo
errore fondamentale tuttavia è quello di presentare Gesù come un maestro
già autorevole, perché riconosciuto da scribi e farisei (cosa mai
verificatasi in Marco), un maestro che usa le guarigioni appunto per
dimostrare la propria superiorità etico-religiosa (anche questo non è per nulla evidente
in Marco, dove anzi Gesù raccomanda il "silenzio messianico").
Oltre a ciò, Luca ha preferito parlare subito di queste autorità
politico-religiose, anche per non trovarsi in imbarazzo allorché dovrà
giustificarne l'inconsueta presenza nella casa ove Gesù è ospite.
v. 2) e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche
davanti alla porta, ed egli annunciava loro la parola.
Nessuno ha dimenticato i suoi prodigi terapeutici. Ora ne chiedono altri:
forse alcuni son venuti per ringraziarlo o anche solo per curiosità. Sono
così tante le persone che davanti alla porta, nel giardino antistante, non
c'è più posto. La porta, chiusa, è letteralmente schiacciata dalle
esigenze degli uomini. Anche Luca conferma questa situazione. Matteo invece
si limita a dire che volevano un solo miracolo.
Ormai Gesù non può più tirarsi indietro: può soltanto fare in modo
che la marea di questa gente insieme appassionata e istintiva non lo
travolga prima ancora di "cominciare". Nel testo è scritto che
"annunciava loro la parola", ma ciò è molto improbabile. Certo,
è sempre meglio "nutrire" la consapevolezza di un progetto che
l'entusiasmo di una guarigione, ma la precisazione riflette un cliché
paternalistico ed è quindi fuori luogo. La si può spiegare pensando che a
Marco o a qualche altro redattore/copista sia parso molto strano che Gesù,
davanti a tante persone, non facesse niente. In realtà stava già facendo
una cosa molto importante: rinunciando a guarire, cercava di far capire a
quella folla di non desiderare una facile popolarità. In precedenza si era
comportato allo stesso modo (Mc 1,35 ss.).
Questa apparente indifferenza al bisogno è, a ben guardare, una sorta di
accertamento dell'effettivo interesse per il suo programma e la sua
strategia. Egli spera di poter aprire la porta non soltanto per la speranza
della guarigione, ma anche e soprattutto per la fiducia nel suo vangelo. La
sua attesa silenziosa e discreta è una verifica delle capacità di ascolto
della folla. Se lo seguono solo per le guarigioni, certamente se ne
andranno, vedendo la porta rimanere chiusa; se anche per la parola,
aspetteranno con pazienza ch'egli esca.
Matteo non ha assolutamente capito il senso di questa prova e, pur non
ricordando alcuna "predicazione", mostra un Gesù disponibilissimo
a guarire! Luca invece è più elastico: da un lato può facilmente omettere
la predica perché nella premessa l'aveva già trasformata in un dialogo
edificante fra Cristo e il potere religioso; dall'altro accetta benevolmente
la prova, seppure dopo averla alleggerita di molte difficoltà,
conformemente alla sua immagine stereotipata di un Cristo amato e stimato
persino dagli avversari!
v. 3) Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone.
Prima ancora che qualche discepolo esca da quella casa per informare gli
astanti che Gesù non ha intenzione di curare gli ammalati; prima ancora che
da quella casa esca lo stesso Gesù per fare un impegnativo discorso alla
folla - qualcuno, tra questa, stanco di aspettare, pensa di accorciare il
tempo della prova. Scettici sul fatto che Gesù voglia guarire e poco
intenzionati ad ascoltare delle "parole", i cinque postulanti
decidono di andarlo a trovare di persona.
v. 4) Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla,
scoperchiarono il tetto nel punto dov'egli si trovava e, fatta un'apertura,
calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico.
La difficoltà che queste cinque persone dovevano affrontare non era
soltanto di natura tecnica (l'ostruzione della folla oppure la salita sul
tetto), ma anche di natura morale (l'intrusione nella casa sapendo che Gesù
non voleva fare guarigioni). Questa seconda difficoltà deve aver
scoraggiato non pochi degli ammalati lì presenti, i quali certamente erano
a conoscenza della scala esterna, quella appunto che si utilizzava per
rifare il tetto ogni anno. Alcuni forse avranno pensato che un malato del
genere poteva giustificare un'azione così rischiosa; altri invece si
saranno chiesti come avrebbe reagito il guaritore (o lo stesso padrone di
casa) di fronte a quella forma di sfrontatezza.
Matteo, anche in questo caso, non ha remore di sorta: avendo già tolto
la "prova della fede" richiesta da Gesù, ora può tranquillamente
eliminare l'azzardo dei postulanti. Luca invece, pur cercando d'essere più
fedele al testo di Marco, è costretto ad alleviare il peso dello scoglio
morale, in quanto il suo Gesù ha meno bisogno di mettere alla prova una
folla che già crede in lui. Tali conseguenze, nel suo vangelo, ad un certo
punto appaiono come inevitabili.
Vinta dunque la resistenza del dubbio, i barellieri salgono le scale e,
una volta in cima, fanno un'apertura, abbastanza facilmente, fra le canne e
il fango seccato, in direzione di Gesù; poi calano il giaciglio col
paralitico (Marco usa un termine tecnico che indica il letto di gente
povera); probabilmente non hanno neppure usato delle corde: sia perché
prima di arrivare a quella casa non
potevano prevedere quel che avrebbero fatto, sia perché le case palestinesi era generalmente basse.
I quattro saranno rimasti sulle travi principali della terrazza (che non ha
"tegole", come invece vuole Luca).
v. 5) Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: "Figliolo, ti
sono rimessi i tuoi peccati".
La fede che Gesù vede non è semplicemente quella in lui come
"grande guaritore" (questa anche il lebbroso l'aveva), ma
piuttosto quella in lui come "guaritore buono" (dotato di virtù
morali oltre che "bioradianti"). Essi cioè avevano sfondato il
tetto convinti che lui non avrebbe protestato, e questa convinzione era di
tutti e cinque: diversamente i barellieri non avrebbero accettato di esporsi
a quel modo.
E' al malato che Gesù direttamente si rivolge, come per indicare che è
soprattutto lui ad aver bisogno del suo aiuto, anche se quello che sta per
dire non potrà non avere delle ripercussioni sulla coscienza di tutti gli
astanti della casa. Lo chiama "figliolo" per la fede, è evidente:
in Luca, dove il senso della prova è fortemente sminuito, al posto di
"figliolo", accettato anche da Matteo, c'è "uomo", che
è più generico. In Marco invece l'appellativo è molto confidenziale:
viene usato non solo per giustificare una buona azione (il coraggio di
quella intrusione infatti, sebbene non indicasse il modello della fede
richiesta, era pur sempre una testimonianza di rilievo), ma anche per
indurre l'ammalato a credere più facilmente in ciò che ha appena udito: la
facoltà di giudicare il bene e il male. Gesù non cerca mai un semplice
rapporto medico/paziente, ma soprattutto uno da uomo a uomo. Ciò che Matteo
invece non è riuscito a intuire, in quanto il suo Gesù si esprime qui con
un tono troppo paternalistico.
La domanda che ora viene spontaneo porsi è la seguente: a quali peccati
si riferiva Gesù mentre glieli perdonava? Anzitutto è da escludere a
priori ch'egli volesse ribadire l'equazione rabbinica di malattia e colpa,
come a prima vista può sembrare. Premiando la fede che il
paralitico-discepolo aveva manifestato, Gesù non voleva ricordargli la sua
condizione di malato-peccatore, altrimenti l'elogio sarebbe stato una beffa.
Inoltre, il perdono dei peccati (qui espresso, peraltro, in una formula
alquanto spuria perché ecclesiastica) escludeva proprio la suddetta
identificazione: il paralitico viene perdonato prima ancora d'essere
guarito. Né si può pensare che Gesù volesse perdonare cose di cui lui
solo (oltre naturalmente all'interessato) era a conoscenza: se così fosse
il racconto avrebbe ben poco di edificante da comunicarci. Alcuni esegeti, a
tale proposito, hanno creduto che il paralitico si fosse ammalato a causa di
qualche "peccato grave", di pubblico dominio, e che Gesù avesse
voluto liberarlo dalla "fonte" del suo male; ma questa
interpretazione -oltre che essere magico-spiritualistica, e non molto
dissimile da quella rabbinica- non considera che nel contesto è del tutto
irrilevante l'ipotesi che i due già si conoscessero (Marco peraltro, nel
testo greco, in questo versetto, usa il termine "paralitico" senza
articolo).
Si può infine pensare che il paralitico avesse "peccato" nel
momento stesso in cui aveva preteso arbitrariamente la propria guarigione,
anteponendola all'importanza del vangelo; ma, oltre al fatto che congetture
simili se ne potrebbero fare a iosa, non è davvero possibile credere che
Gesù, all'inizio della sua attività politica, si formalizzasse per ragioni
o atteggiamenti di questo tipo. Peraltro, si ha la netta impressione che
Marco voglia sottolineare come la lode fosse strettamente subordinata alla
constatazione della fede. Il perdono dei peccati qui è un premio concesso
alla fede testimoniata. Si potrebbe anzi dire che Gesù si limita unicamente
ad attestare o a legittimare che il paralitico, con la sua fede, s'era
guadagnato da solo la propria riabilitazione morale agli occhi della gente.
Insomma, se rischiando più della folla il malato poteva apparire
"peggiore", rischiando in quel modo era diventato
"migliore".
Il punto, se vogliamo, è proprio questo. Sul fatto che la guarigione
interiore (o morale) fosse da preferire a quella esteriore (o fisica),
qualunque rabbino poteva trovarsi d'accordo. Ma che dire del fatto che tale
guarigione, secondo Gesù, poteva accadere nella coscienza d'una persona
ritenuta dalla mentalità dominante profondamente colpevole proprio perché
irrimediabilmente ammalata? Per i rabbini malattia e colpa si giustificavano
a vicenda: in tal modo essi potevano confermare i rapporti sociali
esistenti, di oppressione e sfruttamento. Attribuendo le cause della
malattia immediatamente al malato, considerato avulso da un contesto
storico-sociale concreto, i rabbini non avrebbero certo messo in rapporto le
capacità terapeutiche manifestate da Gesù con l'esigenza di modificare il
contesto sociale. Su questo c'era poco da sperare. In fondo per loro non le
guarigioni costituivano "problema", quanto piuttosto l'uso
"antisistema" che di esse si poteva fare.
Ecco perché l'unico modo per ribaltare la concezione ideologica
fatalista e politicamente opportunista dei rabbini, era quello di convincere
gli stessi gruppi marginali della società a credere che la malattia poteva
diventare occasione per dimostrare la "grandezza" dell'uomo.
Concetto, questo di "grandezza", che Gesù non intendeva riferire
al suo particolare potere di guarigione, ma piuttosto alla possibilità
generale di creare un'alternativa allo status quo. Le terapie volevano
appunto essere un segno evocativo della possibilità di realizzare questa
esigenza collettiva.
Ora, diversamente da come aveva agito nel caso del lebbroso, con il
paralitico Gesù è molto più esplicito nell'indicare in cosa consista la
sua pretesa riformatrice. Dichiarando moralmente sano un uomo fisicamente
malato, cioè sostenendo che il paralitico meritava considerazione come
chiunque altro, anzi più di molti altri, visto il modo in cui si era
comportato, Gesù veniva a porsi in qualità di giudice della propria
società, in modo particolare di quelle istituzioni e di quei poteri che con
una determinata ideologia la governavano. Lo sviluppo della sua tattica qui
è notevole.
E' quindi evidente che con la sua benevola espressione, mai detta in
precedenza, non riferibile ad alcun peccato in particolare ma solo alla
mentalità dominante, Gesù ha voluto mettere alla prova quei postulanti e
soprattutto il paralitico, che pensava anzitutto di ottenere una terapia
risanante. La prova consisteva appunto nel superare la fiducia in lui come
"guaritore buono" mediante quella in lui come "maestro di
vita", cioè come intellettuale in grado di giudicare autonomamente,
sotto ogni aspetto, i processi del suo tempo. I cinque postulanti dovevano
in sostanza capire che la "bontà" del Gesù taumaturgo non aveva
come scopo unicamente quello di curare gli ammalati, ma, partendo ad es.,
come in questo caso, da una reinterpretazione del nesso di malattia e colpa,
risalire fin verso la fonte di tutti gli abusi di potere, le discriminazioni
e le menzogne del sistema.
Gesù poteva pretendere una fede più matura perché lo stesso
paralitico, con i quattro portantini, gliene aveva offerto l'occasione. La
differenza fra questa guarigione e quella del lebbroso è tutta qui. Nei
vangeli, ogniqualvolta l'interlocutore supera un ostacolo, Gesù, con fare
pedagogico, ne propone uno maggiore, invitando a compiere continue e
profonde metànoie, sia sul piano della consapevolezza critica che, di
conseguenza, su quello della decisione personale. (Buona parte del vangelo
di Giovanni è strutturata, redazionalmente, sulla base di questa
impostazione politico-pedagogica).
Tuttavia, i cinque si aspettavano la guarigione non il perdono dei
peccati. Non immaginavano neanche lontanamente che alla loro fede avrebbe
potuto corrispondere un "miracolo" di quel genere. Credevano in
lui come "guaritore buono", ma fino a che punto avrebbero potuto?
Qui non è come se Gesù avesse detto: "Ti perdono l'intrusione, ma non
ho intenzione di guarirti". In tal caso il paralitico se ne sarebbe
andato, perdendo naturalmente la fede nel guaritore. Viceversa, Gesù ha
affermato un principio rivoluzionario per la mentalità dell'epoca: la
reintegrazione morale dell'incurabile. Se il paralitico non opera una
torsione di 180 gradi nella sua coscienza, lo scandalo diverrà inevitabile,
nonostante la massima discrezione usata da Gesù.
A tale proposito, alcuni esegeti ritengono che Gesù abbia voluto
attenuare la difficoltà della prova evitando di pronunciare la forma
attiva: "Io ti rimetto i peccati". Questa loro spiegazione, in
realtà, è servita più che altro come pretesto per speculare sulla
presunta origine "divina" del Cristo. In verità, per l'opinione
rabbinica non passava molta differenza tra le due forme espressive, in
quanto il problema principale verteva unicamente sull'autorizzazione a
formularle. Il paradosso dunque resta, e senza un mutamento di prospettiva,
col quale si possa accettare questa nuova mediazione fra gli ideali di vita
e gli uomini, è impossibile non restare impressionati negativamente, ed è
pure impossibile trarre le dovute conseguenze operative sul piano politico
(limite che caratterizzerà, ad es., un movimento come quello del
Precursore). Insomma, chi o che cosa abilita Gesù a farsi mediatore e
portavoce delle esigenze degli oppressi? Può un guaritore, solo perché
guaritore, avanzare pretese del genere? Fino a che punto un uomo può
ritenersi indipendente nel giudizio?
vv. 6-7) Seduti là erano alcuni scribi che pensavano in cuor loro:
"Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se
non Dio solo?".
"Là" dove erano seduti? Certo non nella casa di Pietro. In
nessuna parte del vangelo di Marco si sono mai visti degli scribi parlare
privatamente con Gesù, e per di più in casa sua o in casa dei suoi
discepoli: una decisione del genere li avrebbe messi in cattiva luce agli
occhi del potere dominante (benché l'espressione qui da loro usata sia
chiaramente di disprezzo). In genere le controversie venivano affrontate
pubblicamente, anche quando, invece di molti scribi, ve n'era soltanto uno.
Ma se gli scribi non erano in casa, è impossibile che abbiano udito le
parole di Gesù. E' persino improbabile che le abbia udite la folla. Dunque,
dove si trovano questi legisti? Si trovano nella fantasia di un secondo
redattore del racconto di Marco. Qui siamo di fronte a uno dei molti casi di
costruzione simbolica verosimile a scopo apologetico. La verosimiglianza è
dovuta al fatto che l'intervento di questi scribi, benché irreale nel
contesto, è ideologicamente attendibile. Nel senso che se essi avessero
effettivamente potuto ascoltare le parole di Gesù relative al perdono dei
peccati, con molta probabilità avrebbero pensato le cose riportate
dall'anonimo redattore.
Ma dove sta lo scopo apologetico? In due aspetti: anzitutto nel fatto che
non si vuole scandalizzare il lettore dicendo che, all'udire quelle insolite
parole, tutti i presenti (paralitico, barellieri e forse discepoli)
cominciarono "in cuor loro", se non addirittura "a viva
voce", a porsi delle domande molto imbarazzanti (come imponeva
l'inedita situazione), senza però avere il coraggio di formulare esplicite
accuse. In secondo luogo, la comunità cristiana primitiva, già
abbondantemente spoliticizzata, aveva tutto l'interesse a dimostrare che la
risposta di Gesù (che ora vedremo) al dubbio interiore degli astanti, era
stata formulata con cognizione di causa, essendo egli "l'unigenito
figlio di dio".
Gli scribi, che qui inorridiscono al sentire un
guaritore volersi fare "come dio", diventano improvvisamente, per
la suddetta comunità, i veri "bestemmiatori". Pieni di gelosia e
d'invidia, essi avrebbero rifiutato di riconoscere in questo
"terapeuta pedagogista", che nel mentre sana i corpi guarisce le ferite
dell'anima, le specifiche qualità "sovrumane" che lo
caratterizzavano. Col che, invece di fornire un'immagine realistica, laica e
umana, dell'episodio (come andava fatto e come forse neppure Marco riuscì a
fare), il secondo redattore ne offre una di tipo idealistico-religioso,
inserendo cioè elementi del tutto arbitrari e impedendo così al lettore di
capire che con quella espressione Gesù non voleva affatto dimostrare
d'essere un dio o un figlio di dio e neppure un novello sacerdote, ma semmai il contrario, e cioè un uomo
che per vivere "come uomo" non aveva alcun bisogno né di dio né
dei suoi sacerdoti. Essere "come dio", in questo caso, altro non
avrebbe potuto significare che essere "senza dio", cioè capaci di
stabilire da soli dove si trovano il bene e il male. Gli uomini diventano
uomini ogniqualvolta si misurano con questa autonoma capacità di giudizio.
Luca ha accettato la manipolazione del vangelo di Marco perché così
poteva legittimare più facilmente la presenza degli scribi in quella casa,
avendoli già citati, in compagnia dei farisei, nella premessa. Per il resto
la sua versione dei fatti è ancora più spiritualistica e idealizzata. Per
quanto riguarda Matteo, questi, situando la scena sulla riva del lago di
Tiberiade, non solo ha meno problemi di Luca nel giustificare la presenza
anomala degli scribi, ma ha pure tutto l'interesse (lui che è polemicamente
antigiudaico) a mostrarli come nemici irriducibili del
"Cristo-Signore".
Dunque gli ospiti in quella casa di Cafarnao hanno pensato, almeno per un
momento, che Gesù peccasse di presunzione, ma senza proferire parola
(stando al testo) sono rimasti in attesa di quel che sarebbe successo. In
parte temono il confronto, non avendo motivi per accusarlo ed essendo forse
consapevoli della pessimistica concezione scriba. Sin dall'inizio, in
effetti, i discepoli avevano visto in lui un potenziale messia (cfr. Gv
1,41) e il popolo non poteva non essersi accorto che Gesù, chiedendo
fiducia nella possibilità di un mutamento sostanziale delle cose, non
guariva per un tornaconto personale. A chi gli stava vicino i dubbi sulla
effettiva onestà di questo obiettivo politico-nazionale, apparivano
assurdi. Luca infatti è costretto a smorzare l'odio degli oppositori
eliminando la parola "bestemmia". Nel suo vangelo, tuttavia, si
capisce a fatica che sono gli stessi postulanti a dubitare.
Ora però, di punto in bianco, è difficile credere che Gesù non stia
abusando dei suoi poteri. Gli scribi, proprio a causa del legame ch'egli
poneva fra guarigione e liberazione, lo ritenevano un indemoniato, temendo
ch'egli potesse approfittarne per rivendicare un potere personale, superiore
al loro o addirittura ostile a quello del Tempio. Da tempo abituati a
profondi compromessi col potere romano e quindi a ragionare in termini di
meri rapporti di forza, gli scribi ritenevano che i mezzi usati da Gesù,
benché all'apparenza inoffensivi, avrebbero sicuramente minacciato, prima o
poi, tutte le loro sicurezze materiali e morali. Una cosa infatti è
guarire, assistere, dare fiducia ai gruppi marginali della società,
un'altra è costruire con loro un movimento organizzato con finalità
politico-rivoluzionarie.
In che modo ora poteva convincersi chi, più o meno influenzato
dall'insegnamento degli scribi e dei farisei, riteneva che la facoltà di
giudicare il bene e il male appartenesse solo al "Dio Unico" o, al
massimo, alle autorità costituite? In che modo Gesù poteva dimostrare che
la sua presa di posizione, teorica e pratica, rappresentava l'inizio di una
radicale alternativa al governo istituzionale, che collaborava, seppur
malvolentieri, con quello romano? La questione era diventata complessa: chi
si faceva "come dio", cioè chi scavalcava il potere
legale-sacerdotale, era considerato reo di morte e come tale andava
lapidato. Questo, nella versione di Matteo, appare assai chiaramente, mentre
in quella di Marco le cose sembrano essere in bilico, al punto da
legittimare finali contrastanti. Nessuna meraviglia infatti ci sarebbe nel
vedere quel paralitico che, disposto ad accettare in luogo della guarigione
fisica l'insegnamento etico, disposto cioè a capire che la dignità morale
acquisita è il vero "miracolo" di cui aveva bisogno, chiedesse ai
barellieri di riportarlo a casa così com'era venuto.
vv. 8-9) Ma Gesù, avendo subito conosciuto nel suo spirito che così
pensavano tra sé, disse loro: "Perché pensate così nei vostri cuori?
Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i tuoi peccati,
o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina?
Era facile immaginarsi i dubbi che passavano per la mente di quegli
uomini: non c'è bisogno di pensare che Gesù poteva perdonare i peccati in
quanto "conosceva i pensieri" degli uomini allo stesso modo di
dio. Questa chiave di lettura non fa che alimentare il culto della
personalità, deresponsabilizzando gli individui. In realtà, Gesù chiedeva
solo d'essere accettato come uomo, cioè come un soggetto politico e morale
disposto a impegnarsi per un rinnovamento qualitativo della società, per
l'emancipazione delle masse oppresse. Le guarigioni erano strumentali alla
comprensione di questo fine. Non era proprio il caso che gli esegeti
trasformassero un semplice intuito in una preveggenza o il suo giudizio
umano in una scienza infusa.
Naturalmente Matteo e Luca non hanno interesse a respingere questa
evidente manipolazione del testo marciano: il primo poi, avvezzo com'è a
ragionare in termini di netta contrapposizione fra bene e male, si sente
ancora più autorizzato a palesare un atteggiamento "ostile" di
Gesù nei confronti degli scribi. Luca invece resta più sfumato, più
distaccato nelle sue valutazioni, benché ciò non gli abbia impedito di
cadere nell'incoerenza fra il "domandarsi" reciproco dei farisei
con gli scribi e il "conoscere i pensieri" da parte di Gesù.
Nel vangelo di Marco, Gesù, resosi conto che quanto aveva appena detto
era difficile da accettare, usa tutta la benevolenza, la lungimiranza e la
persuasione di cui è capace. Il fatto è che spesso gli uomini sono
sprovveduti di fronte ai fatti che chiedono un coinvolgimento, impreparati
rispetto alle necessità del loro tempo: non sempre o non subito sanno
apprezzare le buone intenzioni di chi vorrebbe indirizzarli verso mete più
elevate. Chi è abituato ad eseguire passivamente ordini altrui, in cui più
o meno crede, o chi, al contrario, li esegue solo formalmente, avendo come
unica preoccupazione i propri interessi personali, col tempo matura la
convinzione che gli uomini non abbiano sufficienti capacità di
trasformazione e che le cose non possano essere modificate. Ecco perché
Gesù non ha voluto considerare il loro dubbio come un pregiudizio radicato
nelle coscienze e ha preferito non riprenderli severamente. Il suo compito
non era quello di fare il moralista, ma l'educatore a una vita nuova o per
lo meno alla speranza di ottenerla, e tutti sanno che quando si educa è
di fondamentale importanza saper porre le domande giuste nel modo giusto.
Che cosa dunque è più facile riconoscere: il suo potere di guarigione o
il suo diritto di giudicare? La risposta poteva apparire scontata: il primo,
non foss'altro perché da diverso tempo lo esercitava e sulle cui finalità
ormai solo gli scribi nutrivano ancora dei dubbi. L'altro potere, preteso in maniera
così autonoma, era considerato fuori dalla portata del comune cittadino,
poiché secondo la concezione giudaica (di allora e di oggi) esso appartiene
soltanto a dio, almeno in ultima istanza. Qui di fatto Gesù lo rivendica
come proprio, mostrando che né a dio né ai suoi sacerdoti si deve
attribuire alcunché. L'espressione di "perdono" va quindi intesa nella sua valenza squisitamente
umanistica. E' come se avesse detto: "Se mi avete creduto
mentre facevo guarigioni, se pensavate che le facevo per un fine di bene e
non per un interesse personale, perché ora mentre considero innocente
l'ammalato pensate che bestemmi?. In che cosa è meglio credere:
nell'utilità di una guarigione fisica o nella necessità di modificare la
mentalità dominante?".
Una cosa per lo meno era chiara nelle coscienze di quanti in quel momento
lo stavano ascoltando: Gesù non aveva alcuna intenzione di proporsi alla
collettività come puro e semplice guaritore. Le terapie sui malati (non ci
stancheremo mai di ripeterlo) erano soltanto degli esempi elementari,
benché notevoli (perché di grande effetto), usati per stimolare gli uomini
a credere nella possibilità di una liberazione più grande, ben più
importante e decisiva. Di qui la necessità di un chiarimento sullo scopo
della sua missione. Se gli scribi si fossero confrontati su questo, senza
porre delle riserve pregiudiziali, avrebbero capito che i "segni"
di Gesù, pur non costituendo di per sé la prova dell'autenticità del suo
vangelo (ma ne potevano esistere?), venivano sostanzialmente compiuti per un
fine di bene, riguardante l'intera collettività, un fine per la
realizzazione del quale Gesù non aveva bisogno di attendere uno speciale
"mandato", in quanto l'autorizzazione a procedere era la storia
stessa, erano le stesse contraddizioni del suo tempo che gliela conferivano.
A questo punto il racconto poteva finire nel migliore dei modi (come già
più sopra abbiamo ipotizzato). Condiviso l'orientamento generale del
messia-guaritore, che nella piena libertà "dal" logos di
dio e "dalle" leggi dei ministri religiosi, poteva decidere
autonomamente quando un'azione o un'idea dominante è giusta o sbagliata, il
paralitico avrebbe dovuto trarre le debite conseguenze teorico-pratiche:
teoriche, perché se per la sequela al movimento di Gesù era irrilevante la
condizione fisiologica o sociale del discepolo, in quanto bastava la
conversione della mentalità, allora andava anche modificato il giudizio su
coloro che si rifiutavano più o meno categoricamente di aderire
all'esigenza di tale conversione (cioè su coloro che l'etica convenzionale
riteneva "puri" e "ortodossi"); pratiche, perché se è
vero che si può essere adatti al rinnovamento anche se malati e si può non
esserlo pur essendo "sani", allora la guarigione fisica è un
desiderio inutile o comunque un aspetto per il quale non si possono
anteporre gli interessi personali a quelli collettivi.
Non solo, ma per come si erano messe le cose, per il livello di
consapevolezza manifestato dai postulanti, il rifiuto dell'equivalenza
prospettata da Gesù, di guarire e giudicare, rischiava di portarli a una
incresciosa strumentalizzazione dei suoi poteri terapeutici. La logica
infatti imponeva una semplice e netta alternativa: o Gesù veniva accettato
anche per quello che diceva, e non solo per quello che faceva, oppure doveva
essere rifiutato in toto. Accettarlo come "guaritore buono" e
rifiutarlo, nel contempo, come "maestro di vita" o come
intellettuale che giudica il suo tempo, non poteva più diventare per il
paralitico una soluzione accettabile. Meno che mai aveva senso credere nella
grandezza dei suoi poteri "psicotronici" (come qualcuno li chiama)
unicamente per avere la guarigione.
vv. 10-11) Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere
sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino -disse al paralitico- alzati,
prendi il tuo lettuccio e va' a casa tua".
Ancora Gesù non aveva spiegato il motivo per cui si sentiva autorizzato
a perdonare il malato, ovvero a falsificare l'equazione rabbinica di
malattia e colpa; ma lo scopo della sua missione, se non era quello di fare
il taumaturgo, non era neppure quello di fare il moralizzatore o il semplice
profeta. Scopo della sua missione era quello di testimoniare a tutti gli
uomini la possibilità di una liberazione reale, pienamente democratica,
umana e politica. I mezzi dovevano essere conformi allo scopo.
Per la prima volta nel vangelo di Marco (ma già da 1,15 si erano capite
le sue intenzioni), Gesù sceglie per sé un titolo messianico, "Figlio
dell'uomo", lo stesso che il profeta Daniele aveva scritto nel suo
libro (7,13) e che i giudei contemporanei a Gesù non usavano mai per
designare l'atteso messia (cfr Gv 12,34). Un titolo che, con linguaggio
moderno, potremmo tradurre come "uomo vero e giusto, profondamente
umano". Nella visione di Daniele infatti quest'uomo, il cui potere
sarebbe stato "eterno", in quanto espressione non
"singola" ma "collettiva", non s'impone con la magia, il
vigore fisico o la forza militare, né con una particolare sottigliezza di
ragionamenti, ma unicamente in virtù dell'autorizzazione concessagli
dall'"antico di giorni", cioè dalla storia -si potrebbe dire-,
dal popolo che con le sue tradizioni fa la storia. E' un uomo il cui potere
è basato, oltre che sull'esempio personale e sulla capacità dialettica di
discernere il bene dal male, anche dalla forza del popolo. Il suo è un
potere democratico, "partecipato" -diremmo oggi.
Gesù vuol far capire chiaramente ch'egli non si sente soltanto un
"maestro di vita", un intellettuale che giudica, un rabbino di
tipo nuovo, indipendente dai poteri delle autorità costituite e dalle
scuole tradizionali. Egli si sente anche un leader politico-nazionale, in
grado di dimostrare che il suo diritto di giudicare le cose e le azioni
degli uomini è un diritto giusto, vero, conforme alle esigenze dei tempi.
"Figlio dell'uomo" è un titolo insieme politico e umano,
completamente avulso dalle questioni religiose. Anzi, da questo punto di
vista, il titolo è squisitamente antireligioso (lo attesta
anche l'espressione "sulla terra"). L'interpretazione ufficiale di
questo racconto (e probabilmente anche quella antica) vuole dimostrare che,
oltre a dio, anche Gesù poteva perdonare i peccati. Nella realtà dev'essere
accaduto proprio il contrario, e cioè che Gesù perdonava i peccati per
sostituirsi a dio e ai suoi mediatori, rabbini e sacerdoti del Tempio, che
presumevano d'avere il monopolio di tutta la verità sull'uomo. E non solo
egli si faceva "come dio", ma -stando a Gv 10,33 ss.- garantiva a
tutti il poterlo diventare.
Ecco perché guarisce il paralitico: non tanto per dimostrare, come nel
caso del lebbroso, che in lui potere e volere coincidono, quanto per
dimostrare che in lui coincidono il potere di guarire e quello di giudicare
(il metodo e il contenuto), e che lo scopo di questa equivalenza è
l'affermazione di sé come messia, per la liberazione del popolo. Il malato
insomma viene invitato a credere non solo nell'autonomia di giudizio di un
guaritore buono, ma anche nel fine politico-rivoluzionario connesso a tale
autonomia (da notare che nel testo greco si ha molto di più l'impressione
che Gesù non abbia mai smesso di rivolgersi a lui).
v 12) Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza
di tutti e tutti si meravigliarono e lodavano Dio dicendo: "Non abbiamo
mai visto nulla di simile!".
Il paralitico era rimasto zitto, allibito, curioso di sapere come sarebbe
andata a finire. Dopo aver ottenuto la guarigione, immediata e totale,
chiese a qualcuno di aiutarlo a rialzarsi, poi si rivolse al suo
"salvatore" e gli disse: "Solo tu potevi fare una cosa del
genere, nessun altro. Ti sarò sempre riconoscente. Ma c'è una cosa che
voglio dirti e te la dico in tutta sincerità: tu per me bestemmi! Non vado
a denunciarti perché non sono un ingrato, ma d'ora in avanti non rivolgermi
più il saluto, perché non ho alcuna intenzione di diventare tuo discepolo.
E' vero, non mi hai posto come condizione della guarigione quella di credere
in te come messia, ma sono convinto lo stesso che tu sia un pericoloso
nemico della nostra nazione e, per dimostrartelo, ti lascio qui la barella,
perché io non prendo ordini da uno che bestemmia".
Il racconto poteva anche finire così, nel modo più drammatico
possibile. Quello se ne andò sbattendo la porta e, facendosi largo tra la
folla, che, stupìta, non riusciva a capire il suo sguardo duro come la
pietra, se ne tornò a casa, convinto d'aver fatto una buona azione. Se al
suo posto ci fosse stato uno scriba, probabilmente sarebbe finita anche
peggio: Gesù, su denuncia di quello, avrebbe di nuovo dovuto nascondersi
nel deserto, e questa volta non per "alcuni giorni".
Naturalmente il racconto non finì in modo così inverosimile. In fondo
il paralitico aveva scelto di sfondare il tetto proprio perché non credeva
nell'equazione rabbinica di malattia e colpa. Il suo problema, semmai, era
stato quello di dover scegliere il "perdono" in luogo della
"guarigione": di qui i dubbi e i sospetti, nonostante i quali
però "quegli si alzò" -dice Marco-, proprio perché non aveva
chiesto che lo togliessero dalla vista di quel "bestemmiatore
sovversivo"; "prese il suo giaciglio" - manifestando così
d'aver apprezzato anche la riabilitazione morale; "e se ne andò in
presenza di tutti" - Marco lo dice per assicurare il lettore che la
guarigione avvenne proprio così, nella maniera più semplice possibile, in
presenza di tutti quelli che erano in casa di Pietro. I testimoni del fatto
c'erano, il resto appartiene alla retorica.
La chiusa infatti è stata completata dal secondo redattore, al fine di
togliere il più possibile al racconto gli aspetti realistici e
squisitamente umani. Una folla che dichiarasse di "non aver mai visto
nulla di simile" mentirebbe sfacciatamente, poiché Gesù aveva già
fatto analoghe guarigioni (cfr Mc 1,32 ss.). La folla era lì appunto
perché le aveva già viste. Se invece la meraviglia si riferisse al fatto
che nessuno si aspettava la guarigione dopo lo sfondamento del tetto, anche
in questo caso bisognerebbe dire ch'essa è stata evidenziata in maniera
esagerata. Bastava concludere nel modo più semplice e naturale: "e
tutti si meravigliarono". Viceversa, con quell'aggiunta si ha la netta
impressione che per la folla fosse davvero difficile credere nell'esistenza
di "guaritori buoni". Comunque, a parte questo, la folla non può
aver visto né sentito nulla, in quanto i protagonisti dell'episodio sono
sempre rimasti all'interno della casa e con la porta chiusa: è da escludere
che Gesù avrebbe rischiato di manifestare la sua volontà di giudizio al
cospetto di una folla ancora non in grado di capirlo.
E' da presumere che l'anonimo redattore abbia avuto paura che il lettore
si meravigliasse anche di un'altra cosa, e cioè della grande libertà con
cui l'uomo-Gesù giudicava le azioni e le idee degli uomini. Perché appunto
non si credesse ch'egli si comportava così a prescindere da qualunque
riferimento alla sua presunta "divinità", il secondo redattore
s'è preoccupato di aggiungere che, nel vedere una tale guarigione, la folla
glorificò dio ancora di più, convinta che un uomo del genere non avrebbe
potuto fare quello che faceva se dio non fosse stato con lui.
Ma c'è di più. L'espressione "non abbiamo mai visto nulla di
simile" ha un significato del tutto irrilevante, poiché esso non
determina alcuna conseguenza operativa sui testimoni del fatto. Il suo
significato cioè è meramente contemplativo, in quanto gli autori del
vangelo di Marco intendono riferirsi a un'utenza che vuol vivere "in
pace" con l'oppressione romana.
Un rilievo critico dobbiamo farlo anche all'ex-paralitico, che sembra
aver preso un po' troppo alla lettera il comando di "andarsene".
In fondo Gesù aveva fatto una dichiarazione politica impegnativa. La
conclusione di Marco, in questo senso, appare un po' ambigua: il risanato ha
senza dubbio condiviso la dichiarazione, in quanto ha obbedito senza
discutere all'ordine impartitogli; ma allo stesso tempo, proprio la fretta
con cui lo ha eseguito lascia pensare il contrario, e cioè che la
dichiarazione sia stata condivisa solo per un interesse personale.
Naturalmente leggendo Luca e Matteo non si può sperare d'ottenere
informazioni più illuminanti. In nessun luogo dei loro racconti si accenna
a un'eventuale richiesta da parte del postulante di chiarimenti, di
precisazioni o addirittura di partecipazione al movimento messianico guidato
da Gesù. Nel finale di Matteo non si comprende neppure se l'ordine è stato
rispettato; inoltre l'accettazione della messianicità appare come un
problema del tutto insignificante, poiché questo evangelista ne dà per
scontata la soluzione.
Luca, al solito, tenta di restare più fedele al testo-base di Marco, ma
senza successo. La necessità di condividere l'idea messianica viene da lui
ridimensionata in un'astratta dossologia: "e tutti ringraziarono
Dio", il che peraltro contrasta ancora di più col fatto che il
risanato esce immediatamente di casa. Come noto, nel suo vangelo le
contraddizioni sono alquanto stridenti: ciò dipende appunto dalla
preoccupazione dell'autore di voler colmare, senza esserne all'altezza, le
lacune dei racconti di Marco. Ad es., nella sua conclusione, egli ha voluto
aggiungere la parola "timore" per togliere allo
"stupore" della folla di Marco la sua superficialità, ma poi non
s'è accorto d'aver incluso nella categoria dei "timorati e stupìti"
gli stessi scribi e farisei! Matteo non sarebbe mai caduto in una svista del
genere: nel suo finale la folla "teme" sì dio, ma in un odio
mortale contro gli scribi che avevano pensato male di Gesù.
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