Sordomuto


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GUARIGIONE DI UN SORDOMUTO (MC 7,31 ss.)

[31]Di ritorno dalla regione di Tiro, passò per Sidone, dirigendosi verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. [32]E gli condussero un sordomuto, pregandolo di imporgli la mano. [33]E portandolo in disparte lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; [34]guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e disse: “Effatà” cioè: “Apriti!”. [35]E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. [36]E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo raccomandava, più essi ne parlavano [37]e, pieni di stupore, dicevano: “Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti!”.
Commento
Nel racconto della Guarigione di un sordomuto (Mc 7,31ss.), elaborato in ambiente ellenistico (cioè ebraico di religione e greco di cultura), vi sono alcuni elementi che meritano d'essere sottolineati.
Anzitutto esso mette in risalto la disponibilità degli ellenisti ad accettare moralmente Gesù (qui considerato come un "guaritore buono": "ha fatto bene ogni cosa...", dicono); ma in secondo luogo, e indirettamente, esso evidenzia il limite politico di quella comunità ellenistica, incapace di accettare Gesù anche come "liberatore nazionale".
L'incapacità è rilevabile da una serie di indizi: 1) gli chiedono una terapia quando i tempi sono già maturi per ben altre "liberazioni" (v. 32); 2) gli chiedono d'imporre le mani sul malato, come se Gesù fosse un semplice guaritore e non anche un liberatore nazionale, che si serviva di quei "segni" proprio per indurre a sperare in qualcosa di più significativo (ib.); 3) Gesù lo porta lontano da quella folla superficiale, capace solo di strumentalizzarlo per un fine alquanto limitato, circoscritto, inaccettabile per quel momento storico (v. 33); 4) la malattia del sordomuto pare proprio un simbolo della chiusura degli "ellenisti" (v. 34); 5) i postulanti trasgrediscono apertamente il comando di tacere il nome del guaritore (v. 36); 6) non recepiscono il carattere "segnico" della guarigione (v. 37), cioè il suo valore evocativo, prolettico (si badi: non in riferimento alla divinità).
Il racconto pare scritto sulla falsariga di quello del Cieco di Betsaida; ha senza dubbio subìto l'aggiunta del v. 37; non ci aiuta minimamente a comprendere la personalità del malato; presenta, al v. 31, una descrizione geografica alquanto approssimativa. La narrazione sembra una costruzione completamente simbolica.
Sul piano politico il passo più significativo è il v. 36: con esso appare chiaro l'inaffidabilità degli ellenisti, i quali se da un punto di vista etico avevano maturato una concezione più aperta o più tollerante (anche se forse meno esigente) di quella giudaica; da un punto di vista politico invece non nutrono (almeno in questo racconto) alcuna vera istanza di emancipazione sociale. Questi ellenisti sembrano essere benestanti. Probabilmente il racconto originario era stato scritto in un ambiente ebraico ostile agli ellenisti, ma in seguito è stato modificato dagli stessi ellenisti (soprattutto all'inizio e alla fine).
La chiusa, in questo senso, è sintomatica. Il giudizio che i postulanti danno della guarigione, per quanto positivo possa apparire, è del tutto contrario alla realtà dei fatti. Gesù non faceva semplicemente parlare i muti e udire i sordi, ma da un lato entrava nel merito della malattia, mediante un rapporto diretto col soggetto sofferente: un rapporto che, in ultima istanza, andava al di là della stessa malattia (la quale così diventava un pretesto per realizzare un incontro). Dall'altro, Gesù sollecitava a credere nella possibilità di una liberazione integrale, dalle malattie non solo fisiche ma anche sociali, come lo sfruttamento e l'emarginazione. 
La citazione del passo di Is. 35,5s. è servita per considerare Gesù un realizzatore delle profezie bibliche. La giustezza del suo operato dipende quindi dal fatto che le sue guarigioni erano state previste nell'Antico Testamento. La liberazione del sordomuto non è il preludio di una liberazione più grande: è già tutto. Ed essa aiuta a credere che il Cristo è stato mandato da dio. Questo modo di vedere le cose poteva essere elaborato solo in un ambiente ellenistico conservatore.
Enrico Galavotti - Stampa pagina

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Ultimo aggiornamento: 18 settembre 2005 - Homolaicus - Sezione Religioni - Nuovo Testamento