QUALE ATTEGGIAMENTO TENERE DI FRONTE
ALLE FONTI DEL NUOVO TESTAMENTO?
Presentazione del libro di Mac, Il Vero Profeta, 2006

L’esperienza di Mac è un déjà vu rispetto a
quanto, sempre più spesso, accade a chi, nell’ambito della chiesa cattolica,
vuol porsi in maniera divergente, finendo ad un certo punto con l’opporre al
tradizionale autoritarismo, politico e ideologico, del potere ecclesiastico la
decisione di fuoriuscire dal proprio milieu, sic et simpliciter,
magari in punta di piedi ma senza tema di ripensamenti dell’ultima ora.
Tuttavia è anche un qualcosa di inedito,
strettamente correlato alle dinamiche, soprattutto tecnologiche, del nostro
tempo, che invitano, anch’esse ogni giorno di più, a fare davanti a un pc o in
web, le proprie riflessioni critiche e autocritiche, seguendo dei percorsi
impensabili fino a qualche decennio fa, in cui ci si limitava a semplici e
saltuari scambi epistolari o a confronti vis-à-vis e semiclandestini con
chi, come Nicodemo, voleva percorrere strade diverse da quelle abituali.
Oggi un credente che voglia ripensare la propria
esperienza e persino i valori in cui un tempo credeva, può farlo in maniera
molto creativa direttamente in rete, interagendo spesso con utenti che in capo
al mondo han vissuto analoghe vicissitudini.
Resta significativo il fatto che la decisione di
rompere col proprio passato avvenga, ancora una volta, quando i valori
professati escono dal limbo della loro mistica astrazione e si misurano con
l’esigenza di risolvere alcune stridenti contraddizioni sociali del nostro
tempo. Di fronte alla grandezza di questi problemi i valori cattolici si
palesano in tutta la loro piccolezza.
Infatti, finché si resta nell’ambito dei rapporti
interpersonali o nelle questioni di coscienza, i valori religiosi sembrano
reggere egregiamente le difficoltà del vivere quotidiano, spesso anzi si
dimostrano superiori a molti valori laici, ma appena si cominciano ad affrontare
i processi della società civile, squisitamente borghesi, ecco che la teologia
si sbriciola come certe case evangeliche costruite sulla sabbia, mostrando
quanto l’uomo abbia bisogno di ben altre scienze, la prima delle quali è senza
dubbio – come lo stesso Mac fa capire – l’economia politica ovvero la politica
economica, ivi inclusa quella finanziaria.
Ciò è così evidente, e lo è almeno dalla fine degli
anni Sessanta, benché per uno storico lo sia da molto prima, che oggi sarebbe
come sparare alla croce rossa dicendo che la dottrina sociale della chiesa
manifesta tutta la propria debolezza proprio nell’affronto “sociale” dei
problemi economici che si sviluppano sotto il capitalismo avanzato.
Ma come spesso accade a chi in gioventù ha nutrito
grandi aspettative in quegli ideali che sperava di veder realizzati secondo i
principi del cattolicesimo romano, la forza di allontanarsene per cercare
risposte più convincenti non riesce a svolgere un’opera di semplice rimozione.
A volte accade che il cibo inghiottito da giovani viene ruminato da adulti e
reimpastato con nuova saliva, per essere poi ridigerito.
Non basta sostituire una pseudo-scienza, la
teologia, con un’altra completamente diversa, l’economia o anche l’antropologia
(come lo stesso Mac lascia intendere): a volte si avverte la necessità di fare
i conti sino in fondo col proprio passato e, se vogliamo, col proprio inconscio,
smontando tutti i pezzi delle infantili costruzioni Lego, esaminandoli uno ad
uno, per vedere se si riesce a produrre una costruzione completamente diversa.
Ma con quale idea fare questo? Stando a quanto dice
Mac la molla che fece scattare il meccanismo è venuta da un sito web, in
particolare da un testo in cui si pretendeva di dare un colpo demolitore a
tutte le storie raccontate nel Nuovo Testamento: La favola di Cristo, di
Cascioli, uno studioso che ha saputo egregiamente sintetizzare quanto già da
tempo noto presso la critica positivistica e mitologistica della religione, di
“sinistra hegeliana” memoria, importata e sviluppata sia nella Francia
anticlericale (cui Cascioli attinge a piene mani), che nella Russia
ateo-scientifica.
Cercando nel web nazionale (poi si allargherà anche
a quello internazionale), Mac aveva trovato più informazioni
critico-scientifiche sui testi biblici di quante ne potesse trovare nella
tradizionale editoria cartacea, a testimonianza di quanta più libertà di
pensiero e di espressione nei confronti della religione vi sia nel mondo
virtuale rispetto a quello reale, molto più condizionato dai cosiddetti “giochi
di potere”.
Leggendo quello e altri testi (specie di Donnini), Mac
in sostanza era giunto alla conclusione che la religione qua talis,
quindi anche il cristianesimo, è sempre stata più che altro usata come
strumento di conservazione di un potere acquisito. Il che apriva le porte a una
questione molto complessa da affrontare: il livello di attendibilità delle
fonti canoniche.
Qui bisogna dire che forse Mac è stato vittima di
quel tentativo, in cui spesso si cimenta chi per la prima volta apre gli occhi
sui miti falsi e bugiardi, di cercare non tanto di reinterpretare in maniera
critico-testuale le motivazioni storiche sottese a quegli stessi miti (poiché
tale operazione è del tutto legittima), quanto di ricostruire per filo e per
segno un possibile percorso storico alternativo ai fatti contestati.
Perché questi tentativi sono destinati a fallire,
per quanto suggestivi essi possano apparire? Semplicemente perché le fonti religiose
sono state così ampiamente e direi anche scrupolosamente manipolate che, in
assenza di altre fonti, è materialmente impossibile risalire alla verità dei
fatti.
Più che tentare delle nuove interpretazioni proprio
non si può, e se più di questo non si può, ha davvero ancora un senso – ci si
può chiedere – continuare a utilizzare quelle fonti come un’occasione per
reinterpretare la realtà in chiave laica e razionalista?
Il fatto che Mac possa cimentarsi a elaborare molte
ipotesi storiografiche apertamente in contrasto con la cosiddetta “versione dei
fatti” riportata nel Nuovo Testamento, è la riprova che ricostruire la “storia”
sulla base delle fonti canoniche è pressoché impossibile, al punto che vien
quasi da apprezzare la tenacia con cui la chiesa orientale ortodossa s’è
sforzata di accettare le fonti neotestamentarie così come oggi noi accettiamo i
software che usiamo, e cioè “as is”, “with all faults”, limitandosi a
interpretarle solo in presenza di posizioni eretiche.
Delle due infatti l’una: o si resta cristiani
accettando integralmente tutte le fonti canoniche ricevute dalla primitiva
tradizione, oppure si esce dalla chiesa, rinunciando a scoprire la verità dei
fatti con l’ausilio di quelle stesse fonti.
Cioè a dire l’unica ricostruzione storica possibile
può essere soltanto frutto di un’interpretazione opinabile con cui si cercherà
di far valere il principio secondo cui le fonti del N.T. contengono una buona
dose di falsificazioni, motivate dal fatto che dopo la morte del Cristo si
volle definitivamente rinunciare all’idea di liberare la Palestina dai romani.
Sicché tutto il misticismo presente nel N.T. è funzionale alla trasformazione
del Cristo da liberatore a redentore. Più di così, allo stato attuale delle
fonti, è impossibile dire. La verità storica può essere soltanto dimostrata da
una prassi più significativa di quella della chiesa cristiana.
L’iter di Mac è comunque interessante da esaminare
proprio perché le sue “scoperte” esegetiche, in senso laicista, sono in linea,
pur senza volerlo, con quanto sostenuto dai grandi esegeti eterodossi del
cristianesimo, per lo più stranieri, le tesi dei quali in Italia sono molto
poco conosciute (anche perché pochissimo tradotte) o molto poco dibattute, meno
che mai in ambienti non ultra specialistici.
In tal senso ritengo non sia molto importante sapere
chi ci apre gli occhi e come lo fa, ma che gli occhi continuino a restare bene
aperti. Io p.es. devo molto a studiosi che Mac non ha mai citato e che,
conoscendoli, avrebbe potuto fare molto tranquillamente: Brandon, Donini,
Craveri, Kryvelev, Tokarev, Mitrochin e tanti altri, per non parlare dei
classici del marxismo.
Rimboccandosi le maniche – questo è proprio il caso
di dirlo, pensando specialmente alle nuove generazioni -, Mac ha studiato a
fondo gli Atti degli apostoli, le lettere di Paolo, l’Apocalisse, i testi di
Flavio Giuseppe e via via tutti gli altri citati nel libro. Non ha mai dato
nulla per scontato, perché è così che si deve comportare un ricercatore,
specialmente con questi materiali tendenziosi.
Forse l’unica cosa che dà per definitivamente
acquisita, quella che, se vogliamo, dovrebbe stare a monte di tutte le ricerche
esegetiche moderne, è la tesi secondo cui i vangeli sono documenti che
spoliticizzano al massimo la figura del Cristo e che questi, di conseguenza,
doveva necessariamente essere un leader rivoluzionario per la liberazione
nazionale d’Israele.
Probabilmente la sua tesi più originale (e di tesi
in verità ne propone molte, anche se poi, secondo noi, per motivi indipendenti
dalle sue capacità, son soltanto delle “ipotesi”), quella che sicuramente
meriterebbe ulteriori approfondimenti, è l’identificazione di Paolo di Tarso
col “falso profeta” contro cui l’autore dell’Apocalisse si scaglia. Ciò
peraltro spiegherebbe l’improvvisa scomparsa di scena dell’apostolo Giovanni
dai racconti degli Atti.
Non meno interessanti sono i paralleli ch’egli pone
tra le memorie di Flavio e gli Atti di Luca. Oggi d’altronde è impossibile
sostenere che la storia del cristianesimo primitivo possa essere compresa senza
la lettura dei testi di Flavio e della comunità di Qumran. Ma sono talmente
tante le ipotesi esegetiche e filologiche enucleate nel libro che ci vorrebbe
uno studio non meno approfondito per esaminarle una ad una. E la nostra vuol
semplicemente essere una “presentazione amichevole”, non una “introduzione
critica”, anche se non posso esimermi dal notare che forse vien concesso troppo
al gioco delle somiglianze-assonanze dei nomi propri di persona per poter
elaborare su questo, che è indizio quanto meno precario, soprattutto in
riferimento alla Palestina di allora, delle ipotesi storiografiche vere e
proprie.
Ora forse non resta a Mac che scrivere qualcosa di
impegnativo sul quarto vangelo, cioè sull’unico documento del Nuovo Testamento che
presenta nello stesso tempo, con la medesima abilità e disinvoltura, il Cristo
più vicino alla realtà e quello più lontano. Chi sarà in grado di capire perché
e dove Giovanni, o chi per lui, dica la verità e menta senza ritegno, riuscirà
forse a sbrogliare la matassa di una delle vicende più tormentate della storia.
Oltre a ciò vi è nel testo, in maniera trasversale,
una serie di vicende e di riflessioni connesse all’esigenza di editare un proprio
scritto, o di economia o di critica del cristianesimo.
Su questo devo dire, molto sinceramente, che avrei
preferito vedere questo libro, più che pubblicato a parte, posto come ampia
introduzione (cronologica e riassuntiva di tutte le ricerche) di un bel
volumone di 500 pagine!
Ma per capire l’improponibilità di questo progetto
basta leggersi quanto lo stesso Mac dice a proposito dell’abuso
dell’informazione da parte di chi ne detiene il monopolio. Mac sa bene che la
verità storica è sempre, purtroppo, la verità dei poteri dominanti, quelli
appunto in grado di manipolare le informazioni. E sa anche bene che contro
questa verità ogni dubbio è lecito, anche se la controverità proposta non è
sempre supportata da prove convincenti.
Addendum
Da uno scambio di mail con Mac
sulla storiografia del cristianesimo primitivo
Affrontiamo prima di tutto le questioni di metodo.
Tu cerchi la verità mettendo a confronto fonti
diverse, cercando le varianti, le contraddizioni e parteggiando,
tendenzialmente, per Giuseppe Flavio o per autori non cristiani.
Io e te siamo partiti dal presupposto che i
vangeli, gli Atti e tutto il N.T. sono pieni di menzogne.
Ma abbiamo tirato conseguenze diverse. Anch’io mi
sono letto molti apocrifi, ma mi sembravano una sorta di letteratura
fantastica, per cui vi ho rinunciato.
Ho letto anche Flavio, ma poi ho smesso, perché
Flavio è un ebreo traditore degli ebrei, come gli apostoli sono cristiani
traditori del Cristo, e tutti scrivono sotto il diktat di Roma: per quale
ragione dovrei dare più ragione a Flavio che non agli evangelisti? Senza
considerare che Flavio non ha mai nascosto le sue antipatie verso i seguaci del
Cristo.
Quanto alle fonti pagane, il fatto che non parlino
di Cristo non mi dice nulla, non dimostra nulla. Su Cicerone sappiamo tutto,
eppure oggi chi avrebbe il coraggio di sostenere che contro Caligola avesse
torto? E forse hai mai visto un libro che abbia parteggiato per Bruto e Cassio
contro Cesare?
Secondo me le fonti storiche non servono affatto
per determinare la verità storica, poiché esse stesse sono false. La storia è
maestra di falsità proprio perché scritta da chi comanda, direttamente o, come
appunto nel caso dei vangeli, indirettamente.
Io di fronte al N.T. mi sono rassegnato e ragiono
per così dire e concessis. Cioè non avendo strumenti o fonti differenti
da usare per dimostrare le mie tesi, do per scontato che la versione dei fatti
del N.T. sia quella più verosimile, pur sapendo che ad essa è sottesa una
precisa ideologia, che tende a mistificare la realtà dei fatti, il contenuto
che dà a questi fatti un qualche significato.
Cioè io parto sostanzialmente dal presupposto che
aveva l’inglese Brandon e che ho letto e riletto assiduamente, secondo cui il
N.T. è una menzogna, nel complesso, in quanto i cristiani volevano dimostrare
ai romani che gli unici colpevoli della crocifissione erano stati gli ebrei.
Detto questo, il mio lavoro si riduce nel cercare
di scoprire, usando le stesse fonti cristiane, dove sia possibile rinvenire le
tracce del tradimento del messaggio originario del Cristo, cioè le tracce della
mistificazione.
Facendo questo lavoro mi comporto, più che da
storico, da teorico della politica, da critico dell’ideologia, da discepolo dei
maestri del sospetto.
Se dovessi fare un lavoro da storico, lo farei solo
per cercare un supporto concreto a delle tesi astratte. In ogni caso esigo da
me stesso una certa coerenza interpretativa, per cui evito di sbilanciarmi in
giudizi sull’attendibilità dei fatti narrati, mettendoli a confronto con altri
fatti, analoghi, raccontati da altre fonti. Mi limito semplicemente a dire che
in forza di determinate interpretazioni critiche, i fatti esaminati potrebbero
essersi svolti diversamente e cerco di dimostrarlo astrattamente.
Purtroppo noi abbiamo a che fare con fonti
manipolate da mani abilissime, che hanno saputo mescolare, in maniera molto
efficace, episodi veridici con altri del tutto inventati, al punto che un
lettore ingenuo finisce col considerare tutto vero, come è appunto successo
negli ultimi 2000 anni.
Non a caso in Italia – ma su questo ho già scritto
molto – non s’è mai sviluppata, se non limitatamente, la cultura ateistica, la
critica dei vangeli (che è iniziata colla sinistra hegeliana), la critica
positivistica della religione ecc.
Temo che ci porteremo dietro l’inganno dei vangeli
(di cui quello giovanneo è il più pericoloso di tutti) ancora per molto tempo.
Insomma, tu vai a cercare le prove del tradimento,
io do il tradimento per scontato e mi limito a individuare degli indizi che ne
provino la presenza, perché penso che le vere prove non riuscirò mai a
trovarle. Qui abbiamo a che fare con dei professionisti della falsificazione.
Gli ebrei non sono come i greci, che s’inventavano favole in cui bisognava
fingere di credere.
Gli ebrei inventarono storie la cui verosimiglianza
è diventata, in virtù della fede, oro colato. Prendono le cose dalla realtà,
salvo un particolare, la cui importanza però falsifica tutto il resto.
Trovare il bandolo della matassa è un’impresa
disperata, perché non possiamo fare altro che lavorare su dei fantasmi, cioè
sul “non detto”, mistificato da un “detto” coerente, non banale. Il “fatto” è
stato mistificato da un “non fatto”. E tutto sulla base di un’ideologia che non
parla mai da sola, in maniera esplicita, ben individuabile, ma sempre dietro o
per mezzo di parole e fatti che alla resa dei conti, cioè alla luce di
un’analisi razionale, laico-umanistica, risultano incredibilmente ambigui, non
solo o non tanto inverosimili, quanto piuttosto volutamente manipolati. Sotto
questo aspetto la letteratura ebraica resta superiore a qualunque altra
letteratura.
Giovanni Battista
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