STUDI SUL NUOVO TESTAMENTO


La recensione di Enrico Galavotti al Giovanni Battista

I - II

Domanda: Cosa pensi della critica al “Giovanni Battista”?

Enrico Galavotti ci ha comunicato la sua recensione al libro “Giovanni Battista. La storia mai raccontata” 1387. Nel suo sito www.homolaicus.com ospita anche pagine di Deiricchi: quelle sul cristianesimo sono una settantina risalenti al 2005. Da allora in Deiricchi le pagine sono aumentate tanto da superare il migliaio. Galavotti non conoscendo tutta questa produzione di studi, ammette che è “impossibile entrare nel merito” del libro di Mac “senza avere le stesse conoscenze”. Quindi si concentra su una singola appendice di questo libro e cerca in qualche modo di proporne una critica. Se non che per farlo deve partire (e terminare) adducendo “ipotesi” di ricerca, e questo dimostra che non si può parlare di “metodo” se non avendo presente l’oggetto di ricerca. Che le invenzioni che noi facciamo siano ottenute spesso anche a costo di cambiare gli strumenti di lavoro è un dato non difficile da dimostrare. Tutta la recensione di Galavotti dimostra di non focalizzare questo imprescindibile legame tra strumento e oggetto della ricerca. Pur enfatizzando un elevato livello culturale dell’autore di Deiricchi, finisce col non tenerne conto nel prosieguo, arrivando a scivolare su incomprensioni legate proprio alla mancata conoscenza di gran parte degli studi già pubblicati da Mac.

Andiamo per ordine.

Secondo Galavotti, Mac “parla continuamente di "metodo storiografico”, il che non corrisponde al vero. Nel libro infatti il termine “metodo storiografico” non compare mai, mentre si fa riferimento alla “storiografia ufficiale” per indicare la storia raccontata normalmente nelle nostre scuole. E da cui Mac, nelle sue ricerche, prende le distanze, almeno per quanto riguarda il I secolo della nostra Era.

Poi Galavotti introduce una sua versione dei fatti riguardanti Gesù della quale “chiunque può rendersi conto che non collima minimamente con quella ufficiale della chiesa cristiana. Eppure essa è stata tratta unicamente dallo studio delle fonti neotestamentarie.” Affermazione sacrosanta. Quella stessa visione infatti era stata considerata all’inizio anche da Mac, ma poi l’ha abbandonata. Il motivo di questo distacco è legato all’allargamento delle fonti sulle quali ha sviluppato la sua ricerca. Non più solo Nuovo Testamento, ma una miriade di altri testi, tra l’altro non a caso abiurati dalla Chiesa.

Di questa diversa base di studio abbiamo ben discusso nel libro, ma Galavotti non la considera e commette così un secondo fraintendimento: “Mac, che appartiene alla scuola mitologista, non solo non si accontenta di queste conclusioni, non solo ha fatto sue le tesi di un negazionista assoluto come Cascioli, circa l'identità del Cristo, ma ha voluto andare oltre, ipotizzando una propria ricostruzione dei fatti.” Poco prima Galavotti aveva intravisto due strade: “la scuola mitologista ha messo in discussione l'esistenza storica del Cristo dei vangeli, la scuola storicista ha considerato attendibili e ha ulteriormente approfondito le tesi di Reimarus.” Sempre nel libro, oltre che nel sito, abbiamo cercato di spiegare che Mac non nega l’esistenza del Gesù. Associarlo alla “scuola mitologica” è un grossolano errore, ma per noi serve a dimostrare ancora quanti fraintendimenti nascano quando si vuole commentare a tutti i costi quello che non si conosce.

Pur abusando del termine “esegesi”, Galavotti ha inteso che il lavoro di Mac ha condotto a riscrivere “completamente la storia che va dal I sec. a.C al II sec. d.C.”, e tra le righe ammette che siamo legittimati a fare ciò a causa del fatto che “le fonti neotestamentarie sono tendenziose, ma anche quelle apocrife e persino quelle non cristiane (ebraiche e romane)”. Anzi puntualizza che “la chiesa cristiana ha compiuto una grandissima opera di rimozione della verità storica (che ancora oggi non viene neppure sospettata da centinaia di milioni di persone), evidentemente perché sapeva che le tesi mistiche di Pietro e Paolo non avevano nulla a che fare con quelle umanistiche e politiche del Cristo.” Continuando, in modo per noi piacevole, a rimarcare la volontà di Mac di “leggere le fonti, incluse quelle non cristiane, sino in fondo, proprio perché ha voluto rendersi personalmente conto che non esiste fonte che non sia stata in qualche modo manomessa da qualcuno.”

Galavotti però rimane contrariato dal fatto che questa ricerca conduca più in là della formulazione di semplici “ipotesi”, andando cioè “ben oltre quelle di qualunque scuola esegetica laica”. Confrontando Mac con Rudolf Bultmann, il che non può che renderci onore, egli afferma del primo che ha “un atteggiamento ostinato, caparbio, quello di chi non vuole limitarsi a sostenere che le fonti sono tendenziose, mistificanti, apologetiche, propagandistiche ecc. Mac vuole andare oltre.”

Dopo aver in qualche modo evidenziato la differenza dei risultati ottenuti da Mac, nuovamente ripropone una propria versione “laica” dei fatti affermando che “più di così, allo stato attuale delle fonti (e per noi anche la Sindone è tale) non è possibile andare, a meno che non si voglia fare "storia" ma "romanzo storico", come tanti prima di Mac.”

Questa conclusione permette di evidenziare il leit motiv di tutta la recensione. Ovvero, secondo Galavotti, le origini del cristianesimo sappiamo che furono riscritte dalla Chiesa a proprio uso e consumo, ma quello che possiamo dire, da “laici”, è la versione dei fatti sintetizzata da lui stesso oltre la quale non si può andare, a meno di non scadere nel “romanzo storico”.

In altri termini: non c’è altra verità, per quanto magra o incoerente, al di fuori di quella a cui sono giunti i “laici” partendo da Reimarus fino a Bultmann (che era un teologo...). Sull’altra sponda, per chi non si allinea, rimane ovviamente la storia raccontata dalla Chiesa, altrimenti si scade nelle mere invenzioni.

Domanda: Quali incongruenze si evincono dalla tesi di Galavotti?

Francamente, dopo i dogmi cattolici non ci saremmo aspettati anche quelli “laici”. Mac infatti non sta né sulle posizioni ufficiali né su quelle dichiarate da Galavotti, che sicuro com’è cade in un altro equivoco quando afferma che Mac “si difende sostenendo che applicare un metodo scientifico a una ricerca storica non ha alcun senso”. Nel libro invece si può leggere (pag. 92) “il cosiddetto metodo scientifico non è sufficiente per assicurare la bontà delle ricostruzioni storiche normalmente divulgate.” Difficile non distinguere la differenza tra le due affermazioni, ma evidentemente quando si vuol difendere una propria posizione si legge anche quello che non c’è scritto.

A nulla valgono a questo punto gli esempi citati per rafforzare queste tesi “laiche”. Che fanno precipitare Galavotti in un baratro epistemologico nel momento in cui sentenzia che “scienza assoluta è un'invenzione che si sono dati gli illusi o coloro che volevano far credere che esiste una sola verità dei fatti”. Mischiando termini solo per produrre una frase d’effetto che speriamo nessun “scienziato” debba prendere come postulato alla propria ricerca. Tanto più che appena poche righe dopo Galavotti chiama in causa il famoso cubo di Rubik per smentire la ricerca di Deiricchi, non accorgendosi che proprio questo ne dimostra al contrario la validità. Per il cubo è infatti possibile pervenire ad una configurazione ordinata delle sue facce, anche se inizialmente i quadrati sembrano disposti in modo casuale. Galavotti, negando il valore dei risultati di Deiricchi, nega in pratica sia che esista la configurazione ordinata (la verità) sia che vi siano altri metodi oltre a quelli da lui suggeriti per giungervi. Siccome con questi metodi non si è pervenuti in tutti questi secoli alla “verità”, allora né questa esiste né altri metodi sono proponibili. Aiuto!

Apostrofando quindi le ricerche di Mac come un labirinto, “un percorso incredibilmente complicato”, poco dopo Galavotti afferma che “per Mac è relativamente facile uscire dal labirinto”. Anche questa contraddizione spiega molto. Prima di tutto conferma che Galavotti non ha letto la maggior parte delle ricerche di Deiricchi, perché altrimenti anche per lui sarebbe “facile uscire dal labirinto”. Secondo, Mac non nega affatto che le sue ricerche siano particolarmente complesse (più che complicate). Ci sono voluti anni per dipanare la matassa d’informazioni a disposizione. È facile recitare a memoria il Credo; ben maggiore è l’impegno necessario per leggersi e confrontare tutti i testi elencati ad esempio qui 1163. Se qualcuno pensa di farlo nel tempo in cui ci scrive due pagine di critiche, allora non può certamente apprezzare alcunché.

Ma è proprio a causa di questa impertinente sottovalutazione delle fatiche altrui che Galavotti considera alla stregua di artificiosi trucchi la coincidenza di più personaggi in uno solo quando afferma che Mac “ha a disposizione decine di personaggi intercambiabili, una sorta di "mutanti", che possono cambiare aspetto all'occorrenza.” Anche qui la sua fretta di declassare il lavoro non compreso gli fa dire un’altra scorrettezza: “L'attribuzione multipla di più persone a uno stesso nome o di più nomi a una stessa persona, che Mac dice d'aver preso da Abelard Reuchlin”. Nel libro invece Mac ha scritto riguardo a Reuchlin (pag. 60): “Quando l’ho letto per la prima volta nel 2007, ho capito che anche lui aveva scoperto nei testi antichi il metodo della duplicazione dei nomi, per indicare gli stessi personaggi.” La frase di Mac era ancora una volta ben diversa dall’interpretazione di Galavotti, e stava a significare quello che abbiamo rimarcato sul cubo di Rubik, ovvero che è incoraggiante che due studiosi arrivino alla stessa soluzione, pur partendo da punti diversi.

Per non scadere nell’accanimento, Galavotti poco dopo abbassa il tiro scrivendo “Naturalmente qui non si vuole contestare il valore dell'attribuzione multipla dei nomi o la necessità di postdatare gli avvenimenti o il momento redazionale dei testi canonici.” Ma ormai il suo pensiero è stato chiaramente espresso contro quelli che Mac considera due pilastri della sua ricerca.

Più avanti Mac viene additato di “far dire ciò che si vuole” ai testi storici, cosa che l’autore invece nega più volte: la verità è quella che è, che ci piaccia o no. Certo è condivisibile la frase “E' troppo comodo sfruttare il fatto che le fonti sono inaffidabili per inventarsi delle storie che non potrebbero essere smentite da quelle stesse fonti. Questo non è un metodo storiografico ma letterario.” Ma bisogna saper distinguere le storie “inventante” da quelle “ricostruite”, specie quando queste ultime sono ottenute vagliando accuratamente più fonti possibili. La leggerezza con cui Galavotti usa il primo termine è solo comprensibile considerando che ammette di non conoscere le ricerche di Deiricchi, se non nei riassunti letti nei libri “Il vero profeta” 874 e “Giovanni Battista” 1388.

Domanda: Come giudichi i cosiddetti “cattocomunismi”?

Fino a dove dobbiamo però continuare a giustificare gli scivoloni di Galavotti? Anche quando afferma che non può esserci stata una “regia occulta” che ci ha fornito il cristianesimo, mentre cita il famoso falso della Donazione di Costantino? Oppure quando, per insistere a portare esempi secondo lui a favore delle sue ipotesi, afferma: “D'altra parte se fra mille anni uno storico trovasse casualmente l'intera annata di un nostro qualunque quotidiano o, peggio ancora, di un qualunque nostro telegiornale, riuscirebbe forse a capire i rapporti di dipendenza economica che oggi legano il Terzo mondo all'occidente?” La risposta anche in questo caso è “sì, quello storico ci riuscirebbe”. Ma la domanda è talmente retorica che immaginiamo Galavotti abbia ben poca fiducia degli storici più giovani di lui non solo di questo secolo, ma anche tra mille anni.

Galavotti è convinto che la Sindone non sia un falso medievale (anzi, essa sarebbe a suo avviso la prova di come andarono i fatti), per cui si comprende come facilmente apostrofi la ricerca di Mac come una “ricostruzione quanto meno arbitraria degli avvenimenti”. Troppo spesso chi non conosce l’oggetto che gli si propone o lo esalta oppure lo sminuisce. Sarebbe ora che invece cominciasse a preoccuparsi di valutarlo più in profondità. Certo, non pretendiamo che gli interlocutori di Deiricchi si sobbarchino tanta fatica, ma ci sentiamo in dovere di difendere le pagine pubblicate da critiche costruite su infondati pregiudizi.

E ci fermiamo qui per il momento nell’analisi di quanto è uscito dalla tastiera di Galavotti, perché insistere nello sviscerare le argomentazioni successive sarebbe quanto meno noioso.

Preferiamo aprire una parentesi rifacendoci ad un articolo (www.cattolicesimo-reale.it) di un altro studioso laico, Walter Peruzzi, che cerca anche lui di veicolare studi specialistici sulla realtà del Cattolicesimo. Nella sua pagina si legge la difficoltà di far accettare il “cattolicesimo reale” alla diversificata marea di cattolici che lo praticano. Anche tra quelli che si dichiarano di “sinistra”. Mac nel libro “Giovanni Battista” ha riflettuto sulle capacità di convincimento della Chiesa. E, a suo parere, l’individuo “cattocomunista” è forse il parto migliore della manipolazione mentale operata dai “ministri” cristiani. Sono infatti riusciti a convertire al cristianesimo il comunista che si diceva ateo e proclamava “le religioni sono l’oppio dei popoli”. Questa è la più grande vittoria della Chiesa. Fare amare Dio, partendo dall’amore per il suo “figlio”.

Tanti “comunisti” ci sono cascati, finendo con l’enfatizzare la figura “buona” o “rivoluzionaria” di Gesù. Al massimo continuano a ripetere che il cristianesimo iniziale era una cosa, quello della gerarchia ecclesiastica è un’altra. Insomma, a questi “cattocomunisti” è gradita la storia di Gesù (magari leggermente rivista a modo loro, come fa Galavotti), ma non la Chiesa che gliela trasmette. Come se il giovane nipotino dicesse alla sua nonna: “Mi piace la favola che mi stai raccontando, ma tu mi stai veramente antipatica”. Dovrebbero nutrire più di qualche dubbio proprio su quella storia, visto che è proprio la Chiesa che gliel’ha confezionata.

Ritorniamo ancora al libro di Mac, dove viene spiegato come la Bibbia che i cristiani leggono è ben diversa da quella che avrebbero avuto a disposizione se Giovanni Battista non fosse stato ucciso. E viene ribadito anche come il personaggio “buono” che è nascosto nei Vangeli è ancora il Battista, mentre Gesù era di tutt’altra tempra. Tutte cose che si leggono chiaramente, ma di cui Galavotti, tra gli altri, non fa alcun cenno. Un laico in meno che ci aiuterà nella difficile strada di svegliare le menti di questo e dei prossimi secoli? Le stesse menti che credono che le stimmate di Padre Pio siano dovute ad un intervento divino, piuttosto che pensare che siano frutto dell’uso di acidi sulla pelle?

Galavotti preferisce glissare rispetto all’urgenza di un impegno sociale che parta proprio dalla critica alla storia che ci viene raccontata. Preferisce forse pensare alle origini del cristianesimo come ad un’epoca ideale poi avvelenata dalla Chiesa? Sembra di sì, a leggere le parole di chiusura della sua recensione: “Il cristianesimo può essere nato da mille falsificazioni, ma, oggettivamente, presentava un livello di eticità superiore al paganesimo, che non conosceva i concetti di persona, di libertà di coscienza, di separazione tra Stato e chiesa, di riscatto degli oppressi, di uguaglianza degli uomini e dei generi sessuali davanti a dio, di collettivismo solidale ecc. E questo nonostante che il cristianesimo petro-paolino sia stato una forma di tradimento mistico del messaggio umano e politico del Cristo. Che poi il cristianesimo abbia tradito tutto appena finite le persecuzioni, questo è un altro discorso. Gli storici dovrebbero limitarsi a contestare la svolta costantiniana e soprattutto teodosiana, che furono immediatamente accettate dai vertici ecclesiastici, e senza alcun ripensamento, fino a poco tempo fa. Qui sicuramente c'è meno possibilità di sbagliare.” Frasi che fanno eco a quelle precedenti: “Mac però dovrebbe anche sapere che tutte le scoperte fatte da quando sono esistite le civiltà o non sono affatto servite a farci recuperare quell'essenza umana che avevamo prima della nascita delle civiltà, oppure ci hanno dimostrato l'importanza di quanto abbiamo perduto proprio a partire dalla nascita delle civiltà.” Ci pare di leggere il racconto biblico sulla cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre!

Noi abbiamo un alto rispetto dell’impegno profuso da tanti studiosi per muoversi al di fuori della strada tracciata nel passato. Però, vediamo che molti intellettuali che si proclamavano “laici” si sono adattati ad una quieta convivenza con un pensiero reazionario, dimenticandosi del pericoloso oscurantismo che esso cela. Nella fattispecie pensiamo che il pensiero “laico” debba superare un’analisi storica, e sociale, che qua e là, anche quando meno te l’aspetti, non sa andare oltre gli stilemi insegnati proprio dall’istituzione verso la quale più vorrebbe essere critico, ovvero la Chiesa cattolica.

Per fortuna, ci sono nuovi lettori che, sollecitati anche da crisi in essere per certi versi molto più profonde di quelle vissute dalle generazioni precedenti, possono dedicarsi agli studi di Mac con molti meno preconcetti e un giovanile desiderio di conoscenza.

Fonte: www.deiricchi.it

Contatto: Mac

Testo di Mac

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Aggiornamento: 14/01/2011