STUDI SUL NUOVO TESTAMENTO


QUESTIONI PRELIMINARI DI METODO ESEGETICO

Gesù maestro, Monastero di Dionisio, Monte Athos

Quando si leggono i vangeli sembra d'avere a che fare con dei testi dalla forma quasi elementare, che non potrebbero reggere minimamente il confronto con le Antichità giudaiche di Giuseppe Flavio, o coi testi storici di Tacito, e meno che mai con le tragedie classiche del mondo greco. Eppure la loro forza sta proprio nella semplicità apparente con cui presentano vicende molto profonde e complicate.

La maestria redazionale degli evangelisti non sta tanto nella capacità letteraria (che pur p.es. non manca in quello di Giovanni), quanto piuttosto nel far sembrare vera una cosa falsa e falsa una cosa vera, prendendo spunto dalla realtà. In questo gli scrittori di origine ebraica restano insuperabili.

In via del tutto preliminare, prima di accingersi a leggere qualsivoglia pericope, bisognerebbe anzitutto fare una distinzione tra i concetti di "falsificazione" e di "mistificazione".

Sul piano letterario una falso può essere un documento che descrive una realtà mai accaduta: p.es. la Donazione di Costantino, in cui si credette per ben 700 anni. Generalmente anche tutti gli Apocrifi, esclusi dal canone del Nuovo Testamento, sono palesi falsificazioni, in quanto pure e semplici invenzioni leggendarie, alla stregua dei miti pagani. In essi si celano controversie teologiche di ogni tipo, anche molto interessanti, ma quando aspirano a presentare le cose con veridicità storica rivelano tutti i loro limiti.

Essi non sono però falsificazioni di testi originali che dicevano la verità o che si avvicinavano alla realtà con maggiore verosimiglianza. Più che nel genere delle "falsificazioni", gli Apocrifi andrebbero classificati in quello delle "invenzioni".

Anche i vangeli canonici contengono molte invenzioni (p.es. le genealogie del Cristo, i racconti sui suoi natali, i racconti sulla resurrezione...), ma questo genere letterario, nel suo complesso, andrebbe messo nella categoria delle "mistificazioni".

Mistificazione vuol dire falsificazione di dati reali. Mentre la falsificazione di un testo viene fatta su un testo precedente (questo, p.es., nel quarto vangelo è molto evidente), oppure è invenzione di cose mai accadute, fatte passare per vere (p. es. i prodigi miracolosi del Cristo, ma anche tutta l'Odissea di Omero), la mistificazione è sin dall'inizio una lettura deformata della realtà, una lettura che parte da un'interpretazione distorta delle cose, viziata da un difetto di fondo, che resta preliminare a tutto.

La mistificazione è la più difficile da scoprire, proprio perché essa, avvalendosi di fatti realmente accaduti, trae facilmente in inganno. Di fronte a molti testi si è ermeneuticamente incerti come quando negli interrogatori di polizia non si sa se credere di più a chi nega tutto o a chi dice le mezze verità. E noi non possiamo "torturare" nessuno, non tanto perché i testimoni sono morti da tempo, quanto perché qui si ha a che fare con gente che si lascerebbe facilmente torturare, nella speranza d'apparire più convincente. Questo è anche uno dei motivi per cui tale pratica, oltre ad essere umanamente indegna, risulta in sostanza del tutto inutile ai fini della ricerca della verità delle cose.

Occorre indurre i testimoni a parlare da soli, spontaneamente, mettendoli di fronte alla realtà dei fatti, facendo soprattutto capire loro che di fronte a questi fatti essi hanno preso delle decisioni "umanamente comprensibili", ancorché non "pienamente legittimate". Un esegeta deve "capire" non "condannare". Un giudizio è "storico" quando non fa il singolo responsabile di processi in cui la libertà s'è giocata in maniera collettiva.

Spesso all'interno delle mistificazioni s'incontrano ulteriori falsificazioni, di gravità minore: sono le cosiddette "interpolazioni" arbitrarie dei copisti, volute (per motivi ideologici) o accidentali (in questo caso dovute a distrazioni, errate interpretazioni ecc.). Bisognerebbe esaminare i due vangeli fondamentali: Marco e Giovanni, classificando ogni versetto, ogni pericope, nelle tre categorie fondamentali: mistificazioni, falsificazioni, invenzioni.

Giusto per fare un esempio, prendiamo la chiusura autentica del vangelo di Marco (16,1-8), cui segue quella posticcia a partire dal v. 9:

  1. le donne, andate al sepolcro per imbalsamare Gesù, lo trovano vuoto: SITUAZIONE REALE (o sufficientemente REALISTICA, in quanto appare un po' inverosimile che ci vadano senza l'aiuto di qualcuno che apra loro l'ingresso della tomba, chiuso con una pietra rotolante molto pesante);
  2. le donne videro un giovane dentro il sepolcro: SITUAZIONE FALSA;
  3. il giovane dice loro che Gesù è risorto ed è andato in Galilea, per incontrarsi di nuovo coi discepoli: SITUAZIONE MISTIFICATA;
  4. le donne, spaventate, non raccontano niente a nessuno: SITUAZIONE FALSA.

Ora, le due situazioni false sono evidenti: la prima perché il giovane che parla è in realtà la coscienza della chiesa post-pasquale; la seconda perché le donne andarono a riferire agli apostoli quel che avevano visto. Perché poi Marco abbia detto, così concludendo il vangelo, che non lo fecero, resta controverso, ma poco significativo rispetto al contesto della pericope.

Quello che più conta è individuare la mistificazione, che nella fattispecie venne elaborata basandosi su un fatto reale: la tomba vuota. La mistificazione è un'interpretazione arbitraria di un fatto reale. Di fronte alla tomba vuota la chiesa post-pasquale non afferma: "Non sappiamo dove sia il suo corpo", ma il contrario: "E' risorto, non è qui". Cioè il concetto di "resurrezione" viene applicato a una realtà che non è più "reale" ma è già un'interpretazione.

La tomba vuota non è stata interpretata come "evento inspiegabile ma umano", bensì come "evento spiegabile in senso divino". Pur non avendo alcuna prova della resurrezione, la si è data per certa. E' noto infatti che tutti i racconti che parlano delle apparizioni del risorto sono delle finzioni letterarie, che spesso celano controversie reali tra i discepoli, come p.es. quella tra Pietro e Giovanni o quella tra Tommaso e gli altri apostoli.

Nei Sinottici l'uso dell'interpretazione ("è risorto") risulta così prevalente rispetto alla descrizione della realtà ("non è qui"), che gli evangelisti non hanno neppure avvertito il bisogno di citare il fatto che Pietro e Giovanni, quando entrarono nel sepolcro, trovarono la sindone piegata e riposta da una parte, come invece risulta nel quarto vangelo, dove, dopo che Giovanni l'ebbe vista, viene scritto: "E vide e credette"(20,8).

La parola "credere" è stata qui usata con intento mistificatorio dal redattore che ha voluto aggiungere subito dopo: "Non avevano ancora capito quello che dice la Bibbia, che Gesù doveva risorgere dai morti"(v. 9). Una mano infelice, poiché l'aggiunta contraddice proprio il fatto che Giovanni "credette".

L'aggiunta però Giovanni dovette subirla, altrimenti si sarebbe capito davvero il contrario di ciò che il falsificatore ha voluto farci credere, ovvero che Giovanni credette semplicemente al fatto che il corpo non era stato trafugato da qualcuno, ma era stranamente scomparso. La resurrezione, per Giovanni, è stata soltanto un'interpretazione di Pietro.

Il falsificatore doveva conoscere bene questa posizione giovannea, altrimenti non avrebbe aggiunto al fatto che "credette" il fatto che ancora non aveva accettato l'idea di resurrezione.

Anche da questo semplice ragionamento si evince che se il quarto vangelo è stato il tentativo di far luce sulle mistificazioni dei Sinottici, lo stesso vangelo è stato a sua volta alterato in modo da rendere quasi irriconoscibile l'originale.

Concludendo, oggi possiamo tranquillamente dire che i vangeli prendono la realtà dei fatti e la stravolgono nel suo significato, che da umano diventa sovrumano, da politico diventa religioso. Il motivo per cui, invece che dare un'interpretazione realistica dei fatti, si sia preferita la soluzione mistica, va ricercato nell'incapacità che i discepoli di Gesù hanno avuto, dopo la sua morte, di proseguire il suo messaggio così come lui l'aveva iniziato.

Detto questo si può qui aggiungere che forse l'aspetto che ci rende ancora interessanti i vangeli non è tanto quello di voler scoprire le loro molteplici mistificazioni, quanto piuttosto quello di vedere se in essi possono ancora sussistere degli elementi paradigmatici utili all'uomo contemporaneo, ovviamente dopo averli depurati da tutte le incrostazioni di tipo mistico che li caratterizzano.

P.es. l'analisi sulla procedura processuale con cui venne condannato il Cristo potrebbe forse aiutarci a capire il formalismo giuspolitico della democrazia nell'ambito delle civiltà antagonistiche.

Assolutamente drammatici, degni di stare a fianco delle grandi tragedie greche, sono quei brani ove il popolo decide di far morire il proprio messia nella certezza che quella sia la soluzione migliore per i destini di liberazione nazionale del proprio paese.

E così via. Sono innumerevoli i passi evangelici in cui l'ambiguità delle parole pesa come macigni sull'interpretazione che se ne può dare.

Lo stesso Caifa, quando convinse il Sinedrio a decretare la morte di Gesù, era più che convinto di compiere il bene della propria nazione. Persino Giuda probabilmente non si sentiva affatto un traditore, ma un uomo avveduto, prudente, politicamente moderato. La descrizione abietta che ne fanno i Sinottici è semplicemente ridicola.


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Religioni - Nuovo Testamento
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Aggiornamento: 24/08/2008