STUDI SUL NUOVO TESTAMENTO


LA MORTE COME RISCATTO
Commento al cap. 12 del vangelo di Giovanni

I - II

Cristo Pantokrator Benedicente (Cappella Palatina, Palermo, XII sec.)

Premessa poetica

Non può essere un peccato desiderare di morire. Si desidera vivere, ma solo finché ci sono le condizioni per farlo. Quando la sofferenza è troppo grande, si preferisce andarsene.

E' il dolore che toglie la speranza. Ma forse, più che il dolore, che comunque oltre un certo limite non può essere sopportato, è la solitudine, la sensazione di non poter contare sull'aiuto di qualcuno nel momento della sofferenza più terribile. E' la mancanza di sicurezza, di protezione, di assistenza che porta ad abbandonarsi, a preferire la soluzione estrema. Non riusciamo in queste condizioni di isolamento a sopportare una sofferenza troppo prolungata, neanche nel caso in cui non sia molto forte.

Una sofferenza molto forte può essere sopportata meglio se abbiamo la percezione che sarà breve. Anzi, se la percezione è una convinzione relativamente sicura, accettiamo la sofferenza, anche quella più acuta, come una prova da superare: ci mettiamo in gioco quasi volentieri. Contiamo sul fatto che con l'aiuto di qualcuno, prima o poi la prova verrà superata.

Se non possiamo contare su qualcuno, la nostra capacità di resistenza si riduce di molto; anzi, quanto più si è soli, tanto più facilmente ci si arrende. Si è addirittura portati a ingigantire i problemi: si perde l'obiettività delle cose. Si comincia a fantasticare in negativo.

Questo perché noi non siamo fatti per vivere da soli, siamo animali sociali, abbiamo bisogno di compagnia, di fare qualcosa con qualcuno. Abbiamo bisogno di fidarci di qualcuno e che qualcuno si fidi di noi, per farci sentire importanti, o almeno utili.

Noi non siamo come gli animali, abbiamo bisogno di motivazioni per vivere. Non riusciamo a vivere basandoci semplicemente sull'istinto, anche perché è proprio il nostro istinto di sopravvivenza che ci spinge a cercare qualcosa di emotivo o, se si preferisce, di spirituale. Dentro di noi alberga una fiamma che ha bisogno di energia per ardere e questa energia da soli non possiamo darcela. Sono gli altri la nostra energia.

A volte lo sono così tanto che quasi ci convinciamo che quanto in vita abbiamo fatto, non andrà perduto. Ci piace sognare che qualcuno proseguirà i nostri progetti esattamente come noi li abbiamo pensati e sviluppati. Ci illudiamo che, anche se siamo stati traditi in vita, non lo saremo dopo morti.

Commento

Vi è una tristezza infinita nelle parole che a Gesù vengono fatte pronunciare nel capitolo 12 del vangelo di Giovanni. Proprio nel momento del trionfale ingresso a Gerusalemme, interpretato dalla popolazione come l'inizio della rivolta armata contro Roma, i manipolatori del vangelo di Giovanni fanno dire a Gesù che l'ora della sua morte era vicina. Mistificano cioè con l'idea di "morte necessaria" la rivoluzione tradita, il fallimento dell'insurrezione nazionale.

Ora, che cosa ci si può chiedere di fronte a tale mistificazione? Non tanto se questo atteggiamento autodistruttivo di Gesù abbia una qualche parvenza di verità (poiché sappiamo che non ne ha), quanto piuttosto se l'atteggiamento dei redattori cristiani possa in qualche modo essere giustificato, possa considerarsi umanamente accettabile.

Qui infatti non si è soltanto in presenza di una mancata autocritica da parte della comunità post-pasquale, ma anche di un rivolgimento interpretativo dei fatti. L'insurrezione avrebbe potuto essere compiuta anche dopo la crocifissione di Gesù: non era forse stato lui a insegnare che il movimento nazareno andava gestito e guidato in maniera democratica? e che la rivolta armata non avrebbe dovuto avere come obiettivo il ripristino della monarchia davidica?

I suoi più stretti discepoli, in particolare Pietro (che, in questo, non è stato meno "traditore" di Giuda), invece di proseguire il mandato ricevuto, avevano cominciato a sostenere che non ci sarebbe stata alcuna possibilità di vincere la dominazione romana senza la guida di un leader come Gesù, e che, siccome il suo corpo dalla tomba era sparito, era lecito pensare che sarebbe tornato, presto e in pompa magna.

Non solo si tradì il suo messaggio, non solo si evitò di ammettere le proprie responsabilità, denunciando la propria pochezza rivoluzionaria, ma si prese a elaborare una ricostruzione dei fatti del tutto fantasiosa.

Nel vangelo di Marco si sostiene che la morte del messia era stata voluta da dio e che dio l'aveva risorto e che lui li avrebbe preceduti in Galilea. Per fare cosa non viene detto, ovviamente, in quanto le idee politiche di Pietro non avevano portato a nulla. Probabilmente Pietro, per un certo periodo di tempo, era rimasto in attesa di una parusia trionfale del Cristo redivivo (almeno così appare negli Atti), ritenendo che l'unica cosa da fare fosse quella di limitarsi a predicare ai giudei l'idea di un "messia risorto". Era convinto, così facendo, che i galilei avrebbero potuto continuare a giocare, agli occhi dei giudei, un ruolo ancora significativo.

Ma i giudei non credettero affatto alle sue parole, anzi, al sentire parlare di "resurrezione", decisero di incarcerarlo. Stando agli Atti, Pietro se ne andò definitivamente da Gerusalemme dopo essere stato fatto evadere dal carcere. Il che non esclude ch'egli abbia rifiutato di tornare nella città santa, proprio perché la sua idea di una parusia trionfale del Cristo non aveva avuto alcun seguito e molti nazareni avevano cominciato ad abbandonare il movimento.

Poi subentrerà Paolo, che parlerà non solo di "Cristo risorto", ma anche di "unigenito figlio di dio". Anche lui, in un primo momento, era convinto che Pietro avesse ragione quando parlava di imminente parusia messianica, ma poi, vedendo che questa non si verificava, aveva deciso di procrastinarne il momento fatidico all'ultimo giorno della storia, facendola coincidere col giudizio universale. Tale inversione di rotta è molto evidente nelle sue lettere.

Le idee di Pietro e di Paolo divennero dominanti all'interno del movimento nazareno, che, quando ormai la sua definitiva spoliticizzazione era stata compiuta, assunse il nome di "cristiano". Ed è certo che quelle idee revisioniste furono osteggiate dalla corrente che faceva capo all'apostolo Giovanni, il quale scrisse un proprio vangelo per rimettere le cose a posto, dando una versione più obiettiva dei fatti, opposta a quella che aveva dato Pietro, attraverso il discepolo Marco, il cui vangelo aveva enormemente influenzato le versioni di Matteo e di Luca, nonché quelle di tanti altri vangeli che però non supereranno la prova della canonicità.

Ci vollero molti anni prima di poter togliere dalla circolazione l'originario vangelo di Giovanni e di riproporlo alla cristianità in una forma completamente riveduta e corretta. Ci vollero anche dei redattori molto capaci, conoscitori della mentalità ebraica, filosofi e teologi di professione, in grado di mistificare le cose con grande acume intellettuale.

In questo vangelo infatti non si parla soltanto di "morte necessaria" ma anche di "morte gloriosa", cioè di realizzazione di sé non tanto nonostante la morte ma proprio in virtù di questa.

Sembra una sfumatura di poco conto, ma non è così. Nei Sinottici Cristo avverte la morte come una decisione insondabile di dio, che lui accetta per obbedienza, perché dio è suo padre, perché sa che in questa maniera gli uomini potranno "riconciliarsi" col loro creatore, perché, vedendo lui "risorgere", capiranno che dio non li ha abbandonati nell'incapacità assoluta di compiere il bene a causa del peccato originale.

Dio-padre nei Sinottici ha voluto la morte del figlio per far capire agli uomini che nella loro incapacità di essere sono stati perdonati, che il peccato originale non li ha condannati a morte, alla disperazione, anche se la loro liberazione definitiva sarà possibile solo nell'aldilà. Il peccato originale li ha resi strutturalmente incapaci di bene, ma ora sanno che di questa impotenza non devono disperarsi, poiché hanno ricevuto una caparra spirituale per la salvezza futura, quella ultraterrena. Il sacrificio di Cristo ha offerto una grande consolazione morale.

Nel vangelo di Giovanni le cose sono più sottili, più complicate, proprio perché vi era l'esigenza di censurare qualcosa di più vero, di più profondo. Il Cristo non può limitarsi ad accettare la morte per dovere divino, per fare un piacere al padre, che ha avuto un lungo e travagliato rapporto col popolo ebraico, ma deve essere convinto che un certo modo di sacrificare la propria vita è una grandissima beatitudine, un vero motivo di orgoglio, che pochi possono capire, poiché qui la soddisfazione di sé rischia di apparire come una sublime follia, come una forma di disperazione mascherata da una finta indifferenza.

Per il Cristo dei manipolatori di Giovanni è la morte che permette la glorificazione di sé, l'autoesaltazione. "Se il granello di frumento caduto in terra non muore, rimane solo; ma se muore, produce molto frutto"(v. 24). Più chiari di così i redattori non potevano essere.

Quello che parla è un Cristo disperato, che pensa di essere più utile morendo che vivendo. Infatti, se non muore resta solo, misconosciuto dai più; se invece muore di morte violenta, atroce, lui che era innocente, il mondo s'impressionerà e forse comincerà a credergli. Quello che non ha potuto fare in vita, lo farà da morto, attraverso un esempio di solenne accettazione del proprio destino.

"Chi ama la sua vita, la perde, e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà in vita eterna"(v. 25). Non si può essere contenti di sé, vivendo, poiché il mondo è dominato dall'egoismo e non permette ai più alcuna felicità; quindi l'unica alternativa è cercare di uscire da questo mondo e di farlo il più presto possibile, nella maniera più giusta, che è quella di far ricadere sui poteri dominanti l'origine della propria frustrazione, della propria incapacità di vivere.

Il cristiano non si suicida, ma mette il potere in condizione di eliminarlo, facendolo diventare un martire, un testimone della verità, che è condizione privilegiata di chi vuol dimostrare la fondatezza delle proprie convinzioni. Un Cristo così non può avere seguaci, se non altri martiri come lui. Il sacrificio di sé è la testimonianza più radicale della fermezza con cui si crede nelle proprie idee. Il martirio cercato a tutti i costi sublima l'incapacità di compiere una rivoluzione dei rapporti esistenti.

Nell'insignificanza di una vita umanamente e politicamente sconfitta, il momento magico della morte, violentemente subìta, riscatta di colpo ogni cosa: ci fa apparire del tutto diversi. Il Cristo di questi falsificatori della verità non si angoscia del destino che l'attende, anzi, se ne vanta, se ne gloria, perché è finalmente riuscito nel suo intento: mettere il nemico (qui il giudeo, in quanto la contrapposizione vuol porsi solo sul terreno religioso o di politica religiosa) nelle condizioni di eliminarlo, senza che lui abbia mai violato le leggi della democrazia.

"Ora l'animo mio è turbato; e che dirò? Padre, salvami da quest'ora?"(v. 27) - com'era appunto avvenuto nei Sinottici, dove vediamo un Cristo tremare, pregare, sudare sangue? No, qui è proprio il contrario: "è per questo che sono venuto incontro a quest'ora. Padre glorifica il tuo nome"(ib.). Il che, in altre parole, è come se avesse detto: "Mi sono incarnato, sono venuto tra gli uomini per insegnare loro che il momento più bello della vita è morire martiri, dare consapevolmente, liberamente la propria vita per un fine superiore, per un ideale che si chiama 'dio-padre'".

La rivoluzione non si compie con le armi, ma trasformando in vittoria quella che gli occhi del mondo sembra una sconfitta. "Ora avviene il giudizio di questo mondo [incapace di riconoscere chi l'ha creato]; ora sarà cacciato fuori il principe di questo mondo"(v. 31).

Il mondo non appartiene agli esseri umani, ma al demone che ha introdotto il peccato (la nascita dello schiavismo) con l'inganno. Questo demone viene sconfitto dando agli uomini la consapevolezza, attraverso la resurrezione, che con la morte non è finito tutto e che se loro non hanno più la possibilità d'essere felici su questa terra, lo saranno certamente in un'altra dimensione, ove il demone non potrà far nulla.

A chi gli obietta che questa vittoria spirituale è in fondo una magra consolazione, poiché intanto sulla terra continua a trionfare il male, Gesù fa capire che non gli interessa il consenso di chi non crede. A chi non comprende il valore purificatorio, catartico della morte, il destino serberà di vivere nelle tenebre.

* * *

Ormai individuare la mistificazione, nei vangeli, è diventato relativamente facile. Il vero problema sta nel cercare di scoprire quale possibile discorso è stato censurato o manomesso. Qui p.es. c'è un versetto che ha tutta l'aria d'essere originale: il 42 ("ciononostante, molti, anche tra i capi, credettero in lui; ma a causa dei farisei non lo confessavano, per non essere espulsi dalla sinagoga").

Un versetto del tutto contraddittorio con la reazione che secondo i redattori la folla ebbe al sentire parlare di autoimmolazione da parte di Gesù. Dunque per quale motivo i redattori l'avrebbero lasciato? Sembrerebbe non avere alcun senso far vedere che tutta la folla non credeva in Gesù, quando alcuni capi politici sarebbero stati disposti a farlo, anche se temevano il giudizio dei farisei. Di regola era il contrario: i capi non credevano mai, salvo eccezioni, mentre tra la folla era relativamente facile trovare ampi consensi.

Probabilmente i redattori hanno lasciato questo versetto perché in esso vengono messi in cattiva luce i capi giudei. Ma è da presumere che Giovanni in realtà volesse dire che mentre il discorso del Cristo trovò le folle giudaiche alquanto favorevoli, riscontrò invece una certa ostilità da parte delle autorità, ovviamente non tanto da parte di quelle che gestivano il Tempio, poiché ciò sarebbe stato scontato, quanto piuttosto da parte di quelle che svolgevano apparentemente un ruolo progressista (p.es. i farisei), a motivo delle persecuzioni subìte nei decenni precedenti. Giovanni dunque voleva dire che, nonostante un forte consenso popolare, i capi giudei gli erano, nella loro maggioranza, ancora ostili.

La risposta che Gesù rivolge a quest'ultimi appare, nel capitolo, di tipo eminentemente religioso, quindi è da presumere ch'egli abbia lanciato un appello di tipo politico, il cui significato doveva in qualche modo essere favorevole all'insurrezione armata e non alla resa di fronte al nemico.

Se il Cristo avesse fatto un discorso di resa, facendo leva sulla popolarità acquisita, i giudei avrebbero avuto dei buoni motivi per toglierselo di torno. Paradossalmente le autorità a lui favorevoli sarebbero state i collaborazionisti, mentre i farisei, al contrario, sarebbero apparsi come i rivoluzionari. Che senso avrebbe una lettura del genere? Nessun leader politico si sarebbe rivolto alle masse per invitarle ad affrontare la loro crisi nazionale e istituzionale dedicandosi esclusivamente alla fede in dio e al rispetto delle leggi.

L'ultimo discorso di Gesù, in questo capitolo, ha completamente sostituito un discorso andato perduto. Invitare i giudei a rinnovare la propria religiosità, passando dalla fede in Jahvè alla fede nel figlio unigenito di Jahvè, è stata una scelta redazionale che difficilmente potrebbe trovare plausibili giustificazioni. Qui non vi è una sola parola che possa accampare un qualche riscontro storico.


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Religioni - Nuovo Testamento
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Aggiornamento: 25/04/2009