STUDI SUL NUOVO TESTAMENTO


I PANI MOLTIPLICATI

I - II

Moltiplicazione dei pani e dei pesci (mosaico in S. Apollinare Nuovo, Ravenna, VI sec.)

(Gv 6,1-70)

Il IV vangelo dedica ampio spazio alla descrizione di questo importante episodio della vita di Gesù, durato l'arco di due giorni, e questo nonostante che anche i sinottici (soprattutto Marco) ne parlino estesamente (spesso infatti Giovanni interviene là dove i sinottici sono o lacunosi o imprecisi). 

Si può anzi con certezza sostenere che solo grazie a Giovanni si svela l'arcano di certe espressioni marciane, che tendono a circoscrivere l'evento in forzate speculazioni teologiche, maturate in seno alla comunità postpasquale. P.es quando Marco afferma che gli apostoli "non avevano capito il fatto dei pani, essendo il loro cuore indurito"(6, 52), non solo non offre maggiori delucidazioni, ma tende anche ad avvalorare la tesi religiosa che vede in questo episodio un'anticipazione dell'ultima cena o una prefigurazione dell'eucaristia. E in questo Luca e Matteo dipendono totalmente da Marco. Persino il IV vangelo è stato costretto a subire pesanti interventi redazionali di tipo censorio o correttivo.

I tempi e i luoghi delle due versioni più interessanti, di Giovanni e di Marco, coincidono, più o meno. "Era vicina la pasqua"(Gv 6,4), "c'era molta erba in quel luogo"(Gv 6,10; Mc 6,39), dunque era primavera. Il luogo era situato "sull'altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberiade"(Gv 6,1); Mc 6,32 parla di "luogo solitario, in disparte" e di attraversata del lago "sulla barca".

La prima domanda che viene spontaneo porsi è proprio quella legata al luogo: perché Gesù e gli apostoli cercano un luogo solitario? Gv 6,2 dice che "una gran folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi". E' difficile però credere che centinaia, forse migliaia di persone seguissero Gesù per una cosa che potevano ottenere solo con molta difficoltà. Qui infatti siamo alla fine della sua attività galilaica, che ha voluto essere anzitutto politica e non taumaturgica (ammesso e non concesso che Gesù abbia mai compiuto delle guarigioni che non fossero alla portata di un essere umano). Stando a Gv 4,43ss, Gesù fece in Galilea una sola guarigione: quella del figlio del funzionario reale (che è a distanza e quindi interpretabile in maniera del tutto simbolica), mentre secondo Marco le ultime due guarigioni compiute in Galilea sono state quella del cieco di Betsaida (8,22ss) e quella dell'epilettico di Dabereth (9,14ss), entrambe quasi strappate con la forza.

Forse la motivazione della sequela può essere stata aggiunta, nel IV vangelo, da un redattore che nutriva un certo scetticismo nei confronti delle folle galilaiche o delle folle in genere, qui viste come interessate a favori di tipo personale, quando in realtà la sequela poter aver benissimo delle motivazioni di tipo politico. 

Mc 6,31, infatti, sostiene che siccome i discepoli erano molto impegnati a evangelizzare le masse, queste erano diventate molto numerose, al punto che i discepoli "non avevano più neanche il tempo di mangiare". (Singolare è il fatto che Lc 9,11 e Mt 14,14, pur dipendendo da Marco, ribadiscano lo stereotipo secondo cui la folla seguiva Gesù solo per le guarigioni). "Gli apostoli - dice Mc 6,30 - si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato". Questo è l'unico passo del vangelo di Marco dove i Dodici vengono chiamati col nome di "apostoli", cioè di "inviati". E' un'indicazione precisa della loro attività propagandistica, non un titolo ufficiale, che solo più tardi s'imporrà in seno alla comunità primitiva.

L'efficacia del loro operato era evidente: il movimento nazareno contava già numerosi seguaci (Gv 6,10 e Mc 6,44 parlano di 5000 uomini). La differenza tra gli apostoli e la folla stava semplicemente nel fatto che questa - come dice Mc 6,31 - "andava e veniva", quelli invece "facevano e insegnavano"(Mc 6,30). Gli apostoli rappresentavano, per così dire, l'avanguardia consapevole del movimento spontaneo delle masse.

Considerando che i vangeli sono testi politici che vogliono ridurre al minimo la politica rivoluzionaria del movimento nazareno, è dunque difficile dar loro retta quando dicono che le folle (qui a migliaia) seguivano il Cristo esclusivamente per la sua attività taumaturgica, tanto più, peraltro, che nella versione di Marco le folle seguono anche gli apostoli, che non hanno mai fatto alcuna guarigione.

Se qui 5000 persone avessero seguito il Cristo e i Dodici soltanto per ottenere guarigioni (come lascia supporre Gv 6,2), la situazione sarebbe dovuta apparire ingestibile sin dall'inizio; non solo, ma l'atteggiamento di queste folle darebbe un'impressione fortemente negativa sul lettore del vangelo, al punto che si dovrebbe avvalorare la tesi della comunità postpasquale secondo cui l'obiettivo politico del vangelo di liberazione era utopistico e andava quindi ridimensionato in chiave spiritualistica.

Viceversa, Marco lascia intendere che la folla li stesse seguendo con la speranza di ottenere qualcosa che andasse al di là delle semplici guarigioni. Anzi, essa sembra non comprendere le necessità dei Dodici di un momento di riposo dopo il tanto lavoro propagandistico, e con decisione cerca di raggiungerli da terra, costeggiando la riva del lago. "Molti li videro partire e capirono, e da tutte le città cominciarono ad accorrere là a piedi e li precedettero"(Mc 6, 33).

Il singolare spostamento logistico di questa marea di persone porta a credere che la fama del Cristo e dei Dodici era diventata molto vasta in Galilea e che le contraddizioni sociali, le aspettative di indipendenza nazionale avevano raggiunto ormai il culmine. L'istintiva invadenza popolare è appunto tipica di quelle "pecore senza pastore" (di cui parla Mc 6,34) che seguono Gesù e i Dodici senza una chiara strategia politica, ma con un forte desiderio di liberazione.

Nei sinottici, dominati da uno sfondo moralistico latente, Gesù si commuove, ha compassione di questi sbandati, mostrando di non sapere neppure lui come gestire quella situazione (Mc 6,34; Mt 14,14; Lc 9,11). In Gv 6,3 l'atteggiamento è invece più sicuro e distaccato: "Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli", cioè scelse un luogo da dove poteva essere facilmente visto dalla folla. Non "si mise a insegnare loro molte cose", come vuole il catechista Mc 6,34, che peraltro di queste cose non dice una parola, né guarì i loro malati, come vuole Mt 14,14, né fece entrambe le cose, come vuole Lc 9,11.

Che cosa su quel monte essi si siano detti, sino a tarda sera, si può solo immaginare. Con una folla di 5000 persone in attesa di sapere quand'era il momento di agire in maniera risoluta, bisognava ad un certo punto prendere una decisione. Giovanni qui è esplicito nel descrivere lo stato d'animo dei protagonisti di quell'evento: dopo aver detto ch'erano saliti sul monte, al v. 4 dice una cosa che avrebbe dovuto mettere all'inizio del racconto, per contestualizzarlo nelle coordinate spazio-temporali; qui invece ha tutt'altro significato, e questo significato è di natura strettamente politica: "Era vicina la pasqua, la festa dei giudei": il momento migliore per andare a Gerusalemme e liberare la città dai romani. Marco s'è guardato bene dal ricordarlo.

A questo punto le versioni di Marco e di Giovanni divergono nettamente: infatti, là dove Giovanni (6,5) afferma che la folla ad un certo punto, stanca di aspettare, cominciò a salire sul monte per sapere quale decisione era stata presa, Marco invece si limita ad affermare che "essendosi ormai fatto tardi, i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendogli: Questo luogo è solitario ed è ormai tardi; congedali perciò, in modo che, andando per le campagne e i villaggi vicini, possano comprarsi da mangiare"(Mc 6,35s.).

Marco fa dire ai discepoli una cosa che il Cristo avrebbe potuto tranquillamente intuire da solo. Mette il Cristo in una posizione insensata, poiché dopo aver detto ch'egli "insegnava alle folle molte cose", aggiunge che, invece di congedarle, finito il discorso, egli si sarebbe ritirato per alcune ore in un luogo solitario (il monte non viene mai citato) senza fare nulla, al punto che se alla folla non si fosse detto di tornarsene a casa, quella probabilmente sarebbe rimasta lì tutta la notte a bighellonare.

Avendo tolto a questo avvenimento una qualunque valenza politica, Marco è caduto in una serie di contraddizioni insostenibili. Di qui forse l'esigenza di Giovanni di precisare le cose. "Alzàti gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?"(Gv 6,5).

Qui appare evidente che non solo il Cristo sapeva che la folla, stanca d'aspettare, aveva cominciato ad aver fame in senso fisico e che non avrebbe trovato dei rifornitori molto facilmente, data l'ora tarda e il luogo solitario, e che con le loro risorse i Dodici non sarebbero stati in grado di sfamare nessuno, ma anche che il concetto di "fame" andava interpretato in senso metacognitivo. La folla ha "fame di liberazione" e ora vuole sapere, una volta per tutte, se Gesù e i Dodici costituiscono il pane con cui sfamarsi.

A Filippo viene posta una domanda ambigua "per metterlo alla prova", dice Gv 6,6. Spesso le domande di Gesù appaiono strane perché sembrano presumere una risposta ovvia. In realtà la loro ambiguità, che si gioca sul doppio senso di certe parole o espressioni, obbligava a trovare delle risposte pertinenti, per nulla scontate.

Non a caso proprio grazie all'equivocità di molte parole o espressioni, la comunità primitiva ha poi trovato buon gioco nell'imbastire le proprie tesi spiritualistiche. Qui s'è addirittura divertita a canzonare il povero Filippo che, fatto passare per un ingenuo, risulta incapace di cogliere al volo l'intenzione del Cristo di esibirsi in tutta la sua spettacolare maestria di prestidigitazione. E un secondo redattore ha voluto aggiungere l'inciso: "Gesù infatti sapeva bene quello che stava per fare"(Gv 6,6).

In realtà la prova era alla portata di Filippo, come di qualunque altro apostolo. Ed era ancora una volta di tipo politico: "Sono in grado i Dodici di gestire un'istanza di liberazione di così vaste proporzioni? Sapranno farlo rispettando le regole delle democrazia?". "Voi stessi date loro da mangiare", viene detto in Mc 6,37.

Nel racconto di Giovanni gli apostoli (per bocca di Filippo e Andrea) non comprendono la domanda, oppure la comprendono ma vi danno una risposta schematica, cioè l'atteggiamento di Filippo e Andrea può far pensare che tra i Dodici non vi fosse unanimità nel gestire quella situazione.

Infatti, se prendiamo alla lettera il dialogo tra Gesù e gli apostoli, noteremo subito delle forti incongruenze, sia in Marco che in Giovanni, a testimonianza che qualcosa di molto strano deve essere successo in quel frangente. 

Nella versione di Marco, all'invito di congedare le folle, mosso dagli apostoli, Gesù risponde con una richiesta a dir poco paradossale, data l'ora tarda, il luogo isolato e il numero spropositato di persone da sfamare: "Voi stessi date loro da mangiare". Al che gli apostoli, come se si sentissero presi in giro, ribattono che con 200 denari non si sfamano certo 5000 persone (un denaro era in genere la paga quotidiana dell'operaio). La domanda che pongono: "Dobbiamo andar noi a comprare duecento denari di pane e dar loro da mangiare?"(Mc 6,37), lascia trapelare un atteggiamento ambivalente, che un credente potrebbe interpretare come "aspettativa di tipo miracolistico" e un laico come "malcelata ironia".

Sia come sia il Gesù di Marco ribatte con una richiesta ancora più esigente e che, proprio per questo motivo, dovette risultare ancora più incredibile della precedente: "Quanti pani avete? Andate a vedere". Cioè non occorreva comprare nulla, perché sarebbe bastato quel che già si aveva.

In Giovanni è lo stesso, almeno apparentemente. Alla domanda imbarazzante di Gesù: "Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?", che colse Filippo alla sprovvista, fa seguito una sorta di dialogo dell'assurdo tra Gesù ed Andrea: di fronte alla constatazione dell'apostolo circa la povertà dei loro mezzi di sussistenza Gesù non si scompone e ordina di far mettere a sedere i 5000 uomini. (Anche qui qualche esegeta ha avuto il coraggio di sostenere che Andrea, proponendo al Cristo i cinque pani e i due pesci, sospettasse che questi volesse fare qualcosa di speciale).

I due racconti apparentemente coincidono. La differenza, tuttavia, è molto grande, poiché quando Marco usa la parola "pane" pensa a qualcosa di religioso: il sacramento dell'eucaristia; Giovanni invece pensa a qualcosa di politico (il secondo redattore di Giovanni a qualcosa di metafisico). Delle due quindi l'una: o Gesù ha davvero compiuto il miracolo, a testimonianza della netta differenza che separava lui dai Dodici (ma allora entriamo nella fantascienza), oppure in luogo di questo impossibile prodigio è avvenuto qualcosa che doveva essere rimosso.

La prima ipotesi però andrebbe scartata a priori non solo perché umanamente inverosimile, ma anche perché su una cosa le domande non troverebbero una risposta convincente: come sia cioè possibile che quella folla, che in Gv 6,15, una volta sfamata, lo vuole proclamare "re", associando un evento miracolistico a un'esigenza di liberazione nazionale, sia la stessa che in Mc 6,44 non ha alcuna reazione, come se avesse assistito a una delle tante guarigioni. (Da notare che in Gv 6,30 la stessa folla che lo vuole "re", gli chiede un segno per poter credere in lui!).

Viceversa, se consideriamo attendibile la seconda ipotesi, dobbiamo necessariamente arguire che la descrizione del prodigio ha sostituito il ricordo di un evento molto increscioso, in cui i Dodici apparivano come dei protagonisti negativi.

Se si accettasse l'esegesi confessionale noi dovremmo essere indotti ad affermare che la negatività degli apostoli stette proprio nel non saper sfamare quelle folle, ma se consideriamo vero il prodigio del Cristo, dovremmo necessariamente dedurre che tutta la negatività dei Dodici in altro non consistette che nell'incapacità di fare prodigi come lui. Il che, umanamente parlando, è insostenibile.

Tuttavia, poiché i racconti di Marco e del secondo redattore di Giovanni in sostanza lasciano trapelare questo tipo di interpretazione, qui si deve concludere che gli apostoli hanno ufficialmente accettato di far passare una versione redazionale che li mettesse in cattiva luce sul piano della facoltà di compiere prodigi, piuttosto che quella in cui si sarebbe dovuto mettere in luce la loro incapacità di guidare politicamente le masse. 

Che cosa sia veramente accaduto è comunque difficile dirlo. Forse Gesù si aspettava che fossero i Dodici a congedare le folle con un discorso politico, spiegando a queste che i tempi non erano ancora maturi per compiere la rivoluzione: non dovevano forse gli apostoli diventare i "pastori" delle "pecore" che "vanno e vengono"? Forse è stato lo stesso Gesù a spiegare alle folle l'illusione di poter compiere una rivoluzione vittoriosa senza l'appoggio delle masse giudaiche e samaritane.

Quel che è certo è che esiste una differenza sostanziale tra Marco e Giovanni, in quanto mentre il primo tende a presentare un Cristo molto esitante sul piano politico o comunque una folla poco convinta nell'attribuirgli il ruolo di messia (cfr anche Mc 8,28), il secondo invece delinea un Cristo intenzionato a diventare un leader politico ma non secondo le aspettative della folla. 

Se accettassimo le versioni stereotipate dei redattori confessionali dovremmo dire che mentre in Marco Gesù cerca di accontentare con un fenomeno paranormale una folla che, pur seguendolo per motivi vagamente politici, si presenta come un gregge senza pastore; in Giovanni invece la folla, pur non seguendolo per motivi politici, ma solo per le guarigioni, vedendo il miracolo è disposta a proclamarlo re, cioè al fenomeno paranormale risponde col primitivismo politico, sperando di accontentare un messia che pare insoddisfatto del proprio ruolo di taumaturgo.

La stessa espressione giovannea, sicuramente realistica: "Sapendo che stavano per venirlo a prendere e farlo re, Gesù fuggì sulla montagna tutto solo" (6,14s.), se l'avesse formulata Marco avrebbe avuto un significato molto diverso. In Marco infatti il Cristo si sarebbe nascosto per rispettare la strategia del "segreto messianico" (così come essa appare in vari passi del suo vangelo), mentre in Giovanni la fuga del Cristo vuole rispecchiare una incompatibilità di fondo tra il ruolo di stratega che gli voleva attribuire la folla, sulla scia dei grandi condottieri giudaici, e il ruolo, molto più democratico, ch'egli voleva attribuire a se stesso e ai suoi discepoli.

Come noto Marco ha trasformato il cosiddetto "segreto messianico" di Gesù da mero espediente tattico, utilizzato per non avvalorare propensioni avventuristiche da parte della folla, a una scelta strategica vera e propria, in cui praticamente e definitivamente veniva a riassumersi tutta la sua attività politica.

Non a caso nei sinottici il miracolo dei pani è un racconto come altri (in Luca questo è molto evidente): nessuno tra la folla si stupisce di qualcosa, neppure tra gli apostoli, come se la folla avesse avuto una tale maturità politica da considerare episodi così spettacolari del tutto normali, quando, in realtà, è proprio la maturità politica che rende vani e inutili episodi del genere. 

Presentando un Gesù impolitico, i sinottici attenuano lo scarto fra quello ch'egli s'era proposto di realizzare e quello che effettivamente realizzò. Essi hanno accuratamente evitato di rispondere all'imbarazzante domanda che per forza di cose il lettore dei pani moltiplicati avrebbe dovuto porsi: perché in quell'occasione Gesù rifiutò di diventare re d'Israele e di marciare su Gerusalemme, come la folla gli richiedeva? I sinottici non sono in grado di rispondere a questa domanda perché secondo loro Gesù non era destinato a diventare re. Essi cioè, non sapendo spiegarsi il motivo per cui un uomo che avrebbe potuto diventare il re d'Israele non riuscì a diventarlo, sono stati costretti a chiudere il racconto con un tono di tipo pietistico-moralistico: Gesù fece il miracolo perché vedendo quelle pecore senza pastore si commosse per loro (Mc 6, 34).

Il vangelo di Giovanni - come noto - risolve la questione a modo suo, sostenendo che proprio nella morte di croce Gesù si manifestò come messia. In tal modo si attenua lo scarto tra l'essere e il dover essere con una tesi di tipo gnostico-spiritualistico. Il che non sarebbe sbagliato se con questa tesi non si volesse in realtà sostenere che il Cristo non voleva diventare "re di questo mondo".

Qui, nel racconto dei pani moltiplicati, se si desse per buona la motivazione giovannea secondo cui le folle seguivano Gesù soltanto per i suoi poteri (taumaturgici e miracolistici), si dovrebbe spiegare solo in un modo la decisione di rinunciare al trono: le folle erano immature appunto perché più interessate alle guarigioni che non al vangelo di liberazione. In tal senso la moltiplicazione dei pani sarebbe servita come surrogato alle guarigioni che in quel frangente non furono fatte. 

Il resto può anche essere interpretato in maniera simbolica: là dove Gesù diede l'ordine di raccogliere "i pezzi avanzati"(Gv 6, 12), ciò sarebbe dovuto servire come testimonianza che il prodigio aveva sì un carattere gratuito, ma non superfluo, nel senso che con esso si voleva porre un argine proprio all'attività terapica sui malati. Col che noi avremmo a che fare con una folla che ad un certo punto smise di seguirlo (Gv 6, 66), soltanto perché costretta a prendere atto della indisponibilità del Cristo-sciamano a proseguire l'attività fin lì condotta.

Una visione della folla, questa del secondo redattore di Giovanni, molto riduttiva. La si ritrova anche in Mc 6, 53ss., laddove si dice che la folla, dopo questo "miracolo", aveva interesse solo a una cosa: le guarigioni.

Una rappresentazione così pessimistica delle folle galilaiche può essere stata dettata dal fatto che in occasione di quell'avvenimento il movimento nazareno subì una grande sconfitta. Probabilmente gli apostoli attribuirono il fallimento della rivoluzione galilaica più all'immaturità delle masse che non alla propria. Di qui la decisione redazionale di moltiplicare i pani in luogo di ciò che gli apostoli avrebbero dovuto fare. La moltiplicazione simbolica ha risolto il problema della pochezza politica.

Quale possa essere stato il motivo della rottura, peraltro momentanea, tra il Cristo e le folle galilaiche può essere solo intuito. Probabilmente esse si ritenevano sufficientemente numerose per compiere un'efficace sommossa antiromana che portasse alla liberazione nazionale, e tendevano a sottovalutare l'importanza di possibili intese con le forze giudaiche e samaritane e di altri paesi ancora. Oltre a ciò si può forse ipotizzare che le folle avessero un idealtypus di messia più vicino ai vecchi schemi giudaici, secondo cui per imporsi uno deve dimostrarlo con dei segni inequivocabili o deve comunque sapersi porre sulla scia dei grandi sovrani della tradizione giudaica.

Gv 6, 70 addirittura sostiene che a partire da quel momento uno dei Dodici, Giuda, cominciò a pensare al modo come tradire Gesù, cioè - si può aggiungere - al modo in cui indurlo a compiere la rivoluzione nonostante l'immaturità dei tempi e lo spontaneismo delle masse.

Pietro, che dichiara, obtorto collo, di voler continuare la sequela, nonostante la pesante defezione, esprime la consapevolezza di chi accetta di restare nella propria frustrazione perché di fronte a sé non vede alternative praticabili. La distanza tra lui e il Cristo è tipicamente quella che si verifica ogniqualvolta si deve decidere quale valore attribuire ai due elementi fondamentali di ogni rivoluzione: l'attacco alle istituzioni e il cambiamento di mentalità. Quando nella decisione di ribaltare il sistema si privilegia nettamente il primo aspetto sul secondo, il fallimento della rivoluzione diventa inevitabile.

E' vero, non esiste una netta antitesi in processi così strettamente interagenti; esiste tuttavia un prius da salvaguardare: le rivoluzioni vanno compiute da uomini che nella loro coscienza sono già qualitativamente diversi. Solo così, infatti, si può sperare che, una volta ribaltato il sistema, gli ideali non vengano immediatamente traditi.

* * *

Il prosieguo del racconto di Giovanni è per un verso molto simile a quello della versione di Marco (la camminata di Gesù sul lago) e per un altro si presenta in maniera molto più articolata, senza per questo avere maggiore attendibilità sul piano storico (il discorso presso la sinagoga di Cafarnao).

Vediamo la prima parte (Gv 6, 16-21).

Dopo il clamoroso rifiuto di Gesù di diventare re, rappresentato con una sua fuga verso la parte più inaccessibile del monte, i Dodici si sentirono completamente abbandonati. Non sapendo cosa fare con la folla rimasta a valle, e avendo capito che Gesù voleva restare solo, decisero di ritornare sull'altra riva, "in direzione di Cafarnao", dopo averlo atteso invano. "Il mare era agitato perché soffiava un forte vento". Gli lasciarono una barca.

A questo punto deve essere successo qualcosa che ha fatto scatenare la fantasia redazionale della comunità primitiva e che l'ha portata a far camminare il Cristo sulle acque.

Ancora una volta l'unica spiegazione possibile di questa versione romanzata dei fatti la offre Giovanni, il quale sostiene che quando gli apostoli arrivarono a Cafarnao trovarono presso la sinagoga il Cristo che li aveva inspiegabilmente preceduti e che stava animatamente discutendo sulle condizioni per la sua candidatura al trono.

Più di così non si può argomentare. Cioè anche se qualcuno arrivasse a dimostrare che la natura umana, ben addestrata, è in grado di fare cose apparentemente impossibili, questo non lo autorizzerebbe comunque a trarre delle conclusioni sull'uomo Gesù che andassero oltre la sua natura umana.

Qui non è neppure il caso di enumerare le molte incongruenze e illogicità di questa pericope. Si ha solo l'impressione che la camminata sul lago stia all'immaturità politica dei Dodici, come i pani moltiplicati stiano all'immaturità politica delle folle galilaiche.

Vediamo ora la seconda parte del racconto di Giovanni (6,22-70).

La lunghezza del discorso che il Cristo tenne nella sinagoga di Cafarnao pare inversamente proporzionale alla sua importanza storica. Si tratta infatti di una prolissa disquisizione sul concetto di "pane di vita", che l'ambiente gnostico-giovanneo ha applicato direttamente alla persona di Cristo più che al pane eucaristico (come invece hanno fatto i sinottici).

Il Cristo del Giovanni "metafisico" arriva a sostenere che per credere nel suo vangelo i discepoli dovrebbero mangiare la sua carne. Egli parla in modo tale da non poter essere capito: lo scandalo è grande e la conseguente rottura politica inevitabile.

I fatti, come al solito, devono essere andati diversamente, e solo il Giovanni "politico" può in qualche modo illustrarceli. Poiché esistono precisi riferimenti a Mosè (vv. 31-32, ma cfr anche Mc 6,40, dove viene detto, rievocando la disciplina militare del deserto, come da Es 18,25, che la folla fu messa a sedere per gruppi di cento e di cinquanta persone), è probabile che il Cristo abbia chiesto alle folle galilaiche e alle autorità incontrate presso la sinagoga, di considerare come concluso il primato assoluto concesso alla legge mosaica, alle istituzioni giudaiche, alle tradizioni religiose connesse al culto del sabato, dei sacrifici di animali, della circoncisione, delle norme di purità rituale, o comunque di considerare come superata l'idea di poter realizzare l'indipendenza nazionale in nome di principi troppo particolaristici per poter essere condivisi da etnie non ebraiche.

La reazione fu molto negativa: "Questo linguaggio è duro, chi può intenderlo?"(Gv 6,60). "Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui"(v. 66).

Ora, se vogliamo fare un paragone che a qualcuno apparirà certamente forzato, si potrebbe dire che la moltiplicazione dei pani sta alla resurrezione di Lazzaro come la defezione dei galilei sta al tradimento dei giudei.

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Aggiornamento: 14/01/2011