STUDI SUL NUOVO TESTAMENTO


I PANI MOLTIPLICATI

I - II

Moltiplicazione dei pani e dei pesci (mosaico di Istanbul del XIV sec.)

(Gv 6,1-70)

La pesante mistificazione che nel vangelo di Giovanni s'è operata in quell'episodio passato alla storia col nome di "miracolo dei pani e dei pesci", si presenta come il rovescio della medaglia rispetto a quanto hanno fatto i Sinottici, di cui il principale resta il vangelo di Marco, portavoce dell'apostolo Pietro.

In entrambe le versioni è stato del tutto omesso il discorso che inevitabilmente Gesù deve aver pronunciato in quel momento, approfittando del notevole assembramento di seguaci, disposti a salire a Gerusalemme per compiere la rivoluzione armata.

Tuttavia, mentre in Marco l'evento politico è stato trasformato in un prodigioso episodio miracolistico, benché senza alcuna significativa conseguenza sul tipo di sequela al movimento nazareno (se si esclude il fatto, del tutto minimalista, che la popolazione voleva sempre più guarigioni), in Giovanni invece si fa capire che proprio in quell'occasione la defezione politica del movimento, di fronte al rifiuto di Gesù di diventare monarca d'Israele, fu drammatica e dipese dal fatto che le folle non avevano capito l'identità religiosa del messia.

In altre parole, mentre una versione mistifica le cose col silenzio assoluto sulla natura politica dell'evento, l'altra trasforma l'evento politico di natura laica in un qualcosa che unisce la mistica alla teologia.

Questo deve indurci a riflettere su almeno tre aspetti:

  1. il vangelo di Marco, pur essendo una falsificazione come quello di Giovanni, lo è in maniera più primitiva, meno teologica, ma, nonostante questo, esso detta le regole fondamentali per interpretare tutti gli eventi connessi alla persona del Nazareno;
  2. Marco non ha fatto ricorso a una teologia evoluta per mistificare l'evento politico, ma a una sorta di creduloneria popolare, secondo cui dei pani e dei pesci potevano essere tranquillamente moltiplicati dal figlio di dio; col che si può presumere che al tempo della stesura di questo vangelo si fosse già imposta, nell'ambito della chiesa primitiva, una direzione del movimento di natura autoritaria, capace di far leva sugli aspetti deteriori della demagogia, del populismo, del sensazionalismo carismatico;
  3. il redattore del IV vangelo, pur avendo fatto capire che l'evento ebbe un risvolto politico, in quanto la folla voleva far diventare re il messia, accetta ugualmente l'impostazione magica che Marco (Pietro) ha dato dell'evento, cioè, pur potendo evitare, senza problemi di sorta, di dare una connotazione politica all'evento, limitandosi ad accettare la versione marciana, l'autore non solo s'è rifiutato di farlo, ma vi ha aggiunto anche una sofisticata riflessione teologica che ha trasformato la politicità del racconto in un raffinato misticismo.

In altre parole, mentre in Marco si comprende bene la censura operata, ovvero lo stravolgimento dei fatti e dell'interpretazione che se ne doveva dare, nel vangelo di Giovanni si ha l'impressione che alla stesura della narrazione abbiano partecipato più mani. Non si capisce infatti il motivo per cui l'evangelista sia andato a complicarsi la vita svelando il lato politico dell'evento, che Marco aveva invece sapientemente celato, quando avrebbe potuto benissimo farne a meno.

Che bisogno c'era di fare della teologia mistica (quella sul "pane disceso dal cielo") partendo proprio dalla politicità dell'evento? Non sarebbe stato sufficiente assumere come definitiva la versione marciana, ampliandone in maniera simbolico-religiosa il parallelo tra "manna nel deserto" e "pane di vita"?

Insomma qui è netta l'impressione che lo stesso Giovanni abbia scritto una versione dei fatti antitetica a quella marciana e che, proprio per questa ragione, sia stato sottoposto a un'abile manipolazione redazionale, che doveva tener conto della versione marciana e che poteva al massimo approfondirla in senso mistico, o comunque in direzione di una teologia politica che non contraddicesse nella sostanza quella canonica (petro-paolina).

Ora però bisogna cercare di capire che cosa può aver detto il messia in quell'occasione e il motivo per cui, alla richiesta di compiere la rivoluzione armata, egli abbia opposto un netto rifiuto. Questa è la parte più difficile, poiché se non siamo in grado di chiarire il suddetto rifiuto, stando entro i limiti di una rigorosa laicità e di una ancora più rigorosa concezione democratica della politica, si finirà inevitabilmente per cadere nelle maglie delle interpretazioni mistiche dei vangeli.

La tesi da dimostrare è che il Cristo si rifiutò di compiere l'insurrezione armata non perché i tempi non fossero maturi per i seguaci galilei, ma perché non lo erano per i giudei. Un'insurrezione nazionale che fosse partita dalla sola Galilea, senza l'appoggio strategico della parte più consapevole della Giudea, sarebbe stata un pericoloso avventurismo, anche se in quel momento la presenza romana nella regione non costituiva un ostacolo insormontabile, visto che i prefetti, per poter governare, avevano necessità di appoggiarsi su una leadership autoctona, abilmente corrotta.

Per poter compiere una vittoriosa insurrezione bisognava prima togliere qualunque credibilità ai dirigenti politico-religiosi del Tempio, cercando il più ampio consenso possibile tra le forze progressiste, e questo non poteva certo essere fatto imponendo la volontà galilaica a quella giudaica, ovvero chiedendo ai giudei di accettare una decisione insurrezionale cui non avevano contribuito in maniera decisiva.

Una ribellione generale contro il più grande impero schiavistico mai apparso fino ad allora, non poteva che essere nazionale, cercando intese ed alleanze non solo tra giudei e galilei, ma anche tra questi e i samaritani, per arrivare sino agli ebrei di origine ellenistica e agli stessi pagani che più duramente pagavano le conseguenze dell'oppressione imperiale.

Per dimostrare la fondatezza di questa tesi è sufficiente leggersi i primi quattro versetti del capitolo 6, che danno le coordinate spazio-temporali dell'evento. Gesù e i suoi più fidati discepoli si trovavano in Galilea; era vicina la pasqua; l'intero movimento nazareno era pronto a compiere l'insurrezione armata, dirigendosi verso Gerusalemme, cioè approfittando del momento favorevole della maggiore festività del paese, in cui l'afflusso dei fedeli era enorme. Con questa insurrezione si era convinti di poter espellere i romani da tutta la Palestina e di epurare i luoghi del potere politico ebraico dai collaborazionisti.

Ora, siccome il testo parla di un movimento che solo sul versante maschile era composto di 5000 persone, ci si può chiedere se a quel tempo una consistenza del genere sarebbe stata sufficiente per compiere un'operazione di così vasta portata. Qui ovviamente si ha a che fare con militanti ben consapevoli, disposti a qualunque sacrificio in nome della libertà nazionale, ma è non meno evidente che una marcia verso Gerusalemme di quella portata avrebbe ingrossato le file dei nazareni a dismisura, e ancora più l'avrebbero fatto le prime vittorie politiche e militari nella capitale.

Passare da 5000 al doppio sarebbe stato relativamente facile. I romani, colti di sorpresa, ci avrebbero messo non pochi mesi prima di prendere adeguate contromisure. Di sicuro i loro collaborazionisti ebrei sarebbero stati immobilizzati in pochissimo tempo. Dunque per i galilei esistevano tutte le condizioni per compiere la rivoluzione.

Per quale motivo invece vi fu una defezione di massa, al punto che il Cristo arrivò a chiedere ai Dodici se volevano andarsene anche loro (v. 67)? Cosa lo trattenne dal compiere la rivoluzione? Per quale motivo insisteva nel dire che "il tempo giusto non era ancora venuto"(7,6)? Aveva forse paura che lo uccidessero prima ancora di poter portare a termine l'impresa, come chiaramente appare in 7,1?

E' probabile che i giudei, sentendosi sufficientemente forti per fronteggiare da soli l'autoritarismo dei vari procuratori romani, non avvertissero l'esigenza di cercare coi galilei una strategia comune. Molti di loro escludevano tassativamente che il messia potesse venire dalla Galilea (7,41.52).

Stando a Giovanni, infatti, Gesù decide di compiere l'insurrezione soltanto dopo lo smacco del movimento di Lazzaro, sul quale evidentemente i giudei progressisti avevano riposto molte delle loro speranze.

Quando Gesù entra in pompa magna a Gerusalemme, poco prima della pasqua, e quindi come minimo un anno dopo la defezione galilaica sul monte Tabor, aveva al suo seguito non solo i nazareni ma anche i seguaci di Lazzaro. Era quello il momento giusto per far scoppiare la rivolta decisiva: le due etnie principali, giudei e galilei, si trovavano finalmente sullo stesso piano, guidate da un leader che, pur essendo di origine giudaica, era stato costretto a vivere in Galilea. Era come un ritorno trionfale dall'esilio, iniziato subito dopo la fallimentare cacciata dei mercanti dal Tempio. Dallo smacco sul Tabor all'ultima pasqua, Gesù - stando sempre al IV vangelo - era salito a Gerusalemme solo in occasione di due feste: quella delle Capanne, in forma del tutto clandestina, scontrandosi, per questo motivo, coi suoi parenti, che invece avrebbero preferito la massima pubblicità; e quella della Dedicazione, in cui alla domanda politica circa il suo messianismo risponde confermando il proprio ateismo.

La questione su cui ora però bisogna soffermarsi è la seguente: è possibile rintracciare nel racconto di Giovanni sui cosiddetti "pani moltiplicati" qualche elemento che faccia capire il motivo per cui Gesù rifiutò di compiere l'insurrezione nazionale? Noi abbiamo parlato di una mancata intesa strategica tra giudei e galilei, ma questa può anche essere una semplice congettura, e in ogni caso abbiamo il dovere di mostrare quali sono gli elementi testuali che in qualche modo la rendono plausibile.

Purtroppo di fronte a noi sembra esistere soltanto una pesante mistificazione redazionale, con la quale s'è voluta dare, alla nostra domanda, una risposta di tipo mistico, che si può riassumere nei seguenti termini: i galilei abbandonarono Gesù perché, cercando in lui un leader politico, non avevano capito che il suo messaggio aveva come fine la salvezza spirituale dell'anima. Gesù voleva far capire di essere non un messia nazionale ma l'unigenito figlio di dio. Quello che i galilei dovevano attendersi da lui non era tanto la giustizia economica ("mi cercate perché siete stati saziati", viene detto al v. 26), quanto la beatitudine eterna, che poteva essere raggiunta credendo in lui come redentore universale, credendo nella sua resurrezione dai lacci della morte, mangiando il suo corpo e bevendo il suo sangue nel sacramento dell'eucarestia.

Ora, è evidente che una ricostruzione del genere, essendo lontanissima da qualunque riscontro attendibile, non è assolutamente in grado di spiegare il motivo della massiva defezione. I redattori fanno parlare Gesù con le stesse parole che avrebbero potuto usare i due principali falsificatori della sua storia: Pietro e Paolo. Su questo non val neppure la pena discutere.

Bisogna piuttosto chiedersi se è ugualmente possibile, all'interno di tale mistificazione, risalire alla motivazione originaria (laica e umanistica) che può aver indotto il Cristo a rinunciare a compiere l'insurrezione, una motivazione che, secondo la nostra esegesi, va tenuta in stretta relazione all'esigenza di istituire rapporti strategici paritetici tra le due etnie fondamentali d'Israele.

Si può qui ricordare, en passant, che nel vangelo di Marco le ultime parole che le donne, giunte al sepolcro vuoto, ascoltano dal giovane vestito di bianco, sono: "Andate a dire ai suoi discepoli e a Pietro che vi precede in Galilea"(16,7). Il che, in sostanza, voleva dire che, a causa del tradimento dei giudei, i galilei si sentivano liberi di agire come meglio credevano; l'intesa politica era finita; i nazareni avevano smesso di credere nell'insurrezione nazionale, ma anche nel primato del Tempio, nella legge mosaica, nella circoncisione, nel sabato e nei precetti alimentari; ora l'unica possibilità che i giudei avevano di riprendere un rapporto coi galilei cristiani, era quella di credere nella divinità del Figlio dell'uomo, unico vero messia d'Israele.

Chiusa la parentesi, torniamo alla questione di fondo, quella relativa al lato democratico della politica rivoluzionaria. Anzitutto va considerata semplicemente assurda l'idea che i galilei volessero farlo diventare re perché avevano visto la moltiplicazione dei pani e dei pesci. L'assurdità non sta solo nel miracolo in sé, ma anche nel suo preteso nesso con la politica. Cioè anche nel caso in cui il Cristo avesse saputo fare un prodigio del genere, nulla avrebbe potuto autorizzare le folle a comportarsi in quella maniera. Sarebbe stata una deduzione illogica, non pertinente. Non si fa diventare statista un uomo solo perché è un grande prestigiatore. A meno che non lo permetta una fortissima crisi di valori.

Qui però è evidente che i redattori avevano altro per la testa. Partendo dal presupposto ch'egli era figlio di dio, non hanno poi avuto scrupoli nell'attribuirgli qualunque tipo di azione fantastica. Anzi, in un certo senso si sono divertiti nel far credere che Gesù, volendo, avrebbe potuto stupire chiunque coi suoi effetti speciali, salvo poi sottrarsi con decisione alla facile popolarità che ne sarebbe inevitabilmente seguita, lasciando deluse le folle in delirio. Se vogliamo Gesù appare come un divo dello spettacolo, che dopo aver eccitato i fans con le sue performances, fa il prezioso mandandoli in bianco e facendo aumentare in loro il desiderio di rivederlo, e questo nella convinzione di poter recuperare gli applausi come e quando vuole.

Noi invece dobbiamo dare per scontato che l'idea di farlo diventare re sia stata conseguente a un discorso politico di grande respiro, non certo a un prodigio di tipo materiale, contrario a qualunque legge fisico-chimica della natura. L'idea che i redattori, censori e manipolatori, hanno avuto è stata quella di trasformare Gesù in un novello Mosè che compie una gigantesca eucarestia. La contrapposizione artificiosa è stata posta tra "manna piovuta dal cielo", che placò la fame nel deserto, e "pane di vita", che dà all'anima la salvezza eterna.

In particolare i redattori fanno dire a Gesù, rivolto ai suoi seguaci, una cosa davvero spiacevole: "mi avete cercato perché vi ho sfamato come Mosè, non perché avevo compiuto un segno miracoloso da interpretare in chiave mistica"(v. 26 parafrasato). Egli dunque avrebbe rimproverato i nazareni d'essere dei volgari materialisti e di non capire le altezze spirituali del suo messaggio teologico. In sostanza si trasformava l'istanza politica di liberazione in una bassezza di tipo economicistico, per poi anteporre a questa una riflessione squisitamente religiosa.

Fatto questo revisionismo storico e ideologico, si era convinti di aver posto il lettore nell'impossibilità di individuare la differenza tra la concezione politica che i galilei avevano della rivoluzione e quella del Cristo. E noi, in effetti, stante l'attuale condizione delle fonti, possiamo soltanto abbozzare dei semplici tentativi ermeneutici. Il primo dei quali è relativo a un'opposizione della politologia basata sulla democrazia a quella basata sulla monarchia. "Volevano farlo diventare re", viene detto chiaramente al v. 15. Cioè in sostanza volevano una riedizione del glorioso regno davidico, da imporre con la forza delle armi non solo ai romani ma anche agli stessi giudei, che fino a quel momento avevano fatto di tutto per ostacolare l'attività politica del messia.

Contrapporre galilei a giudei sarebbe stato il modo peggiore per affrontare le agguerrite e ben organizzate legioni romane. I giudei dovevano arrivare a capire da soli che in quel frangente la soluzione offerta dal movimento nazareno era la migliore possibile. Ecco dunque cosa è stato in realtà il cosiddetto "miracolo dei pani": una lezione di autentica democrazia politica.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Religioni - Nuovo Testamento
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Aggiornamento: 03/04/2009