|
||
|
|
PREMESSA SULLE GUARIGIONII - II
Domanda n. 1. Ci si può chiedere se fosse davvero necessario, nei vangeli, fare guarigioni spettacolari nel giorno festivo per gli ebrei, al fine di dimostrare che il precetto del riposo assoluto, di fronte alla possibilità di compiere il bene in una situazione di bisogno, non aveva alcuna ragione di esistere. Domanda n. 2. Ci si può chiedere se i racconti evangelici di guarigione, i cui malati risultano sempre molto gravi e praticamente inguaribili per la medicina dell'epoca, non siano stati redatti - vista la resistenza assoluta dei capi giudei ad accettare quelle terapie di sabato - con intento antisemitico. Alla prima domanda bisogna rispondere con fermezza che Gesù Cristo non può in alcun caso essere ricorso a pratiche terapiche che andassero oltre quello che può essere considerato l'umanamente accettabile. Se anche si volessero dare per scontate talune guarigioni, queste al massimo possono aver riguardato malattie di tipo psicosomatico. In ogni caso è categoricamente da escludere che il Cristo, con le proprie guarigioni, volesse dimostrare che in lui era presente una natura sovrumana. Un atteggiamento del genere, peraltro, sarebbe stato del tutto contraddittorio con la tesi del "segreto messianico" formulata e ampiamente sostenuta nel vangelo di Marco, che fa da modello a tutti gli altri. Se il Cristo voleva servirsi delle guarigioni per dimostrare ch'era il "figlio di dio", non si capisce perché non le abbia usate per convincere il suo popolo a compiere l'insurrezione nazionale. Infatti, una qualunque guarigione definibile come "miracolistica" avrebbe avvalorato ancora più la convinzione ch'egli potesse essere il messia tanto atteso, visto che non avrebbe lasciato molto spazio alla decisione se credere o meno nella sua divinità. Ma se esse venivano usate per far credere in questa fantomatica divinità - come risulta in maniera evidentissima nel vangelo di Giovanni - non sarebbe forse stato umanamente assurdo pretendere che tale convinzione non dovesse estendersi verso l'obiettivo della liberazione dai romani? Sostenere da un lato la divinità del Cristo prendendo i miracoli come esempio paradigmatico e pretendere, dall'altro, che la masse credessero nella necessità della sua morte in croce, è una tesi che, sul piano logico, non sta in piedi, neppure da un punto di vista teologico (tant'è che Paolo trascurò del tutto i racconti miracoli, concentrandosi unicamente sulla tesi, non meno fantasiosa, della resurrezione). La risposta alla seconda domanda è conseguente all'impostazione che abbiamo voluto dare alla prima risposta. Nel senso che se si volesse dare per scontata la capacità di operare guarigioni miracolose da parte del Cristo, la pervicace ostinazione giudaica a rifiutarle soltanto perché compiute in giorno di sabato, risulterebbe del tutto inspiegabile, in quanto ci porterebbe a dare una valutazione di questo popolo (o comunque dei suoi leader più significativi) irrimediabilmente viziata da pregiudizi di tipo ideologico. Nessuna persona al mondo rifiuterebbe una guarigione umanamente impossibile solo perché esiste un giorno della settimana che obbliga al riposo assoluto. E' vero che gli ebrei accettavano che si violasse il sabato di fronte ai casi di pericolo di vita, ma sarebbe assurdo sostenere che di fronte a un caso di malattia inguaribile opponessero un rifiuto alla guarigione solo perché il malato non era in pericolo di vita. Se si voleva trasformare un intero popolo in un mostro privo di scrupoli, qui ci si è riusciti perfettamente, tant'è che per rimuovere l'accusa di "popolo deicida" la chiesa romana ci ha impiegato quasi duemila anni. Insomma è evidente che nei vangeli le guarigioni miracolose sono state elaborate, come genere letterario, da dei redattori cristiani che non solo avevano l'intenzione di dimostrare che Gesù era più che un uomo, ma che nutrivano anche un profondo disprezzo nei confronti della popolazione giudaica, considerata pregiudizialmente chiusa nelle proprie convinzioni religiose. Nel IV vangelo i redattori non hanno fatto altro che prendere spunto dai racconti marciani di guarigione, ampliandoli notevolmente con una serie di elucubrazioni spiritualistiche di alto livello. Infatti, mentre in Marco non è evidente che Gesù facesse le sue terapie per dimostrare ch'era "figlio di dio", qui invece la cosa appare molto chiara. Poiché di fronte al bisogno non c'è precetto che tenga, che cosa il Cristo possa aver umanamente detto, a proposito del sabato, è facile intuirlo. L'assistenza ai malati, ai poveri, persino la "fame" che prese i suoi discepoli in un campo di grano (Mc 2,23 ss.) erano motivi sufficienti per impedire che il sabato diventasse più importante dell'uomo, ovvero che una restrittiva interpretazione farisaica s'imponesse sul buon senso. Il precetto, quanto mai laico, che Cristo formulò a proposito di tale questione è illuminante per capire che il rigorismo giudaico era del tutto fuori luogo: "il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato"(Mc 2,27), con l'aggiunta finale, ancora più esplicativa: "il figlio dell'uomo (e quindi l'uomo in generale) è padrone del sabato", cioè è nella condizione in cui può eliminarlo come una qualunque altra legge divenuta obsoleta. In Matteo viene detto, a chiare lettere, che il sabato veniva violato quando un animale domestico finiva in un fosso: "Chi tra voi, avendo una pecora, se questa gli cade di sabato in una fossa, non l'afferra e la tira fuori? Ora, quanto è più prezioso un uomo di una pecora!"(12,11s.). Nell'ultimo vangelo canonico (7,22) Gesù fa notare agli intellettuali giudei che i loro sacerdoti violavano consapevolmente e ufficialmente il precetto del sabato quando erano costretti ad applicare quello della circoncisione. Insomma ritenersi indenni da colpe solo perché si applicano rigidamente delle regole o solo perché ci si astiene scrupolosamente dal compiere qualunque azione, è una pretesa che di umano, alla resa dei conti, non ha proprio nulla. |
|