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PERCHE' IL CONCETTO DI RESURREZIONE E' MISTIFICANTE?
Questioni di metodo Ciò che dice Ambrogio Donini, ribadendo acriticamente tesi altrui, e cioè che "il racconto del rinvenimento della tomba vuota, a Gerusalemme, è nato posteriormente a un'altra interpretazione apologetica della resurrezione, quella galilaica, che pone nella regione settentrionale della Palestina le prime apparizioni del Cristo risorto"(1), può essere vero dal punto di vista redazionale (in fondo i vangeli sono stati scritti molto tempo dopo la predicazione petro-paolina, ch'era anzitutto orale), ma non ha senso dal punto di visto logico. O, se vogliamo, può avere un senso dal punto di vista ideologico, in quanto alla tesi mistificata della resurrezione si cercarono in seguito riscontri pratici, ma non ha senso dal punto di vista cronologico, in quanto a quella tesi, di fatto, ci si arrivò solo dopo aver visto la tomba vuota. Lo dimostra il fatto che i racconti che descrivono la tomba vuota, una volta depurati dalle incrostazioni mitologiche del misticismo cristiano, risultano molto più realistici di qualunque racconto di resurrezione. E' negli Apocrifi che viene descritto il momento della resurrezione. I racconti di resurrezione, che hanno tutti un valore meramente simbolico, essendo stati scritti ben oltre il 70, quando la prima generazioni di nazareni era praticamente scomparsa, e che al massimo riflettono tensioni intracomunitarie tra correnti pro o contro l'idea petro-paolina di resurrezione, sono stati elaborati proprio perché non si riteneva più sufficiente quello sulla tomba vuota (trasmesso oralmente all'inizio) per incrementare la linfa vitale del neonato "movimento cristiano" (nel vangelo di Luca si parla addirittura di "ascensione"). Nella chiusa posticcia di Marco questo è molto evidente. Lo stesso Paolo, che non conosce alcuna sindone o non ne mostra alcun interesse, non si servì mai della tomba vuota per divulgare il proprio concetto di resurrezione, che per lui andava accettato qua talis, come forma ipostatizzata della fede cristiana: "Se Cristo non è risorto, vana è la nostra fede", scrive ai Corinti (1Cor 15,14). D'altra parte che la tomba vuota di per sé non porti alla fede è dimostrato anche dal fatto che invece di parlare di un ingresso chiuso, gli evangelisti preferirono dire ch'era aperto: col che gli avversari giudei poterono facilmente sostenere la tesi del trafugamento del cadavere (contro cui si sente indotto a intervenire Matteo, con la sua fantasiosa versione dei militari posti a guardia del sepolcro). Stranamente comunque nessuno venne denunciato per furto di cadavere (le leggi romane e giudaiche erano molto severe a riguardo). Non dimentichiamo che i racconti evangelici non sono stati scritti di getto, a tavolino: sono il frutto di un lavoro collettivo, durato decine di anni, in cui quei testi saranno stati letti migliaia di volte. I Sinottici non presentano mai contraddizioni decisive nei punti strategici dell'ideologia petro-paolina. Anche quando, p. es., ci tengono a sottolineare che alcune donne assistettero di persona alle fasi della sepoltura, ciò non viene detto soltanto per dire che dopo i cosiddetti "tre giorni" esse andarono coi loro unguenti per compiere una regolare inumazione, ma anche e soprattutto per qualificare loro come testimoni di un effettivo decesso, visto che in quel momento non poté essere presente alcun apostolo: cosa che porta a escludere categoricamente l'ipotesi della morte apparente. Il racconto della tomba vuota, ridotto all'osso, non è altro che la constatazione di una misteriosa scomparsa del cadavere di Gesù, cui, umanamente parlando, non si riuscì mai a trovare un'esauriente spiegazione. Si dubitò giustamente dell'idea del trafugamento, vedendo la sindone ripiegata e posta da una parte; e si era assolutamente convinti che sulla croce il Cristo fosse davvero morto: il colpo di lancia nel costato lo attestava in maniera inequivoca, e fu così anche per il soldato che l'andò a riferire a Pilato: quel "colpo di grazia", in cui la lama arrivava dritta al cuore, doveva togliere il dubbio che il condannato fosse semplicemente svenuto. Ora, siccome noi dobbiamo dare per scontato che il corpo di Cristo non sia mai più stato ritrovato, né sia mai più riapparso, redivivo, a nessuno, per cui nessuno poteva dire con sicurezza che fine avesse fatto, è giocoforza pensare che i racconti di resurrezione siano serviti per risolvere, in maniera fantasiosa, un problema rimasto irrisolto, un problema che tale era solo per la prima generazione del movimento nazareno, quella che s'era politicamente impegnata col Cristo e che fino al 70 resterà protagonista del cristianesimo palestinese. Tuttavia, quando quei racconti furono materialmente elaborati, esisteva già l'interpretazione mistificante di Pietro, secondo cui la tomba vuota andava ufficialmente interpretata come "resurrezione", cioè come soluzione definitiva al problema della morte, fatto passare, falsamente, come problema principale della predicazione del Cristo, al punto che si dovette inventare una nuova interpretazione dei testi originari dell'Antico Testamento, mostrando che la morte del messia era già stata profetizzata. E, sulla base di questo, Pietro sostenne la parusia imminente del Cristo, altrimenti non avrebbe avuto alcun senso lasciarsi giustiziare in quella maniera: si sarebbe infatti potuta dimostrare la vittoria sulla morte anche morendo in modo naturale, di vecchiaia. Che poi in alcuni racconti di resurrezione venga detto che Gesù risorto "precedeva" gli apostoli in Galilea (Mc 16,7) o che li avrebbe inviati "in tutto il mondo"(Mc 16,15), o che gli apostoli "stavano sempre nel Tempio a lodare Dio"(Lc 24,53), quando durante la sequela politica a Gesù non lo fecero mai, ciò fa parte del peso diverso che, nella elaborazione dei vangeli, ebbero questi o quei gruppi cristiani di origine ebraica o ellenistica. Qui insomma si vuole sostenere che i racconti di resurrezione cominciarono a essere messi per iscritto, vagliati e accettati canonicamente, quando la trasformazione del movimento nazareno da politico a religioso era un fatto da tempo acquisito, al punto che probabilmente tutta la prima generazione di cristiani politicamente impegnata era scomparsa in occasione della guerra giudaica del 66-74. Chi aveva messo in discussione questa impostazione del problema della tomba vuota o era stato emarginato (come Giovanni) o minacciato di scomunica (come Tommaso, che alla fine si dovette ricredere), e anche l'assassinio dei due Giacomo da parte dei giudei (il fratello di Giovanni e il fratello di Gesù) dovette avere una qualche relazione con quel fatto (erano forse disposti a credere nella resurrezione solo a condizione che si verificasse un'imminente e trionfale parusia?). Il che sta a significare che il cristianesimo petro-paolino era riuscito a spostare l'attenzione da problematiche (vere) di tipo politico a problematiche (false) di tipo religioso, e sulla base di questa traslazione di contenuti, esso incontrava opposizioni che potevano anche avere, indirettamente, un contenuto politico, il quale però era senza dubbio molto diverso da quello originario del Cristo. Appare sconcertante vedere negli Atti degli apostoli quanto la comunità cristiana post-pasquale di Gerusalemme fosse ligia alle tradizioni giudaiche e al culto nel Tempio. Per secoli gli storici sono stati convinti che la resistenza cristiana alle forzate conversioni all'idea che l'imperatore fosse una divinità, avesse un contenuto politico alternativo a quello dominante, ma fu proprio la svolta teodosiana a dimostrare che il contenuto politico cristiano non aveva nulla di alternativo ai rapporti di classe dominanti. Tutta la storia della chiesa (specie quella delle eresie cristologiche) può essere letta come il tentativo di sfruttare argomentazioni religiose, da parte di forme oppositive "ereticali", per affermare un qualche contenuto politico favorevole ai ceti subalterni, i quali però non arriveranno mai a mettere in discussione l'essenza religiosa del cristianesimo petro-paolino. Quest'essenza ha cominciato a essere decisamente negata solo in tempi molto recenti, coi primi tentativi di leggere le vicende del Cristo in chiave politico-eversiva. Analisi dei documenti Ora vediamo quali sono i documenti canonici, extra-evangelici, del Nuovo Testamento che sostengono, in un modo o nell'altro, la tesi petrina relativa alla "morte necessaria" del messia e alla sua "resurrezione", la quale è già ben presente nel vangelo di Marco: 8,31; 9,9s; 9,31; 10,32ss., successivamente adottata, senza varianti, dai vangeli di Luca: 9,22; 18,31ss., e di Matteo: 12,38ss.; 16,21; 17,9.22s.; 20,17ss. E' noto invece che nel vangelo di Giovanni non esiste alcun riferimento all'idea di "morte necessaria": l'unico è quello, chiaramente interpolato, presente nel racconto della cacciata dei mercanti, in cui il Cristo afferma: "Distruggete questo Tempio e in tre giorni lo riedificherò"(2,19), ch'era un semplice invito a credere nella possibilità di costruire la democrazia dopo aver eliminato la corruzione della casta sacerdotale. L'interpretazione confessionale volle equiparare il tempio al corpo di Cristo crocifisso e i tre giorni a quelli che occorsero agli apostoli per accorgersi della tomba vuota. In questo essa non fece che ribadire la versione allegorica già espressa nella glossa di Gv 2,21s.: "Gesù parlava del tempio del suo corpo". In Gv 2,29 e 10,17 Cristo è soggetto di azione e si è sostituito a dio. Ecco ora i documenti neotestamentari divisi per probabile anno di pubblicazione.
Il testo più importante di quelli citati è 1Cor 15,1-14, carico di
espressioni semitiche: Paolo vuol far passare la morte di Cristo (qui usato come nome proprio e non come funzione messianica) come "necessaria", prevista da dio ("secondo le Scritture"), indipendente dalla volontà degli uomini, in quanto "inevitabile" a causa dei "peccati degli uomini", e anzi, "in favore di questi peccati", poiché, proprio in virtù della resurrezione (anch'essa prevista dalle Scritture), agli uomini è stata data la grazia, cioè la possibilità di salvarsi semplicemente per fede, senza aver bisogno di realizzare sulla terra un regno di liberazione. Questa lettura assolutamente arbitraria della tomba vuota non è originaria di Paolo ma di Pietro. Lui stesso scrive al v. 5 che il primo a vedere "Cristo risorto" ("apparve" in senso oggettivo) fu Cefa=Pietro (confermato anche da Lc 24,34). L'espressione successiva: "poi ai Dodici", non essendo paolina, è stata aggiunta successivamente, anche perché al v. 7 viene ripetuta: "poi agli apostoli tutti", questa volta intendendo con la parola "apostolo" non il gruppo dei Dodici, anzi degli Undici, ma chiunque accettasse e divulgasse la tesi petrina, tra i quali si mette lui stesso ("l'infimo degli apostoli"). Tra i Dodici, oltre a Pietro, viene citato espressamente solo Giacomo fratello di Gesù, anche se nella lettera ai Galati dirà che "Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Barnaba la loro destra in segno di comunione, perché noi andassimo verso i pagani ed essi verso i circoncisi"(2,9). Frase, questa, sicuramente interpolata, in quanto Giacomo viene citato prima di Pietro e si parla ancora di Giovanni, quando negli Atti questo apostolo scompare subito di scena. Se Paolo li avesse davvero incontrati insieme, il primo sarebbe stato Pietro e se avesse incontrato Giacomo come capo della chiesa, gli altri due non avrebbero più dovuto esserci. Nella stessa lettera aveva detto in 1,18-20 che "dopo tre anni [dalla conversione di Damasco, avvenuta nel 36-37] andai a Gerusalemme per consultare Cefa, e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. In ciò che vi scrivo, io attesto davanti a Dio che non mento". La chiesa di Gerusalemme non si fidava di Paolo. Emissari di Giacomo agivano tra i suoi convertiti, respingendo la sua pretesa al titolo di apostolo. Il tentativo di Paolo di trovare un compromesso con Giacomo fallì tragicamente: Paolo fu arrestato nel 55 e la sua eclisse durò fino al 66, ma solo dopo il 70 i cristiani di origine non ebraica riusciranno a rivendicare piena autonomia da Gerusalemme. Conclusione I) Paolo non parte da un fatto, la tomba vuota, ma da un'esigenza frustrata: la liberazione dalla schiavitù, che considera utopica in senso politico. In tal senso non vuole dimostrare che Gesù è risorto, ma vuol partire da ciò che i cristiani predicano prima di lui, che a lui pare una soluzione accettabile al fatto che la liberazione politica non è possibile. Il concetto mistico di "resurrezione" sostituisce quello politico di "liberazione", in maniera sublimata, consolatoria: ci si salva in modo "religioso" non "sociale" (l'oppressore è personificato dalla "morte", non dallo "schiavista"). Se non ci fosse la "resurrezione", ci sarebbe solo "disperazione", essendo impossibile la "liberazione". La resurrezione diventa l'ultima spiaggia prima della disperazione politica. Paolo doveva essere molto odiato non solo da quelli che volevano l'insurrezione armata contro Roma, ma anche da quelli che attendevano una parusia imminente e trionfale del Cristo risorto. II) In nessun punto delle sue Lettere Paolo sostiene che il Cristo si sia "autodestato", senza alcun intervento esterno, eteronomo (un Cristo che si "autodesta" è indizio di ateismo). Egli anzi fa capire che, essendo già i pagani credenti in un dio-padre, pur a fianco di molti dèi (idoli), non era possibile presentare Cristo come unico dio, nel senso divino-umano, poiché, essendo egli di origine ebraica, i pagani non l'avrebbero creduto. Cristo viene proposto non come "unico dio-uomo" ma come "prodotto di dio", in quanto "unigenito". Tutti gli altri dèi sono falsi e la chiesa col tempo li trasformerà in santi e angeli. Tutti i miti sugli dèi vengono sostituiti da un unico nuovo mito sul Cristo, fatto passare per "figlio generato da dio-padre" preannunciato dai profeti veterotestamentari. In tal modo s'invitavano i pagani a far propria anche la cultura ebraica, sottoposta a rilettura tendenziosa, finalizzata a far credere che l'evento-Cristo era già stato previsto, in figura, nella storia passata d'Israele. Ci vorranno tre secoli prima di capire che questa operazione culturale avrebbe potuto fare da puntello ideologico al centralismo imperiale. (1) Lineamenti di storia delle religioni,
Editori Riuniti, Roma, p. 295 |
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