STUDI SUL NUOVO TESTAMENTO


IL SEGRETO MESSIANICO NEL VANGELO DI MARCO

Domenico Beccafumi, San Marco

1,25 E Gesù lo sgridò: "Taci! Esci da quell'uomo".
1,34 Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demoni; ma non permetteva ai demoni di parlare, perché lo conoscevano.
1,43 E, ammonendolo severamente, lo rimandò e gli disse: 44"Guarda di non dir niente a nessuno, ma va', presentati al sacerdote, e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha ordinato, a testimonianza per loro".
3,12 Ma egli li sgridava severamente perché non lo manifestassero.
5,43 Gesù raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e ordinò di darle da mangiare.
7,36 E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo raccomandava, più essi ne parlavano.
8,26 E lo rimandò a casa dicendo: "Non entrare nemmeno nel villaggio".
8,29 Pietro gli rispose: "Tu sei il Cristo". 30E impose loro severamente di non parlare di lui a nessuno.

COMMENTO

Uno dei temi dominanti del vangelo di Marco è - come noto - il cosiddetto "segreto messianico". Sin dall'inizio si assiste a una singolare insistenza di divieti, da parte di Gesù, circa la propria identità messianica, che subito però gli viene riconosciuta dai demoni. Si accorse di questa stranezza, nel 1903, uno studioso tedesco, W. Wrede, il quale affermò che in questo vangelo l'insistenza su tale "segreto" tende a diminuire soltanto quando il Cristo comincia a parlare delle sofferenze che devono inesorabilmente attenderlo a Gerusalemme, e il primo di questi tre preannunci è immediatamente successivo alla professione di fede di Pietro, che per primo, tra i Dodici, lo riconosce come "messia".

Ebbene, l'interpretazione ufficiale della chiesa cristiana, quella che ha dominato per duemila anni, vuole che col comando tassativo di tacere sulla propria messianicità, il Cristo volesse non tanto opporsi a un'idea teocratica di messia, il cui modello era Davide, a favore di un'idea più democratica di leader politico, quanto in realtà volesse affermare un titolo ben più importante: quello di "figlio di dio", che né la popolazione giudaica, né, tanto meno, le autorità sinedrite e religiose riuscirono mai ad accettare e, tanto meno, a capire.

Una delle maggiori contraddizioni di tale esegesi sta proprio nel fatto che si imputa ai giudei l'aver rifiutato l'idea di un messia sofferente (a tale proposito si usò la figura del "servo sofferente" di Jahvè del Deutero Isaia) quando tale idea era nata proprio in conseguenza di quel rifiuto, cioè dopo la scoperta della tomba vuota. La chiesa ha cercato di nascondere questa contraddizione affermando che in realtà il giudaismo era già "destinato" a non credere, onde lasciare spazio alla conversione dei gentili.

Secondo la chiesa gli ebrei avrebbero potuto salvarsi dalla colpa di aver ucciso il loro messia, pentendosi di averne desiderato uno di tipo politico, cioè accettando appunto la tesi petrina della "morte necessaria", cui faceva seguito quella della "resurrezione", con cui Pietro aveva interpretato il fatto della tomba vuota.

In sostanza la chiesa arrivò a sostenere che se gli ebrei avessero accettato l'idea di un messia morto e risorto, la loro nazione non sarebbe stata distrutta dai romani, poiché non vi sarebbe più stata una irriducibile opposizione politica e nazionale tra ebraismo e romanità, tra oppressi e oppressori.

Quegli ebrei che accettarono una tesi del genere ebbero il privilegio di apparire nei vangeli nei panni di un Giovanni Battista intento a battezzare il Cristo e a riconoscerlo come "figlio di dio", a lui infinitamente superiore. Cosa che nel vangelo di Giovanni viene esplicitamente contraddetta in occasione del racconto sull'epurazione del Tempio, allorquando il movimento nazareno si stacca definitivamente da quello esseno del Battista.

Ma ora facciamo un passo indietro, parlando più in generale del vangelo di Marco: questo potrà servirci a capire meglio l'origine della teoria del "segreto messianico".

Questo vangelo ha alle spalle una tradizione galilaica, molto diversa da quella giudaica, una tradizione che rispecchia una cultura ebraica più soggettivista, politicamente più estremista, meno legata al passato d'Israele, al rispetto scrupoloso di leggi e consuetudini, più proiettata verso il futuro, che viene immaginato con ingenuo ottimismo, in cui un giorno avverrà la tanto agognata liberazione dai romani oppressori; una cultura che giudicava gli atteggiamenti dei loro "cugini" giudei come troppo complicati, troppo vincolati a lacci e laccioli di un passato irrimediabilmente perduto, troppo incoerenti tra quanto andavano predicando a favore della liberazione e quanto effettivamente riuscivano a fare. Ciò che soprattutto non si sopportava di questa cultura era l'eccessiva importanza che si attribuiva al Tempio di Gerusalemme, l'enorme potere che ancora deteneva la casta sacerdotale e aristocratica, la maniacale scrupolosità con cui i farisei dicevano di voler obbedire alla legge.

La tradizione e la cultura della Galilea si riflettono soprattutto nel vangelo di Marco, ovvero nella lezione petrina, che è molto diversa da quella giovannea. Per esempio, una delle caratteristiche fondamentali del vangelo di Marco è quella di presentare Gesù come un "superman", in grado di fare straordinari prodigi miracolosi, di cui però non approfitta per imporsi come messia. Anzi, nel momento in cui, a forza di farli, la gente comincia davvero a convincersi ch'egli lo sia, ecco che scatta in lui la decisione di affermare che il messia sarebbe dovuto morire di morte violenta. Tutte le volte che in questo vangelo si vorrebbe vedere Gesù come protagonista assoluto della liberazione d'Israele, lui si schermisce, vieta di parlarne, addirittura si nasconde, fino a profetizzare cose terribili sul suo destino.

Da un lato dunque l'evangelista Marco vuol mostrare un Cristo grandioso, che fa cose umanamente impossibili, dall'altro invece gli impone un ruolo minimo, anonimo, misconosciuto. Perché un atteggiamento redazionale così contraddittorio? Le motivazioni sono due:

1. la prima è semplice da capire: Gesù fu un politico tradito e sconfitto, e i suoi discepoli non seppero fare meglio di lui per la liberazione della Palestina. Ora, siccome non si voleva far apparire questo aspetto negativo nei resoconti delle vicende che lo riguardavano (i vangeli), si preferì far vedere che non era mai stata nelle sue intenzioni quella di liberare il paese dall'occupazione romana. La sua missione era di tipo etico-religioso, sulla scia di quella del Battista (che infatti venne chiamato "Precursore del Cristo", dai Padri della chiesa), con l'unica differenza che il corpo di Cristo era scomparso dalla tomba e non fu più ritrovato. In questa maniera anche i suoi discepoli più importanti (il primo dei quali fu Pietro) potevano giustificare la loro incapacità politico-rivoluzionaria.

2. La seconda motivazione è invece più complessa. Per capirla noi dobbiamo anzitutto ricordare che il movimento nazareno fu il collettore di varie esperienze politiche sparse su tutto il territorio della Palestina. Finché il Cristo rimase in vita, queste esperienze riuscirono a coesistere pacificamente, salvo tensioni di poco conto (come quando p.es. nell'imminenza dell'ultimo ingresso nella capitale i fratelli Zebedeo pretendevano di porsi alla testa dell'insurrezione armata, come luogotenenti del messia - cfr Mc 10,35 ss.). Ma, dopo la sua morte, ripresero ad accentuarsi le differenze, la principale delle quali era il contrasto tra giudei e galilei. La corrente galilaica aveva come principale esponente Pietro, quella giudaica Giovanni. Quest'ultima, nel prosieguo non più rivoluzionario ma riformista voluto da Pietro, ebbe la peggio e venne progressivamente emarginata dal nuovo movimento "cristiano".

Ora, quando si trattò di scrivere il primo resoconto organico della vita di Gesù, quello appunto di Marco, influenzato dall'ideologia petrina, si capì subito che se si fosse presentato un Gesù grandioso, dalle capacità straordinarie, esercitate prevalentemente in Galilea, l'inferiorità dei giudei - i principali responsabili della morte di Gesù - sarebbe apparsa molto più accentuata. Infatti, se prima della morte di Gesù, l'ala giudaica del movimento nazareno godeva di maggior prestigio, al punto che si ritenevano i fratelli Zebedeo i naturali eredi politici del messia, dopo la morte di quest'ultimo, essendo stata evidente la maggiore responsabilità giudaica nella decisione di eliminare il Cristo, prese il sopravvento l'ala galilaica guidata da Pietro.

Si badi che quando diciamo "Pietro" non intendiamo anche suo fratello Andrea, poiché questi ha un ruolo del tutto marginale nei vangeli, e anzi risulta del tutto assente negli Atti degli apostoli, i quali per la prima metà vedono Pietro al centro dell'attenzione, sostituito poi dalla predicazione paolina, che trasformerà la diatriba Giudea/Galilea in una contrapposizione, ben più vasta e radicale, del Paganesimo (cristianizzato) all'Ebraismo tradizionale e neo-cristiano.

Infatti, finché rimase la diatriba voluta da Pietro, si continuerà a sperare, pur nella rinuncia all'attività politico-rivoluzionaria, nel ritorno glorioso del Cristo "ridestato" (parusia del risorto), in quanto non si riusciva ad accettare l'idea che la scomparsa del corpo nella tomba non implicasse delle conseguenze politiche sui destini di Israele; in caso contrario non si sarebbe riusciti a comprendere il motivo per cui un "superman" avesse accettato di morire in croce quando avrebbe potuto benissimo evitarlo.

Secondo Pietro la croce era stata accettata per dimostrare che i giudei avevano perduto qualunque primato politico: gli pareva cioè evidente, con un ragionamento a dir poco fantasioso, che agli occhi del messia questa soluzione era l'unica possibile per far capire a quella gente ostinata e orgogliosa che, continuando col loro attaccamento morboso alle tradizioni, non avrebbero avuto alcuna possibilità di liberarsi di Roma e dei loro ambienti collaborazionisti.

Questo però non significava per Pietro che Gesù non sarebbe tornato per affermarsi come messia nazional-popolare. Dentro la tomba vuota Marco fa dire al giovane seduto: "Andate a dire ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto"(16,7). E' vero che il finale lascia pensare ch'esse non abbiano mai fatto una cosa del genere, poiché "uscite, fuggirono via dal sepolcro, essendo piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura", ma questo finale venne messo perché poi in realtà non ci fu alcun rendez-vous in Galilea.

Era tuttavia dalla Galilea che secondo Pietro si sarebbe dovuto, al seguito di un messia esplicito e non più nascosto, ritornare in Giudea per farla finita non solo coi romani ma anche coi giudei collaborazionisti e con quelli che, a vario titolo, avevano contribuito a eliminare il messia. Infatti, secondo Pietro, il fatto che la crocifissione fosse prevista nel piano originario di dio, non toglieva minimamente alcuna gravità alla colpa dei giudei, i quali avrebbero potuto "salvarsi" soltanto credendo nella sua idea di "Cristo risorto", in procinto di tornare in maniera gloriosa. Questo negli Atti degli apostoli risulta molto evidente.

La differenza tra Pietro e Giovanni stette proprio in questo, che di fronte alla tomba vuota Pietro si convinse ch'era meglio aspettare passivamente la parusia trionfale del messia, altrimenti non avrebbe avuto alcun senso una tomba vuota fine a se stessa. E anche su questo Paolo, all'inizio della sua improvvisa conversione, la pensava uguale. Soltanto quando ci si accorgerà che la teoria della parusia trionfale non reggeva all'evidenza dei fatti, entrambi furono costretti ad andarsene definitivamente dalla Palestina, preferendo cercare il martirio con cui riscattarsi agli occhi dei cristiani che avevano ingannato.

L'illusione della parusia infatti s'era rivelata in tutta la sua gravità quando, nell'imminenza della guerra giudaica, scoppiata nel 66, i cristiani s'erano trovati spaesati, incerti sul da farsi, troppo presi da aspirazioni e attese prive di riscontri reali. Noi non sappiamo che fine fecero i cristiani residenti in Palestina (soprattutto in Giudea) al tempo della guerra giudaica: probabilmente molti espatriarono prima che cominciasse, altri invece vi perirono a fianco dei giudei. Sappiamo soltanto che la produzione letteraria rimastaci è tutta conforme all'ideologia petro-paolina. L'unica voce divergente, la cui contestazione però è stata notevolmente ridimensionata, fu quella di Giovanni.

Dunque, tornando alla teoria marciana del "segreto messianico", è bene affrontarla in due maniere distinte:

1. se la si mette in rapporto all'esigenza di liberare politicamente Israele, va considerata falsa, in quanto Gesù voleva porsi come liberatore nazionale; invece va considerata vera se la si mette in relazione all'esigenza di voler fare un'insurrezione nazionale e popolare, in senso democratico, e non un colpo di stato, in senso dittatoriale;

2. se invece quella teoria viene rapportata alla suddetta diatriba tra Giudea e Galilea, essa va considerata come un motivo specifico di Marco (di cui Pietro è fonte), finalizzato a contestare il primato dei giudei, i quali non seppero riconoscere il messia che già avevano anche perché, secondo loro, proveniva dalla Galilea (che poi in realtà Gesù era originario della Giudea e fu costretto a espatriare in Galilea sono dopo l'epurazione del Tempio). La "patria" di cui si parla in Mc 6,1 ss. non va considerata la Galilea - come invece Marco vorrebbe - ma la Giudea, esattamente come conferma la versione giovannea della stessa pericope: "Gesù stesso aveva dichiarato che un profeta non riceve onore nella sua patria"(4,44), cosa che viene ribadita in 6,41: "Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre", dicono i giudei.

Presentando inoltre un Gesù "superman", i galilei han voluto far vedere che i giudei, nonostante questi mirabolanti "segni", continuavano a restare increduli, quando in realtà Gesù non fece mai nulla perché si pensasse che in lui vi erano capacità sovrumane. Quindi sono evidenti due cose:

1. che all'intolleranza giudaica va associata l'incapacità dei galilei di proseguire in maniera coerente il messaggio rivoluzionario del Cristo; i galilei cioè mascherarono questa loro incapacità attribuendo ai giudei il peso della condanna a morte del messia;

2. tutti i racconti miracolosi sono stati inventati da una tradizione galilaica quando ormai nessuno era più in grado di smentirli. I racconti analoghi ambientati in Giudea sono stati invece elaborati per dimostrare ai cristiani di origine galilaica che l'interpretazione giudaico-cristiana dell'attività di Gesù non era da meno. Naturalmente nessun racconto di guarigione miracolosa presente nel quarto vangelo può essere attribuito a Giovanni: dietro di essi vi è una redazione di origine giudaica influenzata dalla cultura giovannea, ma costretta a sottostare all'ideologia petro-paolina dominante.

Un esempio di diversità interpretativa tra le due culture è proprio dato dal fatto che mentre in Marco il segreto messianico è usato per nascondere l'identità politica del Cristo, ritenuta fallace rispetto a quella religiosa; in Giovanni (nella parte manipolata del suo vangelo) Gesù evidenzia invece un'identità religiosa esplicita, che però nessuno è in grado di capire. Al silenzio imposto alle folle (ai soggetti risanati) corrisponde, in Giovanni, una rivelazione mistica ai Dodici, ma in nessun caso si riesce a capire esattamente ciò che lui voglia dire. "Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?"(Gv 6,59).

In effetti, chi può capire la natura del paradosso secondo cui da un lato la chiesa vuole sostenere che il Cristo, con la sua morte, ci avrebbe liberato dall'ira divina causata dal peccato originale, mentre dall'altro non s'accorge che proprio a causa di quella morte gli uomini sono piombati in un'ira ancora più tragica, essendosi lasciati sfuggire con leggerezza la possibilità di vivere un'esistenza più umana e democratica?

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Aggiornamento: 23/04/2015