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CORREVANO INSIEME TUTTI E DUE...
Gv 20,1-10
[2] Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: COMMENTO Al v. 2 il redattore non può dire che l'altro discepolo si chiamava Giovanni, perché altrimenti non avrebbe avuto alcuna possibilità di far passare questo testo tra i canonici della chiesa primitiva. Giovanni era stato emarginato dalla comunità petrina: in nessuna maniera il suo nome doveva essere associato a versioni interpretative opposte a quelle di Pietro. Il nome di Giovanni Zebedeo non comparirà mai nel IV vangelo. La censura nei confronti delle tesi di Giovanni è confermata dal fatto che nel testo parallelo di Luca (24,12), Pietro entra da solo nel sepolcro e non si accorge di nessuna sindone, ma solo di alcune bende per terra e, vedendole, rimane semplicemente stupìto, cioè ancora incerto su come interpretare quel fatto. Qui è evidente che i versetti 9 e 10 sono stati aggiunti da un redattore intenzionato a far passare la tesi che il Cristo era risorto secondo le aspettative dell'Antico Testamento. Il che però non ha senso, poiché da nessuna parte dell'A.T. si dice che il messia avrebbe potuto trionfare soltanto dopo essere "risorto". L'idea stessa di "resurrezione" era estranea alla mentalità ebraica. Peraltro il v. 9 è proprio in contraddizione col versetto precedente, in cui viene detto che al vedere quel lenzuolo Giovanni "credette", credette non nella "resurrezione" (poiché in questa idea si poteva credere soltanto dopo aver rivisto il Cristo, e questo non fu mai possibile), ma semplicemente nella scomparsa misteriosa del corpo. In altre parole, mentre per Giovanni la sindone costituiva soltanto un indizio per credere che il Cristo era misteriosamente scomparso, in quanto il cadavere non era stato trafugato, altrimenti i ladri non avrebbero lasciato quel telo ripiegato e posto in un angolo del sepolcro; viceversa per Pietro occorreva credere per fede nell'idea di resurrezione, al punto che la sindone non aveva alcun valore probatorio. Di fronte alla tomba vuota e alla sindone egli rimase soltanto "stupìto". Cristo dunque - secondo la versione petrina - non è scomparso perché la sindone era ripiegata da una parte in una tomba trovata aperta, ma perché è "risorto" ed essendo risorto "doveva morire", secondo un disegno divino che va oltre la liberazione della Palestina. Questa tesi doveva servire per far capire ai giudei che più importante dell'insurrezione armata è la consapevolezza che esiste un aldilà, ove ogni problema verrà risolto. Vincere la morte è più importante che liberarsi dei romani. Inizialmente tuttavia, almeno finché Pietro non abbandonò definitivamente la Palestina, egli sostenne anche la tesi della "parusia trionfale imminente", una tesi che, per quanto politica fosse, risultava regressiva, in quanto demotivava il movimento nazareno all'idea di dover compiere una insurrezione armata. Il Cristo redivivo andava atteso passivamente. Peraltro con quella tesi immotivata, Pietro poteva evitare di compiere qualunque autocritica relativa all'atteggiamento tenuto dagli apostoli in occasione del processo-farsa imbastito da Pilato. E poteva anche scaricare sul solo Cristo la responsabilità, visto ch'era scomparso dalla tomba, di rientrare in gioco in maniera questa volta decisiva. Pietro insomma non aveva capito nulla del fatto che l'insurrezione doveva essere il frutto di una decisione popolare e non della pretesa di un dittatore individuale. |
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