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SE LA
SINDONE E' VERA I VANGELI MENTONO |
Fino all'analisi del radiocarbonio molti si servivano dell'immagine della
Sindone per far credere che Gesù era veramente risorto. Ora invece la scienza
sembra essere venuta incontro alle esigenze di quei biblisti che da almeno 20
anni tentano invano di concordare i dati evangelici con quelli sindonici.
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La Sindone -è stato detto- non è una "reliquia" del Cristo, ma solo un'icona,
ovvero un oggetto di venerazione come tanti altri. Lo ha dimostrato appunto il
fatto che il C-14 colloca la data del lenzuolo (contraddicendo tutti gli altri
esperimenti scientifici) fra il 1260 e il 1390 (si ricordi che, non a caso, la
prima notizia certa di questo telo risale al 1357, allorché venne esposto a
Lirey in Francia).
Con viva soddisfazione il card. Ballestrero ha affermato testualmente: "Questa è
stata una ricerca scientifica, che nulla ha a che vedere con la teologia. Chi ne
ha approfittato per costruirci sopra delle teologie, è andato fuori strada".
L'avvertimento insomma è chiaro: la fede con la sindone non c'entra; guai a
coloro che si servono di questa per contestare quella.
A questo punto la domanda che s'impone sembra essere la seguente: perché la
chiesa cattolica ha preferito far tacere gli esegeti scomodi dicendo che è falsa
una cosa vera, piuttosto che far contenti i suoi fedeli sostenendo la verità?
La risposta è relativamente semplice: se la Sindone di Torino è vera, i vangeli
mentono, e se mentono, la chiesa cristiana (occidentale e orientale) si regge in
piedi sulle delle falsificazioni.
Una già la conosciamo, ed è la più colossale, quella su cui poggia tutto
l'edificio ecclesiastico: si sostiene che il momento essenziale della vita di
Gesù sia stata la sua resurrezione, e la sindone, fra le altre prove -secondo
molti- starebbe appunto a confermarlo.
In altre parole, la chiesa, di fatto, afferma che la vittoria di Cristo sulla
morte è stata più importante della sua lotta contro il potere costituito. Tesi,
questa, che trova la sua più completa formulazione già nelle lettere
dell'apostolo Paolo, alcune delle quali sono fra i documenti più antichi del
Nuovo Testamento.
Ora, supponiamo che la Sindone di Torino sia effettivamente il lenzuolo che ha
avvolto il corpo di Gesù: in che modo dovrebbero essere riletti i raccolti
evangelici che parlano della sua sepoltura e della scoperta della tomba vuota?
Sull'argomento la pubblicistica, prevalentemente confessionale, è già molto
vasta e se ne può consultare una sintesi storiografica in G. Ghiberti, La
sepoltura di Gesù, ed. Marietti 1982.
Vediamo cosa dicono i testi biblici.
Il primo problema che salta agli occhi, mettendo a confronto, nei racconti
evangelici della sepoltura, le versioni dei sinottici (Marco, Matteo e Luca, in
ordine d'importanza) con quella di Giovanni, è che ci si trova di fronte a
tradizioni abbastanza diverse.
Come noto, il principale artefice della sepoltura di Gesù non fu alcun apostolo,
bensì Giuseppe d'Arimatea, definito da Giovanni "discepolo occulto", cioè
favorevole in privato alla causa di Gesù, ma titubante in pubblico.
Già sulla figura di questo ambiguo personaggio i sinottici divergono fortemente.
Marco infatti lo esalta dicendo che pur essendo Giuseppe un membro autorevole
del Sinedrio, aspettava anche lui "il regno di Dio"; inoltre afferma ch'egli
"andò coraggiosamente da Pilato" per chiedere il corpo di Gesù.
Giovanni invece, a tale proposito, sembra lasci intendere proprio l'opposto, e
cioè che sarebbe stata opera ben più meritoria esporsi pubblicamente quando Gesù
era in vita (ma non ne fa una questione personale, perché Giovanni sa che anche
i discepoli diretti di Gesù ebbero le loro responsabilità nella sua morte).
Peraltro un sinedrita come Giuseppe aveva ben poco da temere dalle ire appena
placate di un despota come Pilato, il quale infatti, pur potendo evitarlo, non
ebbe alcuna difficoltà a concedergli la salma
Generalmente i crocifissi venivano sepolti in fosse comuni (anche come forma di
disprezzo della loro causa politica), in quanto nemici dello Stato romano, ma,
conoscendo la popolarità del messia-Gesù, Pilato, da esperto fantoccio qual era
nelle mani di Tiberio, poteva facilmente intuire che il rifiuto gli avrebbe
procurato delle noie più che non il consenso. (1)
Dal canto loro, Luca e Matteo, che qui come altrove copiano da Marco, si rendono
conto di quanto sia ostico conciliare l'appartenenza di Giuseppe al Sinedrio (il
tribunale giudaico che osteggiava fortemente tutto l'operato di Gesù) col fatto
che fosse un filocristiano, per cui entrambi decidono di modificare, più o meno
radicalmente la versione del loro prototipo.
Luca, che tende sempre a sdrammatizzare, accentua il carattere "buono e giusto"
di Giuseppe, specificando che "non aveva aderito alla decisione e all'operato
degli altri [sinedriti]" e che anche lui aspettava il regno di Dio. Poi prosegue
mandando Giuseppe da Pilato a chiedere il corpo di Gesù, come se fosse un suo
diritto averlo (appunto perché lui era "buono e giusto").
Matteo invece, coerente coi suoi metodi sbrigativi, preferisce tagliare corto
sull'appartenenza di Giuseppe al Sinedrio, limitandosi a notare ch'egli era un
ricco discepolo del Nazareno. Ciò che, a ben guardare, costituisce un esempio
senza precedenti nei vangeli. In altri casi, infatti (si pensi a Zaccheo e allo
stesso Matteo, ma anche al giovane ricco o al funzionario di Erode), mai si era
visto un ricco incontrare Gesù e rimanere come prima. Generalmente la richiesta,
da parte di Gesù, era quella di cambiare vita e nel miglior modo possibile,
altrimenti non si poteva diventare discepoli.
Insomma, si può ben dire che la contraddizione principale si pone nei seguenti
termini: per i Sinottici Giuseppe era un discepolo esplicito di Gesù (cioè più
di un semplice simpatizzante), e poté esserlo pur appartenendo al Sinedrio (o
pur essendo ricco, come vuole Matteo); secondo Giovanni invece egli non poté
essere esplicito proprio perché apparteneva in maniera attiva al Sinedrio. Quale
delle due tesi sia la più convincente, è facile capirlo. (2)
Ma procediamo. Giuseppe -dice Marco- compra un lenzuolo (sindòn nel testo greco)
per avvolgere il corpo di Gesù (si tratta di un lenzuolo adatto proprio allo
scopo), che depone in un sepolcro scavato nella roccia, successivamente chiuso
da un grosso masso rotolante.
La salma non venne né lavata né unta: Marco lo lascia chiaramente intendere
spiegando che due donne stavano ad osservare dove veniva deposta (saranno poi le
stesse che, in compagnia di un'altra donna, andranno -sempre secondo la versione
marciana- a completare l'inumazione, passato il sabato).
Questa versione dei fatti fu praticamente accettata sia da Luca che da Matteo.
Le differenze sono minime: Luca dice che la tomba era nuova, benché trovata
frettolosamente (ma su questo anche Giovanni è d'accordo); Matteo dice che la
tomba apparteneva a Giuseppe (che però era di Arimatea).
Luca dice che anche la Sindone era nuova; Matteo invece ch'era "candida" (ma il
significato è equivalente: lenzuoli del genere non potevano essere riciclati).
Gli elementi più importanti che i sinottici hanno in comune sono che Giuseppe è
unico protagonista attivo (per lo schiodamento e il trasporto del cadavere alla
tomba saranno però occorsi almeno altri due uomini); c'è un lenzuolo acquistato
dallo stesso Giuseppe e la tomba è scavata nella roccia.
Le donne, dal canto loro, stanno a guardare senza intervenire, poiché era
venerdì sera, cioè già sabato, stando al computo ebraico. Luca non le elenca
secondo i loro nomi (però in 24,10 parla di Maria di Màgdala, Giovanna e Maria
di Giacomo): forse gli era apparsa strana l'assenza della madre di Gesù; in ogni
caso, contraddicendosi sul precetto del sabato, le fa tornare a casa a preparare
aromi e oli profumati per la domenica mattina. (3)
E ora vediamo Giovanni. I vv. 39 e 40 del c. 19 contengono due grosse novità. La
prima è che insieme a Giuseppe c'era anche il fariseo Nicodemo, pure lui
discepolo occulto di Gesù (stando almeno a Gv 3,1ss.). Costui avrebbe portato
per la sepoltura qualcosa come 32 kg di sostanze aromatiche! Fino a poco tempo
fa s'era pensato a un errore di trascrizione di qualche copista; oggi invece si
è propensi a considerare falsi entrambi i versetti.
Per quale motivo? Anzitutto perché se veramente Nicodemo fosse stato presente,
anche gli altri evangelisti avrebbe dovuto ricordare una persona così
importante; in secondo luogo, perché se la Sindone di Torino ha veramente
avvolto il corpo di Gesù, questo -come vogliono anche i sinottici- non venne né
lavato né unto; in terzo luogo, perché l'inserimento di Nicodemo acquista un
chiaro valore apologetico e diplomatico: molti farisei, dopo la morte di Gesù e
della sua ideologia rivoluzionaria, divennero cristiani (il più importante dei
quali fu senza dubbio Saulo di Tarso); in quarto e ultimo luogo, perché la
falsificazione è servita a giustificare il motivo per cui nel racconto
tradizionale della tomba vuota, l'apostolo Giovanni non parla di donne
intenzionate a ungere Gesù. (4)
Tuttavia, se entrambi i versetti sono un'interpolazione, allora va rifiutata
anche la tesi da essi sostenuta secondo cui i necrofori fecero un sepoltura
tradizionale (o legale), con tanto di unguenti, profumi e panni di lino.
Anzi, a proposito di questi versetti, E. Haenchen sostiene che non solo essi
sono falsi, ma anche che il redattore non conosceva minimamente la prassi
giudaica di seppellimento, né era ben informato circa l'imbalsamazione.
Giovanni dunque non usa la parola "sindone" o perché è stata depennata da
qualche manipolatore del testo originale (sostituita con le parole "panni di
lino"?), oppure perché non riteneva il lenzuolo, al momento della sepoltura, un
elemento importante (nei sinottici sembra sia servito per dimostrare la
magnanimità di Giuseppe).
Ma se Giovanni è stato oggetto di censure e manipolazioni lo vedremo più avanti.
Qui si può rilevare come nel suo racconto appaia chiaramente come la sepoltura
sia stata compiuta in gran fretta: il sepolcro scelto, infatti, era vicinissimo
al Golghota (il che peraltro contribuisce a smentire l'attendibilità dei vv. 39
e 40, per i quali si aveva tutto il tempo necessario per fare una sepoltura
regolare).
Giovanni giustifica la fretta lasciando capire che, a causa della Parasceve, non
avevano alternative: o una fossa comune o una tomba privata senza unzione (di
sabato infatti non si poteva lavorare né entrare nei sepolcri, meno che mai il
sabato di Pasqua).
Tuttavia, proprio questa irregolarità dovette risultare inaccettabile alla
comunità cristiana primitiva, la quale, negli episodi della tomba vuota, ad un
certo punto ha deciso di introdurre la figura di alcune donne intenzionate a
completare la sepoltura.
Ci si accorse subito che i discepoli (quanti erano rimasti a Gerusalemme dopo la
cattura di Gesù? Solo Pietro e Giovanni?) avrebbero dovuto avere più coraggio a
violare il sabato, soprattutto in considerazione del fatto che il Cristo, con le
sue guarigioni, lo aveva trasgredito più di una volta, rischiando la sentenza
capitale.
La comunità cristiana, dunque, rimedia alla pusillanimità dei discepoli
-peraltro inevitabile in quel momento di tragica sconfitta- inviando delle donne
(!) a togliere l'enorme masso posto davanti all'ingresso della tomba (a una
contraddizione si rimedia aggiungendone un'altra ancora più grossa).
E' curioso notare come nel vangelo di Marco queste donne siano ben consapevoli
della difficoltà che devono superare e come, nonostante ciò, decidano lo stesso
di andare al sepolcro per completare la sepoltura. Naturalmente la provvidenza
le toglierà dall'imbarazzante situazione facendo loro trovare la pietra già
spostata. (5)
Giovanni non cade in questa incongruenza e scrive che soltanto Maria Maddalena
si recò al sepolcro (a piangere? a pregare? Comunque andò senza profumi, e più
avanti si scoprirà ch'era in compagnia di un'altra donna).
Trovatolo vuoto, Maria e l'anonima amica si recano da Pietro e Giovanni, rimasti
nascosti in città.
Questi corrono a vedere se le donne dicono il vero e Giovanni, il primo che
arriva, si china e nota per terra i lini coi quali il lenzuolo che avvolgeva il
corpo di Gesù era stato in più punti legato, per tenerlo fermo.
Al pari di Maria, Giovanni sospetta che il corpo sia stato trafugato da
qualcuno, ma non entra. Attende l'arrivo di Pietro, più lento perché più
anziano. Una volta entrati si guardano attorno e cosa vedono? Non solo le bende
per terra, ma anche la Sindone piegata e riposta da una parte, come se dovesse
essere conservata. Cosa pensano? Pensano che il corpo non può essere stato
rubato: i ladri l'avrebbero portato via così com'era, oppure non avrebbero perso
tempo a piegare il lenzuolo. Dunque era successo qualcosa di strano. Ma cosa? La
prima menzogna è nata lì, in quel momento. Pietro avrà guardato in faccia
Giovanni, che nel suo vangelo dice di se stesso, dopo aver costatato la Sindone
piegata: "e vide e credette", e gli avrà chiesto d'inventare con lui un'altra
storia…
Quale storia s'inventò Pietro? La storia di un giovane dentro il sepolcro che,
seduto sulla destra e vestito di un abito bianco, destava sgomento alle donne
recatesi per ungere Gesù, e alle quali disse in tono rassicurante: "Non abbiate
paura. Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ora egli
vi precede in Galilea":
In altre parole, per l'apostolo Pietro sarebbe stato meglio sostenere che Gesù
era risorto perché un angelo lo aveva rivelato alle donne (donne che poi in
Marco fuggono spaventate, senza raccontare niente a nessuno, cosicché -lascia
intuire l'evangelista- nessuno poté interpellarle o contestarle).
Questa la versione che, secondo Pietro, avrebbe dovuto accettare una comunità da
lui ritenuta troppo immatura per poter credere alla versione di Giovanni e
continuare a battersi per la causa rivoluzionaria del Cristo. E così infatti
sarà.
Luca, in seguito, arriverà addirittura a parlare di due uomini sfolgoranti e del
loro annuncio pasquale a tutti gli apostoli e discepoli vicini e lontani.
Matteo è ancora più fantasioso: pur avendo detto che le donne si recarono al
sepolcro senza portare gli unguenti, parla esplicitamente di un "angelo del
Signore" disceso dal cielo, lucente come la folgore (o come la neve!), di una
pietra che rotola da sola, di terremoti d'ogni genere, di guardie tramortite…
insomma, siamo ben oltre i limiti dell'apocrifo.
Ma come metterla con la versione di Giovanni che, essendo stata scritta per
ultima, capitò questa sì!- come un fulmine a ciel sereno?
Qui le manipolazioni, oltre a quelle viste in precedenza, sono state di due
tipi. La prima è l'aggiunta dei vv. 9 e 10 del c. 20, secondo cui i discepoli
Pietro e Giovanni, entrando nella tomba, non avevano capito che la Scrittura
prevedeva la resurrezione del messia. Un'aggiunta, questa, davvero strana: sia
perché non c'è alcun passo del V.T. che profetizzi questo; sia perché, proprio
osservando la Sindone piegata, Giovanni poté scrivere di sé "e credette"
(evidentemente per il falsario la Sindone non costituiva alcuna prova e gli
apostoli avrebbero potuto credere nella resurrezione di Gesù solo dopo averlo
rivisto sulla terra: di qui i racconti di resurrezione).
La seconda manipolazione sta, presumibilmente, nella sostituzione della parola
"Sindone" con la parola "Sudario", già usata da Giovanni per indicare non un
intero lenzuolo, ma solo la mentoniera che nel racconto di Lazzaro era servita
per tener chiusa la bocca al cadavere di quest'ultimo.
Grazie a tale sostituzione, con la quale peraltro si poteva confermare il
racconto interpolato di Giovanni sulla sepoltura, la Sindone risulta
praticamente scomparsa e di essa per molto tempo non si parlerà più. Giovanni
insomma, ufficialmente, vide piegato soltanto il sudario.
Oltre a queste due falsificazioni ve n'è un'altra, extratestuale ma molto
significativa, al v.12 del c. 24 di Luca, laddove si afferma che al sepolcro
corse solo Pietro (e non anche Giovanni) e ch'egli vide solo delle bende (e non
anche la Sindone) e che di ciò egli stupì (ma senza credere come Giovanni).
Questo è un versetto che la stragrande maggioranza degli esegeti considera
spurio.
Col passare del tempo (i vangeli, come noto, non sono stati scritti "di getto",
né da una persona sola) i teologi della comunità cristiana s'inventarono, sulla
scia della versione di Pietro riportata nel testo di Marco, tutti i racconti di
apparizione di Gesù redivivo, nei quali egli più che altro dà delle direttive di
ordine ecclesiale. Luca addirittura supera abbondantemente l'apocrifo
descrivendo l'ascensione di Gesù in cielo (per molto meno altri testi sono stati
esclusi dal canone). Come noto, le versioni più antiche di chiusura del vangelo
sia di Marco che di Giovanni non riportavano alcun racconto di apparizione.
Per concludere, proprio la Sindone attesta che non esiste alcuna prova, se non
la Sindone stessa (che però non prova nulla al 100%), circa la presunta
resurrezione del corpo di Gesù.
Gesù non è mai riapparso, non c'è stata alcuna angelofania, il concetto stesso
di "resurrezione" non ha senso, poiché il corpo non è mai stato trovato (al
massimo lo si può applicare a Lazzaro o alla figlia di Giairo, per restare ai
racconti evangelici). Il concetto di "resurrezione" è un'interpretazione
teologica a un fatto storico: la scomparsa di un cadavere.
Nel caso in questione ci si dovrebbe limitare a parlare, al massimo, di
trasformazione della materia in energia - un processo che con gli studi
sull'atomo abbiamo appena cominciato a decifrare.
Un'altra conclusione che infine si può trarre è la seguente. I sinottici
raccontano una verità "tecnica", "formale" (si usò un lenzuolo), ma mentono
sulle cose "sostanziali", cioè sul fatto che oltre al lenzuolo non esiste alcuna
altra prova della presunta resurrezione di Gesù.
Viceversa, il testo originale di Giovanni diceva molto probabilmente la verità
sia sulle questioni "tecniche" (la sepoltura fu affrettata e non ci fu alcuna
intenzione di completarla), sia sulle questioni "sostanziali" (l'unico indizio a
disposizione era la Sindone). Solo che il testo è stato manomesso da chi voleva
far credere due cose: 1. che il crocifisso aveva ottenuto una sepoltura in piena
regola (cosa che nei sinottici doveva avvenire la domenica mattina) e 2. che la
fede nella misteriosa scomparsa del corpo di Gesù non dipese dalla constatazione
della tomba vuota e quindi della Sindone riposta e piegata, bensì dall'annuncio
serafico dell'angelo di Dio.
Nel vangelo di Marco, infatti, l'angelo non dice alle donne: "Non è qui, è
risorto", ma proprio il contrario: "è risorto, non è qui". A tale dichiarazione
apodittica, incontrovertibile, fa da pendant nel vangelo di Giovanni il dialogo
del messia risorto con la Maddalena, che inspiegabilmente era tornata a piangere
sulla tomba vuota. Alla donna un secondo redattore del vangelo, già consapevole
che la tomba era situata in un "orto", in quanto l'aveva precisato lo stesso
Giovanni, farà dire: "Non sei tu l'ortolano? Dimmi dove l'hanno messo!".
[1] Giuseppe si decise a chiedere il corpo di Gesù a Pilato
solo dopo che
questi aveva acconsentito, su esplicita richiesta dei capi ebrei, di togliere i
tre giustiziati dalla croce, evitando così di trasgredire la "sacralità" del
sabato pasquale.
Giuseppe non andò a chiedere il corpo subito dopo che Gesù era morto, ma solo
dopo aver appreso la notizia che i giudei volevano seppellire i tre crocifissi
in una fossa comune prima che giungesse il sabato.
Se avesse chiesto il corpo subito dopo il decesso (il Cristo morì circa alle tre
del pomeriggio; gli altri due zeloti vennero finiti con la rottura delle gambe),
la sepoltura sarebbe stata regolare e non affrettata. La salma, se non unta e
profumata, sarebbe stata almeno lavata.
Giuseppe quindi non dovette avere alcun particolare "coraggio" (come invece
dice Marco), anche perché i romani non si curavano affatto della sepoltura dei
giustiziati, e comunque non avevano difficoltà a concedere la salma ai parenti o
ai conoscenti che la richiedevano. Erano gli ebrei che non concedevano il
diritto a un condannato a morte d'essere sepolto in una tomba privata.
Forse un po' di coraggio Giuseppe dovette mostrarlo nei confronti degli ebrei,
ma Giovanni fa capire che quel tipo di coraggio fu poca cosa a confronto di
quello che egli avrebbe dovuto manifestare all'interno del Sinedrio, dove
peraltro era già noto che non tutti erano favorevoli alla condanna di Gesù.
Grazie tuttavia al "poco coraggio" di Giuseppe oggi noi possiamo ammirare la Sindone.
(torna su)
[2] Dice Mc 15,25: "Erano le nove del mattino quando lo crocifissero", cioè era
"l'ora terza". Ma l'ora terza include il tempo dalle nove a mezzogiorno. Tradurre
"nove del mattino", come fa la Bibbia di Gerusalemme, è un assurdo, poiché
contraddice sia la versione di Gv 19,14, che pone la crocifissione "verso
mezzogiorno", dopo un lungo e tortuoso processo pubblico, in cui non si dava
affatto per scontata la morte di Gesù (e Giovanni, in questi dettagli, è sempre
più preciso di Marco); sia la stessa affermazione di Mc 15,44, secondo cui
Pilato, al momento in cui Giuseppe di Arimatea gli chiese il cadavere di Gesù,
"si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, lo interrogò se
fosse morto da tempo". (Si badi: l'imprevedibilità della morte di Gesù non
dipese dal fatto che "Pilato cercava di liberarlo" (Gv 19,12), poiché questo non
costituisce un "fatto", ma una semplice opinione di stampo apologetico della
chiesa primitiva. In realtà Pilato voleva essere sicuro, nel giustiziare un
leader politico molto popolare, di avere il consenso necessario da parte di un
certo numero di giudei.)
Gesù mori nel primo pomeriggio (secondo Mc 15,34 alle tre, e questo coincide
con la versione di Giovanni. Dal momento in cui Giuseppe chiese la salma al
momento in cui la ottenne, passarono sicuramente un paio d'ore. Peraltro
Giuseppe - come già detto nella nota precedente - si decise a chiederla solo dopo che i Giudei avevano intenzione di far seppellire i cadaveri in una fossa comune, essendo per loro
"indecoroso" tenerli appesi nella festività della Pasqua.
Considerando poi che Giuseppe dovette cercare la tomba (se non era già sua,
come dice il solo Matteo) e comprare il lenzuolo per avvolgere il cadavere, si
spiega il motivo per cui tutti gli evangelisti dicono che al momento della
sepoltura ormai era "sera", cioè in pratica "sabato", stando al modo ebraico di
contare le ore. Ma se la Pasqua fosse caduta di venerdì, come vuole Marco, Giuseppe,
di venerdì sera, cioè in sostanza di sabato, avrebbe
potuto acquistare il telo di lino? Probabilmente il telo era già suo.
Insomma se il Cristo fosse stato crocifisso alle nove dei mattino, avrebbe ricevuto
una sepoltura regolare e non affrettata. Ma a questo punto è evidente che prima si anticipa la
condanna, l'esecuzione e la morte del Cristo e meglio
le si toglie la sua motivazione politica; solo che in questo modo si
giustifica sempre meno l'idea di una sepoltura affrettata. (torna su)
[3] Luca aveva capito perfettamente che quando seppellirono
Gesù nessuno ebbe il coraggio di trasgredire il sabato (e la Pasqua) e di
compiere una inumazione degna di quel personaggio.
Conformemente alla versione che la chiesa, ad un certo punto, volle
considerare come "ortodossa", Lc 23,54 sostiene che nel sepolcro nessuno ebbe
quel coraggio perché "già splendevano le luci del sabato" (e quel sabato era per
giunta "santo" in quanto "pasquale").
Tuttavia l'evangelista deve aver provato qualche difficoltà ad accettare
integralmente la tesi di Mc 16,1 s., secondo cui le donne che avevano osservato
dove era stato sepolto Gesù l'avevano fatto con l'intenzione di imbalsamarlo,
alla maniera ebraica, "il giorno dopo il sabato".
Luca infatti, in quanto di origine pagana, doveva essersi chiesto il motivo
di tutti quegli scrupoli al momento della sepoltura, visto e considerato che il Cristo
aveva sempre violato il sabato. Per cercare di risolvere questo problema, egli,
nella sua ignoranza del costume ebraico relativo all'inumazione, è caduto in una contraddizione non meno
insostenibile di quella di Mc 16,1, che manda le donne a comprare gli aromi "al
sorgere dei sole". Luca infatti afferma che le donne, visto il luogo ove Gesù
era stato sepolto, "tornarono indietro a preparare aromi e oli profumati"
(23,56).
Le fa lavorare proprio nel giorno proibito e nella convinzione che aromi e
oli profumati si possano preparare in un solo giorno!
Qualcuno, di origine ebraica, successivamente aggiunse la precisazione che il
giorno di sabato esse osservarono il riposo secondo il comandamento"(Lc 23,56).
Così addirittura si arriva a credere che le donne obbedirono al precetto del
sabato non tanto per timore dei giudei quanto per convinzione: loro che erano
state seguaci del Cristo sin dall'inizio, per il quale il sabato non aveva più
alcun vero significato!
Luca in sostanza aveva capito che per timore dei giudei i pochi seguaci di
Gesù rimasti sul Golgota non lavarono né unsero il suo corpo, e cercò, sulla
scia di Marco, di giustificare tale atteggiamento mettendo in evidenza la buona
volontà delle donne, anche a costo di farle compiere cose impossibili (non hanno
il coraggio di lavare il cadavere di Gesù, però hanno il coraggio di preparare
gli aromi).
Rendendosi cioè conto della difficoltà di far accettare al lettore una
falsità come quella riportata nel vangelo di Marco, Luca cercò di condirla con
motivazioni che toccassero i sentimenti.
Le donne non imbalsamarono subito Gesù - questa è la sua tesi - non tanto perché
era il giorno della Parasceve, quanto perché non avevano pronto il materiale
necessario.
Singolare, in tal senso, il fatto che Mt 28,1, pur essendosi inventato cose
incredibili riguardo alla sepoltura e alla scomparsa del corpo di Gesù, non dice
nulla sulla presunta intenzione delle donne di imbalsamarlo.
Esattamente come Giovanni, nonostante che qui i versetti aggiunti su Nicodemo lascino
apparire il contrario.
Matteo doveva aver capito (e Giovanni confermerà questa sua intuizione,
riportando la versione esatta dei fatti) che non avrebbe avuto senso mandare
delle donne a imbalsamare il cadavere di Gesù quando nessuna di loro sarebbe
riuscita a smuovere di un millimetro la pietra che occludeva l'accesso al sepolcro. Meglio sarebbe stato (finzione per finzione) far accadere "un gran
terremoto" con tanto di "angelo del Signore" che, con la propria spada, fa
rotolare la pietra per poi sedercisi sopra (Mt 28,2). (torna
su)
[4] Da notare che mentre in Mc 15,47 le donne sono due, in Mc 16,1 sono tre
e di queste solo la Maddalena è la stessa. Mc 15,40 riporta tre nomi: la
Maddalena; Maria madre di Giacomo e di Joses, moglie di Cleofa e sorella della
madre di Gesù; Salome, madre di Giacomo e Giovanni (che viene ricordata anche in Mc 16,
1). Lc 24, 10 è il solo che cita il nome di Giovanna, moglie di Cuza, che
certamente in quel momento non poteva essere lì. Risulta ben strano che i
Sinottici, a differenza di Giovanni, non abbiano mai citato il nome della madre
di Gesù. (torna su)
[5] Da notare che sarebbe stato quanto mai
problematico imbalsamare un uomo, in quei territori caldi già nel mese di
Aprile, due giorni dopo il suo decesso. Per poterlo fare le donne avrebbero
dovuto aspettare tutto il venerdì e tutto il sabato fino al tramonto e sarebbero
dovute andare la domenica mattina. Questo per dire che parlare anche di
"resurrezione" al terzo giorno dopo la morte non ha davvero senso. Di fatto
nessuno poté mai indicare il momento preciso in cui la tomba si svuotò del
cadavere e tutti i racconti di apparizione post-mortem sono chiaramente inventati.
(torna su)
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