STUDI SUL NUOVO TESTAMENTO


STORIA DELLA CORRUZIONE DEL TEMPIO

(Gv 2,13-25)

Gli storici greci Ecateo e Aristea che visitarono la Palestina al tempo della restaurazione, intorno al 300 a. C., rimasero profondamente colpiti dallo sfarzo che accompagnava le apparizioni in pubblico del sommo sacerdote, e dagli oltre 700 sacerdoti che prestavano servizio al tempio.

Tutti erano chiamati a compiere sacrifici sia a livello comunitario, sia a livello privato. Naturalmente, con il tempo, i tributi si raddoppiarono, quando non si triplicarono.

Esisteva anche una decima per i poveri, da versare soltanto ogni tre anni, in quanto la Palestina pullulava di gente di misere condizioni, la cui povertà crebbe ulteriormente tra il I secolo avanti Cristo e il I secolo dopo Cristo.

I sacerdoti si appropriavano della decima parte "del raccolto e dei frutti degli alberi", "di montoni e di pecore e di tutti i prodotti della pastorizia".

Per chi non pagava in natura, era prevista "una quinta parte aggiuntiva".

Una voce significativa nel complesso delle entrate del tempio di Gerusalemme era rappresentata dalle imposte.

Già nell'Antico Testamento viene fatta menzione del denaro versato alla "tenda dell'incontro", per espiare colpe di natura religiosa.

Il Tempio riceveva entrate anche in conseguenza di voti e di tutte le eventuali offerte sacrificali che avevano luogo in ogni momento dell'anno.

Anche i re d'Israele, la cui residenza era collegata alla casa di Jahwè da una porta, e questo, senza sostanziali mutamenti per quasi quattro secoli, facevano omaggi al Tempio di Salomone, ma non mancavano di attingere anche loro alle casse di questo edificio di culto, la cui ricchezza costituì sempre un forte stimolo ai saccheggi.

Al tempo di Roboamo, esse furono depredate da Sisak, sotto Amasia dal re d'Israele Joas, anche Nabucodonosor vi mise le mani, e insieme a lui molti altri.

Occasionalmente pervennero al Tempio offerte da parte di sovrani stranieri.

Nel I secolo d. C., la regina di Adiabene, Elena, insieme ai suoi figli Izates e Monobazos, si convertì alla religione ebraica.

Questa dinastia la cui grandiosa tomba ancora oggi è perfettamente conservata a Gerusalemme, beneficò generosamente il Tempio; i principi di Adiabene parteciparono, addirittura, con i loro eserciti alla guerra condotta dagli Ebrei contro i Romani.

Comunque erano soprattutto le schiere innumerevoli dei pellegrini a portare le elemosine prescritte.

Al tempo dei re, ogni ebreo maschio doveva recarsi tre volte l'anno al tempio di Gerusalemme. Dopo la diaspora, era possibile fare offerte unicamente nei luoghi in cui sorgevano appositi magazzini per lo stoccaggio dei tributi e delle elemosine.

Solo durante la Pasqua si recava a Gerusalemme un numero di pellegrini doppio degli abitanti della città, e le imposte pagate per avere un banco presso il mercato che si teneva a Pasqua nello spazio antistante il Tempio, finivano dritte nelle tasche del sommo sacerdote.

A Gerusalemme si tenevano anche altri mercati, della frutta, del grano, del legno, del bestiame; nella "città santa" vi era, persino, una vendita all'incanto di schiavi.

Alcune offerte, come quelle per la pace o per l'espiazione di una colpa o di un peccato, se ritenute particolarmente sante, toccavano del tutto, o in parte, al clero, e alcune dovevano essere pagate in moneta sonante.

I Giudei, più di un milione, dispersi dalla diaspora, per tutta la durata del secondo Tempio, continuarono a inviare denaro in Palestina.

Quasi ogni città aveva una cassa per la raccolta del "denaro sacro".

Da alcune terre, come Babilonia o l'Asia Minore, affluiva tanto denaro da attirare non solo i predoni, ma anche le autorità romane.

I "saggi" continuarono a incoraggiare i pellegrinaggi, anche dopo la distruzione del secondo tempio, in quanto erano fonte di enormi entrate.

I santuari ebraici svolgevano, addirittura, la funzione di banche, utilizzando le loro cospicue ricchezze per fornire prestiti effettuati a un tasso d'interesse corrispondente a quello vigente nei paesi confinanti: il 12% nell'Egitto dei Tolomei, dal 33% al 50% in Mesopotamia.

La Bibbia, naturalmente, tace di tutto ciò, anche se in essa era presente il divieto di riscuotere "interessi di alcun tipo"!

È ovvio che il sommo sacerdote e i suoi immediati sottoposti facessero la parte del leone.

Lo storico ebraico Flavio Giuseppe documenta nei dettagli l'avidità dell'alto clero che si rifiutava di riconoscere gli altri tempi dedicati al culto di Jahvè, come quello di Geroboamo a Bethel, un tempio statale analogo a quello di Gerusalemme, o i due santuari al di fuori della Palestina, quello di Elefantina e di Leontopoli, o quello, ancora, di Samaria.

Si trattava, peraltro, di luoghi di culto in grado di esercitare una forza di attrazione che, soprattutto per quanto concerneva i Giudei allontanati dalla diaspora, era molto modesta.

Il basso clero, invece, viveva in condizioni d'indigenza, doveva versare la decima parte delle decime e non poteva fare con certezza affidamento sul resto, spesso preda di ladri senza scrupoli, capaci di uccidere chiunque osasse opporgli resistenza.

E proprio l'alto clero veniva spesso beneficato dai sovrani: un esempio fu quello dei rapporti tra Artaserse e Esdra.

Al tempo di Neemia, allorché vi erano 4289 sacerdoti, ripartiti in 24 classi, le entrate del Tempio erano così ingenti che si dovettero costruire in altre città nuovi magazzini per le scorte.

Neemia stesso esigeva "annualmente la terza parte di una moneta d'argento per il mantenimento della casa di Dio", "legna da ardere per il tempio del Signore", "i primi prodotti dei campi e primi frutti degli alberi... i nostri primogeniti e primi nati del nostro bestiame", e via dicendo.

È naturale che, con il tempo, si allargò progressivamente la schiera dei nemici di questo clero ricco e potente che, a partire dal periodo dei re aveva fatto in modo di definire i propri privilegi fin nei minimi dettagli.

Proprio i leviti che svolgevano l'ufficio di cantori, guardiani delle porte e amministratori del Tempio, di servitori dei sacerdoti e a volte di loro rappresentanti, ebbero con questi ultimi rapporti tesi.

Il popolo sfruttato si rifiutava di pagare ai leviti le decime sul grano e sul vino che essi pretendevano, mentre i sacerdoti, a partire dall'età ellenistica, cominciarono a prelevare una parte delle decime spettanti ai leviti, per accrescere la propria ricchezza ormai divenuta proverbiale.

Le differenze di classe erano profondamente marcate, e proprio all'interno del ceto dirigente si venne creando una spaccatura tra un gruppo ristretto fortemente conservatore e gli elementi orientali più o meno ellenizzati: una frattura di natura religiosa e culturale che lentamente avrebbe condotto alla catastrofe.

Sinossi - L'opposizione contro il Tempio - L'obolo della povera vedova


Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Religioni - Nuovo Testamento
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Aggiornamento: 05/12/2007