STUDI SUL NUOVO TESTAMENTO


IL TRADIMENTO DI GIUDA

(Gv 13, 21-38)

[21]Dette queste cose, Gesù si commosse profondamente e dichiarò: "In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà". 
[22]I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapendo di chi parlasse. 
[23]Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. 
[24]Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: "Dì, chi è colui a cui si riferisce?". 
[25]Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: "Signore, chi è?". 
[26]Rispose allora Gesù: "E' colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò". E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone. 
[27]E allora, dopo quel boccone, satana entrò in lui. Gesù quindi gli disse: "Quello che devi fare fallo al più presto". 
[28]Nessuno dei commensali capì perché gli aveva detto questo; 
[29]alcuni infatti pensavano che, tenendo Giuda la cassa, Gesù gli avesse detto: "Compra quello che ci occorre per la festa", oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. 
[30]Preso il boccone, egli subito uscì. Ed era notte. 
[31]Quand'egli fu uscito, Gesù disse: "Ora il Figlio dell'uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in lui. 
[32]Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. 
[33]Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete, ma come ho gia detto ai Giudei, lo dico ora anche a voi: dove vado io voi non potete venire. 
[34]Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. 
[35]Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri". 
[36]Simon Pietro gli dice: "Signore, dove vai?". Gli rispose Gesù: "Dove io vado per ora tu non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi". 
[37]Pietro disse: "Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!". 
[38]Rispose Gesù: "Darai la tua vita per me? In verità, in verità ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m'abbia rinnegato tre volte".

Commento

Il primo evangelista a scrivere, Marco, non ha dubbi nel sostenere che se il Cristo "doveva morire" (ovviamente di morte violenta), perché così era "scritto nei cieli", egli non poteva non essere tradito da qualcuno dei suoi più stretti discepoli. "Il Figlio dell'uomo se ne va, come sta scritto di lui, ma guai a quell'uomo dal quale il Figlio dell'uomo è tradito!"(Mc 14,21). Matteo e Luca dicono la stessa cosa, e nessuno si rende conto che se questa scomparsa dipendeva dalla volontà divina, la colpa di Giuda andava di molto ridimensionata; la sua azione anzi veniva a configurarsi come provvidenziale nell'economia salvifica del padre eterno, che tutto predispone con largo margine di anticipo sulle possibili scelte degli uomini. Questa in fondo è la tesi del Vangelo di Giuda, uno degli ultimi apocrifi ritrovati.

Giovanni invece, come al solito, è più sottile: è vero che nella parte posticcia, aggiunta successivamente da un altro redattore, ribadisce la tesi sinottica (di origine petrina) della morte necessaria, ma in quella più autentica fa capire, più realisticamente e anche più semplicemente, che Gesù temeva che qualcuno dei Dodici avrebbe potuto far fallire la causa rivoluzionaria nel suo momento più critico.

I quattro evangelisti, che ragionano ex-post, cioè col senno del poi, assumono una posizione, nei confronti del tradimento di Giuda, che si può sintetizzare nelle seguenti. Gesù fece:

  1. un'affermazione esplicita che qualcuno degli apostoli l'avrebbe tradito (Mc, Mt, Lc e Gv);
  2. un'affermazione esplicita che il traditore sarebbe stato Giuda (Mt);
  3. un'affermazione riservata a Giovanni che il traditore sarebbe stato Giuda (Gv).

Tuttavia solo i Sinottici sostengono che la decisione di tradire venne presa da Giuda prima dell'ultima cena. Così scrive Marco: "Giuda Iscariota andò dai capi dei sacerdoti per aiutarli ad arrestare Gesù. Essi furono molto contenti della sua proposta e promisero di dargli dei soldi. Allora Giuda si mise a cercare un'occasione per farlo arrestare"(14,10 ss.). Luca aggiunge che voleva farlo catturare "lontano dalla folla"(22,6). Matteo (26,14 ss.) invece stravolge Marco sostenendo che il tradimento non avvenne per motivi politici ma economici: Giuda era disposto a tradire solo dietro congruo compenso (le famose trenta monete d'argento). Quanto a Giovanni, egli si limita semplicemente a dire che i capi dei sacerdoti e i farisei, dopo l'episodio di Lazzaro, avevano dato ordine di arrestarlo (11,49 ss.): non viene citata alcuna ricompensa, anche perché solo nel corso dell'ultima cena Giuda decise di tradirlo (13,2.27).

Già al momento della "moltiplicazione dei pani" (l'espressione viene virgolettata perché quell'episodio eminentemente politico, accaduto in Galilea, fu mistificato nel racconto del prodigioso miracolo) Giuda - stando alla versione giovannea (6,70) - non aveva capito il rifiuto di Gesù di diventare "re" d'Israele, sul modello dei grandi predecessori, Davide e Salomone, e si era scandalizzato nel vedere che Gesù voleva scardinare le tradizioni politico-religiose del giudaismo classico. Se questa versione è vera, allora probabilmente egli non era rimasto molto entusiasta neppure dell'ingresso trionfale del messia a Gerusalemme, avvenuto qualche giorno prima dell'ultima cena, avente lo scopo di preparare l'insurrezione armata.

Ora poi, con la lavanda dei piedi, il suo imbarazzo doveva essere stato non meno forte di quello di Pietro, che ebbe l'ardire di manifestarlo esplicitamente. A dir il vero l'azione in sé era abbastanza consueta nella Palestina d'allora. All'ospite che viaggiava per le strade polverose si offriva l'acqua per lavarsi i piedi. Chi aveva dei servi li utilizzava in quell'occasione. Raramente però i discepoli lo facevano in modo spontaneo come segno di riverenza verso il loro maestro.

Dunque ammesso e non concesso che tale rito simbolico (non del battesimo ma dell'umiltà) sia effettivamente accaduto, è fuor di dubbio che durante l'ultima cena non si deve aver parlato soltanto dei preparativi per l'imminente rivolta popolare, ma anche dei rischi cui si sarebbe andati incontro nell'eventualità di un insuccesso. In quel particolare frangente tutti dovevano essere ben consapevoli che in gioco era la vita.

La coesione tra loro doveva essere massima, assoluto il rispetto delle regole. Il significato del racconto della lavanda dei piedi stava nel fatto che gli apostoli avrebbero dovuto fidarsi del loro leader, che non aveva scelto la soluzione dell'insurrezione armata per spirito d'avventura o per ottenere un potere personale, ma unicamente per il bene del paese.

Per realizzare tale obiettivo egli era disposto anche al sacrificio della vita e chiedeva che lo stesso spirito di abnegazione animasse anche gli altri leader. Di fronte però al fatto ch'egli mostrasse con l'esempio servile della lavanda dei piedi tale proposito, Pietro, abituato a ragionare più in termini politici che umani, rimase un po' risentito e protestò. Egli infatti voleva compiere la rivoluzione ad ogni costo e gli pareva quanto meno fuori luogo una preoccupazione di tipo "democratico" nel momento in cui si doveva tirar fuori la spada per abbattere il nemico.

Nel racconto di Giovanni Pietro ostenta una certa permalosità, come se in realtà avesse detto: "Se non ti fidi di me, allora dimmi chiaramente che mi escludi dall'impresa". Gesù infatti non stava mettendo in discussione il coraggio politico degli apostoli, ma la capacità di affrontare in maniera democratica degli eventi che sarebbero anche potuti sfuggire di mano.

Da questo punto di vista che vi sia stato il gesto effettivo della lavanda dei piedi o una semplice chiacchierata sull'esigenza di rispettare le regole e di amarsi reciprocamente, non fa molta differenza. Se il Cristo, ad un certo punto, si risolse a ricorrere all'espediente servile, forse lo fece perché aveva a che fare con discepoli che non si rendevano sufficientemente conto dell'importanza della democrazia nei momenti rivoluzionari.

Se tutto fosse filato liscio, la vittoria sarebbe stata certa, ma non sarebbe stata scontata la gestione legale, umanitaria della vittoria. Si dovevano evitare assolutamente gli eccessi contro la guarnigione romana, le ritorsioni contro i collaborazionisti ebrei, le vendette private, gli eccidi di massa nel timore di una controrivoluzione interna, in una parola la violenza gratuita.

Anche perché il vero problema non era tanto quello di come vincere nella capitale, quanto piuttosto di come resistere alla inevitabile controffensiva imperiale. La questione cruciale da affrontare sarebbe stata quella di come convincere la maggioranza della popolazione a organizzare una resistenza armata contro lo strapotere delle legioni romane, le più forti del mondo.

La gente comune infatti, per potersi muovere rischiando la vita, non ha soltanto bisogno di trovarsi in condizioni particolarmente difficili, ma anche di credere nella possibilità di una sconfitta del nemico. E questo atteggiamento va saputo gestire: il popolo non è carne da macello, non lo si può obbligare al sacrificio. Il popolo va persuaso in maniera democratica, lasciandogli la possibilità di scelta.

Chi pensa che un leader non si debba abbassare come un servo, al punto da lavare i piedi ai suoi discepoli, ha capito poco della democrazia e rischia di far fallire gli obiettivi della rivoluzione. Questa cosa la si evince anche da quanto il Cristo dice nel racconto di Lc 22,24 ss., che pur non riporta la lavanda dei piedi: "Secondo voi chi è più importante: chi siede a tavola o chi sta a servire? Quello che siede a tavola, non vi pare? Eppure io sto in mezzo a voi come un servo".

Poiché gli evangelisti sostengono la tesi della "morte necessaria" del messia, è venuto loro spontaneo far dire al Cristo, con perentorietà, che il tradimento di uno degli apostoli non era affatto una eventualità remota, bensì una cosa inevitabile, soteriologicamente prevista, al punto che sin dall'inizio del racconto sull'ultima cena si fa capire al lettore ch'egli sapesse con sicurezza chi lo stava tradendo.

Il tono apodittico, usato per aumentare la tensione e la solennità degli ultimi avvenimenti, sta p.es. in parole o espressioni del genere: "Io vi assicuro"(Mc 14,18; Mt 26,20; Gv 13,21); "E' stato stabilito per lui"(Lc 22,22); "Il Figlio dell'uomo sta per morire, così come è scritto nella Bibbia"(Mc 14,21; Mt 26,24); "Devono realizzarsi queste parole della Bibbia: Colui che mangia il mio pane si è ribellato contro di me (Sal 41,10). Ve lo dico ora, prima che accada; così, quando accadrà, voi crederete che Io sono"(Gv 13,18 s.).

In realtà se avesse detto parole del genere, avrebbe subito creato un clima di terrore, di panico generale, di sospetti e diffidenze tali da rischiare di paralizzare la capacità decisionale di tutto il movimento, che in quel frangente così particolarmente delicato per i destini del paese, doveva assolutamente restare immutata.

Al massimo dunque egli può aver manifestato preoccupazioni di carattere generale, può aver ventilato delle ipotesi cautelative, al fine di scongiurare ogni pericolo, ogni imprevisto, nei limiti del possibile ovviamente. E' da escludere a priori ch'egli abbia sostenuto delle certezze relative al tradimento, meno che mai può aver formulato il nome del traditore, né apertamente a tutti, né velatamente al discepolo prediletto.

Nel quarto vangelo Pietro, addirittura, vuol farsi dire da Giovanni, scrive di aver ottenuto la confidenza da parte di Gesù, il nome del traditore, per poterlo fermare in tempo, coi metodi che possiamo immaginare. Anche ammettendo questo ruolo "poliziesco" che Pietro avrebbe voluto avere nell'ultima cena, è davvero impensabile credere che, sapendo con certezza il nome del traditore, lo stesso Cristo non avrebbe fatto nulla per scongiurare la possibile débâcle dell'insurrezione.

E' invece possibile che Pietro abbia chiesto a Giovanni di farsi dire dal Cristo se aveva dei sospetti concreti, degli indizi precisi, ma va escluso categoricamente che Giovanni abbia ottenuto la confidenza sull'identità del traditore. Tutto quanto viene scritto nel suo vangelo in merito a quella confidenza personale, va considerato come un semplice espediente letterario, la cui finalità era quella di dimostrare che Giovanni non aveva mai avuto alcuna stima di Giuda. Ma a tragedia avvenuta egli si sarà chiesto mille volte come nessuno degli apostoli fosse stato capace di rendersi conto chi tra loro avrebbe tradito e che cosa si sarebbe potuto fare per evitare quella sciagura.

Il fatto è che nei vangeli tutto deve apparire esplicito: la necessità del tradimento e addirittura il nome del traditore. Scopo di questo è sostenere la tesi della inevitabilità della morte del messia, la quale, a sua volta, è subordinata alla tesi della equiparazione del messia a dio. Se rifiutassimo di considerare mistificante questa spiegazione dei fatti post-festum, si finirebbe col dover fare valutazioni molto imbarazzanti sul ruolo di taluni discepoli, in particolare proprio su quello di Giovanni.

Supponendo infatti ch'egli avesse ottenuto la confidenza da parte di Gesù, ascoltata nel mentre gli teneva il capo appoggiato sul petto, per quale motivo non avrebbe fatto nulla per impedire che il tradimento si realizzasse? Perché non dire niente a Pietro? Quali considerazioni di opportunità può aver fatto per permettere a Giuda di agire indisturbato? Temeva forse che se Giuda fosse stato emarginato o addirittura giustiziato, la congrega dei Dodici si sarebbe spaccata a metà, mandando a picco l'idea della rivoluzione?

Alcuni esegeti sono persino arrivati a sostenere che mentre per tutti gli altri apostoli la tesi della "morte necessaria" fu acquisita soltanto dopo la scoperta della tomba vuota, in Giovanni invece essa era chiara sin dall'inizio. Se così fosse, noi dovremmo affermare che proprio il discepolo prediletto sarebbe stato, in ultima istanza, uno dei principali responsabili della morte di Gesù!

Questo per dire che le esegesi di tipo confessionale generalmente non valgono nulla. Il fatto stesso che considerino quella riunione politica una sorta di cena mistica o rituale, nell'imminenza della pasqua ebraica, le squalifica in partenza. In quel momento non si istituì alcun sacramento eucaristico, ma la tattica della presa del potere, per realizzare la strategia dell'insurrezione nazionale. E' impensabile sostenere che in quella notte così decisiva, Gesù o Giovanni, pur conoscendo bene l'identità del traditore e quello che di lì a pochissimo stava per compiere, avevano deciso di non fare assolutamente nulla per fermarlo.

Intanto va detto che Giovanni, scrivendo che solo a lui Gesù fece una personale confidenza, smentisce per così dire i Sinottici, là dove sostengono la certezza del tradimento o l'identità del traditore. Tuttavia se confidenza ci fu, è da scartare a priori l'idea che Gesù volesse perorare una qualche causa fatalistica o irrazionalistica, del tipo "l'eroe deve morire" o "la verità sta nel martirio". Al massimo può aver chiesto al discepolo più fidato di vigilare sugli elementi più instabili, senza però creare una mini-rete spionistica, che avrebbe finito col danneggiare gli interessi della squadra.

Tutta la ricostruzione della vicenda, fatta dagli evangelisti, risulta completamente falsata dall'idea mistica che Gesù fosse una sorta di extraterrestre, dotato di poteri assolutamente straordinari, in grado di prevedere in anticipo qualunque tipo di scenario e, nello stesso tempo, capace di salvaguardare la libertà di scelta di ognuno. Cosa che, se anche per ipotesi fosse stata vera, non sarebbe mai potuta apparire esplicitamente, proprio per evitare che gli apostoli nutrissero l'impressione di stare recitando una parte il cui copione era già stato scritto altrove. La chiesa non riesce a rendersi conto che quanto più si presenta Gesù come un dio, tanto più si toglie all'uomo ciò che lo distingue dall'animale, e cioè il libero arbitrio.

Sarebbe infatti paradossale pensare sia la seguente cosa che il suo contrario, sulla base della convinzione che Gesù fosse il figlio di dio: e cioè da un lato che il tradimento avrebbe potuto essere vanificato dal Cristo in qualunque momento (in tal senso Giuda avrebbe tradito soltanto per metterlo alla prova, per spingerlo a trionfare sui propri nemici a tutti i costi, mentre Giovanni per lo stesso motivo avrebbe taciuto); dall'altro invece che il tradimento rientrava nell'economia salvifica di dio, per cui andava accettato come una necessità inderogabile (in tal modo Giuda avrebbe tradito per vedere se rifiutava il destino del "calice", senza sapere quello che faceva, mentre Giovanni avrebbe taciuto, sapendolo bene). In entrambi i casi Giuda, a resurrezione avvenuta, sarebbe stato facilmente perdonato e a Giovanni sarebbe stato riconosciuto il privilegio di considerarsi il "discepolo prediletto".

Tuttavia, piuttosto che cadere in interpretazioni del tutto fantasiose, gli esegeti farebbero meglio a immaginarsi una situazione molto più realistica, in cui da un lato si doveva decidere qualcosa che poteva mettere a repentaglio la vita di tutti, dall'altro si doveva in qualche modo evitare che la possibilità di un fallimento dell'insurrezione potesse dipendere non da cause di forza maggiore, assolutamente imprevedibili, ma da fattori soggettivi, come appunto la defezione di qualcuno o un tradimento all'ultimo minuto.

Se dunque Gesù o Giovanni sospettarono di qualcosa o di qualcuno, ciò non poteva tradursi in un motivo sufficiente per bloccare del tutto il tentativo insurrezionale. La macchina era già stata messa in moto durante l'ingresso messianico, anzi, ancor prima, durante l'episodio di Lazzaro, che i Sinottici tacciono perché evidentemente appariva troppo favorevole a una visione politico-rivoluzionaria del Cristo. Ora la gente si aspettava qualcosa di risolutivo, anche perché, chi era andato incontro a Gesù e ai suoi discepoli coi ramoscelli d'ulivo chiamandolo "salvatore della patria", aveva sicuramente rischiato qualcosa. In quell'occasione le guardie del tempio e la guarnigione romana evitarono d'intervenire proprio perché la folla era troppo numerosa. Noi non sappiamo chi avesse organizzato quell'evento spettacolare, in grado di mettere le autorità nel panico, ma non è da escludere che tra i registi vi fossero i seguaci di Lazzaro (Gv 12,17 s.), che forse coincidono coi nazionalisti di Eleazar Ben-Jair.

Insomma il possibile tradimento di uno non poteva vanificare le speranze di molti. Se, pur sapendo su chi era meglio nutrire i maggiori sospetti, si decise di proseguire comunque la missione, evitando di assumere atteggiamenti autoritari (quelli che invece avrebbe voluto prendere Pietro), il motivo probabilmente era che si pensava che il tradimento sarebbe rimasto una possibilità teorica, destinata a rientrare da sola, a insurrezione avvenuta con successo, oppure che, nella peggiore delle ipotesi, esso non avrebbe avuto un effetto devastante sulla riuscita dell'impresa. I tempi cioè erano talmente maturi per una generale insurrezione anti-romana da rendere impensabile un'inversione di rotta. Sarebbe stata la forza degli eventi a ridimensionare la gravità del gesto o dell'intenzione di Giuda. Ormai non era più in gioco il solo destino dei Dodici o del movimento nazareno, ma dell'intera nazione. Ormai il tradimento più grande non poteva più essere quello di un apostolo, ma quello di un intero popolo nei confronti di se stesso.

Giovanni quindi, se effettivamente seppe o intuì qualcosa di preoccupante e non fece nulla per evitarla, non fu dettato da basse motivazioni opportunistiche relative alla tutela dell'unità della compagine politica, né - come alcuni hanno detto - perché non ebbe il tempo materiale per avvisare Pietro, ma, escludendo ch'egli pensasse che il messia fosse troppo grande come dio per non superare la prova di un tradimento così umano, semplicemente per tre ragioni: la prima è che non si può dare del traditore a qualcuno che ancora non ha tradito, la seconda è che nessuno, usando la forza, può impedire a qualcuno di tradire, la terza è che nessuno può togliersi volontariamente la speranza di credere che, nonostante la possibilità del tradimento, non verrà pregiudicata la riuscita di un progetto rivoluzionario.

Ma la domanda più difficile, che ancora non abbiamo posto, è un'altra. Nel racconto di Giovanni appare chiaro che dal momento in cui Gesù, con grande familiarità, porse un boccone di pane inzuppato a Giuda, al momento in cui questi decise di tradirlo, non passò molto tempo. Noi siamo propensi a credere non solo che alla domanda di Giovanni di sapere il nome del possibile traditore, Gesù non gli diede alcuna risposta, né esplicita né implicita, ma anche che lo stesso Giovanni, a tragedia finita, abbia cercato di associare, con un nesso causale che in quel momento non poteva esserci, la dichiarazione relativa al tradimento col gesto del boccone.

Cioè la sequenza degli eventi narrata da Giovanni: dichiarazione sul tradimento, boccone offerto a Giuda, decisione di tradire e, da ultimo, richiesta di compiere una missione ("Quello che devi fare, fallo presto"), non può aver avuto questa successione, altrimenti si dovrebbe dare per scontata una cosa inammissibile, e cioè che Gesù "voleva" essere tradito.

Infatti la domanda più difficile cui dobbiamo rispondere è questa: cosa doveva fare Giuda di tanto urgente? Davvero l'esigenza di Gesù era quella di sapere se Giuda avesse o no intenzione di tradirlo? O si vuole sostenere che gli chiese addirittura di farlo, come sostengono i credenti, che sostituiscono l'idea politica di "rivoluzione" con quella religiosa di "morte necessaria"?

Dopo aver esplicitamente ammesso ch'esisteva la possibilità, all'interno del Collegio, di una grave defezione, Gesù aveva di fronte a sé due alternative: o rinunciare del tutto all'impresa insurrezionale, uscendo dalla città in quella stessa notte; oppure chiedere agli apostoli di stare uniti e di controllarsi a vicenda, senza per questo dover creare tensioni insopportabili, in cui il solo sospetto avrebbe rischiato di procurare più danni dello stesso tradimento. Se sceglieva la seconda soluzione, non gli restava che affrontare la decisione finale, e solo in tal caso diventa legittimo chiedersi: aveva senso rischiare di affidare a Giuda l'incarico più delicato per la riuscita dell'insurrezione, quando i principali sospetti ricadevano proprio su di lui?

Sì, aveva senso. Giuda era stato incaricato da Gesù di compiere qualcosa che solo lui poteva compiere, probabilmente perché essendo nativo della Giudea aveva agganci o referenze nella capitale più che non tutti gli altri apostoli messi insieme, originari com'erano della Galilea (Pietro, non dimentichiamolo, verrà scoperto proprio a causa della sua parlata).

Non si trattava semplicemente di mettere alla prova il presunto traditore, ma piuttosto di affidargli un incarico della massima responsabilità per la riuscita definitiva della strategia rivoluzionaria. Il fatto che Giovanni dica che, al sentire quella frase: "Quello che devi fare, fallo presto"(Gv 13,27), "nessuno dei commensali capì; alcuni infatti pensavano che, tenendo Giuda la cassa, Gesù gli avrebbe detto: - Compra quello che ci occorre per la festa; oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri"(13,28 s.), può essere spiegato soltanto pensando alla tesi mistica di un messia che "voleva" essere tradito.

E' paradossale che nel momento decisivo dell'insurrezione armata gli apostoli non abbiano capito il significato della missione che Giuda doveva compiere, o che abbiano addirittura ipotizzato che proprio nel momento in cui finalmente si poteva assicurare un futuro ai poveri, Giuda dovesse far loro la beneficienza! O che nel momento in cui si decideva l'insurrezione popolare, Giuda dovesse preoccuparsi di acquistare le vivande per il giorno dopo! E' difficile pensare che Giovanni, così sempre attento ai particolari, possa aver scritto simili assurdità.

Peraltro, che bisogno aveva di presentare le cose in modo tale da dover ribadire una tesi già espressa ad abundantiam nei Sinottici? Qui deve essere intervenuta pesantemente la mano di qualche revisore. Infatti da come le cose vengono presentate, sembra che Gesù non solo non abbia fatto nulla per evitare il tradimento, ma anzi abbia fatto di tutto per provocarlo. Infatti, se il solo Giuda non fosse stato incaricato di qualcosa di particolare, che soltanto lui quindi poteva compiere, difficilmente questi avrebbe potuto trovare un'occasione più favorevole. Ma se il Cristo voleva farsi prendere, perché nascondersi coi suoi discepoli nel Getsemani e non restare invece nel cenacolo? Non decise forse di nascondersi nel Getsemani per dare a Giuda una seconda possibilità di non tradirlo sino in fondo?

L'insurrezione non poteva certo essere compiuta da dodici militanti: la guarnigione romana comprendeva circa 600 militari, cui andavano aggiunte le guardie del tempio e i vari collaborazionisti ebrei: come minimo c'erano un migliaio di persone ben armate da affrontare. Non si poteva rischiare l'avventura, anzi, bisognava essere sufficientemente sicuri che l'insurrezione avrebbe avuto successo. Tuttavia il Cristo aveva bisogno di una conferma, poiché non tutto era stato ancora deciso, o comunque non tutto poteva essere deciso da loro.

Qui non era tanto in gioco la necessità di sapere su quali discepoli Gesù poteva contare con sicurezza e su quali invece era meglio nutrire dei dubbi; qui ormai il problema era diventato quello di come organizzare gli ultimi dettagli di una sommossa annunciata. Gesù non poteva aver incaricato Giuda di compiere una missione particolare al solo scopo di verificare se era un discepolo affidabile: non c'era tempo per una cosa del genere, anche perché tutti loro, trovandosi all'interno della città, nell'eventualità di un tradimento, non avrebbero avuto scampo.

Gesù doveva necessariamente fidarsi di Giuda, il quale doveva contattare gli alleati (i farisei progressisti, gli zeloti...) e, a un segnale convenuto, far scoppiare la rivolta armata popolare. Dal tempo che avrebbe impiegato, Gesù poteva capire se la rivoluzione era stata tradita oppure no, ovvero se era il caso di tentarla lo stesso, seguendo un percorso diverso, o se era meglio posticiparla di qualche tempo, anche se quello della pasqua (che durava sette giorni) era sicuramente il migliore, a motivo dell'enorme affluenza di massa nella capitale.

Questo sul piano politico. Sul piano umano la questione è molto più complessa. La sequenza degli eventi dell'ultima cena, di cui si parlava prima, ha qualcosa di altamente drammatico: Gesù che porge a Giuda un boccone di pane intinto nel sugo (cosa che in quel momento non fa neppure col discepolo prediletto) e nello stesso tempo gli chiede di compiere la missione decisiva per la riuscita dell'insurrezione. Qui è come se si toccassero in un punto incandescente le esigenze dell'umano e quelle del politico. Non è facile trovare in altre parti dei vangeli una situazione emotiva così carica di pathos.

Per un militante come Giuda, abituato forse a considerare il politico più importante dell'umano, i due gesti della lavanda dei piedi (che anche Pietro, in un primo momento, aveva rifiutato) e del boccone di pane inzuppato rischiavano di provocargli una lacerazione interiore. A quel punto o lui capiva che l'umano non poteva restare subordinato al politico, ovvero che nel politico del Cristo c'era un umano non meno significativo, oppure tradiva. Per dargli la possibilità di decidere liberamente e consapevolmente, il Cristo gli affida, riconoscendogli la fiducia che meritava, il compito più importante di tutta la sua vita.

Se Giuda avesse avuto delle riserve sostanziali sulla strategia generale del progetto politico, non avrebbe potuto trovarsi lì in quel momento, né gli sarebbe stata affidata una missione così delicata. Ma il gesto del boccone voleva appunto significare che, anche nell'eventualità ci fossero state differenze sostanziali tra le sue idee e quelle del messia, non era quello il momento di farle pesare e il gesto di grande confidenza e di fiducia che il Cristo gli aveva manifestato, doveva appunto indurlo ad agire secondo quanto gli veniva chiesto.

Tutto ciò lo si comprende leggendo tra le righe del vangelo di Giovanni. Nei Sinottici è prevalsa la leggenda dei cosiddetti "trenta denari". A dire il vero solo Matteo parla esplicitamente di questa somma (26,15); Marco (14,11) e Luca (22,5 s.) sostengono che i sommi sacerdoti e i capi delle guardie si accordarono per dargli del denaro come ricompensa (non se ne specifica l'importo), denaro che poi Giuda accettò.

I trenta denari d'argento erano il prezzo che la legge mosaica fissava per la vita di uno schiavo ucciso (Es 21,32): è dunque impossibile non vedervi un'analogia; peraltro la fine che questo denaro ha fatto (gettato nel tempio dallo stesso Giuda pentito), di cui parla il solo Matteo (27,3 ss.), è del tutto simile a quella descritta in Zc 11,13.

Ma a parte questo, ciò che davvero non si riesce ad immaginare è come Gesù potesse tenere, nel proprio entourage, un uomo così venale, e come abbia potuto affidare nel momento decisivo dell'insurrezione un incarico così delicato a un discepolo i cui ideali politici erano pesantemente condizionati dagli interessi economici.

Già il pensiero che Giuda fosse entrato nel movimento nazareno coll'intenzione di arricchirsi, pare assurdo, ma se anche così fosse stato, resta del tutto inspiegabile la decisione di chiedere come ricompensa, per la cattura del ricercato più pericoloso di quel momento, una cifra equivalente al salario mensile di un operaio medio.

Qui vi è sicuramente un mito da sfatare. Qualche esegeta, rendendosi conto dell'incongruenza, ha sostenuto l'idea che Giuda avesse chiesto del denaro semplicemente per rendere più credibile il tradimento. Tuttavia qui non si ha a che fare con un semplice traditore per denaro: che bisogno aveva infatti di accompagnare di persona la scorta armata per catturare Gesù e tutti i discepoli? Non sarebbe stato sufficiente indicare il luogo del nascondiglio? Siamo davvero sicuri che Giuda non volesse sostituirsi al Cristo nella guida del movimento nazareno, dando a questo una fisionomia diciamo più "moderata"?

La dinamica della cattura, avvenuta praticamente senza spargimento di sangue, lascia pensare che le intenzioni dei militari fossero semplicemente quelle di catturare Gesù, e il fatto che questi le accetti, permettendo ai suoi discepoli di fuggire, sembra confermarlo. Giuda non può aver tradito senza sapere che all'interno dei Dodici qualcuno avrebbe preso le sue difese. E lo scopo del tradimento più che esser quello di rinunciare all'idea di una liberazione nazionale, era quello di rinunciare all'idea di compiere in quel momento un'insurrezione armata.

La questione del denaro viene poi contraddetta dal fatto che, dopo aver constatato come il tradimento avesse comportato non solo il desiderato fallimento dell'insurrezione armata ma anche l'inattesa crocifissione del messia, egli prese la decisione d'impiccarsi. Se Giuda avesse tradito convinto che Gesù ne sarebbe uscito sì sconfitto ma non giustiziato (e forse l'episodio del bacio voleva essere una rassicurazione in tal senso), Giuda probabilmente non avrebbe avuto rimorsi, o forse non li avrebbe avuti così grandi o comunque non così in fretta. A meno che non si voglia sostenere la tesi - come alcuni hanno fatto - che il suicidio di Giuda sia stato in realtà un omicidio mascherato. In tal caso dovremmo ribaltare tutte le interpretazioni.

Giovanni, pur associandosi alla tesi sinottica secondo cui Giuda manifestava un certo interesse per il denaro (si ricordi l'episodio di Betania in cui egli contesta lo spreco del profumo profuso dalla sorella di Lazzaro sul corpo di Gesù), non riporta affatto il suicidio di Giuda, anzi, in tutto il racconto dell'ultima cena descrive l'atteggiamento di Pietro, impulsivo e contraddittorio, come più pericoloso per la riuscita dell'insurrezione, rispetto a quello di tutti gli altri apostoli.

Non è quindi da escludere che l'accusa giovannea relativa al fatto che Giuda fosse un ladro (12,6) sia in realtà il frutto di una manipolazione successiva, influenzata dalla tesi sinottica. Non dimentichiamo che in Matteo, su cui pesano le maggiori responsabilità della caricatura "economicistica" di Giuda, il nome del traditore viene svelato pubblicamente da Gesù (26,25).

Sia come sia resta da chiedersi il motivo per cui Giuda tradì e il motivo per cui si pentì d'averlo fatto. Tradì forse perché temeva l'insuccesso dell'impresa e lo fece nella convinzione che ai nazareni sarebbe stata risparmiata la vita, essendogli stato così promesso? Cioè tradì come politico e si uccise come uomo?

Giuda era un estremista o un moderato? Nel racconto di Giovanni la parte dell'estremista sembra caratterizzare più Pietro che Giuda. Tant'è che quando Giuda contestò lo spreco del profumo a Betania, è probabile che non stesse affatto pensando al prezzo del profumo, quanto piuttosto al fatto che quella unzione regale fosse troppo prematura per l'esito della rivoluzione.

Qualcuno ha sostenuto che Giuda tradì l'uomo-Gesù, il democratico, perché così gli sembrava di valorizzare meglio il messia politico, quello rivoluzionario. Cioè egli tradì nella convinzione che mettendolo alle strette, di fronte all'eventualità di una sconfitta sicura, Gesù avrebbe rinunciato alle tentazioni "buoniste" (come in occasione dei "pani moltiplicati") e sarebbe passato decisamente all'attacco.

In realtà questo atteggiamento apparteneva più a Pietro che a Giuda, che invece rappresentava l'ala moderata dei Dodici, quella che cercava un compromesso col fariseismo progressista. Ma perché - ci si può chiedere - accettare un incarico decisivo ai fini della riuscita dell'insurrezione quando si nutrono dei dubbi sul suo esito? Perché non dichiarare apertamente il proprio dissenso? Perché far pagare ad altri le proprie divergenze? E soprattutto, perché, dopo aver rivelato al nemico l'intenzione di compiere la rivolta armata, decidere di rivelargli il luogo segreto del nascondiglio, accompagnando addirittura la coorte per catturare tutti gli apostoli? Giuda voleva forse sostituirsi al Cristo o dobbiamo credere alle versioni apocrife che lo vedono, essendo egli il figlio del fratello di Caifa, come un infiltrato antirivoluzionario sin dall'inizio?

Quel che è certo è che proprio la dinamica del tradimento esclude categoricamente la tesi della "morte necessaria". Infatti, quando Gesù si rese conto, dal ritardo di Giuda (la coorte andava preparata), che incombeva sugli apostoli un gravissimo pericolo, aveva deciso di andarsene dal cenacolo, non volendo che alcuno fosse catturato. Probabilmente disse ad alcuni discepoli, prima di recarsi all'Orto degli Ulivi, che sarebbe stato meglio disperdersi o che non lo seguissero, onde evitare il peggio per tutti.

Fra i più impulsivi di nuovo Pietro, che subito esclama: "perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te"(Gv 13,37). E qui, come tutti ben sanno, Gesù rispose con quella frase ad effetto, relativa al canto del gallo successivo al triplice rinnegamento dell'apostolo. Una frase che venne messa dai Sinottici con un chiaro intento apologetico, quello di giustificare la divina preveggenza del Cristo.

Una soluzione mistica, questa, sicuramente efficace nella sua semplicità, ma molto meno profonda di quella che vede il tradimento di Giuda come il compimento del disegno divino sul sacrificio del nuovo agnello pasquale, per il riscatto degli uomini dalla maledizione del peccato originale. Giuda resta sì colpevole, ma solo sul piano morale, non su quello politico.

Nel vangelo di Giovanni si raggiunge poi l'apice del misticismo, sostenendo che proprio in virtù del tradimento subìto, Gesù ha potuto dimostrare fino a che punto era grande il suo amore per gli esseri umani. Giustificando il tradimento di Giuda, Giovanni ha giustificato il fallimento della rivoluzione, e con lui, la chiesa intera, ha giustificato il proprio tradimento.

Le varianti aggiunge al testo originario di Giovanni hanno sortito il loro effetto: l'ideologia dell'amore universale ha potuto sostituire l'esigenza della liberazione nazionale, e l'idea della morte necessaria ha potuto sostituire quella della rivoluzione possibile. Di fronte a queste mistificazioni persino il tradimento di Giuda diventa ben poca cosa.

Sinossi

Antecedenti dell'ultima cena - Lavanda dei piedi

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Religioni - Nuovo Testamento
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Aggiornamento: 23/04/2015