IDEE PER UN SOCIALISMO DEMOCRATICO
L'autogestione di una democrazia diretta


SULLA NATURA DEL CONFLITTO

Nello studio della storia spesso si nota che un problema cessa di sussistere quando se ne trova non una qualche soluzione ma l'unica soluzione possibile. Marx diceva che gli uomini si pongono soltanto quei problemi che sono in grado di risolvere; si potrebbe aggiungere che l'esigenza di porsi un problema è superiore alla speranza di poterlo risolvere. Gli uomini cioè continuano a porsi determinati problemi anche dopo che li hanno risolti. Questo perché fino a quando non trovano la soluzione da loro considerata "ottimale", il problema continua a trascinarsi per molto tempo, come se non avesse pace, cambiando forma ma non sostanza.

Questo poi senza considerare che il traguardo di ottenere una "soluzione ottimale" non si raggiunge mai, proprio perché si tende a voler superare un obiettivo ponendosene subito un altro: il che ci fa vedere la conservazione dell'esistente non come una garanzia di continuità, come una forma di sicurezza per la sopravvivenza della specie, ma come un limite insopportabile.

Ovviamente uno potrebbe sostenere che un esistente basato sull'antagonismo sociale debba essere superato quanto prima; il problema è però che noi siamo così abituati a demolire le cose che non funzionano che non sappiamo più salvaguardare quelle che invece funzionano. Per noi la dialettica sociale vuol soltanto dire "superare" l'esistente e non anche "conservarlo": chi lo conserva ci appare nemico del progresso, nemico dei lavoratori, ostile alla natura... Tutto quanto è esistente ci pare vada eliminato per far posto a un'alternativa radicale.

Nella storia degli uomini (anche tenendo in considerazione tutti gli inganni e i soprusi) vi è una profonda esigenza di chiarezza, di autenticità e di verità. Una generazione o una civiltà o un'epoca (quando non ha la disgrazia di essere distrutta da eventi naturali o bellici) può accettare consapevolmente di scomparire nel momento in cui s'accorge che i suoi problemi di fondo sono stati definitivamente risolti, oppure quando s'accorge che per risolverli non ha -a confronto di un'altra generazione o civiltà- sufficienti mezzi e forze. È del tutto naturale che una generazione speri che la parte migliore di sé continui a vivere nella generazione seguente, cercando di affrontare e risolvere vecchi e nuovi problemi. Senza la soluzione più adeguata, i contrasti o i conflitti si trascinano per anni, a volte per secoli, tanto che ad un certo punto il bisogno della verità s'impone quasi da sé. Questa, probabilmente, è una legge di natura, cui la storia umana s'è conformata.

Paradossalmente, la fine di una situazione conflittuale (possibile solo se la mediazione riesce a modificare qualitativamente gli estremi che si oppongono), dovrebbe portare una generazione a vivere secondo "natura", in quanto la storia verrebbe a coincidere con la natura delle cose o con le leggi della natura, il cui prodotto più sofisticato è appunto l'essere umano. In altre parole, la fine dell'antagonismo potrebbe anche essere considerata come la fine di una storia conflittuale (basata sulla mera contrapposizione, come in Fichte l'Io si oppone al non-Io), ma non come la fine della storia "naturale" dell'uomo (in cui i problemi sussistono per determinare l'evoluzione di un processo naturale, non per impedirlo).

Per troppo tempo abbiamo creduto che la realizzazione della natura umana si verifica soltanto là dove esiste un conflitto antagonistico, una contrapposizione frontale. Ora invece dobbiamo pensare che il conflitto interumano è segno d'innaturalezza, di storia contro-natura, di affermazione unilaterale di una qualche forma di soggettività (classe, partito, nazione, Stato, interesse...). Solo il senso del collettivo può togliere gli uomini dal condizionamento della conflittualità, che non li fa crescere nella sicurezza, ma li tiene chiusi nell'angoscia, nella disperazione, nella sfiducia reciproca. Sotto questo aspetto, probabilmente, gli uomini primitivi soffrivano meno frustrazioni.

Storia "naturale", fatta da "esseri naturali superiori" (cioè non semplicemente "animali") non significa affatto "fine delle contraddizioni" - su questo Lenin aveva visto giusto. Il senso della contraddizione è appunto ciò che distingue l'uomo dall'animale. "Storia naturale" significa soltanto fine delle contraddizioni antagonistiche e fine dell'antagonismo come metodo di risoluzione delle contraddizioni. Hegel era arrivato a comprendere tutto ciò mediando le contraddizioni non nella vita reale, attraverso la rivoluzione sociale e politica, ma nell'ambito del puro pensiero, attraverso la speculazione filosofica.

L'uomo non può fare a meno delle contraddizioni, in quanto necessita continuamente di essere messo alla prova, di aumentare la propria esperienza: ha bisogno cioè di autosuperarsi o, come dicono i teologi, di autotrascendersi. Le contraddizioni sono il motore della storia, molto di più dei conflitti di classe. Gli uomini, infatti, se per dimostrare quanto valgono, hanno bisogno di ostacoli da superare, allorché incontrano i conflitti possono anche sentirsi paralizzati, stressati, possono cadere - nel peggiore dei casi - nella rassegnazione, estraniandosi dalla realtà, cioè finendo alle dipendenze di qualche "oppio".

Gli uomini possono rinunciare ai conflitti di classe se comprendono che devono associare i loro sforzi per superare le contraddizioni. Nei conflitti di classe infatti vi è un enorme dispendio di energie. Solo che fino a quando esistono società basate sulla divisione in classi è impossibile che il superamento pacifico del conflitto possa avvenire senza che tutte classi siano consenzienti.

I conflitti di classe vengono creati da coloro che affermano in modo unilaterale una qualche soggettività o particolarità dell'essere sociale. Questi conflitti possono essere superati sia con la resistenza armata - quando è in gioco la propria sopravvivenza -, sia con la consapevolezza della loro relatività - in questo caso chi ci guadagna dispone già del maggiore potere (vedi l'esempio hegeliano del "servo" e del "padrone") -, sia infine con l'accordo reciproco a modificare sostanzialmente i rapporti di proprietà, che da sempre sono la fonte principale di ogni antagonismo.

Bisogna convincere gli uomini a rinunciare alla logica conflittuale usando non le armi della forza, della minaccia o del ricatto, ma le armi della persuasione ragionata, convincente, motivata, le armi della responsabilità personale e collettiva, della coerenza fra teoria e prassi. L'esempio deve diventare legge dell'uomo collettivo. Forse la consapevolezza di appartenere a un tempo storico limitato o ad uno spazio planetario circoscritto, ovvero a una storia unica nel suo genere sul piano universale, può aiutare l'essere umano a ridimensionare le pretese che rendono inevitabile la logica della contrapposizione. Tale consapevolezza, però, può soltanto aiutare, poiché, nel momento della scelta, l'uomo si gioca nella propria libertà.

SULLA FRUSTRAZIONE

Le alienazioni principali che oggi dobbiamo assolutamente superare sono quelle fra chi possiede senza lavorare e chi lavora senza possedere; fra chi svolge lavori intellettuali ben pagati e chi svolge lavori manuali sotto pagati; fra una campagna "serva" e una città "padrona"; fra una famiglia che pensa ai valori e una società civile che pensa ai soldi; fra un cittadino che si sforza di essere onesto e uno Stato corrotto, impersonale e disumano; fra il "maschio" che domina e la "femmina" che è dominata...

Avere esigenza di vivere un rapporto umano autentico, significa non riuscire più a sopportare alcuna forma di alienazione, essere cioè giunti alla convinzione che sia impossibile combattere una forma di alienazione senza combattere allo stesso tempo tutte le altre, ed essere profondamente convinti che lo Stato non rappresenta affatto la maggioranza dei cittadini e lavoratori che vogliono ritrovare l'unità perduta, ma semmai quella risicata minoranza che crede di poter vivere meglio nella divisione.

Ora, qui non si tratta di convincere la minoranza che l'unità è meglio della divisione: questo significa fare del moralismo. Non possiamo aspettare che la minoranza si convinca delle ragioni del socialismo per avere l'autorizzazione a partire. E' probabile anzi, che la minoranza, vedendo queste buone intenzioni moralistiche, non si convincerà mai che l'unità è migliore della divisione. Quando un partito all'opposizione non fa opposizione, solo per essere meglio accettato dal governo, è certo che il giorno in cui si farà l'alternativa non ci sarà alcuna alternativa. Un partito che finge l'opposizione nel tentativo di rabbonire il governo, è già un partito di governo: è appunto un partito di governo che il "sistema" tiene all'opposizione, al fine d'illudere le forze progressiste, salvo poi insediarlo al governo quando questa illusione sarà finita.

Chissà se un giorno il socialismo si chiederà quanta parte di responsabilità esso ha avuto nello scatenamento dei due conflitti mondiali? Gli storici borghesi, naturalmente, rispondono a questa domanda che se il proletariato occidentale fosse stato "calmo e tranquillo", e soprattutto se non ci fosse stata la rivoluzione d'Ottobre, nessuna guerra mondiale avrebbe potuto verificarsi. Uno storico marxista invece dovrebbe sostenere il contrario, e cioè che se il proletariato occidentale fosse stato più energico e risoluto, forse l'umanità si sarebbe risparmiata quelle due immani tragedie. Questo naturalmente vale di meno nel caso in cui debba scoppiarne una terza: un proletariato combattivo è sicuramente un'ottima garanzia, ma ogni uomo deve rendersi conto che la prospettiva finale sarebbe un "suicidio nucleare".

Si tratta dunque di dimostrare che l'unità è possibile, qui ed ora. Certo, non secondo il principio anarchico ed estremista del "tutto e subito", poiché solo colla pazienza si può sperare di recuperare quanto si è perduto nel corso dei secoli e addirittura dei millenni, ma colla consapevolezza che è possibile cominciare, ne siano o no convinti i pochi che ancora vogliono la divisione.

Le frustrazioni che si accumulano per anni e anni possono ad un certo punto portare gli uomini a comportarsi come folli, ma questo non è inevitabile. Molto dipende dal tipo di resistenza che si mobilita. Se la frustrazione viene subìta in maniera passiva, con rassegnato individualismo, è facile ch'essa possa portare a un disperato furore, specie se il livello d'intelligenza del soggetto alienato è considerevole. Avere intelligenza, infatti, non sempre significa saper cosa fare al momento giusto, né implica di necessità la volontà di farlo.

Viceversa, se la frustrazione viene subìta con una certa capacità di resistenza, all'interno di una visione relativamente ottimistica del futuro, nella convinzione cioè che un popolo unito può vincere ogni oppressione e ingiustizia, ebbene, in questo caso, la frustrazione può anche essere considerata come un elemento positivo dell'esistenza umana.

Gli ostacoli mettono alla prova le capacità degli uomini, discriminano il tenace dall'instabile, il coraggioso dal codardo... e senza promettere nulla! Nel mentre si lotta, infatti, nessuno può avere la certezza che riuscirà a conseguire un determinato obiettivo. Si può essere convinti che un obiettivo "giusto" prima o poi si realizzerà, ma non si può conoscerne in anticipo il momento. Al massimo si può sperare che ciò avvenga al più presto, ma si deve rinunciare alla tentazione di usare mezzi illeciti per accorciare i tempi. La giustezza di un obiettivo non ci autorizza a camminare sopra i cadaveri di quanti non hanno compreso la stessa cosa con la nostra stessa immediatezza.

Il senso della vita non sta negli obiettivi che si raggiungono (come dicono gli arrivisti), né nella frustrazione da sopportare con stoica virtù (come dicono i fatalisti), ma sta nella lotta che si conduce per migliorare il presente. Sarà poi la storia a dirci quale peso avrà avuto il nostro impegno.

LE CRISI

Le crisi andrebbero guardate in maniera favorevole, non come i politici, che ne parlano (peraltro di continuo) solo allo scopo di giustificare la loro necessità di esistere, di governare per gestire appunto le crisi (risolverle sarebbe già una pretesa eccessiva), o anche di stare all’opposizione per dimostrare che il governo non è in grado di farlo (sicché la minoranza fa di tutto perché la maggioranza non le risolva).

Questo gioco delle parti è funzionale soltanto alla sopravvivenza di un ceto sociale che non potrebbe mai ammettere che le crisi vanno considerate utili per superare un sistema in cui la politica fine a se stessa andrebbe abolita.

D’altra parte s’è mai visto un politico “istituzionalizzato” capace d’interpretare la crisi come occasione per superare il privilegio che fa di lui un cittadino separato dagli altri, sulla testa del quale le crisi (economiche) hanno un impatto infinitamente minore?

Se esistessero politici avveduti e lungimiranti, dovrebbero esser loro i primi a dire al paese che questo sistema di vita è soltanto autodistruttivo, per cui le crisi non gli sono congiunturali ma strutturali.

Se un politico avesse la percezione che gli antagonismi che viviamo (tra uomo e uomo, tra uomo e donna, tra uomo-donna e natura, tra uomo-donna occidentali e resto del mondo) non sono risolvibili in maniera definitiva nell’ambito di questo sistema, farebbe proposte per uscire non semplicemente dalle crisi bensì dal sistema.

Ora, siccome il sistema nasconde le proprie assurdità dietro miraggi, ipocrisie e vuote promesse, l’unico modo perché la gente si renda conto d’esser cieca dietro altri ciechi, è quello di sperare che le crisi siano sempre più gravi. In fondo le rivoluzioni sono state fatte proprio nei momenti in cui la vivibilità aveva raggiunto livelli incredibilmente bassi.

Dunque, quando si parla di “autoconsumo” non bisogna illudersi ovviamente che il sistema possa tollerare al proprio interno un’alternativa così radicale alla dipendenza dal mercato (oggi peraltro sempre meno controllabile, essendo globalizzato al 100%).

Certo è che, andando avanti di questo passo, l’autoconsumo sarà inevitabilmente un’idea da riconsiderare, proprio come fecero i Romani durante la gravissima crisi del III sec. o come fecero i socialisti utopisti quando videro le devastazioni prodotte dal neonato capitalismo industriale nelle città e nelle campagne.

Bisognerebbe però parlarne, almeno astrattamente, prima delle rivoluzioni, onde evitare che ci si arrivi concretamente dopo aver sparso fiumi di sangue. In Urss, durante i 70 anni di socialismo reale non se ne parlò mai, e infatti oggi ne vediamo le conseguenze: sono passati da un socialismo da caserma a un capitalismo selvaggio.

In questo momento, al massimo, potremmo pensare a istituire delle cooperative aventi come scopo precipuo quello di garantirsi un’autosufficienza alimentare la più ampia possibile.

Autoconsumo potrebbe anche voler dire indurre le imprese di un determinato territorio a produrre anzitutto per soddisfare bisogni locali, prima che quelli nazionali o mondiali.

Può anche voler dire passare direttamente dal produttore al consumatore, saltando la filiera dei 40 ladroni che speculano senza far nulla, impongono i prezzi che vogliono e hanno il vantaggio di far pagare l’iva dei loro prodotti a chi compra, che è la parte più debole.

Autoconsumo può senz’altro voler dire cercare anzitutto di utilizzare al meglio le risorse del proprio territorio, accedendo a quelle esterne solo in casi imprescindibili (in Italia p.es. dovremmo puntare molto di più sul sole che non sul petrolio).

Può anche voler dire, p.es., finalizzare gli studi scolastici e universitari alla valorizzazione di queste risorse locali, eliminando tutta quella formazione astratta e accademica che non ha una ricaduta mediata o immediata su detta valorizzazione.

I programmi ministeriali andrebbero sostituiti con quelle decisi dalle comunità locali (cioè dagli Enti Locali Territoriali, che sono sicuramente molto più efficienti del nostro Ministero e che meriterebbero di gestire direttamente le nostre tasse).

Insomma quanto meno forte è la gestione verticistica della società, tanto meglio sarà per tutti.


Le immagini sono prese dal sito "Foto Mulazzani"

Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Politica - Socialismo democratico
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Aggiornamento: 23/04/2015