IDEE PER UN SOCIALISMO DEMOCRATICO
L'autogestione di una democrazia diretta


CORRUZIONE, PAURA E CORAGGIO

I

Gli intellettuali vivono un'esistenza separata da quella degli altri cittadini. Lo sanno tutti. Se si chiede loro di rendersi utili, pensano sempre a qualcosa di "intellettuale". Lo stesso concetto di "cultura" che hanno, coincide praticamente con quello di "nozione". Pensano di avere tanta più cultura quante più nozioni sanno. E poi si lamentano che, rispetto alla loro "cultura", non vengono sufficientemente valorizzati. Di qui la loro costante frustrazione, il loro male di vivere. Sono convinti che basti "sapere" per ottenere consenso, credibilità. Sotto questo aspetto non sono neppure capaci di "comunicare". Infatti si servono perlopiù di strumenti che sono adatti soltanto per altri intellettuali come loro.

Non a caso tendono a formare delle nicchie isolate, autoreferenziali, in cui il dibattito serve soltanto per confermarsi a vicenda. In queste piccole comunità vi è poi sempre la mistica del capo, cioè l'atteggiamento ossequioso verso chi mostra d'avere più conoscenze di tutti.

A scuola o all'università si servono di manuali. Generalmente usano lo strumento della parola scritta, che possono divulgare attraverso l'editoria o anche attraverso delle conferenze. Il rapporto però è sempre sbilanciato: nelle conferenze dicono molte cose e rispondono a poche domande. Non c'è tempo per un confronto alla pari, per un approfondimento di ciò che si è detto. L'intellettuale fa la sua conferenza (spesso a un pubblico che non conosce personalmente) e poi se ne va, lasciando ognuno da solo, col libro appena comprato. L'intellettuale considera il proprio scritto come una sorta di Bibbia per i suoi lettori. Per comprendere veramente il suo pensiero, bisogna prima leggersi almeno alcune sue pubblicazioni: chi non lo fa, sarà sempre in torto.

Non è però questo il modo di fare cultura. Paradossalmente ne fanno di più i politici, che in genere sono molto meno acculturati, ma possono vantarsi d'avere un rapporto più diretto con la popolazione, attraverso p.es. la quotidianità della televisione, oppure partecipando a tutte quelle iniziative locali e nazionali in cui vengono invitati (mostre, inaugurazioni, premiazioni, seminari, convegni...).

Inoltre i politici, nei vari luoghi di governo, hanno il grande vantaggio di poter disporre delle tasse dei cittadini, con le quali devono progettare cose per il presente, per soddisfare esigenze o interessi. È questo che li fa sentire importanti, talmente importanti che, spesso, non hanno scrupoli nel frodare la fiducia che in loro è stata riposta. I politici si sentono più vicini alla popolazione di quanto non lo siano gli intellettuali, ma non così vicini da ritenere del tutto anormale che il loro mestiere serva per arricchirsi.

Gli intellettuali detestano i politici anche per questa ragione: li vedono molto meno acculturati di loro, ma molto più potenti e benestanti. Gli intellettuali possono aspirare a dei ruoli di comando solo se i loro meriti vengono riconosciuti dai politici. Tutti gli altri devono arrangiarsi con la libera professione, cioè devono cercare di ottenere il più possibile dalle loro conoscenze (economisti, avvocati, manager...).

Un caso a parte sono i giornalisti, che rappresentano una sorta di via di mezzo tra i politici, gli intellettuali e i liberi professionisti. I giornalisti non sono dei politici, anzi, in genere, sono degli anti-politici, in quanto, avendo in mano i mass-media, si arrogano il diritto di rappresentare gli interessi dei cittadini, di tutti i cittadini, quindi non solo di quelli che hanno dato il loro voto a determinati politici.

Tuttavia i giornalisti non potrebbero sussistere col contributo economico volontario dei cittadini, neppure con gli introiti dovuti alla pubblicità. Hanno necessariamente bisogno di leggi parlamentari che prevedano uno storno delle tasse dei cittadini a favore dei mass-media. Quindi da un lato i giornalisti devono essere anti-politici per dimostrare che fanno gli interessi dei cittadini; dall'altro però hanno bisogno degli stessi politici per sopravvivere economicamente.

I giornalisti, in genere, non hanno la cultura degli intellettuali, perché sono troppo schiacciati sul presente, che è dominato da logiche politiche ed economiche. I giornalisti hanno bisogno di rincorrere l'attualità, esattamente come i politici, ed è questo che li rende importanti. Gestiscono potenti mezzi di comunicazione, pagati con le tasse dei cittadini, e si spartiscono coi politici il potere istituzionale, anche se in maniera particolare, in quanto non fanno le leggi, non le fanno eseguire, al massimo controllano se vengono eseguite.

Un giornalista deve soltanto dimostrare che ha diritto ad avere sovvenzioni statali: deve per forza creare una certa audience. di qui la tendenza a esagerare, a fare di ogni caso particolare una regola. I giornalisti sono i principali responsabili dell'allarmismo sociale. Dicono che, senza di loro, non esisterebbe neppure la democrazia, ma anche il loro è solo un gioco delle parti.

II

Il mondo delle parole staccate dalla vita è quindi rappresentato anzitutto e soprattutto dai politici di professione, che i cittadini eleggono periodicamente, assegnando loro una sorta di delega in bianco, poiché, per tutto il tempo in cui esercitano il mandato, sono praticamente liberi di fare ciò che vogliono. È vero che i cittadini possono votarne altri alle elezioni successive, ma è anche vero che si tratta di un "teatrino della politica": cambiano gli attori, ma la parte che recitano è sempre la stessa.

Il massimo della democrazia che la classe politica riesce ad esercitare è quella di controllarsi a vicenda, accusando l'avversario di qualunque cosa, soprattutto della rovina del paese. Tuttavia, di fronte all'anti-politica del paese, la casta di questi privilegiati assoluti ritrova subito la propria unità.

I politici sono padroni dell'arte oratoria e generalmente la usano per ingannare le masse. In teoria, nelle cosiddette "democrazie formali", dovrebbero essere tenuti sotto controllo, più che dai cittadini o dai loro elettori, dai giornalisti, ma - come già detto - questi generalmente vengono definiti dei lacché, in quanto dipendono, economicamente, dalla benevolenza dei politici, che fanno determinate leggi per sovvenzionare i loro mezzi di comunicazione. E se non dipendono da queste sovvenzioni pubbliche, i giornalisti dipendono sempre da quelle private, le quali, dati i grandi costi dei loro mezzi comunicativi, non possono certo basarsi sugli abbonamenti dei singoli cittadini: occorre sempre l'intervento finanziario dei grandi gruppi monopolistici. Questo quindi significa che se un giornalista non è un lacché di qualche politico o di qualche governo, lo è sempre di qualche impresa o banca.

Esiste un altro gruppo di intellettuali che dovrebbe controllare l'operato dei politici, rientrando nei propri compiti quello di controllare il comportamento di chiunque: è la magistratura. I magistrati non fanno le leggi, ma le fanno applicare e comminano sanzioni e pene quando non vengono rispettate. Il loro è un mestiere curioso, perché, indicativamente, sanno come le leggi dovrebbero essere fatte, per poter funzionare al meglio, ma non possono far nulla per modificarle. Devono aspettare che lo siano in Parlamento, dove però le dinamiche per approvarle sono molto complicate e i tempi troppo lunghi.

Tra magistratura e politica vi può essere un rapporto molto difficile, soprattutto quando i politici sono molto corrotti. Nel nostro paese i magistrati non sono eletti dei cittadini, ma, per esercitare il loro mestiere "pubblico", devono vincere un concorso e poi devono essere scelti dal potere politico in certi ruoli di comando istituzionale.

Quando svolge le sue funzioni pubbliche, la magistratura dovrebbe, in teoria, essere separata dalla politica; in realtà ne dipende, tant'è che i politici possono servirsi di propri ispettori per controllare l'operato di quei magistrati ritenuti "scomodi". Generalmente, quanto più la politica è corrotta, tanto più vuole tenere la magistratura sotto controllo, e questa, ovviamente, cerca di difendersi con tutti i mezzi a sua disposizione (intercettazioni, confessioni dei pentiti, rogatorie internazionali ecc.), nella consapevolezza di una lotta impari, dagli esiti sempre incerti.

Per superare la corruzione e quindi l'arroganza dei politici, i magistrati hanno bisogno del consenso popolare, che per loro vuol dire soprattutto un certo appoggio da parte dei giornalisti. Quando i magistrati più combattivi s'accorgono di stare conducendo una battaglia troppo ardua rispetto alle loro forze, facilmente entrano in politica. Ma se lo fanno, quelli che credono nel valore della giustizia inevitabilmente tendono a spegnersi o finiscono con l'essere travolti da meccanismi più grandi di loro, che non sono in grado di controllare.

Il sistema politico resta sempre più perverso di quello giudiziario, proprio perché i politici devono fare dell'incoerenza il loro valore principale. I magistrati devono cercare di applicare con coerenza le leggi che ricevono, ma i politici hanno facoltà di cambiarle come e quando vogliono.

III

Che cosa si può fare per uscire da questo impasse? Le strade, nella storia, sono sempre state due: o rafforzare di molto l'esecutivo, in modo che la corruzione possa agire indisturbata, oppure compiere una rivoluzione. Nel primo caso ci si affida alle forze dell'ordine, nel secondo al popolo.

Generalmente le forze dell'ordine sono a disposizione sia della politica che della magistratura. Col concetto di "forza dell'ordine" s'intendono fondamentalmente tre corpi: la polizia, i carabinieri e l'esercito, ma vi sono anche la marina, l'aviazione, i corpi paramilitari, i servizi segreti, ecc.

Le forze dell'ordine sono un altro corpo separato dalla cittadinanza, esattamente come i politici, i giornalisti, i magistrati e gli intellettuali in genere. Con una differenza fondamentale: le forze dell'ordine è come se vivessero nell'ombra. In teoria dovrebbero essere tenute sotto il controllo dei politici, ma questi hanno nei confronti delle forze dell'ordine un atteggiamento quasi reverenziale, come se sapessero che, senza il loro appoggio, la corruzione sarebbe impossibile. Assai raramente i politici rispondono negativamente alle richieste delle forze dell'ordine: se queste infatti si ribellano, chi le fermerà?

Inevitabilmente quindi la corruzione è grande anche nelle forze dell'ordine, per quanto esse siano tenute a collaborare con la magistratura per reprimere il crimine e controllare l'ordine pubblico. È vero ch'esse vivono all'ombra degli schiamazzi della politica e dei pettegolezzi del giornalismo, ma è anche vero che sono corpi così separati che è praticamente impossibile coglierli con le mani nel sacco. Esercito, marina e aviazione si avvalgono di organi giudiziari interni, e solo se ci sono casi eclatanti di corruzione, si viene a sapere qualcosa.

Essendo le più lontane dalla politica, le forze dell'ordine dovrebbero, in teoria, essere le meno corrotte, ma in pratica sono le più pericolose, proprio perché dispongono di un enorme potere, che difficilmente qualcuno potrebbe loro contestare. Esse infatti sono le uniche ad essere armate e quando si muovono, fanno davvero paura. Loro sono abituati a ragionare in termini di forza e non sanno che farsene dell'etica o del diritto. Quando le forze dell'ordine arrivano a prendere il potere - e in genere lo fanno cogliendo a pretesto proprio la corruzione dei politici -, nessuno le può fermare, se non il popolo in rivolta.

Le rivoluzioni scoppiano quando i cittadini non ne possono più della corruzione del potere, e soprattutto quando si convincono che le istituzioni non hanno alcuna possibilità di modificare il sistema. Le rivoluzioni sono rare nella storia, anche perché il potere corrotto, piuttosto che farle scoppiare, preferisce scatenare delle guerre contro dei nemici esterni alla nazione. Tuttavia quando esse avvengono, difficilmente le cose restano come prima.

Quando la gente comune arriva a pensare di non aver più niente da perdere, neppure la propria vita, neppure i propri figli, anche le forze dell'ordine cominciano ad avere paura.


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Politica - Socialismo democratico
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Aggiornamento: 23/04/2015